“Fare famiglia” in transito:
ritorni ed esternalizzazione dei confini in Bosnia-Erzegovina
“Family-making” in transit:
returns and border externalization in Bosnia and Herzegovina
Zaira Tiziana Lofranco
Dipartimento di Scienze dell’educazione “Giovanni M. Bertin”,
Università di Bologna
Indice
Reinterpretare il ritorno e i legami familiari: Dall’AVRR alla sedentarizzazione in BiH
Ritornare in BiH: alcune evidenze etnografiche
Abstract
Bosnia and Herzegovina (BiH), a key transit country along the Balkan Route, is used as a case study to assess how systematic pushbacks at the European Union’s external borders drive cyclical returns, which force mobile populations to establish a presence in BiH. This process fosters crucial socialization dynamics (e.g., “family-making”) that the migrants, as much as the current policies of the IOM (International Organization for Migration), leverage to promote settlement within a country considered on its way toward Europeanization. Ultimately, this evolving dynamic yields novel patterns of BiH-centred circular mobility, directly reflecting the specific consequences of border externalization across Eastern Europe.
Keywords: Bosnia Herzegovina; transit; family-making; sedentarization; externalization.
Per valutare in che modo i respingimenti sistematici (pushbacks) alle frontiere esterne dell’Unione Europea determinino ritorni ciclici, la Bosnia-Erzegovina (BiH) costituisce un punto d’osservazione privilegiato. È infatti un paese chiave di transito lungo la Rotta Balcanica, la principale rotta migratoria continentale che unisce il passaggio via mare dalla Turchia alla Grecia al percorso via terra che risale lungo l’Europa sudorientale fino ai confini con l’EU.
Lungo questo percorso, la BiH, paese situato immediatamente al di fuori dell’UE, ha visto aumentare del 21% nel 2019 il numero di migranti intenzionati a superare i suoi confini per raggiungere la Croazia1. Come è noto, l’anno precedente, la chiusura del confine tra l’Ungheria e la Serbia aveva deviato verso la BiH il flusso di persone dirette verso l’UE e i violenti respingimenti croati avevano trasformato il paese in collo di bottiglia delle migrazioni lungo la Rotta.
Nel rigido inverno 2019 le centinaia di migranti assiepati nella neve in condizioni precarie al ridosso del confine nordoccidentale con la Croazia, hanno reso evidente l’ostinata unidirezionalità di questo transito verso quella che veniva considerata “la vera Europa”, portando le persone in movimento ad escludere qualunque forma di retrocessione e di ritorno volontario sul territorio bosniaco.
In quella fase di emergenza umanitaria, il ritorno è stato analizzato dagli studiosi principalmente quale effetto della mobilità circolare innescata dai continui tentativi di attraversamento del confine [Stojić Mitrović, Vilenica 2019] e dai respingimenti illegali. Anche negli anni successivi, l’ottica di breve respiro degli accordi di Dublino III, che ammetteva il ritorno forzato dei migranti illegalizzati nei paesi di prima identificazione, e degli accordi bilaterali tra stati confinanti come Italia, Slovenia e Croazia hanno costituito la base giuridica per le riammissioni volte a riportare in BiH i migranti irregolari da diversi paesi europei. La BiH aveva così assunto il ruolo di “cortile sul retro” dell’Europa in cui stipare gli indesiderati [Tošić 2017] ed eventualmente operare rimpatri e l’implementare di programmi di ritorno volontario assistito e reintegrazione (AVRR).
In merito ai rimpatri forzati o volontari, studi incentrati sulla Rotta del mediterraneo centrale e sul confine euro africano hanno sottolineato il ruolo cruciale assunto dai paesi di transito all’interno di politiche di esternalizzazione dei confini che intendono delocalizzare al di fuori dei paesi UE l’implementazione di politiche sempre più restrittive di controllo di governo della migrazione [Cutitta 2018; Gaibazzi 2024].
Ciononostante, in BiH i rimpatri forzati sono stati scarsamente operati dalle autorità locali per carenti mezzi economici e logistici2, mentre il programma AVRR, operato da IOM e finanziato dall’UE e dal governo danese, ha avuto un successo modesto rispetto ad altri paesi di transito sul continente africano. Dati IOM riportano che dal 2018 al 2023 solo 1.541 persone abbiano usufruito dei programmi di AVRR in BiH3 a fronte di 9.369 assistiti da IOM in Libia solo nel 2023.4
Dopo il superamento della iniziale fase di emergenza umanitaria ed un periodo caratterizzato dalla promozione del programma di AVRR (2001-2024), la ricerca sul campo ha permesso di registrare un nuovo corso delle politiche di governo delle migrazioni in questo Paese Terzo. Recentemente hanno, infatti, assunto priorità nuovi progetti UE/IOM che tendono a promuovere la volontarietà del ritorno e la sedentarizzazione delle persone in movimento in BiH, incentivandone l’inserimento lavorativo e valorizzando le dinamiche di socializzazione, del «fare famiglia», che i respingimenti e le stanzializzazioni forzate e prolungate hanno innescato nel paese. In particolare, è stato possibile osservare come da questi modelli di socialità scaturiscano nuove e diverse mobilità circolari di ritorno volontario (assistito o meno) di cui anche la BiH è meta.
Il dibattito antropologico, come sappiamo, ha invitato a de-naturalizzare il transito [Hess 2012], evidenziando la prospettiva eurocentrica di una mobilità che per definizione si intende diretta esclusivamente verso il Vecchio Continente [Düvell 2010]. Allo stesso modo, sin dall’affermazione di un approccio transnazionale alle migrazioni, si è assistito alla denaturalizzazione del ritorno ovvero ad una sua riconcettualizzazione come mobilità non irreversibilmente diretta verso il luogo d’origine [Glick-Schller, Basch, Szanton Blanc 1995; Cassarino 2004; Maitilasso 2014].
L’articolo si inserisce in questo dibattito, provando a rileggere criticamente la denaturalizzazione del transito e del ritorno, alla luce dalle politiche di esternalizzazione dei confini orientali dell’UE sempre più dominata dalla retorica del Paese Terzo Sicuro in cui le persone in movimento possano essere vantaggiosamente riportate o relegate.
A questo fine, sulla base delle recenti evidenze empiriche, prenderò in esame il tema del ritorno volontario in un paese di transito come la BiH collegandolo alle retoriche e delle dinamiche del family making, spesso trascurate nell’emergente letteratura sulle migrazioni lungo la Rotta Balcanica e nel dibattito antropologico sulle transit migration far emergere come esse possano supportare politiche e pratiche di frontierizzazione della BiH [Jansen 2023].
