Sotto il confine della pelle:
una prospettiva etnografica sulle pratiche forensi rivolte ai corpi migranti nel Mediterraneo

Beneath the Border of the Skin:
an Ethnographic Perspective on Forensic Practices focused on migrant bodies in the Mediterranean

Nives Ladina

Dipartimento SARAS – Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo,
Sapienza Università di Roma


Indice

Introduzione

Quando il corpo “parla”

Dalla semeiotica alla semiotica: cicatrici tra osservazione clinica e narrazione

Considerazioni conclusive

Bibliografia



Abstract

Over the past two decades, there has been an increase in the number of people attempting to cross the liquid border of the central Mediterranean, considered one of the most dangerous in the world in terms of disappearances and deaths. Among those who manage to survive and reach Italy are many who apply for international protection. This procedure requires the applicant to tell in front of a member of the territorial commission his or her story and the reasons that led him or her to undertake the journey. In a context where the credibility of migrant’s words is constantly questioned, lawyers assisting applicants may advise them to undergo a medico-legal assessment. This examination certifies the compatibility of marks on the body with accounts of violence suffered in the country of origin and those of transit. Based on fieldwork conducted between 2023 and 2024 in an outpatient clinic in Sicily for migrants who are survivors of torture and intentional violence, this section of the project explores how medico-legal examinations go beyond the mere certification of physical marks. These marks function as a material substrate for the co-construction of individual and collective narratives between migrants and the multidisciplinary team.

Keywords: border deaths; torture; forensic sciences; care; Mediterranean.


Introduzione

If you want to understand what a science is,

you should look in the first instance not at its

theories or its findings, and certainly not at

what its apologists say about it; you should look

at what the practitioners of it do.

[Geertz 1973, 5]

In questo articolo, a partire da dei materiali di lavoro inediti, saranno presentate alcune questioni dirimenti per un’antropologia delle pratiche forensi applicate al fenomeno migratorio nel Mediterraneo centrale1. Tale lavoro è frutto di una ricerca di dottorato tutt’ora in corso, la quale prende in considerazione le attività che sono svolte sulla sponda italiana da parte dei medici legali e delle altre figure professionali che ruotano attorno ad essi, afferenti alle scienze forensi2 oppure al supporto sociosanitario e legale3 delle persone migranti4. Tali pratiche si sviluppano in due principali direzioni. Il primo intervento riguarda il trattamento dei corpi delle persone che hanno perso la vita nel corso di un naufragio nel tentativo di raggiungere l’Europa. Il letto del mare assume talvolta la valenza di cimitero [Latini 2009], mentre in altri casi quella di una fossa comune [Albahari 2016, 278] non solo dei corpi ma anche di progetti, speranze e desideri. In questo contesto, il medico legale5 può ricevere un incarico da parte della procura locale per accertare le cause di morte di corpi che sono stati recuperati in mare oppure sono arrivati a riva6. In tale sede sono raccolti i campioni biologici [Casertelli 2021, 42] che possono permettere, in un secondo momento, l’identificazione dei soggetti tramite la comparazione del DNA. Ciò avviene nei casi in cui potenziali familiari, connessi con il disperso da un legame biologico, forniscano a loro volta un campione per valutare la possibilità di un match7. La seconda pratica che è oggetto di questo studio, e si pone in continuità con la precedente, riguarda, invece, la produzione di certificazioni medico legali per le persone sopravvissute a tortura e violenza intenzionale8 che fanno domanda di protezione internazionale oppure che si trovano in una fase successiva della procedura, avendo già ricevuto un diniego dalla commissione territoriale9. In questo caso, la relazione è considerata come documentazione aggiuntiva in sede di commissione territoriale oppure di udienza in tribunale e serve ad avvalorare la storia raccontata dal richiedente, cioè essa ha finalità di rafforzarne la credibilità [Sciurba 2021, 80].

