Dono ed economie altre: Per un nuovo contratto sociale

Dono ed economie altre: Per un nuovo contratto sociale

Antonietta Di Vito


Abstract

The article focuses on the recent debate, about gift and the non-market economies, born especially around the new lecture of classical texts of Marcel Mauss and Karl Polanyi. The article is meant to show that the renewed interest is rooted in the contemporary crisis of relationships, of social ties, and in the effects of commodification of the utilitarian market economies. The theme of the gift is a narrative and theorethical tool to rethinking about the exchange and the social relationships throughout, both from the affective and private point of view than economical and collective too.

Keywords

Gift; exchange; economies; social contract; social ties

“Perciò è chiaro che l’uomo è animale più socievole di qualsiasi ape

e qualsiasi altro animale che viva in greggi.”

(Aristotele, Politica , Libro I, 1253a)

“L'inferno sono gli altri.”

(Jean-Paul Sartre, A Porte Chiuse , Milano, Bompiani, 1974. Ed. orig. Huis clos , 1944.)

Riduzionismo mercantile ed utopia del dono

Questo contributo[1] muove dall’osservazione della rinnovata attenzione, in seno alle scienze sociali ed in ambito internazionale, per le riflessioni intorno alle questioni del dono e delle pratiche economiche alternative al mercato di stampo competitivo ed utilitarista, in qualche misura riconducibili al dono stesso.

L’ipotesi qui avanzata è che tale interesse, che data ormai qualche decennio, e che muove dalla rilettura di testi classici di studiosi quali Marcel Mauss e Karl Polanyi, abbia anticipato prima ed accompagni ora una radicale istanza di cambiamento in ambito sociale, relazionale ed infine economico: in definitiva una cogente istanza di rifondazione del contratto sociale.

Si tratta di un interesse che aveva già alimentato del resto la ricerca e la riflessione dei due studiosi oggi al centro del dibattito, forse più evidente negli scritti di Polanyi, ma comunque chiara anche in quelli di Marcel Mauss. Il celeberrimo Saggio sul dono non è solo una ricerca storica ed etnografica sul dono nelle società arcaiche, come il sottotitolo recita, né unicamente in quelle esotiche o di interesse etnografico, ma, come le ultime pagine del libro rivelano, quella lunga riflessione intendeva gettare luce sulle pratiche sociali ed economiche della società a lui contemporanea. Scriveva infatti Mauss:

Questi fatti non solo illuminano la nostra morale e ci aiutano a dare una direzione al nostro ideale; ma ci consentono anche di analizzare meglio i fatti economici più generali; e questa analisi ci aiuta anche a intravedere modi più idonei di amministrazione delle nostre società. [Mauss 1965, 277]

La gran mole di studi che riconsidera le ricerche dei due studiosi non concerne solo pratiche, abitudini, tradizioni, ragioni identitarie più o meno storicamente e culturalmente determinate e come tali transeunti, ma pone fondamentali questioni intorno alla natura stessa dell’uomo, al suo essere individualista ed egoista oppure portato all’altruismo e alla socialità, morale oppure calcolatore, universalmente razionale oppure emotivo e finanche irrazionale, e le cui ragioni sarebbero eventualmente intellegibili solo attraverso uno sguardo relativistico. Questioni, in parte, che hanno coinvolto l’Antropologia Economica sin dalle sue origini, e che hanno posto in discussione la possibilità stessa dell’esistenza di una disciplina parzialmente autonoma come l’Antropologia Economica, ma che interrogandosi anche sulla natura e sulle condizioni del legame sociale rinviano alle radici e alle ragioni delle scienze sociali nel loro insieme[2].

