«Un enorme cantiere in espansione».
Riflessioni etnografiche sul turismo
a margine di un’esperienza formativa in Marocco
«A Country Under Construction»:
Ethnographic reflections on tourism following
a training experience in Morocco
Mariaelena De Stefano
Orcid: 0009-0000-4443-8141
Dipartimento SARAS – Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo,
Sapienza Università di Roma
Indice
Tourism attractiveness. L’aeroporto di Casablanca prima dell’AFCON 2025
Temporalità, mobilità e spazi. Il turismo come specchio
Dentro i suq. Ospitalità, artigianato e identità da preservare a Meknès
Solo responsabilità e cura? Sulla possibilità di un turismo marocchino al femminile
Utopie o possibilità? Per concludere, sul futuro del turismo in Marocco
This article examines the social and cultural implications of tourism development in contemporary Morocco through short ethnographic observations conducted in the imperial city of Meknès. In recent years, Morocco has increasingly invested in tourism as a strategic tool for economic growth and international visibility, particularly in connection with the organization of major international events and the broader strategy of promoting Morocco as a global tourist destination. Focusing on a city that remains relatively peripheral to Morocco’s main tourist circuits, the article explores how tourism imaginaries are locally interpreted and anticipated. Encounters with artisans, hospitality workers, and cultural heritage professionals reveal how practices of hospitality, staged craft performances, and narratives of authenticity sustain the promise of tourism even in contexts where tourist flows remain limited. Particular attention is devoted to the gendered dimensions of tourism-related work: through the experiences of women working in hospitality and cultural management, the article shows how tourism can simultaneously reproduce expectations associated with feminine care and open new spaces of visibility and professional agency. By combining reflections on tourism development with grounded ethnographic insights, the article highlights how global aspirations for tourism are negotiated within the everyday practices of those living and working in emerging tourist landscapes.
Keywords: Anthropology of Tourism; Local Identity; Morocco; Gender; Global Imaginaries.
Tourism attractiveness. L’aeroporto di Casablanca prima dell’AFCON 2025
Dal finestrino dell’aereo su cui viaggiamo, Casablanca sembra un’immensa distesa di pennellate bianche. Man mano che ci avviciniamo alla pista d’atterraggio, quell’omogeneità di tratti assume il contorno di quartieri, strade ed edifici, molti dei quali accomunati dallo stesso colore e dall’impressione di essere ancora in costruzione. Quando faccio notare l’affollato agglomerato ai miei compagni di viaggio, mi viene risposto: «Vedrai, il Marocco è tutto così. Sembra un enorme cantiere in espansione». Ad occupare le fila centrali del velivolo siamo in quattordici, l’intero staff italo-marocchino della Scuola di Metodologia ScOUT-SULIEIA1, e per molti quella vista è un benvenuto consuetudinario, un’attestazione dell’avvenuto passaggio dal continente europeo a quello africano. Arriviamo in Marocco nel pomeriggio dell’11 dicembre 2025, dopo tre giorni di lavoro a Napoli; l’obiettivo dell’intensa settimana di studio è documentare e riflettere sulle pratiche turistiche del capoluogo campano, comparate a ciò che andremo ad osservare a Meknès, la meno frequentata delle cosiddette città imperiali del Marocco. Mentre attendiamo le tre autovetture che ci condurranno alla cittadina, veniamo investiti dai materiali della campagna pubblicitaria per l’African Cup of Nations (d’ora in avanti AFCON), che il Marocco ospiterà dal prossimo 21 dicembre al 18 gennaio 2026. I simboli delle tifoserie nazionali si alternano con un costante richiamo all’esperienza ancora da vedere, ma che è possibile iniziare a vivere già all’arrivo, non solo allo stadio. L’Office National Des Aéroports, l’ente aeroportuale marocchino, ha infatti trasformato gli aeroporti in zone celebrative, progettando gli scali principali come Casablanca al modo di prime arene del torneo; l’accoglienza calorosa è parte della visione reale per lo sviluppo del calcio nazionale promossa da re Mohammed VI, già fattosi promotore della creazione dell’Académie Mohammed VI de football2. L’AFCON è un banco di prova. È la prima volta, in trentasette anni, che il Marocco viene scelto come Paese ospitante, lo stesso anno in cui, insieme a Spagna e Portogallo, è stato designato come ente attuatore dei mondiali di calcio, la Coppa del Mondo FIFA, previsti per il 2030. Mostrarsi all’altezza dei compiti ricevuti è vitale per l’affermazione del Marocco davanti agli interlocutori esterni, e necessita di tutto l’aiuto possibile. Il supporto del locale ministero del turismo, l’Office National Marocain du Tourisme è stato fondamentale: lo slogan «Maroc, Terre de Football», approntato per l’occasione, rimarca la centralità del calcio nella strategia attrattiva del Marocco, e si riflette nei pacchetti turistici che vengono pubblicizzati anche nei banner aeroportuali che vediamo, per abbinare all’esperienza sportiva visite ai presidi culturali e alle bellezze paesaggistiche del Paese. A fine novembre 2025, il Marocco ha già accolto 18 milioni di turisti, un dato destinato ad incremento con rapidità3.