L’osservazione su cui si basa questa ricerca è stata svolta a Palermo e si è protratta in modo continuativo da ottobre 2023 fino alla fine del mese di agosto del 2024. Successivamente, è stato possibile monitorare i cambiamenti sia di persona sia tramite i contatti con le persone incontrate. La scelta di questa località è dipesa da alcuni fattori che rendono Palermo uno spazio di frontiera, seppur da diversi anni non sono più avvenuti sbarchi diretti nel suo porto. Difatti, l’ASP10 di questa città è quella di riferimento per l’isola di Lampedusa, nonostante quest’ultima sia in provincia di Agrigento. Questo significa che ci sono medici al triage successivo agli sbarchi che arrivano a turno da Palermo e dalle zone circostanti. È capitato più volte di assistere alle considerazioni dei medici di ritorno dall’isola, che raccontano e commentano lo stato delle persone appena approdate, contribuendo alla formazione di un immaginario locale sulle condizioni di malattia e salute di chi arriva in Italia via mare. Nella città, inoltre, confluiscono moltissime persone migranti da tutta la regione, e non solo, sia per la presenza di strutture di accoglienza sia per le reti di connazionali e le attività lavorative, spesso precarie e non contrattualizzate, che spingono le persone a restare o, comunque, a gravitare attorno a questo spazio11. Questo spaccato si instaura in un contesto storicamente caratterizzato da una stratificazione di diverse dominazioni, che rende la città già a livello urbanistico un complesso di diversi innesti. La relazione tra il tessuto cittadino e la medicina legale possiede un carattere peculiare rispetto ad altre aree della penisola, in ragione del coinvolgimento dei medici nell’investigazione degli eventi efferati sospettati di essere stati commessi da parte della criminalità organizzata e, più in generale, per il loro contributo, tramite gli accertamenti svolti nei casi di morte violenta, nella lotta alla mafia12. Questo permette di mettere in evidenza un duplice ruolo di testimonianza esperta [Black 2018] e di coinvolgimento pubblico, che ha costituito un sostrato su cui si è poi sviluppato, soprattutto nell’ultimo ventennio, il progressivo interessamento al fenomeno della migrazione. È possibile provare a leggere questo tipo di partecipazione facendo riferimento alla categoria dell’intervento umanitario [Cattaneo et alii 2015, e1], dato che si occupa di problemi che toccano i diritti umani e il diritto internazionale umanitario [Ketsekioulafis et alii 2025]. Tuttavia, questa chiave di lettura coesiste accanto a una cornice criminalistica, osservabile soprattutto nella gestione da parte delle procure dei casi di naufragio: si predilige stabilire le cause dei decessi più che identificare coloro che hanno perso la vita in mare.

Ciò che è certo, è che nel discorso medico legale, sia nei casi delle morti di frontiera sia in quelli di sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale, l’habitus professionale porta lo specialista a percepire il suo posizionamento sempre dalla parte della vittima, da intendersi quale soggetto che ha subito un danno a causa di un atto o un’omissione. Questa opposizione tra un’azione e l’assenza di quest’ultima sembra bene adattarsi all’apparente paradosso che caratterizza il trattamento dei corpi delle persone che attraversano il Mediterraneo: il controllo, la sorveglianza e la catalogazione per chi riesce a sbarcare si contrappongono alla mancanza di soccorso e all’oblio cui sono respinti coloro che perdono la vita. Provare a guardare simultaneamente queste due opposte tendenze – considerandole come due diverse espressioni di uno stesso sistema di gestione dei confini europei e della mobilità – costituisce l’elemento di novità di questo progetto. Il punto di vista delle pratiche forensi offre uno sguardo inedito sulle diverse forme che la violenza può assumere, su come quest’ultima lascia dei segni visibili e invisibili sui corpi e sui discorsi che possono essere elaborati a partire da essi, i quali possono reciprocamente rafforzarsi oppure confliggere tra loro.

I prossimi paragrafi tenteranno di fornire alcuni riferimenti teorici per uno studio che interseca morti di frontiera, i sopravvissuti a tortura e le scienze forensi. Successivamente, ci si soffermerà su alcuni dei nuclei tematici della ricerca, primo fra tutti il concetto di cura come strumento d’elezione tramite cui leggere le pratiche forensi; in ultimo, si produrrà il resoconto dell’osservazione di uno degli spazi più importanti per l’etnografia: la sala per le visite medico-legali.

Quando il corpo “parla”

Bones make good witnesses

Although they speak softly,

they never lie and

they never forget.

Clyde Snow [Keenan, Weizman 2012, 66]13


Vi sono due diverse caratterizzazioni del corpo per le scienze forensi [Hagerty 2023]: esso si presenta, da un lato, in qualità di puro oggetto del sapere scientifico, materia bruta e inerte da osservare attentamente per poter ricavare delle nuove informazioni, dall’altro, è innanzitutto un soggetto, una caratterizzazione che continua a valere anche dopo la fine della sua vita, seppur in maniera differente. In questo secondo caso, il suo essere soggetto è ancor più dipendente da un atto esterno di riconoscimento, il quale può implicare – ad esempio – la consapevolezza che durante la sua esistenza ha suscitato l’affetto e l’amore di persone che continuano a ricordarlo e, nel caso in cui il corpo sia stato sepolto senza mai essere stato identificato, ad attenderlo in uno stato definibile con il concetto di ‘perdita ambigua’ [Boss 1999]. Questa categoria di origine psicologica è stata utilizzata per indicare anche la condizione in cui la persona, pur non essendo fisicamente presente, continua ad esserlo mentalmente, permanendo uno stato di incertezza sul suo destino [Mazzarelli et alii 2021, 2]. La perdita ambigua, clinicamente non riconoscibile come stato patologico, può costituire un nodo irrisolto per familiari e amici, una condizione di attesa perpetua che impedisce loro di processare la scomparsa, anche a distanza di molti anni.

