Re-integrarsi a casa?
Fenomenologia dei ritorni nel nord della Romania

Reintegrating at home?
Phenomenology of returns in northern Romania

Pietro Cingolani

Dipartimento di Storia Culture Civiltà,
Università di Bologna


Indice

Introduzione

I ritorni nella realtà romena

Rappresentazioni e contro rappresentazioni dei ritornanti

Perché si torna? Le motivazioni e la preparazione

“Un percorso a ostacoli”. La questione lavorativa

Reti familiari e reti sociali nei ritorni

Conclusioni

Bibliografia



Abstract

This article explores the return experiences of migrants in a northeastern region of Romania, historically shaped by patterns of territorial mobility. The analysis focuses on public representations of returnees, their motivations and preparation for return, as well as the employment trajectories and the family and social networks they have mobilized and redefined. A critical perspective is offered on the concepts of voluntariness and reintegration, emphasizing their multidimensional nature – economic, social, cultural, and political. Adopting a layered approach to mobility, the article highlights how the overlapping and succession of different factors over time have rendered the notion of mobility increasingly complex. This complexity challenges conventional distinctions between voluntary and involuntary return, between return and circular migration, and between internal and international mobility.

Keywords: Romania; returns; re-integration; mobility; stratification.


Introduzione

Il processo di ritorno dei migranti richiede aggiustamenti e riposizionamenti continui, nei quali le aspirazioni e gli immaginari vengono messi alla prova dai cambiamenti sociali avvenuti nel tempo. Il presente contributo prende le mosse da una lettura critica dei concetti di volontarietà e di reintegrazione, e analizza i ritorni come processi multidimensionali, economici, sociali, culturali e politici [Kushminder 2017]. Il termine volontario deve essere problematizzato perché sottende diverse ambiguità. Un’analisi critica rivela che la volontarietà è una narrazione contestata, plasmata da agende politiche, quadri giuridici e da pressioni sociali [King, Kuschminder 2022], e alcuni studiosi hanno definito i cosiddetti rimpatri volontari assistiti come una forma di espulsione “morbida” [Leerkes et. al. 2016]. Anche il concetto di reintegrazione va problematizzato perché può sottendere una visione assimilazionista, mentre un riuscito inserimento nei contesti d’origine è strettamente collegato alle pratiche transnazionali dei migranti [Sinatti 2011] e molti ritornati mantengono multipli collegamenti materiali, valoriali e simbolici tra più contesti [Bilgili 2022]. Una nuova migrazione non deve necessariamente essere letta come una mancanza di re-integrazione perché le due dimensioni, re-integrazione e mobilità, non si escludono reciprocamente [Carling, Herdal 2014; Riccio, Degli Uberti 2013]. La categoria di ritorno va inoltre pluralizzata poiché identifica pratiche molte differenziate, che possono passare da soggiorni temporanei, a soggiorni a lungo termine, a ritorni permanenti [King 1996].

Lo studio dei processi di re-integrazione dei migranti di ritorno deve tenere conto di alcune componenti fondamentali [Lietart, Kuschminder 2021]. La prima è una componente spaziale. I migranti che tornano si trovano a dover creare collegamenti in uno spazio specifico dal quale, in un passato più o meno remoto, si sono allontanati. Si deve attivare un processo di riappropriazione, che permetta di trasformare luoghi percepiti come estranei in contesti domestici [Vathi, King 2017]. Non si considera solo la dimensione fisica degli spazi, ma anche la dimensione sociale, cioè si considera lo spazio come struttura di opportunità e insieme di reti sociali alle quali le persone riescono o non riescono ad accedere. Gli spazi vanno considerati anche nella loro dimensione transnazionale [Boccagni 2022] e dunque la capacità di tenere collegati spazi anche distanti può riflettersi negli esiti dei processi di re-integrazione.

La seconda componente è quella temporale. La re-integrazione è un processo in più fasi, dinamico e prolungato [Markowitz, Stefansoon 2004]. Come sottolinea Cassarino [2004] il fattore temporale ha un’influenza sull’esito dei ritorni e riguarda la durata della permanenza all’estero, laddove una durata consistente permette di maturare un’alta preparazione al ritorno, mentre una durata breve, corrisponde ad una bassa preparazione al rientro. La componente temporale non va solo considerata in forma oggettiva ma anche soggettiva, in quanto i migranti di ritorno collocano la loro esperienza in relazione alle loro traiettorie immaginate di vita, comparando la propria esperienza a quella di chi non è emigrato. La terza componente da tenere presente nei processi di re-integrazione è quella sociale. Sono rilevanti non solo i network delle persone, ma anche il ruolo delle infrastrutture sociali che possono sostenere o inibire i processi di re-integrazione. Sono importanti le reti di significati sociali e culturali con cui si confrontano i migranti di ritorno, oltre alle aspettative e agli immaginari che li riguardano. È importante comprendere come i rimpatriati utilizzino il loro capitale sociale, le risorse finanziarie e il capitale culturale per rinnovare i legami con i loro contatti sociali, effettuare investimenti e accedere alle opportunità locali.