Il senso di grandezza volutamente associato all’impresa sportiva e turistica scompare lentamente una volta fuori dall’aeroporto, con sporadiche fan zones, come l’installazione di un pallone da calcio gigante targato AFCON prima dell’ingresso al Terminal 1, dinanzi al quale gruppi di tifosi, soprattutto famiglie, scattano alcune foto. Niente che rimandi alla festosa atmosfera che ci ha accolto permane nel nostro viaggio nell’interno del Paese, direzione Meknès. Un riad al centro della medina ci ospiterà per tutta la durata del soggiorno, ed il fitto programma di attività ci terrà più che altro nella struttura, con visite mirate e già calendarizzate ad alcune attrazioni turistiche, come il Dar Jamai, il Museo Nazionale della Musica. Tornerà di frequente, nei discorsi dei colleghi marocchini, nelle interviste etnografiche raccolte, nelle immagini catturate durante le passeggiate, l’aspirazione ad un sistema turistico in grado di assicurare al Paese uno sviluppo economico e socio-culturale sempre maggiore; un «turismo come forma d’imperialismo» [Nash 1989, 38], insomma, in grado di espandere gli interessi e il potere dello Stato al di fuori di esso [Macleod, Carrier 2011, 8], come sottolineato dall’organizzazione di grandi eventi quali l’AFCON. Al contempo, la possibilità di risiedere a Meknès, un contesto da lungo tempo inserito nelle rotte turistiche ma ancora in attesa del miracolo della fama per ottenere una diversa tourism attractiveness [Yevloyeva 2024], ha consentito di esplorare alcune dimensioni critiche legate allo sviluppo turistico, prima fra tutte quella di genere. Le interlocutrici richiamate nel testo non sono assunte come campione rappresentativo del settore turistico marocchino, ma come figure situate, selezionate per la posizione di mediazione che occupano tra economia locale, pratiche di ospitalità e immaginari turistici. La questione di genere è emersa induttivamente dall’osservazione delle forme di lavoro, autorappresentazione e riconoscibilità sociale attraverso cui alcune donne partecipano alla costruzione dell’esperienza turistica. Pertanto, ho deciso di tener traccia di queste impressioni e di provare a ricucirle insieme, con la consapevolezza della limitatezza del mio sguardo e del poco tempo a disposizione per l’approfondimento; questo piccolo contributo è precisamente il tentativo di dar seguito alla mia esperienza e alla mia riflessione, unitamente alle conclusioni che è stato possibile trarre al termine di un’esperienza di lavoro d’équipe, come quella fornita dalla Scuola di Metodologia summenzionata, sulle reali possibilità di sviluppo turistico in Marocco.
Temporalità, mobilità e spazi. Il turismo come specchio
In parallelo con la consacrazione del turismo quale pilastro del capitalismo contemporaneo, le scienze sociali hanno impostato una lettura critica e condivisa del fenomeno, mostrandone le ombre alla luce del grande protagonismo che esso vive4. Prendere in considerazione il turismo quale oggetto di ricerca permette di penetrare una delle sfaccettature del paradigma identitario che più ha plasmato il tessuto collettivo contemporaneo, la mobilità [Simonicca 2007, 8]. Mobilità intesa, per ciò che concerne il turismo, anzitutto come riappropriazione di una temporalità specifica, quella assoluta, cioè libera perché sciolta, svincolata dagli impegni della vita pubblica – ovvero, lavorativa5 – e di quella privata. Il ricorso ad un ripensamento della temporalità connessa all’atto esplorativo che condensa il viaggio turistico è, del resto, ciò che permette di raccordare, più o meno con giudizio unanime, le opinioni di coloro che hanno a lungo cercato di definire il turismo, per studiarlo in maniera sistematica come oggetto di ricerca autonomo. Già l’aspetto etimologico della parola ‘turismo’, però, non restituisce che una stratificazione complessa, il cui unico criterio guida è rinvenibile nell’elemento tour, un lemma simbolico, rimandante all’idea di un giro, inteso al modo di viaggio pianificato che prevede un ritorno [Monaco 2018, 40-48]. Un viaggio, dunque, un concetto più coerente con l’attitudine al movimento del presente, in cui il viaggio è, anzitutto, «una pratica, che con il passare del tempo è diventata un rituale di educazione alla società […], “il progresso dei nuovi pellegrini”, per usare le parole di Mark Twain» [Morello 2018]. Non per tutti, però. «Odio i viaggi e gli esploratori»: il celebre esergo lévistraussiano dei Tristi Tropici [Lévi-Strauss 1955, 11] condensa l’apporto innovativo dell’antropologia al dibattito sul turismo. Ripensando la mobilità come sistema di potere, veicolata da un regime di percezione socialmente organizzato, quello capitalistico neoliberale, l’antropologia qualifica un particolare sguardo sul turismo, in grado di definirlo non solo come un generico movimento nello spazio, ma come un vero e proprio dispositivo culturale che produce significati. La mobilità come opportunità riservata a pochi, risorsa disegualmente distribuita, uno dei principali indicatori di potere sociale [Urry 2007], facilmente rinvenibile nel pratico: i titolari di un passaporto europeo beneficiano di una mobilità quasi illimitata, che consente loro di muoversi a proprio piacimento, per svago, o per noia. Diverso è per i rifugiati, i migranti forzati o le fasce marginalizzate della popolazione, costretti a differenti regimi di mobilità [Glick Schiller, Salazar 2013] che plasmano una capacità di movimento ascrivibile a una forma di sovranità