L’ingente quantità di studi sulla tematica del dono, in vertiginoso aumento soprattutto in seguito alla creazione del movimento del MAUSS (il Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali) e della Revue di seguito da esso animata, ha messo in luce svariate ed importanti questioni legate al tema, tutte però riconducibili a due concetti portanti: gli aspetti di contrapposizione all’economia di mercato, che il dono sembra esprimere, e il ruolo che esso svolge in qualità di performatore del legame sociale [Caillé 1988]. Si tratta di dimensioni del fenomeno che di fatto si sovrappongono intimamente quando si consideri che nell’economia di mercato il legame sociale risulta sacrificato alla logica della trasformazione in merce di ogni tipo di scambio, condannando di fatto al riduzionismo mercantile e all’individualismo. Sono aspetti questi ultimi che già Karl Polanyi aveva rilevato intorno alla metà del secolo scorso in pagine toccanti ed a tratti finanche drammatiche [Polanyi 1944].

L’inesauribile operazione di riscoperta intellettuale del già celebre Saggio sul dono di Marcel Mauss è divenuta in particolare l’occasione per un proliferare di discorsi che vedono nel dono di volta in volta una metafora, uno strumento analitico, un obiettivo etico, un vincolo mistico e spirituale, un modello del rapporto tra uomini e dei, ed infine un modello per l’economia in materia di produzione e distribuzione, configurandosi come paradigma alternativo, forse utopistico o forse invece rivoluzionario, sia sul piano descrittivo, che su quello metodologico e persino prescrittivo, come Alain Caillé aveva riconosciuto [Caillé 1998]. Tutto ciò ha dato luogo a una bibliografia in vertiginosa crescita attraverso la quale si guarda al dono e che, dal Dono dell’aquila di Carlos Castaneda [Castaneda 1981] si dissolve nel paradosso della sua impossibilità scandagliato da Jacques Derrid a nel suo Donare il tempo [Derrida 1991] o in quelli di Enigma esaminati da Maurice Godelier [Godelier 1996], che ne ricerca infine le possibili essenzializzazioni nell’Homo donans di G. Vaughan [Vaughan 2006] o nel più recente Homo donator del filosofo Ph. Chanial [Chanial 2011] .

Scenari del dono

Il concetto di giftscapes, o dono-rami, che ho proposto di introdurre [Di Vito 2008], potrebbe consentire di esprimere le variegate, caleidoscopiche angolature con cui si guarda alle pratiche e ai significati attribuibili al dono. Al pari degli altri panorami mobili individuati da Arjun Appadurai [Appadurai 2001][3] come caratteristici della contemporaneità, esso permette di cogliere la logica sfumata, polivalente, fuzzy [Zadeh 1965] , che soggiace all’utilizzo del concetto di dono, non riducibile all’opposizione (propria piuttosto alla logica bivalente) tra dono e merce.

Il movimento del MAUSS, ed in maniera particolare uno dei suoi principali interpreti ed animatori, Alain Caillé, sottolinea il prevalente carattere di performatore delle relazioni sociali che identifica il dono [Caillé 1998].

Nella sua prefazione all’edizione inglese del 1990 del saggio di Mauss, Mary Douglas sottolineava come il dono non possa mai essere confuso con la carità né ridotto al dono anonimo perché questi ultimi sono atti intrinsecamente privi di reciprocità e quindi di potenzialità relazionali [Douglas 2007]. La studiosa aveva già messo in luce il valore relazionale che i beni di consumo ricoprono, perché oltre alla sussistenza essi creano e preservano i rapporti sociali [Douglas, Isherwood 1979]

Che però pratiche economiche e pratiche relazionali, dono e merce, abbiano uno spazio, sia pure fuzzy e frastagliato, di intima compenetrazione, lo dimostrano tra l’altro anche altre e diverse osservazioni della studiosa inglese, quando ricorda per esempio che le pagine finali dell’ Essai sur le don esprimono in modo piuttosto chiaro le ragioni politiche e morali oltre che teoriche e concettuali che spinsero Marcel Mauss ad occuparsi del dono. Il che la porta a concludere: «La teoria del dono è una riflessione sulla solidarietà umana» [Douglas 2007, 410]

Allo stesso modo, possiamo ipotizzare che l’interesse attuale per il tema del dono, un interesse che potremmo definire perfino sovrabbondante, pleonastico, tanto numerosa è l’attività e la produzione intellettuale sul tema, sia da mettere in collegamento con la necessità di individuare nuove forme di scambio e, in definitiva, di contratto sociale, in cui legame sociale ed economia possano incontrarsi e non escludersi, sottraendo quindi le pratiche economiche di produzione e distribuzione nonché le relazioni umane al valore esclusivo di merce.