Risulta interessante leggere e interpretare i processi di rientro e la re-integrazione dei migranti guardando in particolare al ruolo giocato dalle reti familiari, focalizzando dunque l’attenzione non solo sul singolo migrante ma anche sui suoi parenti, sia quelli all’estero che quelli rimasti a casa [King, Lulle 2022]. La parentela costituisce una riserva dinamica di risorse con cui i migranti possono muoversi e abitare nuovi mondi e la natura multidimensionale della parentela, immaginativa, materiale e relazionale, sostiene sia i processi di mobilità che quelli di insediamento e re-insediamento [Carsten 2020].

Sulla base di questi presupposti, nel presente contributo indago i percorsi di rientro di migranti romeni in uno specifico contesto territoriale, la regione nord-orientale della Bucovina, considerando come sono avvenuti i processi di re-integrazione, e leggo la re-integrazione come uno dei possibili esiti, a fianco di fenomeni di emarginazione a livello locale o alla progettazione di nuove partenze1. Dai racconti e dalle esperienze dei migranti emerge un quadro aperto, fluido e in continua evoluzione che mette in crisi una logica del ritorno come fine teleologico, logica che spesso è stata erroneamente adottata non solo dagli studiosi ma anche dalle istituzioni che promuovono progetti di rientro dei migranti nei contesti d’origine [Grimaldi 2019]. L’adozione di una prospettiva diacronica permette di tenere in considerazione tanto i fattori strutturali, che si sono modificati nel tempo, quanto l’agency dei migranti [De Haas 2021]. Quello che propongo è un approccio stratificato allo studio della mobilità, che permetta di evidenziare come il sovrapporsi o il susseguirsi di elementi nel corso del tempo, abbiano reso più complessa la nozione di mobilità, mettendo in crisi le distinzioni tra ritorni volontari e involontari, tra ritorni e mobilità circolatoria, tra mobilità interne e mobilità internazionali [Sanò 2025].

I ritorni nella realtà romena

Con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea nel 2007, si è reso molto più fluido non solo il processo delle partenze ma anche quello dei ritorni, che hanno coinvolto più del 20% della popolazione [Anghel, Coșciug 2018]. Stănculescu e Stoiciu [2012] hanno affermato che, tra il 2009 e il 2010, il 26% delle famiglie intervistate in diverse regioni aveva membri migranti e il 4,5% di queste famiglie aveva rimpatriati. I migranti tra 15 e 64 anni che hanno vissuto e lavorato all’estero tra il 2009 e il 2019 e che sono ritornati in Romania sono circa 390.000 [OECD 2019, 16]. Il 2022 è stato il primo anno dall’ingresso nell’Unione Europea in cui i ritorni hanno superato le partenze, con un saldo positivo di circa 85.000 unità, segnando un’inversione storica. Nel 2023 questo saldo è aumentato di 66.000 unità e nel 2024 di ulteriori 36.200 unità [Ghetau 2025]. Questi numeri testimoniano che le migrazioni di ritorno non sono un evento occasionale, ma un fenomeno strutturale anche se è difficile dire quanto i ritorni siano provvisori o definitivi [Anghel et. al. 2016].

Le migrazioni di ritorno infatti possono configurarsi come temporanee, inseribili cioè all’interno di percorsi circolari o di mobilità molto più complesse, come sottolineato negli studi sulla «ri-emigrazione» [Ciobanu 2015] o sulla «mobilità secondaria interna» [Alexe et. al. 2014]. Come si vuole evidenziare è spesso meglio parlare del ritorno come una tappa all’interno di un percorso di mobilità, piuttosto che del raggiungimento di una destinazione finale. Le aspirazioni e le capacità di (im)mobilità delle persone si modificano nel tempo [De Haas 2021] e questa considerazione deve essere applicata anche ai percorsi di rientro.

La maggior parte degli studi sulla migrazione di ritorno in Romania, condotti negli ultimi anni, si sono concentrati su cause e modelli di queste migrazioni. Gli studiosi hanno identificato nelle maggiori spinte al ritorno le condizioni e la percezione di discriminazione vissuta all’estero, ma anche forti sentimenti di appartenenza o di attaccamento ai luoghi di origine [Roman, Goschin 2012]. Il fatto di aver mantenuto forti collegamenti transnazionali, attraverso visite regolari e forti reti amicali e parentali, ha sicuramente sostenuto questi percorsi [Gherghina, Plopeanu 2020]. Emergono visioni e valutazioni divergenti rispetto alle diverse forme di migrazione di ritorno in Romania. Alcuni migranti hanno competenze riconosciute e ben pagate nel mercato del lavoro locale [Martin, Radu 2012] e le istituzioni hanno promosso politiche specifiche per facilitarne il rientro, anche nei periodi più complessi, come durante la pandemia COVID-19, con campagne di richiamo degli altamente qualificati e l’offerta di incentivi economici [OECD 2019]. Da altri studi emerge come le difficoltà fronteggiate dai migranti di ritorno siano state tante e tali da spingere le persone a re-emigrare, nonostante un forte attaccamento emotivo ai luoghi di origine [Apsīte-Beriņa et. al. 2020].