personale predeterminata, una stuckedness, che costringe a sperimentare forme di mobilità vincolata o addirittura di immobilità strutturale [Hage 2010, 2017]. Adducendo queste considerazioni ai concetti di mobilità e di viaggio, l’antropologia contribuisce a modificare la narrativa riduzionista che fa del turismo un’arena di scontro fra le sole forze economiche; lungi dall’essere un fenomeno con peso rilevabile unicamente nel campo dell’incidenza dei profitti, esso ha implicazioni molto significative per le società e le pratiche dei soggetti che le abitano. Come scienza del dubbio, l’antropologia dunque evita di enfatizzare gli effetti positivi del turismo sulle economie nazionali e sul mercato del lavoro, e non ne «esalta le virtù taumaturgiche» [Della Corte; Capalbo 2025, 15]. In questo modo, il fenomeno turistico è colto nella sua densità sociale e culturale, come campo di pratiche ed immaginari relazionali che coinvolgono tanto i soggetti che lo promuovono quanto quelli a cui si rivolge. Considerato «the single largest peaceful movement of people across cultural boundaries in the history of the world» [Lett 1989, 275] il turismo, secondo una distinzione ormai classica [Simonicca 2016], può rivolgersi a persone interessate a patrimoni storico-artistici formalizzati, ad esempio, in un museo – e in questo caso si parlerà di turismo culturale – oppure all’alterità umana di contesti socioculturali viventi percepiti come diversi, e quindi attraenti. Quest’ultima forma, nota come turismo etnico, è rivelatrice dell’avvenuto mutamento del viaggiatore in turista, consumatore di luoghi e di esperienze, erede dell’odierna working class che va continuamente in vacanza per attribuire senso al lavoro quotidiano. Tentando di rieducare e di re-incorporare l’insoddisfazione connessa al non essere il ceto dominante, ovvero quello in grado di imporre la propria temporalità al di fuori della casistica della necessità, il turista contemporaneo è alla spasmodica ricerca di un’autenticità perduta, che vuole ritrovare in un quotidiano differente, ripensato, ridisegnato e re-interpretato alla luce delle imposizioni del mercato dei marker turistici [MacCannell 1976]. La diffusione globale del turismo, resa possibile dalla crescente compressione delle distanze e dalla maggiore accessibilità degli spostamenti, ha comportato una notevole modifica degli immaginari [Salazar 2009] che investono luoghi, abitudini, narrative. Il turismo stravolge e capovolge: la meta turistica non è più solo uno spazio geografico definito, come una città, bensì un insieme processuale in continua ridefinizione, dove il quotidiano trova posto solo come rovescio dell’eccezione, contorno dell’affermazione turistica. Nel dialogo che instaurano turisti e locals, i luoghi attraversati acquisiscono una riconoscibilità quanto più sono performativi, in grado cioè di soddisfare la richiesta commerciale d’evasione con un richiamo all’essenza vera dei tratti culturali che individuano un insieme coeso, il cibo, le specificità religiose, le tradizioni, i valori, i dialetti [De Stefano, Zito 2024]. Cinquant’anni fa, Dean MacCannell aveva offerto una riflessione illuminante sul concetto di autenticità, viatico per rinvenire, nell’esperienza turistica offerta ai viaggiatori un barlume di verità – distinguendo tra un tipo di autenticità calda, se generata dai residenti di un sito turistico e fredda se organizzata dalle agenzie di produzione culturale [Simonicca 2004]. Prescindere dal tratto performativo è impensabile nelle analisi sul turismo, anche se sarebbe corretto definire di volta in volta qual è il grado di performatività che si vuole prendere in considerazione. La performance ricercata nella riuscita delle Olimpiadi di Milano Cortina differisce dalla sponsorizzazione sulle app di social media di un vitigno poco frequentato della Toscana, e in che modo? L’organizzazione dei grandi eventi sposta la riflessione sull’autenticità sul piano di una lettura interdipendente del fenomeno, in grado di incidere sui sistemi identitari e di produzione culturale, «pur mantenendo nella loro matrice causale e negli investimenti che ad essi si accompagnano richiami più o meno diretti a quella visione neoliberista» [Pollice, Epifani, Piccoli Resta 2024, 236] delle città, delle politiche di sviluppo glocale [Roudometof 2016], delle identità locali, la cui protezione è incentivata dal tasso di sfruttabilità che rivestono per il turismo. La produzione scientifica interdisciplinare sui grandi eventi ha permesso di riflettere, a partire dalle pratiche economiche e turistiche, sul modo d’intendere lo spazio nella contemporaneità. I grandi eventi, così come le politiche di sviluppo turistico, hanno bisogno di investimenti, pubblici o privati, che spesso hanno particolari ricadute in termini di inquinamento ambientale – laddove non si parla, invece, di disastro ecologico –, non sempre note agli utenti o agli attori sociali, ma spesso prevenibili [Boykoff 2014]. Gli investimenti, poi, vengono assegnati in base a decisioni che comportano l’aumento o la perdita di peso politico per gli investitori, determinandone il tasso di crescita della ricchezza e l’andamento della catena economica che si genera in conseguenza [Carter 2016]. Infine, non sempre risultano immediatamente percepibili le trasformazioni che i grandi eventi producono negli spazi locali in cui prendono forma: territori circoscritti e comunità specifiche diventano infatti il punto di ricaduta di ambizioni, capitali