Ancora più importante mi pare rilevare che le ricerche che Marcel Mauss aveva condotto e pubblicato anche prima del celebre Essai dimostrano come il suo interesse per il dono andasse di pari passo con quello per il contratto. Nella pratica sociale, scambio, dono e contratto risultano spesso sovrapporsi, coincidere oppure accompagnarsi, portando a configurare quel « sistema delle prestazioni totali » che non ha carattere solo individuale ma soprattutto collettivo. Lo scambio di alcune forme di ricchezze in questi casi differisce dal baratto perché è un fatto collettivo e non è riducile alla dimensione meramente economica, a quel che gli studiosi avevano cioè definito come « economia naturale » .

Il sistema delle prestazioni totali impegna con una serie di obblighi i gruppi coinvolti, che siano clan o famiglie, e nelle forme assimilabili a quella del potlatch nord americano assume toni particolarmente accentuati:

Il contratto e lo scambio non hanno l’aspetto individuale e puramente economico del baratto, sistema che si è convenuto di fregiare del nome di -economia naturale- senza essersi assicurati se sia mai esistita una società in cui tale economia abbia funzionato in modo esclusivo e regolare. (Mauss 1994, 57)

Un’altra economia è possibile?

Karl Polanyi, com’è noto, aveva legato le pratiche di dono in maniera precipua e caratterizzante, anche se non esclusiva, al modello istituzionale della reciprocità. All’interno di questa forma di integrazione dell’economico entro il tessuto sociale i rapporti umani sarebbero inscindibili dal comportamento economico basato sull’esistenza di prestazioni sociali [Polanyi 1978]. I rapporti sociali, le relazioni, sarebbero così imbricati nelle pratiche economiche (e viceversa), alimentando rapporti organizzati sulla base della reciprocità e della simmetria. In questo modello lo “scambio” non è quello del mercato e la circolazione dei doni accompagna la circolazione di beni e prestazioni che non sono regolati da quella trasformazione in “merce” di ogni forma di scambio come sarà invece tipico dell’economia di mercato [Polanyi 1944].

Facendo riferimento alla storia europea ed inglese in particolare, e poi avvalendosi di esempi anche di natura etnografica, sollecitando e raccogliendo importanti studi e ricerche in questa direzione Karl Polanyi ha mostrato come la moderna società di mercato si sia andata costituendo attraverso la progressiva “scorporazione” (“ disembeddeddness ”) degli aspetti economici dal più ampio tessuto sociale e la loro istituzionalizzazione in un ambito autonomo, sia rispetto alla società che alla politica (di cui avrebbe finito per prendere il posto) [Polanyi, Arensberg, Pearson 1978].

Nelle società tradizionali l’economia era immersa (“ embedded ”, secondo l’espressione resa celebre proprio in seguito all’uso che ne fece Polanyi e che in genere in italiano viene tradotta con “imbricata”) nei rapporti sociali. Fu solo l’introduzione dello scambio di tipo mercantile e capitalistico divenuto progressivamente onnipervasivo ad aver separato l’economico dal sociale. Esso lo ha reso possibile al prezzo di trasformare il denaro, la terra, e il lavoro in “beni fittizi”, raggiungendo il suo apice nella forma del Mercato Autoregolato (il SRM, Self Regulating Market) nel XIX secolo [Polanyi 1944].

L’emergenza attuale del tema del “dono” esprime la necessità di reintrodurre nel campo delle pratiche sociali uno spazio per la relazione, per la socialità, sia come riconoscimento di pratiche economiche diverse da quelle del mercato concorrenziale, sia come necessità (quale che sia la sua natura: etica, politica, affettiva) di non ridurre la natura dell’uomo e la sua identità a quella dell’h omo oeconomicus .