Una parte della letteratura, che ha analizzato criticamente la mobilità lungo la Rotta balcanica, ha considerato determinante la strumentalizzazione del concetto di transito per l’attuazione delle mutevoli e sempre più restrittive politiche di governo delle migrazioni elaborate dall’EU. Facendo riferimento al tratto turco della rotta, Hess parla esplicitamente di “invenzione del transito” da parte di organizzazioni internazionali come IOM, intenzionate ad imporre la propria logica securitaria alla mobilità umana in paesi considerati hub per la migrazione “illegale” [Hess 2012]. Ne deriva l’imposizione di regimi di controllo della mobilità umana, definiti da un dibattito più recente un “confinement continuum” che porta a segregare i migranti in campi appositi o attraverso molteplici meccanismi razzializzanti e discriminatori [Tazzioli 2023].
Proprio questo recente dibattito di stampo foucaultiano sul transito lungo le Rotte migratorie, improntato alla governamentalità e alla soggettivizzazione, ha principalmente messo in risalto la tendenza isolante e individualizzante di queste dinamiche carcerarie di controllo, che tendono ad ostacolare qualsiasi forma di riproduzione sociale e più semplicemente di socializzazione. Ne è conferma la crescente criminalizzazione della solidarietà mostrata ai transitanti lungo la Rotta [Tazzioli, Walters 2019].
Studi etnografici su altri contesti di transito hanno, invece, evidenziato il ruolo cruciale della creazione di reti sociali legata alla finalità “pratica” del buon esito dell’attraversamento. Coerentemente con questa interpretazione, è stata enfatizzata l’importanza dei network costituiti da connazionali o da persone la cui presenza è pensata come temporanea nei luoghi di transito e a cui si è accomunati da una condizione di sospensione tra il paese d’origine e quello di approdo [Massa 2014].
Combinando una prospettiva processuale e relazionale al transito e al ritorno, e attingendo a dati etnografici prodotti nella capitale bosniaca, il contributo vuole, invece, porre l’accento proprio sull’instaurazione di legami familiari in un’accezione, cioè, non solo ascrittiva, ma performativa della parentela [Carsten 2004]. In questo senso, la parentela contempla anche la trasformazione di legami esistenti e l’istaurazione di nuovi legami tra persone di diversa nazionalità e in maniera trasversale tra locali e migranti. Inoltre, in contesti migratori, i legami di parentela così intesi non sono esclusivamente sinonimo di un radicamento ancestrale, ma possono veicolare variegati progetti di mobilità così come di immobilità [Carsten 2020]. Adottando questa prospettiva, si intende esplorare il ruolo delle reti sociali e dei legami familiari creati in itinere nella ridefinizione dei progetti migratori delle persone in movimento così come delle politiche che ne circoscrivono la mobilità a paesi terzi dei Balcani occidentali5: paesi sulla via dell’europeizzazione in cui l’imposizione di condizionalità per adeguarsi agli standard europei in termini di governo delle migrazioni e controllo dei confini alimenta l’immagine di paesi più sicuri rispetto ad altri contesti di transito.
Proverò a riflette su queste dinamiche di esternalizzazione dei confini da una prospettiva saldamente ancorata all’esperienza di paesi in cui l’esternalizzazione dei confini EU procede mediante l’internalizzazione della sua periferia orientale operata con modalità neocoloniali [Petrović 2013]. L’allargamento ad est impone, infatti, ai paesi candidati l’applicazione di politiche migratorie decise a Bruxelles su cui paesi come la BiH non hanno potere di incidere, ma per l’implementazione delle quali sono soggette ad un periodico monitoraggio [Hameršak et al. 2020].
Provando a sovvertire epistemologicamente queste dinamiche, ho colto l’invito di studiosi bosniaci a documentare l’“interiorizzazione selettiva” (“patchy internalization”) dei migranti stanzializzati in contesti che non sono solo un punto su una mappa di viaggio, situato tra centro e periferia, tra nord e sud globale, ma sono luoghi con una propria storia, passata e presente, relativa alle politiche di confine (e confinamento) e alle pratiche di mobilità [Hromadžić 2025].
I dati etnografici discussi sono stati prodotti tra il settembre 2023 e l’aprile 2025, anni caratterizzati dall’approvazione del Patto UE sulle migrazioni e l’asilo che prova a recepire il precedente creato dalla delocalizzazione in Albania di centri di detenzione per migranti irregolari intercettati sul territorio. Il caso italo-albanese stimola il tentativo di istituzionalizzazione del ruolo di Paese Terzo sicuro e prefigura la trasformazione di paesi terzi dei Balcani occidentali in Return Hubs.
Il marzo 2024 ha visto l’apertura dei negoziati per l’adesione della BiH all’UE, un’accelerazione dovuta al timore dell’espansione dell’influenza russa sui Balcani, ma anche dalla finalità di rendere il paese più “sicuro” stimolando lo sviluppo di un efficiente sistema d’asilo che permetta di assorbire i migranti in loco e estendendo sempre più ad est i meccanismi di controllo dei confini europei come Frontex, attivi in BiH a partire dal giugno 2025.
La ricerca è stata condotta a Sarajevo, luogo in cui sono concentrati il maggior numero di CPT (Centri di permanenza temporanei) nel paese e in cui hanno sede numerose organizzazioni internazionali e istituzioni locali deputate al governo della migrazione lungo la rotta. La città accoglie anche diverse associazioni che offrono supporto alle persone in transito o bloccate nel paese, così come a coloro che intendono restare. Le sedi di queste associazioni sono state il luogo in cui è avvenuta principalmente la mia osservazione partecipante, la maggior parte delle conversazioni con gli operatori e dove ho fatto la conoscenza di migranti costretti ad abitare il paese, interlocutori privilegiati di questa ricerca. Sono stati, inoltre, consultati sistematicamente i canali di comunicazione ufficiali di IOM BiH per ricostruire le politiche di governo della migrazione e delle campagne di promozione dei programmi e dei progetti implementati nel paese.
Inizialmente, tratteggerò le trasformazioni delle politiche e dei programmi di governo delle migrazioni in BiH, ponendo particolare attenzione al passaggio dall’incentivo ai programmi di AVRR mirati al ritorno nel paese d’origine a quelli volti alla sedentarizzazione dei migranti nel paese balcanico. Successivamente, analizzerò etnograficamente alcune esperienze di sedentarizzazione e ritorno in BIH da parte di persone inizialmente rimaste bloccate nel paese. Infine, avanzerò alcune riflessioni sulla volontarietà dei ritorni promossi da queste nuove politiche e sulla specificità dei processi di esternalizzazioni dei confini orientali dell’UE.