e immaginari globali [Broccolini 2024; Fournier 2017]. È proprio su questo scarto tra scala globale e vita locale che la postura antropologica può offrire un contributo significativo, aiutando a decodificare i territori e le esperienze delle persone che li abitano. Oltre alle decisioni prese “dall’alto”, la risposta e il grado di coinvolgimento del tessuto sociale locale, tanto più se marginalizzato, spazialmente o culturalmente, sono degli indicatori chiave per comprendere la risonanza dei grandi eventi e, spesso, delle politiche di sviluppo turistico che ad esse vi si associano. La spettacolarizzazione di un contesto ascrivibile al rurale [Grilli, Lusini 2024], al periurbano [Baldini 2008] o al periferico [Scandurra 2018] costringe a fare i conti con ciò che resta molto dopo la fine di quell’evento: in quanto tempo si consumano le promesse e le speranze che ne hanno alimentato l’ideazione, sostenuto l’organizzazione e favorito la riuscita? Le politiche pubbliche devono limitarsi a smaltire i rimasugli o provare a incorporarli in progetti futuribili? E cosa resta dell’effetto identitario, talvolta forzosamente indotto nelle comunità? Nei prossimi paragrafi, attraverso il commento di alcune scene etnografiche, si proverà a mostrare l’eco che la tensione allo sviluppo turistico ha in luoghi al crocevia fra forme di turismo incorporato e in assestamento, come Meknès. Non si considererà, dunque, un grande evento come motore, ma l’ambizione stessa allo sviluppo, nell’ipotesi che, entro una cornice di tal sorta, sia possibile ripensare, fuori dalla stereotipia, alcune pratiche identitarie note al sentire comune, e riflettere su nodi epistemici cruciali, come il ruolo dei codici di genere e le loro articolazioni nella vita quotidiana del turismo nel Marocco contemporaneo.
Dentro i suq. Ospitalità, artigianato e identità da preservare a Meknès
«Di qualsiasi cosa avrai bisogno in Marocco, chiedi. Sono il popolo più ospitale al mondo». Le rassicurazioni di amici e familiari, prima della partenza, possono per me condensarsi in questa frase. Un sentito dire, per alcuni, piuttosto radicato, e la speranza, per altri, che anche io potessi sentirmi a casa come era stato per loro in Marocco. Se l’ospitalità costituisce da tempo un principio morale centrale nelle forme di interazione sociale documentate per il contesto marocchino [Geertz 1979; Eickelman 1976; Rosen 1984], il momento attuale sembra segnare un suo parziale slittamento di scala. Da pratica relazionale situata, infatti, essa diviene dispositivo di pubblico disciplinamento se incorporata in architetture materiali e narrative legate al ben più ampio processo di promozione turistica nazionale, com’è stato possibile osservare anche in città poste su rotte in cui turismo sembra avere già una storia scritta, come accade a Meknès [Yahyaoui, Riadi 2024]. Meknès è una città relativamente piccola – circa 551mila abitanti nel 2024 [RGPH 2024] – situata a nord di una regione strategica per il Marocco, quella di Fès-Meknès, nota per la ricchezza del patrimonio naturale, culturale e artistico. La grande Meknès nasce come avamposto della tribù amazigh degli Zeneti Miknasa, da cui prende il nome, nell’ VIII secolo dopo Cristo [Khaldun 2023]; sarà la tribù degli Almoravidi, però, a donare alla città il primo lustro, e quella dei Merindi ad eleggerla residenza di principi e consiglieri, consolidando la vicinanza strategica all’astro nascente dell’economia, la vicina Fez. Nel 1666, infatti, Moulay al-Rashid della dinastia degli Alawidi, tutt’ora al potere in Marocco, nominerà Fez capitale dell’intero regno del Marocco, appena conquistato, affidando la piccola e dimenticata Meknès al fratello, Moulay Ismail. Protagonista di una violenta guerra civile col nipote, figlio di Moulay al-Rashid che, alla morte del padre, voleva sottrargliene il comando, Moulay Ismail si arroccò a Meknès, rendendola, dopo la vittoria sul consanguineo, capitale del Regno [Pennell 2003]. Una capitale, però, non poteva essere tale senza un palazzo; la costruzione della Kasbah Moulay Ismail inizierà nel 1672 e non avrà termine che nel 1730: Place El-Hedim, la piazza principale che ospita la monumentale porta del palazzo, Bab Al Mansour, richiama nel nome al-hadīm la parola araba hedm (هدم), rovina, alludendo ai detriti che fu necessario accumulare per costruire l’immensa residenza imperiale. Lo sfarzo introdotto da Moulay Ismail non gli sopravvisse. Fino all’avvento del governo di Mohammed III, nel 1760, Meknès rimase marginalizzata, e anche l’opera del nuovo sovrano fu più dedita alla restaurazione e preservazione del materiale esistente, che alla costruzione. Più che di marginalizzazione, sarebbe corretto parlare di insularizzazione, il processo col quale Ernst Gellner indica la distanza di tutto il Marocco dal processo di occidentalizzazione fino a tempi più recenti [Hassanzadeh 2024]. Nonostante il passato mitico, il Paese, infatti,
remained remarkably unaffected by the outside world and its development until the twentieth century, much less so than the Middle East. This insulation, comparable perhaps to that which persisted in the Yemen until recent years, is all the more remarkable if one considers Morocco’s geographical proximity to Europe, and that on its eastern border there was French controlled Algeria, and above all, that this insulated society was not only a tribal one, but also contained large and flourishing cities and an urban civilisation [Gellner 2008, 17].