Le esperienze di ritorno qui prese in analisi si collocano in una serie di località vicine nella Bucovina romena, regione nell’estremo nord est del Paese2. Da questa regione, storicamente più povera e densamente popolata rispetto ad altre parti del Paese, si sono articolati importanti fenomeni di migrazione interna verso la Romania occidentale, durante gli anni del socialismo, e poi verso l’Europa Occidentale, dopo la caduta del regime. Negli ultimi anni questa regione è diventata una delle prime in Romania per numero di migranti rientrati.

In questo articolo riporto le esperienze e le voci di quindici migranti di ritorno. Queste persone hanno un’età compresa tra i trenta e i cinquant’anni, hanno passato un considerevole periodo di tempo all’estero, tra i cinque e i quindici anni, e sono tornate in Romania in anni diversi, tra il 2004 e il 20233.

Rappresentazioni e contro rappresentazioni dei ritornanti

La posizione del migrante nei contesti di partenza viene costruita anche attraverso le rappresentazioni pubbliche che vengono prodotte e fatte circolare dai media e dalla classe politica. Se questi discorsi e queste rappresentazioni sono stati documentati soprattutto per quanto riguarda i romeni emigrati all’estero [Cingolani 2016], sempre di più si producono e circolano narrazioni anche su quanti ritornano. I rientranti devono confrontarsi con queste rappresentazioni dominanti e negoziare il loro posizionamento, non solo dal punto di vista materiale, ma anche dal punto di vista simbolico. Quanto più l’immagine è negativa e la presenza dei migranti di ritorno è percepita come una minaccia agli equilibri sociali, tanto più i percorsi di reintegrazione saranno complessi [Maitilasso 2014]. I discorsi pubblici sui migranti di ritorno in questi ultimi venti anni hanno conosciuto un’evoluzione, con dei punti di svolta in corrispondenza di alcuni momenti chiave.

Agli inizi degli anni Duemila si è consolidata nell’opinione pubblica la definizione ironica e a tratti dispregiativa dei migranti di ritorno come capsunari, raccoglitori di fragole. Questo termine voleva stigmatizzare il basso prestigio sociale dei lavori manuali svolti all’estero e i comportamenti rozzi e ignoranti che gli emigrati avrebbero assunto quando tornavano in Romania. Andrei è oggi un giovane padre di trent’anni, il quarto di sette figli, emigrato per la prima volta nel 2012, e successivamente ritornato a più riprese in Romania. Andrei è partito appena maggiorenne senza alcuna qualificazione, e all’estero ha svolto molti lavori differenti:

È vero che anche io mi sono trovato costretto ad andare all’estero, prima in Italia e poi in Germania, e fare lavori semplici come raccogliere l’uva o raccogliere gli asparagi. Non trovo nulla di male a fare questi lavori, però mi dava molto fastidio quando vedevo che alcuni giornali o la televisione anziché parlare di romeni all’estero parlavano di capsunari. E questi termini venivano usati senza rispetto da alcune persone in paese quando io tornavo a casa (Andrei, 30 anni, 20/08/2024, Marginea).

Nello stesso periodo emergeva un’altra rappresentazione, molto diversa, quella del “buon” padre e della “buona” madre transnazionale, che con grande dedizione al lavoro e ai valori familiari si sacrificavano mantenendo forti i legami e la fedeltà verso la terra d’origine [Cingolani 2016].

Oltre a queste rappresentazioni celebrative ve ne era un’altra che, adottando criteri di status sociale, veniva destinata agli emigrati altamente qualificati. Per questi soggetti, come ingegneri e medici, si consolidava l’espressione reintegrare al creierelor (re-integrazione dei cervelli), sottolineando l’importanza di un loro re-inserimento in Romania. Questo termine si trova per esempio nel 2011, in un rapporto di ricerca commissionato dalla Fondazione Soros, ampiamente ripreso dalla stampa romena [Iris 2011]. Domnicuta è una donna di sessant’anni, ha lavorato in Italia dal 2006 come assistente famigliare ed è tornata in Romania nel 2016, anche per stare con la figlia ventenne. Ha richiamato il tema delle migrazioni qualificate, facendo riferimento al fratello, anche lui emigrato:

Mio fratello è un chirurgo che oggi vive a Londra, ma non ha mai ripensato alla sua scelta. Per lui è stato molto difficile lasciare la Romania e anche il posto sicuro che aveva all’ospedale, ma le condizioni non si possono paragonare. Si dice tanto che quelli come lui devono tornare, ma se ti metti nei suoi panni lo capisci, no? I medici non tornano (Domnicuta, 60 anni, 25/7/2024, Marginea).