Reinterpretare il ritorno e i legami familiari: Dall’AVRR alla sedentarizzazione in BiH
Quante persone conoscete che hanno avviato con successo il proprio business in un paese straniero? Ozan è arrivato in Bosnia Erzegovina dall’Iraq quattro anni fa, ha Imparato l’inglese, si è sposato, ha messo su famiglia e ha aperto il suo negozio di barbiere. Sebbene non avesse pianificato di rimanere qui, ha trovato in BiH tutto quello che sognava6 [IOM 2024].
Questa breve storia di vita è estratta dalla campagna social «Migration an opportunity for all» lanciata nel 2024 da IOM BiH che pubblicizza diverse storie di migranti arrivati in BiH per raggiungere l’Europa e ora “perfettamente” integrati nel paese. Il racconto è in realtà un commento alle parole pronunciate in una video intervista da Ozan Khoshnau, 24 anni migrante arrivato in BiH dall’Iraq alla fine del 2019: «Lavoro qui come barbiere, in Bašćaršija. Mi trovo bene, ho socializzato con la popolazione, usciamo insieme. Sono arrivato a Sarajevo alla fine del 2019. Quando lavoravo come barbiere, al salone, ho conosciuto mia moglie, mi sono sposato e ora ho un figlio. Vivo bene, ho un negozio, lavoriamo» [IOM 2024].
Il video mostra Ozan, suo figlio e sua moglie bosniaca Anida, visibilmente incinta, mentre giocano in un’area verde della città. Il loro racconto, si conclude con questa affermazione pronunciata da Ozan in un perfetto bosniaco: «Io vedo il mio futuro qui, tutto è bello. Io vivrò e resterò qui» [IOM 2024].
A partire dal 2024, nella comunicazione IOM si è assistito alla proliferazione di storie come questa che raccontano la sedentarizzazione e la contestuale legalizzazione della posizione dei migranti in BiH attraverso il loro assorbimento nel mercato del lavoro, l’instaurazione di legami di parentela (formali o simbolici) e l’attuazione di un modello di residenza neolocale.
Questa valorizzazione di legami tra persone di diversa provenienza contratti in un paese straniero risulta particolarmente in contrasto con le linee di comunicazione adottate per pubblicizzare i programmi di AVRR che, invece, enfatizzano il ricongiungimento del migrante al nucleo familiare e la restaurazione di legami di comunità, come “naturale” manifestazione di un istinto ancestrale del ritorno al luogo d’origine [Fine, Walters 2021]. Nell’agosto del 2021, per esempio, IOM propagandava il programma di AVRR sui propri canali social, mostrando la pagina di un periodico locale a cui due beneficiari marocchini Rashid e Hisham avrebbero dichiarato “Siamo pentiti, ci arrendiamo: l’Europa è stata un’illusione”7. Nel testo l’inversione di rotta rispetto al progetto iniziale che portava all’EU e che ora li riporta “a casa” veniva ricondotta ad una scelta «volontaria» e soggettiva scaturita dalla colpa individuale di aver cercato «la terra promessa» fuori dal proprio paese, «abbandonando» figli neonati o genitori anziani.
Al contrario, come dimostra il caso di Ozan nella più recente campagna che promuove la sedentarizzazione dei migranti in BiH, la rinuncia al progetto di raggiungere l’EU viene spiegata a partire dalla altrettanto «volontaria» presenza nel paese di transito a causa dell’instaurazione di legami affettivi. Anche l’inserimento lavorativo sembra assumere un ruolo cruciale nel determinare la volontarietà del «fare famiglia» e assicurale un sostentamento nel paese di transito.
Per un programma di impostazione neoliberale come AVRR, è stato osservato come la volontarietà rifletterebbe l’agency e la libera scelta del migrante [Crane, Lawson 2020; Castellano 2022], non più inteso come vittima, ma fautore del proprio destino [Fine, Walters 2021]. Questa impostazione è stata utilizzata per promuovere numerosi progetti di microimpreditoria che dovrebbero favorire la reintegrazione del ritornato [Masi 2023]. La storia microimprenditoriale di Ozan, insediatosi in BiH, dimostra come queste argomentazioni siano riproposte per supportare l’idea del luogo di transito, non solo generativo di nuovi legami familiari, ma anche come luogo economicamente promettente per chi voglia mettersi in gioco, anche se in un posto diverso da quello desiderato in partenza.
In linea con le mutate priorità dei finanziatori del programma AVRR, il richiamo ai legami di parentela supporta un mutamento paradigmatico nell’approccio al ritorno nel paese d’origine, pur continuando ad enfatizzare la “volontarietà” della scelta di non varcare i confini con l’UE.
Questa metamorfosi ha, inoltre, portato ad una palese rifunzionalizzazione dello strumento dell’AVRR, originariamente finalizzato a mettere fine ad una condizione di illegalità del migrante attraverso il ritorno stabile nel proprio paese. Recentemente, invece, la regolarizzazione della condizione del migrante in BiH, necessaria per dare continuità al proprio progetto di vita familiare nel paese di transito, legittima l’attivazione di processi di mobilità assistita (AVRR) verso il paese d’origine che prefigurano come obiettivo finale il ritorno nel paese balcanico.
Il supporto a questa nuova mobilità circolare appare in alcune storie di vita pubblicizzate da IOM nel 2024 come quella di Ayoub, giovane marocchino, che lascia il suo paese per aiutare economicamente i suoi genitori. Entrato in BiH irregolarmente, Ayoub prova a varcare il confine con l’UE, ma viene respinto più volte. «Invece il destino aveva altri piani per Ayoub quando incontrò Dijana, una donna gentile» [Balić 2024]. Il racconto continua descrivendo il supporto che Dijana gli ha offerto aiutandolo a riparare il suo telefono, a contattare la madre in Marocco ed infine a recuperare il suo passaporto. Passando sempre più tempo insieme, i due hanno scoperto una forte affinità tra loro e «si sono innamorati» [Balić 2024].