Per ciò che concerne Meknès, l’insularizzazione non ebbe fine nemmeno col riconoscimento del centro storico, la medina, quale Patrimonio dell’Umanità UNESCO, avvenuta nel 1996 [UNESCO 1996]. L’ambivalenza ha un certo numero di possibili spiegazioni – prima fra tutte l’assenza di un aeroporto in città: il più vicino, infatti, è l’aeroporto di Fès, distante circa 70 km –, lascia comunque emergere l’attuale impossibilità di affermare la città come meta di pernottamento, e non solo di visita di sfuggita. Inserita nel circuito delle città imperiali, Meknès viene solitamente visitata per un giorno, il tempo necessario a godere dell’accessibilità della sua medina e della vicinanza a Volubilis, il sito archeologico romano più importante e meglio conservato del Marocco. Tale difficoltà non è tuttavia un limite all’inventiva e alla propensione alla ventura dei soggetti coinvolti in attività turistiche. Visitiamo Meknès in un momento storico particolare: il fitto programma di riqualificazione e ristrutturazione del patrimonio architettonico e urbanistico della città previsto da re Mohammed VI ha subito molti rallentamenti, e oggi Meknès si presenta non diversamente da Casablanca, come cantiere a cielo aperto, in un percorso riabilitativo che sembra investire tutto il Marocco. Della progettazione reale sono parte anche finanziamenti tesi a creare o a consolidare nuovi circuiti turistici, e a sostenere l’attività manufatturiera locale. Incontriamo due proprietari di botteghe di artigianato della medina, detentori del sapere di un’arte berbera antica, la damasquinerie. I negozi sono attigui, per raggiungerli abbiamo attraversato i tre archi che immettono su Place Lalla Aouda, due dei quali coperti da teloni, indicanti la ristrutturazione. Siamo interessati a comprendere come si coniughi, nella delicata fase di sospensione che la medina sta attraversando, la custodia di una eredità così preziosa con la necessità di esportarla, per permettere a molti più turisti di conoscerla e di acquistarla. Così ci dividiamo. Quando, dopo circa un’ora, ci ritroviamo, la sensazione è quella di aver vissuto la stessa esperienza. Prim’ancora di porre le nostre domande, noi, i ricercatori, veniamo resi protagonisti di un rituale di trasformazione in turisti: veniamo fatti accomodare su grandi cuscini colorati, posti sul pavimento, e ci viene chiesto se abbiamo voglia di consumare un tè. I suq, e i loro gestori, si rivelano improvvisamente nella loro natura di istituzione paradigmatica, metasimbolica [Crapanzano 1981] della società marocchina: se vogliamo ottenere informazioni autentiche, dobbiamo stare al gioco, diventare turisti alla scoperta del suq più tradizionale, bere il tè dopo averne apprezzato la modalità di distribuzione – la pesante teiera argentata che sale sempre più su per permettere alla bevanda di rendersi sottile, e di poter essere ripartita equamente nei bicchierini –, nell’equivalente marocchino del combattimento dei galli balinese [Geertz 1973]. Ci viene poi spiegato, con una dimostrazione, come si può, materialmente incastrare un filo d’argento su una superficie metallica, fino a creare disegni indelebili: della performance messa in scena dal nostro host viene garantita la riproducibilità, perché siamo invogliati a filmare ogni mossa, ogni rivelazione dell’arcano sapere. Ritroveremo, in serata, la stessa gestualità videoregistrata e diffusa su piattaforme di social media che, facendo leva sui regimi visuali della comunicazione digitale contemporanea, accompagnano il processo di affermazione turistica del Marocco. Prima di andar via, riusciamo a ritagliare un po’ di tempo per ringraziare dell’esperienza offerta. Il gesto ci consente un’incursione nella fatica gestionale della staged experience a cui abbiamo appena assistito: con la mediazione dei colleghi autoctoni, i gestori ci spiegano che non è facile, con la poca affluenza, rimanere sereni, e credere che l’attività sopravviva. Lo iato fra l’autenticità calda che si esplica nella trasmissione viva di un sapere locale antichissimo, e la freddezza della grammatica della riproducibilità che, contestualmente, ci viene insegnata, non è misconosciuto a piccoli imprenditori che ci hanno aperto le porte delle loro botteghe. Ma proprio quando pensiamo di poter approfondire il rimosso della performance, che ha tempi di emersione molto più lunghi, ci viene detto, in italiano, che tutto quello che vediamo può essere acquistato e comodamente spedito a casa nostra, e che, se lo acquistiamo, possiamo certamente contribuire ad alimentare la speranza.