Un importante saggio pubblicato nel 1955, e che Eric Wolf dedicava ad una sorta di categorizzazione tipologica delle società rurali dell’America latina, coglieva in maniera precoce il passaggio in queste società dalla produzione economica basata sull'utilizzo del lavoro in ambito familiare, una condizione in cui non esisteva lavoro salariato, ma dove il contributo all’attività di produzione rispondeva in maniera pressoché totale alle necessità del gruppo familiare stesso, a quella creata dalla progressiva dipendenza dal mercato esterno, non locale, e dalle sue esigenze sia nel settore della distribuzione che in quello della produzione, ponendo quindi le condizioni per la trasformazione del lavoro in merce, rendendolo quindi dipendente da condizioni esterne, a volte anche molto distanti, incontrollabili ma potenti nel dettare legge sulla base delle esigenze di consumatori distanti [Wolf 1955]. Si tratta di un saggio che ha il merito di anticipare e di fatto spiegare alcune delle condizioni che hanno reso possibili alcuni sviluppi delle produzioni dell’America Latina destinate a mercati lontani, con effetti drammatici sulle popolazioni locali [Taussig 2004].

In anni ben più recenti, il campo sociale di pratiche definite come delle « economie informali »[4] è quello che meglio permette di cogliere in che modo i legami sociali, familiari, di vicinato o di genere, possano essere recuperati, sollecitati, valorizzati allo scopo di realizzare obiettivi di produzione economica o quanto meno di sostentamento.

In questo ambito infatti il legame sociale, sia esso familiare o di vicinato, costruisce, rafforza e rende possibili modalità di scambio di beni, servizi, lavoro, non riconducibili alle pratiche dell'economia di mercato, ma piuttosto assimilabili o vicine alle pratiche del dono, secondo una prospettiva resa nota in particolare da Serge Latouche.

In questo modo le pratiche del settore informale sono o risultano essere identitarie, perfino « etniche » , proprio perché coinvolgono persone che sono già in rapporto tra loro, rafforzando e reiterando quindi le loro appartenenze.

Esistono però ambiti di riflessione in campo economico e sociale in cui la dimensione del dono viene esplicitamente evocata come riferimento per pratiche economiche che possano andare oltre il pensiero economicista di tipo utilitarista.

Si tratta di quello che accade per esempio nell’ambito dell’Economia di Comunione, sorta all’interno del cattolico Movimento dei Focolari, a partire dall’impegno della fondatrice Chiara Lubich. All’interno del progetto dell’Economia di Comunione, che si presenta come progetto economico ed al tempo stesso sociale, etico e spirituale, il rapporto tra pratica economica e pratica di dono, intesa come pratica di condivisione delle risorse, diventa particolarmente cogente. L’ipotesi di un Homo donator [Bruni 1999] diventa l’ipotesi di una possibilità della natura umana che vada oltre la prospettiva dell’individualismo (postulata più che davvero dimostrata, come ricorda Alain Caillé [Caillé 1988] dall’utilitarismo economicista), esprimendo valori di reciprocità e spiritualità anche sul piano economico, e diventando un possibile strumento a fronte dei problemi di povertà e diseguale allocazione delle risorse continuamente riproposti anche in epoca contemporanea [Sen 2002].

Anche la prospettiva dell’economia solidale si richiama esplicitamente alla possibilità di pratiche che possano ricucire il legame tra l’economia e la società. Il concetto di solidarietà, con cui viene aggettivato quello di economia, esprime l’obiettivo di non perdere di vista il legame sociale, anche attraverso le pratiche economiche. Si tratta di sperimentazioni e progetti messi in atto dalla società civile che mirano a recuperare la dimensione della solidarietà e ad occupare uno spazio collettivo, pubblico, evitando quindi il ripiegamento nel privato, ed integrando in esse anche un impegno politico nella valorizzazione del tessuto sociale [Laville 1994].