«Ayoub ha deciso infine di interrompere i suoi tentativi di varcare il confine illegalmente ed è rimasto in BiH, dove aveva trovato tutto quello che cercava: una compagna amorevole e un posto da chiamare casa» [Balić 2024]. Si legge ancora, che dopo il matrimonio nel 2023, lo status di Ayoub in BiH era ancora incerto e la ricerca di un modo per legalizzare la sua posizione li ha portati a rivolgersi al team AVRR che li ha aiutati nel gestire il ritorno. Ayoub ha dovuto abbandonare la BiH e ritornare in Marocco per procedere al ricongiungimento familiare. La storia termina con Dijana, che con un sorriso afferma: «Sono fiduciosa che mio marito vedrà riconosciuti i suoi diritti entro la prossima volta che ci vedremo, Inshallah» [Balić 2024].
Come in questa storia, famiglia e parentela vengono richiamate da IOM per promuovere un riorientamento dei progetti migratori delle persone in movimento. Tuttavia, le dinamiche familiari vengono anche mobilitate per le loro argomentazioni morali ed economiche di tipo universale utili per ovviare alle resistenze da parte delle istituzioni locali alla presenza stabile di migranti in maggioranza musulmani e al loro assorbimento nel mercato del lavoro in un paese caratterizzato dall’attenzione post conflitto agli equilibri demografici ed etnico-religiosi e da una consistente emigrazione lavorativa della popolazione locale.
Oltre all’utilizzo di strumenti di comunicazione e persuasione pubblica, IOM, infatti, ha siglato nel paese diverse dichiarazione di intenti con diverse istituzioni bosniache (ministero per gli stranieri, uffici collocamento, ecc.) e con l’associazione dei datori di lavoro al fine di favorire un adeguamento normativo ed amministrativo che permetta di favorire la sedentarizzazione dei migranti in BiH.
Ritornare in BiH: alcune evidenze etnografiche
La ricerca sul campo ha fatto emergere una categoria di persone che, per causa di forza maggiore, si è trovata o si trova nel paese da tempi più o meno lunghi. Gli interlocutori incontrati per questa ricerca, sono nella totalità single men di provenienze di vari paesi (principalmente Marocco, Algeria, Afghanistan) di religione islamica e “illegalmente” soggiornanti nel paese, la cui condizione di irregolarità, rende impossibile quantificarne la presenza.
Ahmed8, incontrato nel settembre 2023 in un’organizzazione umanitaria che lo impiega a nero da qualche anno, mi racconta nel suo bosniaco molto colloquiale, che ha 35 anni e viene dal Marocco. È in BiH dal dicembre del 2018. Tre volte è arrivato in Slovenia e lo hanno riportato indietro e 7 volte ha avuto problemi con la polizia croata. Il suo progetto iniziale era arrivare in Italia, a Milano, per ottenere i suoi documenti tramite un’amica che lavora all’ambasciata marocchina e provare a regolarizzare la sua posizione, per poi ritornare periodicamente in Marocco a visitare sua madre e sua nonna.
Anche Faiz, un marocchino di 33 anni che incontro nella reception dell’albergo dove lavora, ha un’esperienza simile alle spalle. Nonostante conosca un po’ il bosniaco, preferisce raccontarmi in inglese che ha lasciato il suo paese nel 2018 quasi per gioco:
Il mio piano iniziale era raggiungere mia sorella a Parigi, così ho provato a varcare il confine. Sono arrivato fino a Zagabria, ma la polizia mi ha preso e mi ha deportato qui in Bosnia. Sono stato anche una settimana in Serbia, in un paesino vicino al confine con l’Ungheria. Sono stati tempi duri quelli per me così ho deciso di ritornare qui in Bosnia [Faiz 10/04/2025, Sarajevo].
Muhammed che, a Sarajevo si fa chiamare Raza, è un giovane algerino che incontro sulla soglia della porta di un’associazione che fornisce un primo aiuto ai migranti sul territorio. Si affaccia e si rivolge ai volontari nel suo bosniaco imparato per strada e quando gli chiedo come mai parli bosniaco mi racconta: «sono stato due anni in Serbia, 3 anni in Grecia e 2 in Albania. Ho provato a varcare i confini 12 volte, ho una placca di metallo nella gamba» [Raza 06/04/2025, Sarajevo].
I loro vissuti rispecchiano le criticità associate al così detto “game”, denominazione usata dalle persone in movimento lungo la Rotta balcanica per descrivere il transito verso l’Europa, che si articola in estenuanti e prolungate fasi di immobilità [Bittel, Monsutti 2022], respingimenti/arretramenti e in furtive e potenzialmente letali fasi di attraversamento [De Genova 2013]. Tali dinamiche, unite all’immobilità indotta dalla pandemia, hanno costretto molti di loro ad abitare e ad “appaesare” il confine ed i luoghi del transito in BiH, nel quale spesso le proprie traiettorie migratorie sono state rimodulate e le reti sociali di supporto ridefinite o ri-orientate.
BiH: da luogo di transito a luogo familiare
In questo processo, la presenza dell’Islam in BiH come nel il paese di provenienza interviene ad evocare visivamente un paesaggio “familiare” anche per coloro i quali non si professano credenti. Con il tempo, per alcuni di loro, questa affinità religiosa si è trasformata in possibilità di ricevere supporto materiale, oltre che spirituale, da parte delle autorità religiose o un ricovero negli edifici di culto. Faiz, per esempio, ha trovato il suo primo lavoro presso la comunità islamica locale, così come Ahmed, arrotonda il suo salario sfalciando l’erba alla moschea quando l’imam lo chiama.
I luoghi di culto sono alcuni dei posti chiave in città in cui è possibile incontrare i connazionali o altri migranti che rappresentano una rete di supporto, anche materiale, che va al di là della famiglia d’origine o dei soli connazionali. Piuttosto, un primo gruppo di supporto è composto da persone che parlano lo stesso idioma che abbiano esperienze pregresse del transito e della sosta nei luoghi attraversati dalla Rotta e che costituiscono le infrastrutture sociali ed informative su cui “viaggia” la migrazione.
A questo processo di consolidamento di reti sociali connaturato al transito si aggiunge l’instaurazione di relazioni con cittadini locali empatici con i migranti a causa del loro recente passato da rifugiati o dislocati [Milan 2018].
L’esperienza di Faiz è molto eloquente al riguardo:
I miei connazionali mi incoraggiavano a restare anche per la religione: io sono musulmano. Ora frequento solo bosniaci, ho un lavoro migliore come receptionist e devo dire che i primi tempi sono stati difficili per me perché ero illegale, ma ho sempre trovato persone qui che mi hanno aiutato. Il Signore ha aperto una strada per me qui! [Faiz 10/04/2025, Sarajevo].