Solo responsabilità e cura? Sulla possibilità di un turismo marocchino al femminile
Le attività della scuola avevano luogo nel Riad La Marquise6, alle spalle di Place El-Hedim. Il riad è diretto da Yasmine, una donna francese di Bordeaux trasferitasi a Meknès per amore del marito, commerciante di oggetti d’arredamento, la cui bottega è nella medina, a pochi metri dal riad. Yasmine è affiancata, nella gestione della struttura, da quattro cuoche, da un’impresa di pulizia e da Tariq e Amine, che si alternano nelle operazioni di guardiania notturna e assistenza all’utenza. Yasmine appare sin da subito molto lusingata dalla nostra presenza: è premurosa e preoccupata del nostro benessere, ha riservato a noi tutti le sistemazioni più belle del riad. Dei suoi ospiti siamo quelli che fanno colazione, pranzano e cenano sempre ai tavoli del suo hotel, e questo ci dà l’occasione di creare una piccola, temporanea ritualità, condensabile nel consumo di tè alla menta dopo ogni pasto. La prima volta, dopo la cena a seguito del nostro lungo viaggio per arrivare al riad, è Tariq che, su indicazione di Yasmine, ci mostra come versare il tè alla maniera marocchina; il momento, per noi rilassante, è contemporaneamente un modo che i nostri host hanno di renderci ospiti, aggiungendo valore all’esperienza di condivisione del cibo, una modalità di acquisizione della familiarità necessaria a costruire una reciproca fiducia [Pitt-Rivers 2012]. Yasmine non esprime mai quella compartecipazione, finché, durante una conversazione casuale, avvenuta sempre in occasione della cerimonia del tè del dopocena due giorni dopo, non scopro che da giovane era stata ballerina classica di fila, in Francia. Incuriosita, le ho chiesto di raccontarmi della sua passione, che prosegue ancora oggi quando, nel pomeriggio, dà lezioni di danza in una scuola privata del quartiere. Le confidenze sono diventate poi un pretesto per chiederle della sua vita in Marocco, e del suo lavoro. Proprio di quest’ultimo, dice:
Je pense que c’est un métier difficile pour une femme, partout dans le monde, parce que cela reste, comme vous le dites, un métier d’homme. Au Maroc, c’est peut-être encore plus difficile, parce qu’il faut savoir s’imposer. Pour ma part, j’ai souvent travaillé avec des femmes, donc cela m’a semblé plus facile. Les hommes avec qui je travaille sont souvent plus jeunes que moi, et au Maroc l’âge est assez respecté, ce qui aide. En France, quand on est un peu plus âgé, on peut parfois être mis de côté. (Yasmine, 64 anni, 13/12/2025, Meknès)
Yasmine porta alla luce una dimensione sottesa al lavoro turistico: quanto cambia lo scenario se a prendersi cura degli ospiti è una donna? Nel caso di Yasmine, l’aggravante è costituita dalla proprietà del business, che comporta una responsabilità diretta nel rispondere delle disfunzioni e dei disservizi, partendo da una posizione di subordinarietà duplice. Come lavoratrice, Yasmine ha dovuto imparare a brillare in compiti che non conosceva e per i quali non si era formata, avendo lavorato prima solo ed esclusivamente nel mondo dell’arte. Inoltre, da migrante, non aveva immediato accesso a quei codici culturali che potevano renderle un po’ più leggero il lavoro quotidiano: come parlare con i fornitori per non ricevere servizi a prezzi disonesti, come rapportarsi a giovani uomini legati a lei da un rapporto di dipendenza. Nonostante le difficoltà, però, Yasmine esprime una soddisfazione entusiastica:
Alors, moi, je trouve ce métier très intéressant. […] Et je pense que c’est intéressant parce qu’il y a deux choses. Par rapport à la clientèle, les guests, rencontrer des gens intéressants. Moi, j’aime bien avoir le contact avec les gens, rencontrer des gens intéressants parmi les guests. Et au travail, je trouve que c’est intéressant parce qu’il faut gérer les situations. Moi, j’aime bien avoir, gérer les choses, organiser les choses... C’est aussi pour cela que je pense que des étudiants devraient pouvoir faire ce genre d’expérience (Yasmine, 64 anni, 13/12/2025, Meknès).
E sulla possibilità di veder duplicata la sua storia di successo nel futuro, come donna migrante nel Marocco contemporaneo, si dice ben speranzosa:
[…] Et je pense que les femmes sont très bonnes. Je crois que les femmes sont très bonnes […] Une femme peut tout à fait faire ce travail. Et peut-être que, lorsque les femmes travaillent ensemble, c’est même parfois plus facile (Yasmine, 64 anni, 13/12/2025, Meknès).
Le affermazioni di Yasmine vengono confermate anche dalle riflessioni che scaturiscono a seguito della visita al Dar Jamai Museum, il Museo Nazionale della musica, programmata dalla parte marocchina dello staff della scuola con grande cura. A farci da cicerone sarà Rachid, dirigente dell’ente regionale del turismo locale, fine studioso della storia architettonica della medina di Meknès – ci soffermeremo molto, nel corso della visita, sul patrimonio idrico delle fontane storiche e del bacino di Sahrij Souani – e suonatore di ghaytah (غيطة), uno strumento tipico dello stile musicale marocchino Issawa, conosciuto dal grande pubblico anche per l’uso che ne è stato fatto nella colonna sonora de Il Signore degli Anelli. Mentre Rachid è impegnato ad illustrarci le sale, in un venerdì che, come d’abitudine, consente l’ingresso gratuito a tutti i cittadini marocchini, ci raggiunge Angelique, la direttrice. È una giovane laureata in management del patrimonio culturale, ed è molto preparata sulle collezioni, che ci illustra con passione. Alla fine del giro, ci confessa una certa emozione: non sempre riesce a sentirsi riconosciuta come direttrice, perché donna e giovane, e quando ci sono problemi da risolvere al museo la prima domanda che le fanno è di poter parlare con un direttore.