Vi è un’irriducibile ambiguità del corpo, percepito di volta in volta come oggetto naturale oppure prodotto storico, sulla quale si innesta la sua duplice natura di oggetto conoscibile e strumento di conoscenza, grazie al quale è possibile accedere al mondo [Alunni, Moretti 2024, 101]. Per sua natura complesso, il corpo, nella medicina forense e per l’antropologia medica, non viene indagato a partire da un processo di dissezione: accettandone faticosamente la natura ambigua, infatti, lo si considera come una folla talvolta intrinsecamente coordinata [Mol 2002, viii], oppure a partire dalla sua fondamentale molteplicità, nelle sue contraddizioni. Nel corso delle visite ai richiedenti asilo, infatti, gli aspetti biologici e biografici del corpo possono integrarsi oppure entrare in conflitto. Tenendo a mente questo aspetto come precondizione, uno dei temi facilmente rintracciabili nel campo forense è quello del corpo, privo di vita, che parla. Esso si erige a fatto o evidenza, diventa un testimone della storia che lo ha attraversato e testimoni sono, di riflesso, anche gli specialisti in grado di ascoltare il suo discorso. Si tratta di un mezzo retorico che ha permesso e continua a permettere, soprattutto nella letteratura che caratterizza questo settore, di sostenere l’attendibilità e veridicità dei resti [Crossland 2018, 622]: il corpo nell’essere osservato14 non è solo un semplice oggetto ma una prova.

La relazione che si stabilisce tra il corpo e l’esperto forense è al contempo caratterizzata da un rapporto di tipo gerarchico, perché ad avere rilevanza sono i ragionamenti e le conclusioni cui il secondo arriva a partire dal primo, ma anche da un certo grado di indipendenza: il corpo si erge come evidenza [Steadman 2018, 248] a prescindere da quale specialista lo analizzi. Tale tipo di dinamica appare utile come premessa non solo nella valutazione del nesso causale per ricostruire un decesso ma anche per comprendere i casi delle osservazioni degli esiti di tortura e violenza intenzionale, in quanto il medico legge i segni presenti sul corpo come se quest’ultimo fosse un testo, in grado di comunicare direttamente a chi ne sa riconoscere i caratteri. Sotteso è il tema dell’autorità di chi detiene le conoscenze scientifiche: è a essi che è attribuita maggiore fiducia da parte delle istituzioni italiane che valutano le richieste di asilo rispetto, invece, ai soggetti stessi che fanno richiesta di protezione15. Tuttavia, occorre sottolineare che non vi è più un primato del corpo, come era visibile, ad esempio, nel caso delle certificazioni mediche ai sans-papiers francesi tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 [Fassin, Maurice, Quiminal 1997; Fassin, D’Halluin 2005; Ticktin 2011b]. In questo momento, e particolarmente nel contesto italiano, è la storia delle persone migranti cui è attribuita più importanza e di essa si giudica il grado di credibilità [Sorgoni 2011; Fassin, Kobelinsky 2012; Forina 2024]16. Il corpo entra in scena per confermare o smentire la compatibilità tra segni e parole: la certificazione è un dispositivo che può essere richiesto dall’avvocata o avvocato, dalla struttura di accoglienza, da altri servizi afferenti al pubblico o al privato che si occupano della salute psico-fisica del richiedente oppure direttamente dalla commissione territoriale che deve valutare la richiesta [Tullio et alii 2023, 2].

L’interesse medico legale nei confronti dei sopravvissuti a tortura non è una questione nuova, sorta in concomitanza con l’aumento degli arrivi dall’Africa, dal Medioriente e dall’Asia centrale. Già a partire dagli anni ’80, l’associazione Medici contro la tortura ha svolto attività rivolte a persone che erano scappate da sistemi di tipo dittatoriale presenti all’epoca in America latina e meridionale. La differenza, però, risiedeva nel fatto che esse avevano la cittadinanza italiana e, di conseguenza, non erano soggette al lungo iter burocratico che caratterizza oggi i richiedenti protezione internazionale [Bracci, Coppola 2019, 426], nonché al sospetto nei confronti della veridicità dei loro racconti. Il medico legale si inserisce nell’interstizio che separa la persona dall’istituzione che ha il compito di valutare il suo caso, accogliendo oppure respingendo la sua richiesta. È lecito chiedersi che valore assume l’incontro tra il medico, o meglio tra l’équipe multidisciplinare, e il beneficiario della visita? Cosa è possibile vedere se si va oltre la lente analitica del corpo che parla per bocca dell’autorità scientifica, di fatto un sostituto dell’esperienza diretta del richiedente protezione? Senza voler rimuovere la consapevolezza dell’asimmetria di potere tra medico e beneficiario e utilizzandone, anzi, il portato critico come primo banco di prova, si tenterà di guardare concretamente le pratiche, poiché è attraverso di esse che la realtà prende vita [Mol 2002, 179]. Inoltre, lo sguardo sul fare consente di prendere confidenza con il sapere medico nella sua dimensione agita, cioè di guardare a queste conoscenze nel modo in cui sono incorporate all’interno dei gesti, del linguaggio e dei modi impiegati dai medici. Cosa può dirci sulla cura un campo che non ha come finalità quella della promozione della guarigione dei suoi pazienti da uno stato di malattia? Spingendosi ancora più in là, è possibile pensare al lavoro dell’équipe come atto di cura?