Il genere del dono e delle economie

Ma esiste un ambito ulteriore nel quale il modello del dono viene riconosciuto quale modello alternativo di economia.

Le ricerche condotte hanno rilevato come l’economia sia andata definendosi come attività di genere eminentemente maschile a partire dal XVIII, quando essa si è progressivamente imposta come pratica separata dalla gestione domestica, ed in parallelo all’instaurarsi della distinzione tra pubblico e privato come due ambiti separati d’azione, superando in questo modo la visione aristotelica in materia di gestione dell’economico [Waller, Jennings 1991][5].

In anni recenti, la studiosa femminista Genevieve Vaughan, ha individuato nelle attività di cura svolte dalle donne in seno alla famiglia un modello di economia del dono che può configurarsi come un modello di economia alternativo a quello maschile, patriarcale, capitalista, poiché l'economia di mercato, al pari del resto di quella comunista, sarebbe il risultato di una socializzazione a valori di genere, in cui la dimensione pubblica sarebbe di pertinenza maschile e quella domestica di pertinenza femminile.

Le donne adulte, al contrario, per l'esperienza che hanno nella pratica continua del dono, possono essere considerate l'avanguardia, sia pur socialmente sminuita, di un « programma sociale » alternativo [Vaughan 2005, 67].

La pratica del dono non può quindi essere ridotta ad una versione non evoluta dello scambio mercantile, ma va anzi distinta dalle pratiche di scambio e di reciprocità.

Le pratiche femminili di produzione e distribuzione che avvengono quasi nascostamente all'interno delle pareti e delle relazioni domestiche, possono essere valorizzate, ritiene la studiosa, non trasformandole in merce a loro volta, attribuendo loro un salario quindi, ma riconoscendone il loro intrinseco contributo come economia altra, non mercificata, al pari di beni comuni non (ancora) mercificati, come aria ed acqua, per esempio. La logica del dono si configura così come una logica eminentemente materna e femminile, che rende opportuno mettere in relazione l'economia del dono praticata dalle donne con i vari tentativi di portata locale o globale di creare economie alternative.

L’Autrice però mette in guardia significativamente rispetto alla coesistenza del paradigma del dono con il paradigma dello scambio. Ciò può difatti dar luogo a condizioni di sfruttamento di chi dà doni: anche in questo caso quel che accade in casa e in famiglia ne è modello precipuo, perché quel che le donne danno in casa con il loro lavoro domestico di cura, viene indirettamente sfruttato dai sistemi di scambio basati sul paradigma mercantilistico entro cui i loro uomini lavorano.

Identità, appartenenza, legame sociale

Ma c’è un altro aspetto che occorre considerare quando si guardi alla contemporanea, caleidoscopica attenzione al dono. Essa è da intendersi infatti come l’attenzione ad una pratica di costruzione di legami sociali di fronte all’indebolirsi di altre forme di « contratto sociale » da più studiosi messa in luce sia in termini di deterritorializzazione che come condizione della surmodernità che è all’origine dei non-luoghi [Augé 1993].

Rilevava Arjun Appadurai che le relazioni sociali necessitano generalmente di un « trattamento rituale » che le preservi dalla loro intrinseca tendenza fissipara. In questo senso, ricordava lo studioso, un gran numero dei cosiddetti riti di passaggio sono da intendersi come

riti che riguardano la produzione di soggetti locali, attori sociali che imparano ad appartenere in modo adeguato ad una comunità situata di parenti, vicini, amici e nemici [Appadurai 2001, 233].

Possiamo considerare che le pratiche di dono possano essere viste come una delle modalità di trattamento rituale delle relazioni, come possibilità di creare relazioni ed appartenenze a fronte della incessante produzione di non-luoghi.