Mais parfois je vois que c’est compliqué. […] Moi, ce qui me motive, c’est une passion. C’est un peu comme une responsabilité citoyenne (Angelique, 42 anni, 14/12/2025, Meknès).
La difficoltà legata al genere nasce, nel caso di Angelique, anche da uno slittamento linguistico solo apparentemente marginale. In francese, infatti, pur esistendo la forma femminile directrice, il maschile directeur tende spesso a imporsi come forma professionale non marcata, soprattutto nei contesti in cui l’autorità, la competenza gestionale e la responsabilità economica sono ancora implicitamente associate a figure maschili. L’uso del maschile, dunque, non riguarda soltanto una scelta grammaticale, ma rivela una più ampia asimmetria simbolica: nominare una donna in una posizione direttiva significa anche misurarsi con le aspettative sociali che regolano la riconoscibilità del suo ruolo. Al pari di Yasmine, anche Angelique si mostra tuttavia fiduciosa nella possibilità di attraversare e ridurre queste differenze attraverso il lavoro. Come? Incoraggiando altre donne a intraprendere la stessa carriera, a rivendicare competenze analoghe e a ottenere pari riconoscibilità sociale.
Utopie o possibilità? Per concludere, sul futuro del turismo in Marocco
I brevi bagliori etnografici presentati in rassegna in questo contributo avevano lo scopo di lasciar intravedere quale complesso intreccio di significati possa, oggi, accompagnare un turista nel suo viaggio alla scoperta del Marocco, specialmente quello ancora ritenuto poco esplorato, di zone interne o periferiche per scarsità di collegamenti. Senza presunzione di completezza, appare utile riflettere sulle immagini turistiche, che sempre rappresentano «l’evoluzione della tendenza occidentale a produrre immagini del mondo e immagini dell’Altro» [Caramella 2013, 188], e dialogare con le categorie che quella produzione introduce. Come specchio della modernità, nella sua pervasiva estensione, il turismo impersona, fra i tanti, un tipo della cultura odierna riassumibile nella continua ricerca della stabilità. Il turista scopre l’altrove in cerca di una purezza di usi e costumi che non può più ritrovare nel suo quotidiano: «This progressively entangles humanity within the viciousness of subliminal neocolonialism and attitudinal conformity» [Ettour 2025], perché, così facendo, dimentica che nessuna cultura è scevra di contaminazioni, e che la stabilità è rinvenibile, a sprazzi, in strenui processi di negoziazione. In questo senso, le aspirazioni allo sviluppo turistico non si limitano a trasformazioni economiche o urbane, ma implicano anche una progressiva riorganizzazione di pratiche, aspettative e codici sociali. Tali dinamiche possono talvolta tradursi in forme sottili di neocolonialismo subliminale, esprimere, cioè, comportamenti e immaginari orientati da modelli culturali globali. Il Marocco, però, sembra muoversi con consapevolezza in questo terreno scivoloso: investire nel turismo è un progetto politico e culturale, finanziato dalla monarchia, per costruire un’immagine forte della nazione dinanzi alle nuove finestre di visibilità globale, come il grande evento dei Mondiali di Calcio 2030. Nei contesti in cui l’investimento è tangenziale, la progettualità reale si dispiega in maniera disuguale, producendo regimi di aspettative e necessari adattamenti che variano sensibilmente nel contesto nazionale. Meknès contrasta la marginalizzazione che vive con un’adesione salda all’aspirazione alla turistificazione [Milano, Novelli, Cheer 2023] che permea il Marocco contemporaneo, costruendo un’immagine di sé imperniata nell’attesa del turista. Lo spirito del turismo, si potrebbe dire, possiede gli abitanti, per permettere loro di esorcizzare la sospensione, e dare corpo a strategie di sopravvivenza innovative. Le donne, tramite questa possessione, rivendicano la forza del ruolo di genere femminile; un ampio corpus di riti, perlopiù ebraici, fa di Meknès il luogo simbolico in cui viene celebrata l’identificazione con spiriti che obbligano ad un’inversione di genere, e con essa, dei ruoli sociali ad essi connessi [Bruni 2020a, 2020b, 2020c], per esaltarne le qualità. Le osservazioni entusiastiche di Yasmine e Angelique, allora, rivelano il timore di poter essere esposte alle incertezze di un mercato turistico ancora fragile, ma, ugualmente, di aver imparato ad agire attraverso l’instabilità, dimostrando anche l’avvenuta problematizzazione del ruolo di cura nella gestione al femminile, non necessariamente naturalizzato come qualità innata nelle donne [Freeman 2000, Hochschild 2003]. Allo stesso modo, le performance di ospitalità, la dimostrazione dei saperi artigianali e l’invito a documentare e condividere l’esperienza nei suq rivelano la presenza di un dispositivo turistico già pienamente attivo, anche in assenza di flussi costanti di visitatori internazionali. Dove il flusso è consistente, invece, diventa più leggibile lo sforzo di allineare gli spazi dell’accoglienza a un’immagine ordinata, efficiente e globalmente riconoscibile del Paese. Il ritorno in aeroporto per