Nel prossimo paragrafo, il racconto di ciò che avviene nel corso della visita restituirà una prima risposta a tali quesiti.

Dalla semeiotica alla semiotica: cicatrici tra osservazione clinica e narrazione

To have great pain is to have certainty;

to hear that another person has pain is to have doubt.

[Scarry 1985, 13]


In questa sezione si cercherà di mostrare il lavoro svolto all’interno dell’ambulatorio, il quale nell’organizzazione pratica è stato coordinato, al momento delle osservazioni17, dalla psicologa che svolge attività di ricerca nel dipartimento di medicina legale e che si occupa di redigere la parte relativa alla valutazione psicologica. Difatti, questo servizio non ha giorni e/o orari definiti, bensì è programmato in modo flessibile tenendo conto: delle richieste di visita, dei tempi entro cui la relazione deve essere prodotta per far sì che la commissione territoriale la possa visionare18, della disponibilità di un medico strutturato, della presenza del mediatore linguistico-culturale, nonché delle limitazioni orarie cui il beneficiario della visita può andare incontro a causa del lavoro oppure, se non risiede a Palermo, degli orari dei mezzi che collegano la sua abitazione all’ospedale. Per questo motivo, l’andamento delle visite è molto variabile, con intere settimane che possono trascorrere senza appuntamenti e altre in cui si cerca di fare del meglio per soddisfare tutte le richieste nei giorni in cui i medici, strutturati e in formazione, sono disponibili. Un’attesa che nel corso dei mesi ha consentito la consultazione di tutte le relazioni scritte a partire dalla sua nascita nel 2018, provando a considerare, assieme al momento delle visite, anche come l’andamento di queste ultime abbia modellato nel tempo la struttura del documento utilizzato per stendere, in un secondo momento, la relazione. Esso è passato da semplice foglio bianco su cui prendere appunti e disegnare le sedi delle lesioni, a fascicolo di più pagine stampato e diviso in sezioni.

Un altro elemento di incertezza riguarda la durata della visita stessa; infatti, come è stato più volte ripetuto, “si sa quando comincia ma non quando terminerà”19, perché la persona è sollecitata a raccontare tutta la sua storia e questo può richiedere fino a diverse ore di ascolto, le quali possono essere interrotte da qualche breve pausa nel caso in cui sia arrivata a toccare punti del suo vissuto dolorosi e senta, quindi, la necessità di fermarsi. La scelta di soffermarsi sull’ambulatorio non limita necessariamente l’opportunità comparativa con i naufragi, bensì permette di includere il tema della morte, come evento e metafora, all’interno di uno spazio inaspettato: la storia di chi è riuscito a sopravvivere. A partire da quest’ultima è possibile ripensare il continuum fra vita e morte e le esistenze post-mortem20, anche in ragione del fatto che sono gli stessi medici a svolgere le indagini autoptiche e le valutazioni delle torture. Bisogna tenere a mente, nel considerare le molteplici esperienze di vita dei beneficiari delle visite, che essi sono al contempo soggetti che sono stati sottoposti a diverse forme di violenza e persone che hanno sperimentato un viaggio che li porta a trovarsi in un paese diverso da quello in cui sono nati. La relazione tra tortura e migrazione può darsi come motivazione della scelta di scappare da uno Stato oppure come l’esito di un percorso obbligato per raggiungere l’Europa che li ha esposti, ad esempio, a rapine, violenze sessuali21, lavoro forzato e rapimenti con forme di reclusione a fine di riscatto [Kuschminder, Triandafyllidou 2019, 209]. Inoltre, questi due legami non si escludono a vicenda, determinando una complessa stratificazione del dolore e della sofferenza. L’assenza di diritti e le discriminazioni che colpiscono le persone presenti in Italia senza un permesso di soggiorno costituiscono un’ulteriore costrizione all’elaborazione della propria esperienza di vita, alla possibilità di pensare a un futuro sia in questo sia in un altro paese e a una propria idea di emancipazione [Pinelli 2021, 130]. Questo elemento è parso evidente anche da un particolare ricorrente. Nonostante nella maggior parte dei casi le persone in visita fossero in Italia da diverso tempo, anche anni, quasi nessuno era in grado di parlare l’italiano, rendendo indispensabile la presenza di un mediatore, il quale era fornito da un’ONG oppure era contattato direttamente dalle avvocate che stavano seguendo la richiesta.