Anche Ahmed dà una mano all’organizzazione umanitaria locale che, oltre a pagargli un salario, i primi tempi gli ha fornito un ricovero nella sua foresteria. Ahmed è figlio unico ed è l’uomo di casa, sente molta responsabilità per il sostentamento di sua madre e sua nonna rimaste in Marocco. Ogni mese invia loro del denaro con Western Union, grazie ai membri dell’organizzazione che forniscono le loro generalità poiché lui non ha documenti. Durante la nostra prima conversazione, prima di congedarci, ci tiene a mostrarmi sul cellulare delle foto in cui indossa un elegante gilet, ed è di fronte ad una sontuosa torta. È circondato dai suoi colleghi, dagli amici che dice, sono la “sua famiglia” con cui festeggia tutti i suoi compleanni offrendogli una lauta cena nel bar del quartiere in cui risiede ed in cui è estremamente popolare.
Oltre all’instaurazione di legami emotivo-affettivi, è stato notato come nel contesto bosniaco, fioriscano nuove realtà solidali, soggettività politiche, che quotidianamente stabiliscono connessioni tra la mobilità dei locali (passate e presenti) e le nuove mobilità dei migranti che attraversano il paese [Lofranco, Tarabusi, 2025]. In questo senso esse tendono a stabilire un rapporto orizzontale, “familiare” tra i bosniaci e le persone in movimento spesso tradotto nell’uso di una terminologia parentale (fratello e sorella) tra le persone in movimento e i locali impegnati anche nelle realtà in cui ho condotto la ricerca.
Andando oltre le semplici affinità nazionali e religiose, i racconti degli interlocutori parlano di un sistema articolato di solidarietà diffusa e reti che diventano “familiari” per la loro capacità di avere cura e fornire supporto in situazioni di estrema vulnerabilità, come quelle della stanzializzazione forzata in una condizione di illegalizzazione, apparentemente senza uscita, che blocca progetti di vita connessi alla mobilità.
Ahmed, per esempio dopo essere stato costretto ad arretrare, è rimasto “bloccato” nel paese perché non ha fatto in tempo la richiesta d’asilo dopo lo scadere dei 14 giorni dalla registrazione in BiH. Nonostante l’organizzazione per cui lavora abbia perorato la sua causa presso le istituzioni locali e addirittura presso IOM, sembra non ci sia via d’uscita. L’operatrice bosniaca dell’organizzazione che assiste alla nostra conversazione, commenta: «In BiH nessuno rispetta le regole, solo quando si tratta dei migranti la legge è rigida e non c’è nulla da fare» [Amela 03/09/2023, Sarajevo]. I suoi commenti rimandano significativamente al fatto che i tentativi di Ahmed di “legalizzare” il suo status nel paese si scontrano con ostruzionismi e rallentamenti burocratici che sono l’effetto “interno” di un processo di esternalizzazione dei confini che muove dall’UE e procede a cascata, con modalità eterodirette sulle istituzioni locali. La direttrice di un’agenzia locale che fornisce supporto legale e sanitario ai migranti in BiH ha affermato animosamente in una nostra conversazione dell’aprile 2025: «L’UE ha stanziato fondi per l’integrazione dei migranti nella società bosniaca, ma qui non sappiamo chi integrare, visto che le richieste d’asilo accolte si contano sulla punta delle dita!» [Belma 05/04/2025, Sarajevo].
Tuttavia, queste tensioni tra istituzioni operanti a diversi livelli, aprono spazi di indeterminatezza, interstizi [Fontanari, Ambrosini 2018] che hanno permesso ad Ahmed e alle persone nella sua situazione di sopravvivere in BiH fino ad oggi nell’informalità, permettendogli di mettere insieme un reddito e di condurre una vita alla luce del sole: mostra le sue foto in città sui social, frequenta i locali pubblici e lo stadio locale, lasciandosi fotografare anche con i poliziotti che gli permettono di entrare.
Quando ho chiesto agli operatori dell’associazione se il doppio nome di Raza/Muhammed fosse motivato dal timore di non essere riconoscibile alla polizia, gli operatori dell’associazione mi hanno risposto: «È un solo per essere identificabile dalla popolazione locale. Nessuno li tocca, perché di loro non importa niente a nessuno!» [Suada 03/04/2025, Sarajevo]. La scelta del nome si rivelava, quindi, come un tentativo quindi di inserirsi più facilmente in reti di socialità che vanno navigate quotidianamente per sopravvivere in una condizione di “illegalizzazione” da parte dell’UE e di abbandono da parte delle istituzionali locali.
Nonostante l’informalità e la socialità riescano, alle volte, a garantire in BiH un buon tenore di vita, l’immobilità risultante dalla impossibilità di legalizzare la propria condizione rimane l’ostacolo insormontabile alle proprie aspirazioni di riproduzione sociale. Come mi ha detto Ahmed: «Non mi manca nulla qui tranne i documenti» [Ahmed 03/04/2025, Sarajevo]. Per questo motivo, quando ci siamo salutati nel 2023 era ancora determinato a raggiungere l’Italia, per poter legalizzare la sua posizione e uscire da una condizione che gli impediva di ritornare a far visita alla sua famiglia in Marocco e allo stesso tempo di risiedere in Europa per mettere insieme un reddito sufficiente. Si rifiutava perciò di candidarsi per i programmi di AVRR, che percepiva come un viaggio di sola andata incompatibile con la sua idea di mobilità circolare e probabilmente coincidente con il fallimento del suo progetto migratorio [Masi 2024].
Nel 2025 lo ritrovo ancora lì. Ci diamo appuntamento con alcuni amici del posto nel bar dagli arredi raffinati di un centro commerciale. Nella nostra conversazione emergono dettagli che attestano come la sua rete di protezione sociale si sia estesa e mi racconta che ha anche una ragazza. Mentre nella conversazione emergono questi dettagli, la comitiva lo prende in giro e gli dice «cosa ci vai a fare in Italia?». Il suo status di illegalità nel paese però non è mutato. Sembra che la possibilità di utilizzare l’AVRR in maniera “strategica” inizi a diffondersi tra i suoi connazionali bloccati in BiH. Per contro, la strada per la legalizzazione in Italia, si dimostra lunga e costosa. La tariffa per il trasporto ai trafficanti ora ammonta a 1400 euro, mi dice. Alla fine delle sue considerazioni, conclude: «Se alla fine dell’anno sarò ancora illegale, andrò per il deport e poi ritorno» [Ahmed 03/04/2025, Sarajevo].