Negli anni a ridosso dell’ingresso in Unione Europea si verificano in Romania episodi fortemente speculativi nell’ambito immobiliare. In questo periodo i migranti di ritorno sono stati costruiti pubblicamente come un nemico che, attraverso i propri investimenti, stava compromettendo l’economia locale. Doina è una donna di mezza età che, dopo più di 12 anni passati in Italia, nel 2004 è rientrata e si è da subito scontrata con queste rappresentazioni ostili:

Nel 2004, io e mio marito siamo tornati in Romania e, per iniziare da qualche parte, abbiamo investito tutti i nostri risparmi nell’acquisto di un appartamento nuovo nella città di Iasi. Lo abbiamo pagato 48.000 euro a rate e solo due anni dopo, nel 2006, poteva essere rivenduto a 100.000 euro. Ci siamo adattati a quella che era l’economia. I giornali e anche le persone di qua hanno cominciato a chiamarci speculatori. Sembrava che tutto dipendesse da noi emigrati, bisognava trovare un capro espiatorio per la crisi (Doina, 54 anni, 15/7/2024, Marginea).

Un terzo momento chiave per quanto riguarda le rappresentazioni pubbliche sui migranti di ritorno è stata la pandemia COVID-19. Molte accuse sulla diffusione del virus sono state dirette verso i migranti di ritorno [Bucureșteanu 2020]. Questi venivano rappresentati non solo come trasgressori ma anche come parassiti sociali che pesavano sul sistema di welfare locale [Berta 2020; Sanna 2021]. Vica è una donna di 55 anni che ha lavorato per due decenni in Italia. Denuncia il clima di pesante ostilità vissuto al rientro, nel 2020.

Sono rientrata in piena pandemia, nella primavera del 2020. Tornavo perché l’anziana che guardavo era stata spostata in ospizio […] La cosa più incredibile è che ho sentito dirmi da molte persone che ero pericolosa, che dovevo restarmene in Italia, mi chiedevano perché ero venuta indietro. Sui giornali si leggeva Il virus che arriva dall’Italia. Per me è stata una grande umiliazione (Vica, 55 anni, 17/7/2024, Marginea).

In tutti questi discorsi pubblici intorno ai migranti di ritorno è insita una profonda ambivalenza. Quando le rappresentazioni sono negative, vengono loro ricondotti i problemi economici e sociali dei quali soffre il Paese in generale e le cui cause provengono spesso da una molteplicità di fattori interconnessi, sia interni che esterni. I migranti di ritorno finiscono per rivestire un ruolo a specchio rispetto alla società locale, perché incarnano quei comportamenti sociali disfunzionali che si vorrebbero espellere, attraverso un processo di rimozione simbolica4.

D’altra parte, ai migranti di ritorno sono state attribuite anche immagini positive, specularmente opposte. Si identifica in loro l’asse portante della società e dell’economia del Paese, e sono celebrati come il cuore dell’identità collettiva romena. Il loro ritorno è raccontato come un atto di fedeltà che merita riconoscenza pubblica. Tutte queste narrazioni si sono stratificate nel tempo andando a costituire un capitale simbolico per i migranti di ritorno.

Perché si torna? Le motivazioni e la preparazione

I fattori che sono alla base di una decisione di ritorno sono molteplici, complessi e stratificati e vanno letti all’intersezione tra condizioni strutturali e circostanze personali. È stata messa in luce la debolezza delle teorie che mettono in relazione in maniera deterministica le motivazioni alla base della migrazione e le successive motivazioni per il ritorno. Rispetto alle teorie classiche di carattere socio-economico è stato invocato un approccio più sfumato, nel quale è importante considerare l’interazione tra le varie forme di inclusione socio-lavorativa e di coinvolgimento transnazionale [De Hass, Fokkema 2011]. Le scelte di mobilità vanno lette come il risultato di un processo complesso in cui le aspirazioni e i desideri delle persone giocano un ruolo centrale e interagiscono con elementi di natura strutturale [Carling, Collins 2018].

Alcuni migranti, quando sono stati intervistati, hanno ricondotto la scelta di tornare principalmente a motivazioni di tipo lavorativo. Tra queste si può annoverare un lavoro all’estero che non viene più reputato soddisfacente o, in taluni casi, la perdita del lavoro. Ho incontrato Vasile, un uomo di cinquant’anni, nel giardino della sua bella casa, costruita con anni di risparmi. La decisione del ritorno, dopo 15 anni all’estero, è stata presa nel 2012, e mi è stata descritta come risposta ad una stanchezza accumulata per lungo tempo.

