Salute globale in tempi di crisi contemporanee
Tamara Mykhaylyak
Dipartimento di Scienze Sociali,
Università degli Studi di Napoli Federico II
Gianfranca Ranisio, Eugenio Zito (a cura di), Fini del mondo, fine dei mondi. Comunità e salute globale, Morlacchi editore - University Press, Perugia 2025, pp. 1-240, ISBN: 9788893925716.

Il volume Fini del mondo, fine dei mondi. Comunità e salute globale curato da Gianfranca Ranisio ed Eugenio Zito, si fonda sull’ulteriore elaborazione di alcuni degli interventi più rilevanti emersi durante il convegno della Società Italiana di Antropologia Medica, tenutosi a Napoli nel gennaio 2023. Questi contributi sono stati ricontestualizzati tenendo conto dei più recenti eventi globali, che hanno intensificato e reso visibili le crisi latenti, conferendo al volume un’impronta critica attraverso cui interrogare le trasformazioni del presente. Il testo, suddiviso in due sezioni, si configura come un tentativo di ripensare le conseguenze che fenomeni quali la pandemia, i cambiamenti climatici, le guerre e le migrazioni imprimono sulla salute delle persone e sugli equilibri del pianeta, ponendo l’accento sul potenziale dell’antropologia, in particolare quella medica, e sulle interpretazioni e possibili risposte che essa può offrire a queste molteplici forme di crisi interconnesse. Come suggerisce il titolo, l’idea guida del testo si rifà all’ultima opera di Ernesto de Martino, La fine del mondo, frutto di una ricerca rimasta incompiuta sulle apocalissi culturali, ed è ispirata dalla necessità «di fare luce sul presente della civiltà occidentale, che è attraversata da una crisi che sembra corroderne le fondamenta dall’interno, avviandola verso un probabile, irreversibile declino» [Massenzio 2019, XIV].
Nella prima parte del libro vengono sviluppate riflessioni critiche sui contesti di crisi contemporanei, proponendo un quadro articolato dei rischi e delle vulnerabilità che emergono tanto a livello locale quanto globale. La sezione si apre con il saggio di Alessandro Lupo, che osserva come le crisi, storicamente, abbiano esacerbato le disuguaglianze. Questa tendenza è molto evidente nel caso della pandemia, che ha messo a nudo le fragilità degli equilibri sociali. In questo scenario, gli antropologi possono svolgere un ruolo importante, grazie alla loro capacità di saper costruire dialoghi interdisciplinari integrando le prospettive diverse anche con chi si trova a operare fuori dal contesto accademico. Promuovere un dialogo equilibrato e creare nuove convergenze tra ambiti tradizionalmente distinti può dar luogo a prospettive inedite e approcci innovativi per fronteggiare le sfide più complesse che permeano il nostro quotidiano.
Gilles Bibeau, invece, proietta lo sguardo oltre il presente e si domanda quale civiltà ci aspetti domani. In un mondo in rapido cambiamento e pieno di contraddizioni l’uomo ha bisogno di «trovare una bussola» che lo porti a ritrovare i propri riferimenti etici e relazionali. Vivere nei contesti ipertecnicizzati comporta molte sfide, poiché l’espansione della tecnologia indebolisce progressivamente la nostra capacità di orientarci secondo valori condivisi. L’autore analizza anche come nell’attuale contesto geopolitico emerga un paradosso sconcertante: l’esistenza di un evidente doppio standard del diritto internazionale che riflette la sua applicazione selettiva distinguendo tra vite degne e vite sacrificabili, come sottolinea anche Fassin ne Le vite ineguali [2019]. Pertanto ci troviamo dinanzi a un mondo segnato dalla crescente contrapposizione tra l’«Occidente collettivo» e il «Sud globale». Il superamento di questa divisione è possibile attraverso la costruzione di un dialogo realmente inclusivo riconoscendo l’umanità come rete di diversità e di legami reciproci.
Un’altra questione pressante del nostro tempo è rappresentata dai cambiamenti climatici. Adriana Petryna nelle sue ricerche si è concentrata sul fenomeno degli incendi boschivi negli Stati Uniti e in Brasile, ma anche sul fuoco causato dalle armi esplosive in seguito all’invasione russa in Ucraina. Per fronteggiare i gravi danni di questi disastri l’autrice sviluppa il concetto di «lavoro d’orizzonte» (horizoning), un approccio che consiste nella costruzione di spazi di azione collettiva orientati alla sostenibilità dell’ambiente. Considerato che le trasformazioni ecologiche improvvise superano le nostre capacità predittive, dando l’impressione di vivere in uno stato di emergenza continua, occorre modificare questa visione, cercando di immaginare, qui e ora, i possibili futuri catastrofici e trasformarli in opportunità di riflessione e di azioni concrete verso un mondo migliore [Petryna 2024].