prendere l’aereo del rientro reimmette nell’atmosfera festosa della preparazione all’AFCON. Sostare nel nonluogo7, al tempo stesso unico e identico ad altri milioni di aeroporti nel mondo, consente di normalizzare l’esperienza vissuta, reintroducendola, lentamente nei parametri di una vita ormai lontana dagli odori della medina e dai sapori della cucina di Yasmine; il principio di nostalgia, in modo sorprendente, abbraccia anche aspetti che prima della partenza, sarebbe stato difficile associare al posto, e ai suoi abitanti. Uno fra questi, è senza dubbio l’attenzione all’ordine e alla funzionalità degli spazi: i controlli agli sportelli per la validazione dei passaporti sono lunghi e approfonditi, i bagni pubblici tenuti impeccabilmente. Che questo faccia parte di un più ampio processo di rebranding del Paese o di un’operazione di riqualificazione finalizzata alla migliore presentazione possibile in vista dell’AFCON non è facile stabilirlo con certezza. Più interessante, forse, è osservare la portata trasformativa di un processo globalizzato, declinato localmente entro parametri che rimandano a una certa idea di sviluppo; un processo che investe al tempo stesso le infrastrutture e le persone, la dimensione percettiva individuale e quella sociale. Il Marocco contemporaneo appare così una fucina di possibilità: un laboratorio in cui aspirazioni globali, economie locali e pratiche quotidiane si intrecciano nel tentativo di costruire un futuro. Esso sarà luminoso se continuerà a dialogare con la propria storia, il ricco patrimonio culturale e quell’idea di ospitalità che, lungi dall’essere mera piaggeria, rimane una forma di rispetto profondo per l’altro.
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1 La Scuola di Metodologia e di ricerca socio-culturale e territoriale sul turismo è un’iniziativa consolidata all’interno della progettazione del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Promossa dal gruppo di ricerca interdipartimentale OUT-Osservatorio Universitario sul Turismo dell’Ateneo federiciano, per la sua settima edizione è stata finanziata dal progetto PNRR SULIEIA - Supporting Universities in digital transition, educational Innovation, & environment protection fostering the Launch of Italian Educational Institutions Abroad. (Responsabile scientifico prof. Valeria Costantino). L’iniziativa formativa, coordinata dai prof. Fabio Corbisiero ed Eugenio Zito, ha coinvolto, oltre all’ateneo napoletano, l’Université Moulay Ismaïl di Meknès. Il programma della Scuola, articolatosi in varie fasi, ha proposto un percorso intensivo sulle politiche, pratiche e processi di turismo e turistificazione nell’area mediterranea, con particolare attenzione al dialogo interculturale e allo sviluppo sostenibile; per un dettaglio delle attività svolte si veda: https://www.osservatorioturismo.com/eventi/scuola-estiva-2025/ [01/05/2026].
2 L’Académie Mohammed VI de football – AMF (in arabo: أكاديمية محمد السادس لكرة القدم) è un centro di formazione istituito nel 2008 da re Mohammed VI, al fine di individuare giovani studenti meritevoli per garantire loro un’istruzione d’eccellenza in ambito scolastico e calcistico. L’Accademia, situata a Salé, nei pressi della capitale Rabat, ospita circa cinquanta adolescenti, dai 13 ai 18 anni, ed è un punto di riferimento per l’educazione dei giovani nel Paese. Parallelamente, le attività di formazione dell’Accademia proseguono il piano nazionale di promozione e modernizzazione delle infrastrutture sportive del Marocco, soprattutto quelle legate al calcio.
3 Il dato, riportato dalle maggiori testate giornalistiche del Paese, è ben evidenziato dal reparto comunicazione del Ministère du Tourisme, de l’Artisanat et de L’Economie Sociale et Solidaire:https://mtaess.gov.ma/fr/key-figures/. [13/03/2026].
4 Consolidatasi di recente, la svolta critica negli studi sul turismo ha raggiunto un’autonomia attestata dal filone dei Critical Tourism Studies: https://www.criticaltourismstudies.com/ [01/02/2026].
5 La distinzione classica tra tempo pubblico, tempo privato e tempo libero risulta oggi ampiamente superata dagli studi sulla temporalità del capitalismo contemporaneo, che hanno mostrato la crescente pervasività delle logiche produttive e la progressiva erosione di temporalità sociali autonome. Si vedano per questo i contributi di Jonathan Crary [2013], Hartmut Rosa [2013] e Judy Wajcman [2015] al dibattito.
6 Come per i nomi di persona citati nell’articolo, si tratta di uno pseudonimo verosimile, al fine di proteggere la privacy dei luoghi e degli intervistati, in accordo con le linee guida della Rivista.
7 La nozione di nonluogo, introdotta da Marc Augé nel 1992, conserva una forte efficacia sintetica, poiché richiama immediatamente un insieme di spazi anonimi, transitori e standardizzati. Proprio la sua ampia circolazione, tuttavia, rende necessario un aggiornamento critico della categoria, capace di misurarla con le trasformazioni contemporanee degli spazi di transito, consumo e mobilità. Si veda, in questa direzione, il lavoro di Georgii D. Sharov [2025].