In questa complessa rete di rapporti tra servizi, l’ambulatorio si situa all’interno del contesto ospedaliero pubblico e, quando si è concluso il periodo di ricerca alla fine di agosto 2024, erano state visitate più di 300 persone. Sebbene il numero sembri elevato, è opportuno considerare che molte più persone che arrivano in Italia hanno subito torture o atti di violenza: non c’è stato a livello nazionale un recepimento diffuso delle linee guida per l’individuazione e la presa in carico di persone migranti vittime di torture e violenze intenzionali [Medici Senza Frontiere 2022, 7-8]. L’accesso a questo servizio, come è stato accennato in precedenza, è filtrato da diverse figure, come quelle afferenti all’organizzazione non governativa che collabora con l’ospedale e ha un progetto sul territorio dedicato alla presa in carico di sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale. In generale, l’invio avviene in tutti i casi in cui emerge un’esperienza traumatica che ha lasciato segni visibili certificabili e che riguarda un individuo che non ha ancora un permesso di soggiorno, o che non lo ha più, e che ha fatto domanda di protezione. Il contenuto della relazione, che viene consegnata alla persona, è diviso tra una prima parte di anamnesi ed esposizione della storia, la descrizione accurata di tutti i segni sul corpo e il giudizio finale sulla compatibilità dei segni corporei con la narrazione, cioè una valutazione della corrispondenza tra quanto narrato e quanto visto. A chiudere il documento vi è una relazione psicologica che ripercorre nuovamente la storia e compie alcune valutazioni, sottolineando anche i casi in cui si chiede ai commissari di prestare attenzione alla conduzione dell’intervista a causa dello stato di fragilità psicologica in cui si trova la persona. Questo elemento permette di comprendere che l’andamento delle procedure e il momento in cui l’intervista viene organizzata non tengono in considerazione se la persona si senta pronta a raccontare determinati episodi avvenuti nel corso della sua vita, comportando il rischio di riacutizzare la sofferenza.

Tale difficoltà è, nella maggior parte dei casi, ben presente nella mente di tutti coloro che interagiscono con il richiedente protezione il giorno della valutazione. La persona entra accompagnata dal mediatore linguistico-culturale e, se necessario, dall’avvocato e/o dal tutore legale nel caso di minori. Davanti a lei ci sono il medico, lo psicologo e il medico specializzando. La disposizione degli operatori seduti in fila dietro il tavolo, in una stanza di ospedale semplice, spoglia e dai toni neutri, ricorda quella di una commissione, un aspetto che viene affrontato durante l’introduzione per ricordare che si tratta di un contesto medico e che non sono coloro in ascolto a decidere se la persona ha diritto alla protezione. Inoltre, viene spiegato nel dettaglio quello che succederà, in modo che la persona possa decidere se firmare il consenso informato e procedere con la visita. A rimarcare l’opposizione tra la parola e il corpo è la struttura stessa di quest’ultima, ripartita tra la parte di colloquio e l’esame medico. Vi è un riferimento importante per le linee guida da seguire nel Protocollo di Istanbul22, Manuale per un’efficace indagine e documentazione di tortura o altro trattamento o pena crudele, disumano o degradante. Esso stabilisce l’importanza sia della valutazione medica sia di quella psicologica [Franceschetti et alii 2019]. A questo proposito ci si può interrogare sul valore attribuito alla visita e al certificato prodotto. La loro rilevanza è legata alla protezione e, dunque, il loro valore dipende esclusivamente dal suo ottenimento o meno? Per rispondere si partirà da un aspetto centrale negli studi antropologici in campo forense, ossia quello della temporalità. Il tempo è importante per valutare la compatibilità delle lesioni con la storia raccontata. Più tempo passa dagli episodi, meno specifico può essere il giudizio, come nel caso delle cicatrici. Come si è visto, spesso le persone arrivano all’ambulatorio mesi o anni dopo essere entrate in Italia. Un esempio tipico di tortura legata al transito in Libia è la falanga o falaka, che consiste nel colpire ripetutamente la pianta del piede con un bastone, causando danni ai tessuti e compromettendo la mobilità [Deps et alii 2022, 376]. Tuttavia, ciò che è stato riferito è che dopo alcuni mesi dall’ultimo episodio i segni visibili diminuiscono considerevolmente e diventa necessaria una valutazione radiologica. A questo elemento si aggiunge un’ulteriore complicazione, perché l’ispessimento cutaneo sotto il piede può essere molto evidente anche nei casi in cui la persona ha camminato senza scarpe per buona parte della sua vita, non solo se vi è stata una violenza. Per aggiungere un tassello alla questione della temporalità che vada oltre il problema della visibilità dei segni, è interessante ciò che emerge durante la raccolta delle informazioni dell’anamnesi e, più in generale, la raccolta della storia.