In Italia facevo un lavoro che non mi dava più nessuna soddisfazione, mi sentivo sfruttato e lavoravo tantissimo. Lavoravo in un allevamento di maiali, facevo la pulizia, l’inseminazione artificiale e tante altre cose. Ero così esaurito che il lunedì non mi sono neanche presentato a lavoro e sono partito (Vasile, 50 anni, 29/6/2024, Radauti).

Gicu è più giovane di Vasile, ha quarant’anni, mani e sguardo segnati da anni di lavoro operaio in una fabbrica di componenti meccaniche. La decisione di ritornare nel 2023, nel suo caso, viene presa perché: «la ditta andava sempre peggio, licenziavano e non assumevano più. Non ero ancora stato licenziato, ma capivo che a breve sarebbe arrivato anche il mio momento» (Gicu, 40 anni, 6/8/2024, Marginea). Oltre alla questione lavorativa c’è anche la nascita di due gemelli che spinge il neogenitore a tornare in Romania, vedendo nella presenza della madre, nella nuova casa, e nel contesto paesano elementi favorevoli per la crescita dei figli.

Oana è una donna di quarantacinque anni arrivata in Italia nel 2009, con l’obiettivo di risparmiare per ristrutturare la casa di famiglia e sostenere le spese universitarie della sorella. Quando ha perso il suo ultimo lavoro è rimasta per un certo periodo in Italia, beneficiando della disoccupazione, fino a quando nel 2016 ha deciso di tornare dalla madre e dalla nonna in Romania:

Nel 2016 ho ricevuto la disoccupazione e per qualche mese è andata bene così. Ma poi non trovavo altri lavori, il tempo passava, e così ho deciso di tornare. Questo è stato un motivo importante. Certo c’era anche il fatto che mia mamma era sola a casa e mia nonna si era ammalata ed era venuta a vivere da noi. Per questo ho deciso di tornare, per occuparmi di loro (Oana, 45 anni, 10/8/2024, Patrauti).

Come emerge chiaramente vi può essere una multi-causalità alla base del ritorno, e i motivi lavorativi si intersecano spesso con motivazioni di carattere famigliare e affettivo. Per esempio, possono emergere doveri di accudimento verso i parenti anziani con precarie condizioni di salute [Baldassar et. al. 2007]. Questa motivazione è presente prevalentemente tra le donne, soprattutto quando non ci sono altri membri della famiglia disponibili ad assumersi questo carico di cura.

Una casistica interessante è rappresentata da donne che hanno lavorato all’estero per molto tempo lasciando in paese i propri figli e i propri partner. Emerge la volontà di tornare a stare vicino a questi, dopo tanti anni di separazione. Vica, per esempio, è una donna che in Italia ha lavorato come domestica per lunghi periodi, lasciando marito e figlio in Romania. Questa divisione è stata causa di diverbi ricorrenti e di una situazione per lei non più sostenibile: «Mio marito era stanchissimo, non ne poteva più di stare da solo. A un certo punto mi ha detto di smetterla. E così ho fatto» (Vica, 55 anni, 17/7/2024, Marginea). Inoltre Vica, con il suo ritorno, ha potuto beneficiare di una pensione di invalidità per problemi di vista, della quale non avrebbe potuto godere se fosse rimasta in Italia.

Tra le motivazioni del ritorno dichiarate non ci sono dunque solo elementi di natura economica, come l’insoddisfazione per le condizioni lavorative o la mancanza di lavoro, ma molto spesso emerge una componente psicologica, che riguarda la ricerca di maggiore benessere. Il nesso tra benessere percepito e desiderato e migrazioni di ritorno è stato al centro di un’ampia riflessione teorica. Vathi e King [2017] discutono quanto i progetti di ritorno siano collegati a vari aspetti di benessere e come spesso esista un disallineamento tra le modalità in cui le autorità pubbliche concettualizzino e organizzino i ritorni e come essi vengano pensati dai migranti, e sulle conseguenze di questo disallineamento sul benessere psico-fisico delle persone. Angelica in Italia ha lavorato dal 2002 come assistente per un anziano in co-residenza e ha condotto una vita con una rete molto ristretta di relazioni, tutte concentrate negli spazi e nei tempi del lavoro. Compiuti 47 anni, nel 2023, ha deciso di tornare: «Ho pensato e deciso di tornare perché facendo la badante passavo una vita alienata. Cercavo un po’ di libertà in Romania, volevo diventare una persona normale, con una vita sociale, quella vita che mi sono sempre privata in Italia» (Angelica, 48 anni, 2/7/2024, Radauti).