Roberto Beneduce e Andrea F. Ravenda parlano non solo di clima, ma anche di legami profondi tra cambiamenti climatici, inquinamento e salute. Gli autori si chiedono quale contributo pratico possa offrire oggi l’antropologia medica nel quadro generale di crisi. Si delinea la necessità di superare i confini disciplinari a favore di un dialogo tra biologia, antropologia e medicina, ma anche, aggiungerei, di elaborare i meccanismi di condivisione del sapere capaci di stimolare la partecipazione civica e responsabilizzare gli attori politici. Il contributo sottolinea, inoltre, l’importanza di apprendere dalle esperienze dei sopravvissuti alle catastrofi; purtroppo, in molti casi, gli eventi apocalittici colpiscono soprattutto le fasce più marginali della popolazione, le cui sofferenze restano sistematicamente ignorate. L’antropologia medica ha il compito di riflettere sul peso di tali esperienze, di scoprirne le origini e di tradurle in strumenti di azione sociale e politica.
La prima sezione si conclude con il saggio di Fabio Dei e Luigigiovanni Quaranta che affrontano il tema della crisi attraverso i testi demartiniani, che ci aiutano a estendere il nostro modo di pensare e a rivolgere lo sguardo verso prospettive più ampie. A questo proposito de Martino ne La fine del mondo propone di considerare le crisi contemporanee secondo un approccio che coniuga antropologia, psicologia e filosofia. Il pensiero di de Martino viene riletto alla luce del contesto attuale, riconducendo il tema dell’apocalisse alle crisi attuali: energetiche, climatiche, sanitarie, belliche, economiche e nucleari. Si tratta di emergenze che generano nuove forme di terrore, che non possono più essere mediate attraverso gli strumenti mitico-rituali disponibili all’epoca di de Martino. Pertanto, di fronte a queste difficoltà, occorre individuare nuovi mezzi simbolici in grado di guidarci e aiutarci a rielaborare l’esperienza della catastrofe.
La seconda parte del libro propone tematiche più strettamente legate alla salute, mettendo in evidenza gli effetti diretti delle crisi dei mondi contemporanei sulle condizioni di vita delle persone. Il saggio di apertura cofirmato da Chiara Moretti, Giovanni Pizza e Pino Schirripa tratta di farmaci e vaccini sottolineando che la loro reperibilità e consumo dipendono inevitabilmente da molteplici crisi, passate e presenti, tra cui la pandemia di Covid-19 e le guerre in corso. Questi eventi fanno emergere nuove modalità “creative” di distribuzione e uso dei farmaci, che non vengono utilizzati esclusivamente a scopo terapeutico per specifiche malattie, ma che, nei contesti difficili come le aree di conflitto oppure le carceri, possono acquisire qualità e valori differenti divenendo strumenti di mediazione o di controllo. Un’altra importante riflessione che emerge dallo scritto riguarda le questioni legate alla somministrazione dei vaccini ed evidenzia la divisione tra sì-vax e no-vax, ulteriore segno del fatto che tali prodotti rappresentano anche costrutti sociali, plasmabili e modificabili dall’ambiente in cui circolano.
Fra i temi discussi nel volume figura anche quello sulle pratiche riproduttive, di cui parla Simona Taliani, che ricorda come il diritto di riprodursi oppure di non riprodursi continui ad essere oggetto di sconti e dibattiti. Si osserva che la natalità in Italia è in continuo declino, al punto da evocare espressioni come «inverno demografico» e persino «inferno demografico», con conseguenti politiche riproduttive volte a enfatizzare un certo tipo di maternità e di famiglia, e al contempo continuando a mantenere il controllo demografico tramite strategie mirate. In questo scenario di reale limitazione dell’autonomia riproduttiva, l’antropologia medica può svolgere un ruolo significativo non solo dando voce alle persone, ma anche lavorando sulla diffusione di nuovi immaginari familiari e legittimando forme di parentela diverse da quelle biogenetiche.
Un’altra sfida contemporanea di cui si tratta nel libro riguarda il diritto di invecchiare e le questioni legate all’invecchiamento. Donatella Cozzi e Patrizia Quattrocchi affrontano nel loro contributo il problema dell’ageismo, ovvero la discriminazione basata sull’età, che può manifestarsi in molteplici contesti e assumere forme diverse. In particolare si nota che l’interpretazione sociale dell’invecchiamento varia a seconda del genere. Le autrici prendono in considerazione l’ageismo di genere e prestano attenzione alle donne, il cui invecchiamento nelle società post-industriali è spesso “rallentato” o sottoposto a svariate forme di “controllo” determinando la situazione di una doppia discriminazione: in quanto donne e in quanto anziane. I contributi antropologici degli ultimi anni hanno riguardato soprattutto gli studi sull’invecchiamento femminile e su come tale fenomeno venga concettualizzato in differenti culture. Oggi le crisi, come la pandemia, mettono in evidenza la maggiore vulnerabilità delle donne, sottolineando quanto sia importante garantire loro il pieno esercizio dei diritti, incluso quello a invecchiare pienamente senza subire limitazioni o discriminazioni.