Durante l’audizione in commissione territoriale, alle persone viene chiesto di esporre alcuni fatti riguardanti la propria vita secondo una temporalità lineare scandita regolarmente attraverso l’ordine dei mesi e degli anni a cui deve essere ricondotto ciascun evento saliente secondo i commissari, anche se per le persone possono essere rilevanti altri particolari della propria storia. Questa richiesta può essere vista come un progressivo addomesticamento della narrazione della persona a uno specifico modello di temporalità. Difatti, quella riportata dal narratore non deve essere immaginata come una linea retta con una sola direzione. Il tempo della storia è più simile al corso di un pendolo che continua a oscillare avanti e indietro mentre si incurva. In alcuni casi, ad esempio, il passato diventa tutto ciò che si riesce a vedere davanti a sé. Questa frizione non è un segno di mancanza di credibilità; anzi, è un sintomo evidente di come l’atto di ricordare sia un processo attivo, creativo e sempre aperto. La configurazione del tempo non lineare emerge chiaramente durante la prima parte della visita e medici e psicologi nel porre le domande – assistiti e aiutati dalla mediatrice o dal mediatore – cercano di rimettere ordine agli avvenimenti, di ricostruirli, in breve di riportare alla dimensione del linguaggio delle esperienze di violenza subita dai beneficiari della visita che hanno come effetto diretto quello di distruggere la parola riducendola a suono inarticolato, nelle grida e nei versi [Scarry 1985, 49]. Un approccio che il medico segue perché la relazione scritta ha una struttura che si pone in continuità con quella dell’audizione. Quello che intendo sostenere è che all’interno di un sistema che in materia di diritto d’asilo ormai da anni stringe sempre di più le maglie, mettendo in dubbio quanto sostenuto dalle persone, il momento della visita medico legale, che potrebbe sembrare in prima battuta un’ulteriore manifestazione di questa tendenza, a una più attenta analisi fornisce in realtà una protezione, preparando la persona al modello dell’audizione e aumentandone le possibilità di successo. Se l’atto di tortura impone una perdita di controllo di sé e della propria voce, l’interazione con l’équipe diventa l’occasione per recuperare le parole adatte a dire di sé e con esse un maggiore controllo sulla propria storia. Tale attività si pone in continuità, seppur con alcune differenze, con le preparazioni fatte da avvocate e avvocati per aiutare il richiedente a ricostruire i passaggi chiave di ciò che è avvenuto prima e durante il viaggio.

Questa declinazione della cura delle persone è visibile anche nella capacità dei medici di individuare problematiche e sintomi che necessitavano di maggiori approfondimenti e che magari non erano mai stati sottoposti allo sguardo di un operatore fino a quel momento, favorendo una presa in carico anche da un punto di vista sanitario. Un modello, si spera, che verrà sempre più implementato e consolidato nel contesto in cui è stata svolta la ricerca, promuovendo ulteriormente la collaborazione tra la medicina legale e gli altri reparti.

Considerazioni conclusive

Nelle pagine precedenti si è cercato di far emergere alcuni dei temi cruciali per uno studio rivolto alle pratiche forensi nel Mediterraneo, provando a considerare come la pelle diventi significativa e finisca per essere scritta e narrata [Ahmed, Stacey 2001, 2]. Essa è sempre stata l’organo su cui si sono concentrati i processi storici di discriminazione e su cui è stato inscritto il marchio del potere [Fassin, D’Halluin 2005, 597], per cui si è arrivati a parlare di una “epidermizzazione” dell’inferiorità [Fanon 2015, 28]. Non stupisce, dunque, che essa ricopra una posizione di primo piano anche nella valutazione delle forme di violenza a supporto dell’ottenimento della protezione internazionale. Nello spazio della sala visite, le frizioni che si possono generare tra segni sul corpo e parole sono interpretate non tanto come tentativi di mentire rispetto al proprio passato quanto come indici di due limiti. Il primo riguarda le conclusioni che un medico può trarre, nella maggior parte dei casi, a partire non da segni recenti ma da cicatrici di vecchia data, svelando che anche il corpo come evidenza è inevitabilmente soggetto alla perdita delle proprie tracce. Il secondo, invece, riguarda più in generale la memoria e le tante rotture a cui essa è sottoposta. L’azione dell’équipe è quella di provare a riassemblare il passato, anche se è importante sottolineare che a entrare nella relazione non è tutta la storia di vita ma soltanto l’insieme delle esperienze più complesse e dolorose che la persona ha vissuto dalla nascita fino al giorno in cui si trova seduta sulla sedia della sala visite. Un aspetto analiticamente significativo è che quello a cui si assiste non è l’incontro tra la storia della persona e il medico, lo psicologo o il mediatore ma tra la sua storia e le storie degli operatori, come è stato riferito anche da una delle mediche che ha dedicato più tempo a questo servizio. Spesso essa è sproporzionata rispetto all’esperienza di medico e psicologo, mentre in alcuni casi risuona con quella della mediatrice e del mediatore, che possono aver affrontato nel loro stesso percorso delle esperienze simili.