La decisione del ritorno spesso non viene presa immediatamente, ma in seguito a un processo di andata e ritorno nel quale le persone sperimentano per un certo periodo quale siano le effettive condizioni nel contesto di partenza. Viorica, per esempio, prima del rientro definitivo, ha alternato periodi in paese con ripartenze verso l’Italia, dove ha praticato sostituzioni di connazionali nell’assistenza agli anziani. Questo periodo di intermezzo le ha permesso di sperimentare la vita in Romania, senza però stabilirvisi definitivamente, perché continuava ad esserci per lei lavoro in Italia, fino alla morte dell’ultima assistita avvenuta nel 2020. Da un lato si è resa conto dei benefici psicologici positivi legati alla stabilizzazione in Romania, dall’altro non ha più avuto una ragione oggettiva per rimanere in Italia.

Valentin è un autotrasportatore di 48 anni. Dopo 20 anni passati all’estero, nel 2015, il peggiorare della situazione economica in Italia, oltre a difficoltà fiscali legate al mantenimento della sua azienda all’estero, lo hanno spinto a tentare un rientro, mettendo a frutto i forti legami transnazionali che aveva tenuto vivi negli anni grazie alla sua professione. Ha aperto una nuova ditta di trasporti in Romania, continuando tuttavia a lavorare a cavallo tra Romania e Italia. La moglie e i figli piccoli sono rimasti a Torino, fino a quando Valentin ha avuto la certezza che la sua attività in Romania fosse più redditizia rispetto all’Italia e ha così convinto la moglie a tornare. Si è trattato di una negoziazione complessa perché le loro motivazioni divergevano. Sua moglie temeva di non ritrovare in Romania la fitta rete di relazioni che si era costruita in Italia, oltre a dover rinunciare a un buon lavoro, conquistato con fatica. Parte di questi timori si sono poi dimostrati fondati, complicando ulteriormente le relazioni della coppia una volta tornati.

Oltre a discutere delle motivazioni al rientro è anche interessante riflettere su quella che Cassarino [2004] ha definito «preparazione al ritorno». Questa preparazione si compone sia del desiderio di ritornare che della prontezza al ritorno, due elementi che a loro volta hanno a che vedere e sono influenzate dalla mobilitazione delle risorse, tangibili, intangibili e di capitale sociale. «The returnee’s preparednees refers to a voluntary act that must to be supported by the gathering of sufficient resources and information about post-return conditions at home» [Cassarino 2004, 271]. I migranti possono manifestare il desiderio di tornare senza essere necessariamente pronti per fare questo passo. La preparazione dipende non solo dalle esperienze avute all’estero ma anche dalla corretta percezione dei cambiamenti politici, economici e istituzionali che sono avvenuti nei contesti d’origine. Tra i migranti di ritorno presi in esame, così come variano le motivazioni, così appare molto diversificata la preparazione al ritorno. Nel caso di Valentin si evidenzia un’alta preparazione. La decisione di tornare in Romania è stata maturata dopo molti anni di lavoro all’estero, nei quali tuttavia non ha mai smesso di mantenere vivi i contatti transnazionali con diverse realtà romene. La progettazione della sua attività di trasportatore in Romania è avvenuta dopo un’accurata valutazione dei rischi che avrebbe comportato e il trasferimento della famiglia è stato organizzato solo una volta che la sua attività si era ben consolidata. Il caso di preparazione al ritorno di Oana è stato decisamente più basso. Sebbene avesse contatti costanti con la sua famiglia, tornando periodicamente e regolarmente in paese, fino alla sua partenza non aveva mai realmente considerato le circostanze di un ritorno, né si era confrontata con le reali condizioni sociali e con le opportunità lavorative disponibili in Romania. Oana afferma di aver coltivato un’aspirazione al ritorno in tanti anni passati all’estero, un desiderio piuttosto vago, al quale non è corrisposta un’iniziale mobilitazione di risorse e di conoscenze da spendere a casa.

È importante non adottare una lettura deterministica del concetto di preparazione. È vero che un diverso grado di preparazione al ritorno può aver influito nelle prime fasi dei percorsi di re-integrazione ma, con il passare del tempo, le condizioni vissute dai ritornanti possono essersi modificate sia verso il meglio, sia verso il peggio.

“Un percorso a ostacoli”. La questione lavorativa

Oltre alle motivazioni e alla preparazione al ritorno, è importante considerare quali siano le condizioni reali con le quali i migranti si sono confrontati e capire come si siano sviluppati i loro percorsi di re-integrazione. Questi percorsi devono tenere in conto sia la dimensione lavorativa che quella sociale, perché queste due componenti sono tra loro strettamente interconnesse. I processi di re-integrazione lavorativa non sono lineari, richiedono tempo e possono vedere fasi alterne, sia progressive che regressive [Markowitz, Stefansson 2004]. Sono diverse le difficoltà sollevate dai miei interlocutori. Innanzitutto, per chi è tornato a lavorare nel settore pubblico, un problema molto sentito è l’inadeguatezza dei salari rispetto al costo della vita. I migranti poco preparati al ritorno possono aver coltivato delle aspettative rispetto alle condizioni di accesso al lavoro che poi sono state frustrate. Angelica si è scontrata con le difficoltà normative del settore pubblico.