Gli chiedo cosa sia il deport: «IOM e me ne vado a casa perché voglio vedere mamma e nonna, solo che nel mio caso ci metteranno un po’ di più a verificare la mia identità rispetto al mio amico che aveva i documenti e in tre giorni è tornato a casa» [Ahmed 03/04/2025, Sarajevo]. Nell’ottica di Ahmed il deport, ovvero l’AVRR, non viene pensato come una modalità efficace per la regolarizzazione, ma per piegare uno strumento ai propri progetti migratori, per spezzare la condizione di immobilità forzata ed innescare la desiderata circolarità del ritorno.
Come mi è stato spiegato da un avvocato locale che fornisce supporto legale ai migranti, una volta usciti dal paese, il ritorno in BiH non può essere garantito senza avere in mano un contratto di matrimonio o un contratto lavorativo che diano la possibilità, una volta fuori, di avviare un ricongiungimento familiare o di richiedere un visto lavorativo.
Negli ultimi tempi, infatti, famiglia e lavoro sono diventati una leva per un processo di regolarizzazione che implica la mobilità in uscita dal paese ed il ritorno in BiH. La durata del soggiorno e il capitale sociale sviluppato in loco possono intervenire a facilitare la ricerca del lavoro o della persona da sposare, che può essere anche trovata a pagamento: Ahmed mi parlerà del costo di 9000 KM-4500 euro per un “finto” matrimonio.
Una volta ottenuto il contratto però, l’esperienza di Faiz dimostra che, per chi ha le capacità economiche per autofinanziare il viaggio, l’iter della mobilità in uscita dal paese risulta essere più di successo se operato al di fuori dei programmi di AVRR. Grazie alla collaborazione del direttore dell’albergo e con un contratto di lavoro tra le mani, Faiz ha ottenuto il permesso di lavorare in BIH. Mi racconta:
Il prossimo step è stato uscire dalla BiH in maniera legale e recarmi in un’ambasciata bosniaca all’estero per chiedere un visto lavorativo per entrare nel paese. Il problema era che io ero illegalmente in BiH e non potevo uscirne legalmente. Però, avendo ottenuto un diniego della mia richiesta d’asilo, ho ricevuto un foglio di via che mi obbligava a lasciare il paese entro 20 giorni. In quei 20 giorni, però, ero in BiH legalmente così ho lasciato il paese. Sono andato all’ambasciata bosniaca in Indonesia: avevo bisogno di entrare in un paese non Schengen, perché per quelli non ho il visto e non potevo ritornare in Marocco, il mio paese, perché lì non c’è l’ambasciata bosniaca. Ho pagato tutto da solo perché IOM e AVRR ti possono riportare indietro solo nel tuo paese d’origine. Sorprendentemente dopo 4 giorni ho ottenuto il visto e sono rientrato in BiH. Non potevo crederci! [Faiz 10/04/2025/Sarajevo].
Sebbene sia fiducioso verso il futuro, Faiz sa che il suo visto lavorativo è vincolato alla durata breve del suo contratto di lavoro che scade tra sei mesi. La retribuzione è un po’ migliorata rispetto a quando ha iniziato facendo solo turni di notte, ma si attesta attorno ai 1300 KM (circa 650 euro). La realtà lavorativa dei migranti regolari in BiH, quindi, e coincide invece con quella di lavoratori subordinati con retribuzioni medio-basse è ben lontana dal modello del microimprenditore di successo che ritroviamo negli spot IOM. Ad ogni modo Faiz esclude il ritorno nel paese d’origine e considera la sua attuale posizione un miglioramento rispetto alla sua precedente condizione poiché gli permetterà di sposarsi con la sua ragazza bosniaca, che lo accompagna durante la nostra intervista.
Al di fuori di reti di protezione sociale che Ahmed e Faiz hanno trovato, il transito si risolve in declassamento socio-economico che è probabilmente in grado di esercitare una forte influenza sulla valutazione del rientro e della reintegrazione. Tuttavia, anche in situazioni di estrema precarietà, il ritorno nel paese d’origine non si dimostra sempre una scelta “naturale” come per Raza/Muhammed. Durante la nostra breve conversazione, vedendolo provato dopo una notte passata all’aperto, gli chiedo e vuole restare in BiH e mi risponde: «No, voglio tornare indietro! Sono stanco non ce la faccio più!» [Raza 06/04/2025, Sarajevo]. Gli chiedo quindi se volesse tornare in Algeria, ma scopro che il suo “indietro” non coincide con il paese d’origine, né con la BiH, ma con la Grecia in cui ha abitato e in cui ha degli amici ed un cugino. La sua storia, pertanto, contraddice palesemente la retorica salvifica del ritorno nel paese di nascita come quella della vantaggiosa sedentarizzazione in BiH pubblicizzate da IOM. Dimostra, invece, come le reti sociali create durante il transito, possano costituire indipendentemente dal luogo, la “casa” a cui si decide di ritornare.
Anche Yasin, ragazzo marocchino di 28 anni, è tornato volontariamente a Sarajevo dopo esservi rimasto bloccato durante la pandemia. Due anni dopo, era riuscito a varcare il confine e ora vive in Italia dove ha ottenuto protezione internazionale e lavora in un supermercato. Lo incontro nella sede dell’associazione, grazie alla quale ha trovato cibo e un tetto sopra la testa durante quella congiuntura estremamente critica. Tuttavia, mentre facciamo conoscenza di fronte ad una fetta di torta della migliore pasticceria di Sarajevo che ha offerto a tutti i presenti, il suo racconto non è quello di un beneficiario di aiuto. È lì da membro di quella che considera la sua famiglia, a cui deve molto e che torna volontariamente a trovare appena può.
In questo articolo ho provato a ripensare criticamente la de-naturalizzazione dei concetti di transito e di ritorno alla luce delle politiche di esternalizzazione dei confini orientali dell’UE.
Una recente riflessione ha riaffermato come il transito non consista in una mobilità unilineare tra il luogo d’origine e quello di destinazione [Crawley, Jones 2021], ma sia un processo che si definisce in itinere, sulla base di esperienze contingenti che possono incidere sulla prospettiva dell’attraversamento così come sulla “desiderabilità” o “volontarietà” del ritorno.
Tuttavia, i violenti respingimenti alle frontiere impongono di considerare come queste valutazioni da parte delle persone in movimento siano sempre più condizionate da regimi migratori restrittivi e dall’effetto di politiche di esternalizzazione dei confini che agiscono prevalentemente sui contesti di transito, seppure non con modalità mutevoli e specifiche per le diverse rotte.
Con riferimento alla Rotta Balcanica, in maniera complementare rispetto ad una riflessione già esistente sull’effetto isolante delle politiche di governo della migrazione nelle aree di transito della migrazione illegalizzata, si è inteso qui porre l’accento sulle dinamiche di socializzazione e del fare famiglia e sulla loro capacità di essere invocate per veicolare mobilità quanto immobilità.