Allo stesso tempo, i medici, attraverso questa pratica, prendono consapevolezza del fatto che la traversata del Mediterraneo si pone come ultima tappa di percorsi di vita e di viaggio molto più articolati. Questo aspetto assume un diverso valore se pensiamo che siano proprio loro ad occuparsi dei corpi delle vittime di naufragio. Si ritiene che l’utilizzo dell’immagine della cicatrice sia utile per cercare di spiegare la complessità che la visita medico-legale comporta, nonché l’attrito che può generarsi – anche solo temporaneo – tra i suoi effetti. La richiesta di raccontare la propria storia, soprattutto nel caso dei sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale, può essere paragonata alla riapertura di una ferita per poter osservare quello che sta sotto la superficie e, quindi, alla fine dell’esame medico i margini di essa devono essere richiusi. Tuttavia, quando si apre, non sapendo esattamente cosa c’è sotto, non si è mai certi se si riuscirà a far combaciare i lembi perfettamente una volta richiusi: anche in questo caso, il rischio è quello di una riacutizzazione del malessere e della sofferenza della persona.

Se la frontiera può essere letta come una «herida abierta» [Anzaldúa 1987, 3], il tentativo è quello di provare a pensare la pelle stessa quale zona di confine, come uno spazio altamente poroso che apre al mondo ma, allo stesso tempo, protegge dalla realtà circostante come una barriera. Il corpo è un luogo di contesa a partire dal quale prendono vita diversi discorsi; tuttavia, esso è anche un archivio dinamico, aperto ad essere modificato attraverso la sua circolazione e gli incontri che esso consente [Bond 2018, 4].

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  1. 1 Le vie migratorie attraverso il Mediterraneo sono state comunemente distinte tra Mediterraneo occidentale, centrale e orientale. Il secondo caso riguarda le partenze dalla Libia e Tunisia verso Malta e l’Italia meridionale.

  2. 2 La scienza forense include ogni forma di sapere scientifico che può essere applicato a un caso giudiziario [Rosenblatt 2015, 6]. La medicina legale (patologia forense), la radiologia forense e l’antropologia forense sono stati i principali tre campi della ricerca. Tuttavia, vi sono numerosi altri ambiti, tra cui è possibile citare, a titolo di esempio, la tossicologia forense, l’archeologia forense, la biologia e genetica forense e l’entomologia forense.

  3. 3 Accanto al ruolo di singole avvocate e avvocati è importante segnalare in Italia l’esperienza delle cliniche legali, le quali promuovono un modello di presa in carico delle problematiche di persone senza cittadinanza oppure prive anche di permesso di soggiorno tramite un approccio che riconfigura l’accesso alla giustizia quale processo sociale trasformativo [Rigo 2023, 116].

  4. 4 La ricerca è ancora attualmente in corso; pertanto, si è scelto di non esplicitare il nome della struttura che ha consentito a chi scrive di seguire le sue attività, e delle persone incontrate che hanno reso questo lavoro possibile, per tutelare la loro privacy. In questa sede, ci si limita a esprimere la più grande gratitudine nei loro confronti. La pubblicazione di questo contributo è avvenuta nel rispetto della sua piena condivisione e con l’approvazione dello stesso.

  5. 5 Il quale solitamente afferisce a uno dei seguenti istituti: Ancona “Università Politecnica Delle Marche”, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Ferrara, Firenze, Genova, Messina, Milano, Modena, Napoli “Federico II”, Napoli “Vanvitelli”, Padova, Palermo, Parma, Pavia, Perugia, Pisa, Roma “S. Andrea, Roma “Tor Vergata”, Roma “Cattolica”, Sassari, Siena, Torino, Trieste, Udine, Varese “Insubria”, Verona [ICRC 2022, 20].

  6. 6 L’intervento medico-legale può limitarsi a una semplice ispezione esterna oppure, nel caso vi fosse il sospetto che la morte possa non essere avvenuta come conseguenza diretta del naufragio, vi è l’apertura di una indagine e gli accertamenti comprendono un esame autoptico, ove possibile, e altri esami e/o analisi [M’Charek, Black 2020, 96]. Ad esempio, l’indagine può essere aperta qualora non tutte le persone coinvolte nel naufragio abbiano perso la vita e si voglia escludere che i decessi possano essere stati frutto di un omicidio.