Appena sono tornata in Romania, credevo di trovare la strada facile perché così mi avevano detto alcuni conoscenti. ‘Non avrai alcun problema a trovare lavoro come professoressa di religione perché hai la laurea romena’. In realtà è un percorso ad ostacoli perché ci sono pochissimi concorsi. Allora ho pensato di trasferire qua le mie competenze di operatrice sociosanitaria, ma anche qui ho scoperto altri problemi. Per entrare a lavorare nel pubblico, cosa che voglio fare, devi prima avere almeno un anno di contratto nel settore privato in Romania (Angelica, 48 anni, 12/7/2024, Radauti).

Uno degli aspetti che viene più spesso sottolineato da tutti i ritornanti riguarda l’apparato burocratico e normativo ostico. L’opacità delle regole e la difficoltà di decodificarle a proprio vantaggio, fa vivere alle persone una sensazione di perenne incertezza. Doina ha aperto un’attività di somministrazione di cibo con il marito, ma è stato un percorso molto complicato.

Aprire un’attività qua in Romania è stato un rischio, quasi una follia. Mio marito ha comprato il furgone in Italia, e poi lo ha immatricolato qua in Romania. Sebbene io abbia un diploma in legge, non riuscivamo a capire tutte le normative, era complicatissimo. Per fortuna sono riuscita a risolvere tutto solo perché avevo ex-colleghi nelle posizioni giuste, che ci hanno aiutato (Doina, 54 anni, 15/7/2024, Marginea).

Tutti i migranti di ritorno denunciano uno Stato totalmente assente, se non ostile nei confronti dell’iniziativa individuale. Un tema ricorrente riguarda non solo la burocrazia e l’apparato normativo, ma anche quella che viene definita come una diversa cultura del lavoro. I migranti marcano in questo senso le distanze dagli autoctoni sottolineando come, anche grazie alla vita all’estero, abbiano interiorizzato una serie di valori e di attitudini che non esistono localmente. Mimmo Perrotta, nella sua etnografia condotta tra i migranti romeni in Italia, sottolinea come uno dei valori distintivi che si autoattribuiscono è la loro capacità, voglia e forza di lavorare. Gli immigrati sentono di dover giustificare e legittimare la loro presenza in Italia affermando «noi rumeni lavoriamo di più» [Perrotta 2011, 237]. Questa attitudine retorica si ripresenta in Romania, ma questa volta per contrapporsi ai non emigrati. Remus mi ha accolto con orgoglio nella pizzeria che ha aperto nella sua cittadina di origine nel 2020, dopo 15 anni di lavoro in Italia. Il suo problema maggiore è la ricerca di forza lavoro:

Il vero problema è che qua c’è una diversa cultura del lavoro rispetto all’estero. Per noi che siamo tornati è davvero difficile abituarsi. Qui le persone non sono regolari, si lamentano, arrivano tardi oppure addirittura non si presentano, senza preavviso […] Non riesco a trovare chi abbia voglia di lavorare da me in pizzeria (Remus, 46 anni, 27/8/2024, Radauti).

Alla mia domanda sulla presenza o meno di programmi pubblici di sostegno al reinserimento lavorativo per i migranti di ritorno ho ottenuto sempre risposte negative e categoriche. Le persone rivendicano la loro totale autonomia:

Né io, né altri che conosco abbiamo mai ricevuto un aiuto dallo Stato per quello che siamo riusciti a fare. Semmai lo Stato ci ha messo i bastoni tra le ruote. Noi abbiamo imparato a fare tutto da soli, così come è successo all’estero, così è successo anche qui a casa nostra (Vasile, 50 anni, 29/6/2024, Radauti).