Questa impostazione teorica ha permesso di rilevare una metamorfosi delle politiche di frontierizzazione e governo della migrazione in BiH, per cui discorsi relativi alla famiglia e alla parentela non sono usati esclusivamente come incentivo a programmi di ritorno assistito (AVRR) nel paese d’origine: vengono anche adoperati anche per sedentarizzare nel paese di transito le persone in movimento originariamente dirette verso l’EU e per promuovere nuove mobilità circolari che abbiano la BiH come destinazione.
La pubblicizzazione dell’instaurazione di nuovi legami familiari, tra migranti e locali, nel paese di transito serve a motivare la volontarietà dell’inversione di rotta, mentre le emozioni e il sentimentalismo ad essi associati contribuiscono, come per i programmi di AVRR, a delineare uno scenario di soft deportation [Leerkes, Os, Boersma 2017] in cui vengono sottaciute le dinamiche violente dei respingimenti e gli ostacoli normativi all’attraversamento dei confini con l’UE e attraverso cui regimi di (im)mobilità vessatori vengono ricondotti all’interno del modus operandi di stati che si dichiarano liberali e democratici [Jovanović 2023; Isakjee et al. 2020].
In una fase post emergenza, nella comunicazione di organizzazioni come IOM, il fare famiglia e trovare impiego in BiH, vengono prospettati come leve per promuovere la lotta alla migrazione irregolare e per scoraggiare la mobilità verso l’UE in uno spazio immediatamente fuori dai suoi confini geografici e politici. Da questo punto di vista la retorica del “fare famiglia” rientra di diritto nella peculiare strategia dell’esternalizzazione per internalizzazione [Hameršak et al. 2020] attraverso la quale il processo di adesione all’UE dei paesi dei Balcani occidentali avviene mediante l’imposizione di condizionalità soprattutto nell’ambito della gestione dei flussi migratori irregolari per cui la BiH, quale paese candidato, è continuamente soggetto a monitoraggio.
La politica di sedentarizzazione delle persone in movimento in BiH fa perno su una decostruzione strumentale dell’immaginario eurocentrico associato al transito unidirezionale verso l’EU e del ritorno ancestrale alle origini, entrambi generalmente asserviti ad una politica securitaria e anti-migratoria. Tuttavia, le campagne di comunicazione pubblica e la trasformazione normativa ed amministrativa che tenta di favorire “l’integrazione” lavorativa e sociale dei migranti in loco, viene supportata da un immaginario altrettanto eurocentrico e neocoloniale, incentrato sull’idea di un «Paese terzo sicuro» in cui gli “indesiderati” nell’EU possono essere vantaggiosamente collocati.
Dal punto di vista delle persone in movimento, queste dinamiche trasformano la BiH in una terza via tra la brutalità del soggiorno nell’UE e la prospettiva del ritorno assistito nel paese d’origine, inteso come fallimento della migrazione [Masi 2024]. Le soste forzate costringono ad abitare “il confine” e pongono le condizioni per «fare famiglia» ovvero per un processo di socializzazione che non sempre porta alla creazione di un nuovo nucleo familiare, ma che gli interlocutori hanno interpretato in maniera estensiva come la possibilità di creare una rete di supporto che comprende varie tipologie di relazioni.
La BiH viene quindi percepita come “paese sicuro” per la solidarietà ai migranti diffusa nel paese per ragioni storiche, ma anche a causa della incompleta implementazione delle politiche EU di gestione della migrazione causata dall’ostruzionismo delle istituzioni locali a politiche eterodirette.
La posizione “liminale” del paese proiettata da EU e IOM per l’incompleto processo di attuazione degli strumenti europei di controllo dei confini e governo delle migrazioni, viene spesso ribaltata dagli interlocutori in uno stereotipo positivo che genera nuove mobilità circolari e ritorni di cui la BIH è meta e prefigura la periferizzazione del modello di vita europeo. Le modalità con cui gli interlocutori hanno concretizzato questi ritorni sono state guidate dall’obiettivo di superare i numerosi ostacoli posti alla regolarizzazione e/o alle proprie aspirazioni di riproduzione sociale spesso riorientati dall’esperienza del transito. In questa ottica essi utilizzano il programma di AVRR in una maniera strategica, avendo ben chiaro che si tratti di un meccanismo finalizzato alla «deportazione», in cui però essi provano a reinserire la propria progettualità reinterpretando il ritorno come scelta reversibile. Altre volte, come nel caso di Faiz, la possibilità del ritorno volontario in BiH porta ad escludere il ricorso all’AVRR.
Le storie di Raza e soprattutto di Yasin ci ricordano però che la volontarietà delle scelte di persone in movimento sta in definitiva nella libertà di rivendicare «dove fare famiglia» e «dove fare ritorno» garantita esclusivamente dalla possibilità di attraversamento legalizzato dei confini.
Per questo principio, la persistente invalicabilità del confine UE permette di collocare queste nuove politiche di sedentarizzazione, che attualmente contraddistinguono le politiche di esternalizzazione dei confini orientali dell’UE, lungo un «deportation continuum» [Fine, Walters 2021] ovvero di pensarle come un aggiustamento congiunturale e non un sovvertimento dei meccanismi violenti di controllo della mobilità attraverso i confini.
Balić M., 2024, From a leap of faith to a love story, IOM BiH, 25 Settembre, Sarajevo, https://bih.iom.int/stories/leap-faith-love-story (31/10/2025).
Bittel S., Monsutti A. 2022, Waiting Games: Taming Chance among Afghans in Greece, «Journal of Balkan and Near Eastern Studies», 24(3): 460-478.
Carsten J. 2004, Culture of relatedness. New approaches to the study of kinship, Cambridge: Cambridge University Press.
— 2020, Imagining and living new worlds. The dynamics of kinship in context of mobility and migration, «Ethnography», 21(3): 319-334.
Cassarino J.P. 2004, Theorising Return Migration: The Conceptual Approach to Return Migrants Revisited, «International Journal on Multicultural Societies» 6 (2): 253-27.
Castellano V. 2022, Voluntary returns or forced choices? Assisted voluntary return and reintegration programs in the Gambia, «Refugee Outreach and research network», November 2nd, http://www.ror-n.org/-blog/voluntary-returns-or-forced-choices-assisted-voluntary-return-and-reintegration-programs-in-the-gambia (04/11/2025).