Non poteva mancare in questo testo un altro argomento urgente che riguarda le risorse alimentari in tempi di crisi, esaminato da Maddalena Burzacchi e Cristina Papa. Le autrici riprendono il termine «Plantationocene» ovvero l’era della piantagione [Haraway 2015], che fa riferimento alla diffusione dell’agricoltura intensiva su larga scala con conseguente distruzione di ecosistemi e impoverimento della biodiversità vegetale, ma anche all’impiego di lavoratori immigrati scarsamente retribuiti al posto dei contadini. Una possibile risposta a questa complessa situazione potrebbe essere nella «ricontadinizzazione» delle aree rurali e nel ritorno all’agricoltura alternativa, illustrati nell’articolo attraverso due casi concreti in Belgio e in Italia. Queste iniziative promosse a livello locale consentono di instaurare un rapporto più diretto tra produttori e consumatori, capace di determinare nuovi equilibri in cui la salute e il benessere acquistano un’importanza primaria.
Massimiliano Minelli e Ivo Quaranta, rimanendo nel contesto italiano, offrono una prospettiva sulle politiche sociosanitarie e sulle pratiche di promozione della salute comunitaria, mettendo in evidenza come la pandemia abbia acuito molte criticità in questi ambiti. Il loro lavoro pone al centro il territorio, inteso come principale campo di osservazione per la rivelazione dei bisogni, la cui misurazione si basa solitamente sul rapporto tra l’utenza e il servizio. Gli autori, però, evidenziano la necessità di andare oltre le «prassi consolidate», tenendo presente che molte persone, per ragioni economiche o culturali, rimangono escluse dall’accesso effettivo ai servizi. In questo senso, dare luogo a una collaborazione tra antropologia e servizi sanitari favorirebbe una riflessione più ampia sul sistema di cure, promuovendo anche la necessità di un welfare orientato al rafforzamento delle pratiche di sostegno comunitario.
Nel saggio finale Eugenio Zito riflette sull’impatto delle guerre in una prospettiva antropologica, mettendo in evidenza che i danni provocati da questi devastanti eventi hanno, purtroppo, importanti conseguenze anche sulle generazioni future delle persone colpite. L’autore problematizza cosa significhi salvare l’«umanità in fuga», riferendosi al fatto che troppo spesso chi fugge dalla guerra è costretto a stare in campi profughi subendo politiche umanitarie di durata indefinita con conseguenze devastanti anche sulla salute fisica e mentale. Nell’ambito dell’accoglienza, nei confronti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, in particolare le donne, perdura una visione generalizzata che li considera come soggetti privi di capacità di azione, bisognosi di compassione e di guida. Inoltre, i loro corpi devono sottostare a specifiche forme di controllo pervasivo riguardanti anche la sfera della salute che contribuiscono ad aumentare il peso degli abusi già vissuti. In relazione a queste dinamiche, il concetto di Salute globale, inteso come bene comune finalizzato a garantire l’equità sanitaria universale, risulta utile, ma richiama anche l’attenzione sul fatto che si tratta di un principio distante da molti contesti locali.
I saggi raccolti in questo volume sono ricchi di spunti di riflessione e consentono di esplorare i principali filoni tematici e di ricerca nel contesto dell’antropologia medica italiana. Difronte ai conflitti e alle crisi globali il testo mette in luce l’importanza di una riflessione critica sulle trasformazioni odierne e la necessità di ripensare alle pratiche consolidate di intervento proprio in un’ottica di Salute globale e di One Health. Forse, come scriveva Victoria Amelina, saggista e attivista per i diritti umani: «La fine del mondo non è poi così rapida come tutti la immaginiamo. Ci sarà ancora tempo per imparare. Anche se non abbiamo le istruzioni per farlo» [2025, 44].
Amelina V. 2025, Guardando le donne, guardare la guerra. Diario di una scrittrice dal fronte ucraino, Milano: Ugo Guanda.
De Martino E. 2019, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Charuty G., Fabre D., Massenzio M., Torino: Einaudi.
Fassin D. 2019, Le vite ineguali. Quanto vale un essere umano, Milano: Feltrinelli.
Haraway D. 2015, Anthropocene Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin, «Environmental Humanities», 6(1):159-165.
Massenzio M. 2019, Premessa (a uso del lettore italiano), in De Martino E. 2019, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Charuty G., Fabre D., Massenzio M., Torino: Einaudi, IX-XV.
Petryna A. 2024, Lavoro d’orizzonte. Ai confini della conoscenza nel vortice del cambiamento climatico, Bologna: DeriveApprodi.