  7. 7 Sull’uso del DNA per confermare la parentela in contesto di migrazione, e sulle sue ripercussioni sul concetto di famiglia, si veda anche il lavoro svolto sui ricongiungimenti familiari in Svezia da parte di Disa Helander [Helander 2023].

  8. 8 Che cosa costituisca un atto di tortura e di violenza intenzionale può essere oggetto di discussione e questo ha delle ricadute anche molto pratiche nell’inclusione ed esclusione delle persone nei servizi specificatamente rivolti a questa categoria di soggetti considerati vulnerabili. Elementi attorno a cui si discute per tracciare i confini di questi concetti sono, ad esempio, l’identità del perpetratore, la tipologia di danno inflitto e la finalità delle violenze.

  9. 9 Esiste un terzo tipo di attività che pertiene l’ambito medico-legale ed è l’accertamento dell’età dei minori stranieri non accompagnati (MSNA). Tuttavia, si è scelto di non approfondire questo particolare aspetto per due ordini di ragioni. La prima risiede nel fatto che le indicazioni contenute nella cosiddetta legge Zampa (Legge 7 aprile 2017, n. 47) si riferiscono a un approccio multidisciplinare in ambito sociosanitario, che non si limita alla sola valutazione dello sviluppo osseo, ritenuto non sufficiente ai fini della valutazione stessa. Il secondo criterio di esclusione è legato alla dinamica di campo instauratasi durante il periodo in cui sono state svolte le osservazioni. Il dipartimento di medicina legale, infatti, non era coinvolto negli accertamenti legati all’iter valutativo relativo ai MNSA.

  10. 10 Acronimo di Azienda Sanitaria Provinciale; Palermo corrisponde all’ASP 6.

  11. 11 Nel corso di una conversazione con un mediatore culturale, poco prima di lasciare il campo, quest’ultimo ha commentato scherzosamente la forza attrattiva della città dicendo che probabilmente possiede degli spiriti molto forti, capaci di riportarti sempre a lei.

  12. 12 Figura emblematica da questo punto di vista è stato il Professor Paolo Giaccone, assassinato nel 1982 dopo aver dimostrato la sua non corruttibilità, rifiutandosi di modificare la perizia di un caso di omicidio, nonostante le pressioni ricevute. Il valore della sua firma sulla relazione non segnala, tuttavia, solo un caso individuale di rettitudine professionale, bensì è l’espressione di un sistema di giustizia che in quegli anni stava affrontando un processo di cambiamento [Dalla Chiesa, Cabras 2020, 23].

  13. 13 Queste parole non si limitano a personificare dei resti, i quali metonimicamente rinviano all’essere umano di cui hanno fatto parte in vita. Difatti, affermando che le ossa non mentono né dimenticano mai, l’antropologo forense si spinge fino ad attribuire loro una condizione di “super-soggetti” [Keenan, Weizman 2012, 66], dato che, dopotutto, le persone possono, in buona o cattiva fede, sia dire il falso sia dimenticarsi di ciò che è avvenuto loro.

  14. 14 Non a caso l’etimologia del termine ‘autopsia’ deriva dal greco αὐτοψία con il significato di ‘vedere con i propri occhi’, composizione di αὐτός ‘stesso’ e ὄψις ‘vista’.

  15. 15 In realtà vi è un’ulteriore distinzione da fare a seconda dell’ente che produce la certificazione, in quanto le relazioni provenienti da una struttura pubblica hanno in molti casi un’importanza maggiore.

  16. 16 Uno dei criteri per valutare una domanda come manifestamente infondata riguarda il giudizio di dichiarazioni rilasciate che siano «palesemente incoerenti, contraddittorie o palesemente false» (art.28-ter, lettera c), d.lgs. n. 25/2008).

  17. 17 Esse si sono svolte partecipando a tutte le visite, eccetto una, durante l’intera durata del campo. Il ruolo da antropologa è sempre stato esplicitato al beneficiario della visita e la presenza nella stanza è stata principalmente silenziosa, seppur con momenti di interazione per versare dell’acqua, dare dei fazzoletti e parlare durante le pause. Le note sono state segnate sui diari di campo prima, durante e dopo il momento della visita.

  18. 18 Nel caso in cui la relazione non possa essere prodotta in tempo per il giorno dell’audizione viene fornito un documento che attesta l’avvenuta visita e il successivo invio del documento, in modo che esso possa essere letto prima di prendere una decisione sul caso.

  19. 19 Estratto da una conversazione informale con un membro dell’équipe riportata sul diario di campo.

  20. 20 In diverse occasioni è capitato di ascoltare il racconto della perdita di familiari nel paese di origine o di compagni di viaggio lungo il percorso.

  21. 21 Le stesse violenze sessuali possono essere interpretate come delle forme di tortura [Gray, Stern, Dolan 2020, 207].

  22. 22 La prima versione di questo protocollo risale al 1999; tuttavia, vi è una versione aggiornata al 2022.