Crane A., Lawson V. 2020, Humanitarianism as conflicted care: Managing migrant assistance in EU Assisted Voluntary Return policies, «Political Geography», ٧٩: 102-152.
Crawley H., Jones K. 2021, Between here and there: (re) conceptualizing migrant journeys and the ‘in-between’, «Journal of Ethnic and Migration studies» 47(14): 3226-3242.
Cuttitta P., 2018, Delocalization, Humanitarianism, and Human Rights: The Mediterranean Border Between Exclusion and Inclusion, «Antipode», 50: 783-803.
De Genova N. 2013, Spectacles of migrant ‘illegality’: the scene of exclusion, the obscene of inclusion, «Ethnic and Racial Studies», 36(7): 1180-98.
Düvell F. 2010, Transit migration a blurred and politicized concept, «Population, Space and place», 18: 415-427.
Fine S., Walters W. 2021, No place like home? The International Organization for Migration and the new political imaginary of deportation, «Journal of Ethnic and Migration Studies», 48 (13): 3060-3077.
Glick Schiller N., Basch L., Szanton Blanc C., 1995, From Immigrant to Transmigrant. Theorizing Transnational Migration, «Anthropological Quarterly», 68 (1): 48-63.
Gaibazzi P., 2024, Frontiere oltre confine: fronti e interstizi della gestione migratoria nello spazio EurAfricano, «Archivio Antropologico Mediterraneo», 26 (2): 1-13.
Hameršak M. et al., 2020, The forging of the Balkan route. Contextualizing the border regime in the EU periphery, «Movements», 5(1): 9-32.
Hess S. 2012, De-naturalizing transit migration. Theory and methods of an ethnographic regime analysis, «Population, Space and place», 18: 428-440.
Hromadžić A. 2025, Patchy internalization: Transnational migration and local buildings in the Bosnian borderland, «Society», 62: 473-485.
Kalir, B., L. Wissink 2016, The Deportation Continuum: Convergences Between State Agents and NGO Workers in the Dutch Deportation Field, «Citizenship Studies», 20 (1): 34-49.
IOM 2020, IOM institutional strategy on migration and sustainable development, Geneva https://publications.iom.int/books/iom-institutional-strategy-migration-and-sustainable-development (31/10/2025).
IOM 2024, Ozan Khoshnau went through everything he dreamed of in Bosnia and Herzegovina, Sarajevo, https://www.youtube.com/watch?v=kwQrimaYegc (31/10/2025).
Isakjee A. (et al.) 2020, Liberal Violence and the Racial Borders of the European Union, «Antipode», 52(6): 1751-1773.
Jansen S.2023, How Bosnia and Herzegovina was bordered: the supervised making of a border/mobility assemblage in the European semiperiphery, «Comparative Southeast European studies», 71(1): 190-209.
Jovanović T. 2023, Assisted voluntary return, e-Erim, December 23, https://e-erim.ief.hr/pojam/p-asistirani-dobrovoljni-povratak-p?locale=en (04/11/2025).
Leerkes A., Os R.V., Boersma E. 2017, What Drives Soft Deportation? Understanding the Rise in Assisted Voluntary Return among Rejected Asylum Seekers in the Netherlands, «Population, Space & Place», 23 (8): 1-11.
Lofranco Z.T, Tarabusi F. (2025), Ripensare i rifugiati. Interconnessioni di mobilità e solidarietà lungo la rotta bosniaca, «Anuac», vol.14 (2): 97-120.
Masi Gabriele M. 2023, Turning uncertainty into risk: cultural heritage and western subjectivity models among unsuccessful return migrants of the central European route, «Journal of the Anthropological society of Oxford», vol 15:243-261.
— 2024, Fallire la migrazione. Esperienze senegalesi di ritorno dalla Rotta mediterranea, Salerno: Edizioni Arcoiris.
Massa A. 2014, Migrazioni di transito in Riccio B. (ed.) 2014, Antropologia e migrazioni, Roma: Cisu, 35-44.
Maitilasso A. 2014, Migrazioni di ritorno in Riccio B. (ed.) 2014, Antropologia e migrazioni, Roma: Cisu, 233-242.
Stojić Mitrović M., Vilenica A. 2019, Enforcing and disrupting circular movement in an EU Borderscape: housingscaping in Serbia, «Citizenship studies», vol. 23 (6): 540-558.
Petrović T., 2013, Europe’s new Colonialism «Belgrade Journal of Media and Communications», vol. 2 (4): 107-125.
Tazzioli M., Walters W. 2019, Migration, solidarity and the limits of Europe, «Global Discourse», 9(1): 175-190.
Tazzioli M. 2023, Border Abolitionism: Migrants’ Containment and the Genealogies of Struggles and Rescue, Manchester: Manchester University press.
Tošić J. 2017, From a Transit Route to the “Backyard of Europe”? Tracing the Past, Present and Future of the “Balkan Route”, in Fartacek G., Binder S. (eds.) 2017, Facetten von Flucht aus dem Nahen und Mittlern Osten: Facultas Universitätlag, 150-166.
1 29.196 miranti irregolari sono stati registrati da IOM in BiH nel 2019, ma si tratta del numero minimo di presenze sul territorio poiché molti altri potrebbero essere entrati nel paese senza essere stati identificati.
2 I rimpatri organizzati dal Ministero per la sicurezza bosniaco sono subordinati alla conclusione, ancora limitata, di accordi di riammissione con paesi d’origine e dalla disponibilità di risorse economiche ricavate da finanziatori esterni tra cui lo stato austriaco è quello principale.
3 IOM BiH migration response. Situation report 2-15 September 2024: https://bih.iom.int/sites/g/files/tmzbdl1076/files/documents/2024-09/01_iom-bih-external-sitrep-2-15-september-2024.pdf (31/10/2025)
4 IOM Libya, annual report 2023: https://libya.iom.int/sites/g/files/tmzbdl931/files/documents/2024-08/iom-libya-annual-report-2023.pdf (31/10/2025).
5 I Balcani Occidentali comprendono oggi gli stati Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia del nord, l’Albania, Kosovo impegnati, seppur a diversi stadi, nel processo di adesione all’UE.
6 Le traduzioni dall’inglese e dal bosniaco sono a cura dell’autrice.
7 L’articolo del 9 agosto 2021 è disponibile al seguente indirizzo: https://6yka.com/bih/migranti-koji-napustaju-bih-i-vracaju-se-kuci-za-buku-kajemo-se-i-odustajemo-evropa-je-bila-iluzija/
8 I nomi degli interlocutori sono pseudonimi.