In un più recente volume del resto l’antropologo francese etnografo della modernità rileva che le nuove forme di mobilità generate dalla globalizzazione siano produttrici di non-luoghi [Augé 2009], quel tipo di spazio che « non può definirsi né identitario, né relazionale né storico » , così Augé aveva definito i non-luoghi nel volume che aveva reso celebre la tanto fortunata categoria [Augé 1993, 73]. I non-luoghi, minaccia e paradiso della condizione di surmodernità, aumentano e « creano una contrattualità solitaria » , ben diversa da quel « sociale organico » cui le indagini delle discipline sociali erano tradizionalmente abituate [Augé 1993, 87].

Ancora poco indagata, ma se ne intuisce la potenzialità creativa, innovativa ed al tempo stesso minacciosa, è quella ampia sfera di relazioni e scambi, sharing e co-sharing, resa possibile dalle nuove tecnologie della comunicazione in rete e dalla diffusione di numerosi social networks, non solo in termini di relazionalità ma anche come generatori di pratiche economiche.

Il dono, identitario e relazionale, può allora interpretarsi come la possibilità di ricreare il luogo come spazio di identità e relazione ma insieme come strumento di costruzione dei rapporti sociali.

Non a caso, Marshall Salhins argomentava che la pratica del dono avesse costituito per le popolazioni primitive qualcosa di molto vicino al contratto sociale. L’antropologo americano andava oltre sostenendo che il dono fosse lo strumento che, permettendo di superare il rischio della guerra, creava le condizioni per la pace. Strumento della Ragione, della Razionalità, il dono e la pace creano quelle condizioni che permettono la nascita di quella fiducia necessaria anche agli scambi di natura commerciale [Salhins 1980].

Di fronte alla trasformazione di confini, mappe , appartenenze, a torto o a ragione considerate tradizionalmente stabili, come i rapporti di parentela e le identità professionali e lavorative, oltre a quelle territoriali e più generalmente identitarie, il dono ritorna al servizio dell'appartenenza e del legame sociale.

Le ultime, del resto non poche, pagine del Saggio maussiano rivelano che quel lungo viaggio attraverso le forme del dono nelle società arcaiche muovevano in realtà nella stessa direzione di una riflessione sulla società a lui contemporanea a fronte della crisi che essa stava attraversando anche per quanto atteneva alla dimensione economica, come riconoscimento del contributo degli individui alla vita sociale anche attraverso il loro lavoro.

L’emergenza sulla scena pubblica dei discorsi teorici e delle pratiche legate al tema del dono e delle economie alternative appare anche oggi, io credo, legato ad un bisogno di ripensamento del legame sociale, delle regole dell’alleanza, che precede ed accompagna l’attuale crisi economica e finanziaria, nonché le trasformazioni del mondo del lavoro che informa le vite degli individui e delle collettività, recuperando in questo modo un tema che è alle origine stesse delle scienze sociali [Caillé 1998], quello delle ragioni della vita sociale e delle sue più drammatiche interruzioni [Durkheim 1897; 1893].

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[1] L’analisi qui presentata riprende argomentazioni già in parte esposte e di cui queste pagine rappresentano un’ideale prosecuzione teorica [cfr. Di Vito 2008; 2011].

[2] Si tratta com’è noto di alcuni dei temi prevalenti che hanno interessato il dibattito che oppose negli anni centrali del secolo scorso antropologi formalisti e sostanzialisti. [Wilk 1996]

[3] Scrive Appadurai: «Quel che vorrei proporre è che iniziamo a pensare alla configurazione delle forme culturali nel mondo odierno come sostanzialmente frattale, cioè priva di confini euclidei, strutture o regolarità». [Appadurai 2001, 68].

[4] L’espressione è necessariamente plurale in quanto non rimanda ad un campo di pratiche definibili in maniera univoca. Cfr. Latouche 1997; Bagnasco (ed.) 1986.

[5] Cfr. Aristotele, Politica , Libro I, 1253a-1256a; si tratta dei celebri passaggi nei quali il pensatore introduce le altrettanto note distinzioni tra economia (amministrazione domestica) e crematistica nonché quella tra valore d’uso e valore di scambio.

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