Tra i miei intervistati nessuno ha beneficiato di forme d’aiuto pubblico e nessuno, con due sole eccezioni, mi ha riferito di essere a conoscenza della presenza di programmi specifici. Esistono alcune misure di sostegno pubblico messe in atto negli ultimi anni, tra le quali il programma StartUp Nation, un aiuto economico destinato a romeni che hanno risieduto all’estero e che intendono aprire un’impresa assumendo altre persone. Vi è poi un premio di reinsediamento, di circa 2.200 euro per chi torna dopo almeno 36 mesi all’estero e si registra come disoccupato in Romania. In realtà sono molto pochi i migranti di ritorno che ne hanno beneficiato e le cause possono essere varie: da un lato i vincoli troppo stringenti per accedere ai fondi, ma anche la scarsa informazione data riguardo a questi strumenti, e una diffusa sfiducia verso il settore pubblico per cui, anche quando un migrante ne viene a conoscenza, non si impegna in un processo che immagina come complesso e dall’esito incerto [OECD 2025]. I limiti degli strumenti pubblici destinati a un positivo re-inserimento lavorativo dei migranti nei contesti d’origine emergono, in forma ancora più acuta, per quanto riguarda i programmi di rimpatrio volontario assistito. Negli ultimi anni, sia a livello europeo che a livello italiano, si è accentuata la tendenza a disinvestire in queste politiche, investendo molto di più sia in termini simbolici che economici ed operativi in strumenti coercitivi, come il trattenimento dei migranti alle frontiere, l’allungamento dei termini di detenzione degli irregolari, la costruzione di nuovi centri per il rimpatrio [FIERI 2024]. In passato sono stati realizzati in Italia alcuni progetti di rimpatrio volontario assistito specificatamente destinati a cittadini romeni. In questi progetti si forniva un aiuto economico all’avvio di attività micro-imprenditoriali e per corsi di formazione professionale nei contesti d’origine. Questi progetti hanno tuttavia avuto esiti fallimentari perché i beneficiari, quasi nella totalità, sono ripartiti per l’estero una volta finiti i contributi5. Questi rimpatri, per quanto volontari sulla carta, erano stati accettati dai beneficiari come unica possibilità a fronte alla perdita della casa e del lavoro in Italia. Inoltre, le istituzioni promotrici non avevano alcuna conoscenza dei contesti d’origine e delle condizioni sociali ed economiche con cui si sarebbero dovuti confrontare i ritornanti. A simili conclusioni arriva anche Masi [2024] nella sua etnografia sui progetti di rimpatrio assistito dell’OIM in Senegal. Anche qui chi ritorna deve spesso affrontare le stesse condizioni economiche, sociali e morali sfavorevoli che ne hanno determinato la partenza e per la maggior parte dei beneficiari l’obiettivo del rientro è esclusivamente acquisire nuove risorse per una nuova migrazione.

Reti familiari e reti sociali nei ritorni

Non è solo il piano lavorativo a essere rilevante nei percorsi di re-integrazione ma c’è anche la fondamentale componente sociale. Il primo nucleo intorno a cui si costruisce un progetto di rientro è quello familiare. Come si è già discusso precedentemente, il ritorno può avvenire in specifiche fasi del proprio ciclo di vita e di quello dei propri familiari. Per esempio, la motivazione del ritorno può essere legata alla necessità di tornare a vivere insieme ad altri membri della propria famiglia, come è avvenuto per Oana con l’anziana nonna, per Domnicuta con il figlio e per Vica con il marito e il figlio. La struttura familiare si è modificata con la migrazione e di conseguenza il ritorno comporta nuovamente dei cambiamenti [Olivier-Mensah, Scholl-Schneider 2016]. In taluni casi la coppia coniugale ha mantenuto un’organizzazione transnazionale, ovvero uno dei membri della coppia si trovava all’estero mentre l’altro è rimasto per tutto il tempo in Romania. Il ritorno comporta così la ricomposizione della coppia e non sempre è cosa semplice perché, abituatisi a vivere divisi, i due coniugi avevano una routine quotidiana molto diversa. Un caso differente è quando la coppia rientra insieme. In questo caso non ho osservato grandi squilibri interni, anche se può avvenire che un membro della coppia perda indipendenza a scapito dell’altro. Per esempio, vi sono donne, come Ana, che hanno acquisito una forte autonomia economia e professionale all’estero, e che al rientro non trovano un lavoro e tornano a dipendere dal marito [Vlase 2013]. Le relazioni rilevanti si estendono oltre i legami tra coniugi, anche ai legami con altri membri della rete parentale. Vi possono essere legami che sono rimasti a lungo sopiti e che vengono riattivati attraverso il ritorno. Come evidenziato da Carsten [2020], la parentela invece di presentarsi come un deposito conservativo di precetti e pratiche, che sono ancorati alla tradizione, ha caratteristiche di apertura e di dinamicità che la rendono una risorsa particolarmente utile quando si analizzano i processi di mobilità. Nelle esperienze di ritorno che ho potuto osservare, vi sono due tipologie di parenti particolarmente importanti: i genitori e i siblings.

I genitori anziani giocano un ruolo fondamentale nei percorsi di rientro dei figli. Questo emerge, per esempio, dalla testimonianza di Gicu. La madre ha avuto una funzione in diversi momenti della sua migrazione, non da ultimo nella fase del ritorno:

Mia mamma ha preparato il terreno per il mio ritorno a casa. Lei, quando noi eravamo in Italia, ha seguito i lavori del cantiere della casa, qua in Romania. Adesso è per noi importantissima perché sta con i nostri figli piccoli. So che in futuro continuerà ad andare avanti e indietro, tre mesi con le mie sorelle in Italia e tre mesi con noi, qua in paese (Gicu, 40 anni, 6/8/2024, Marginea).

La madre di Gicu ha sviluppato pratiche transnazionali, che in paese si ritrovano in molte persone della sua generazione. Questa modalità di organizzazione della famiglia è così diffusa da essere naturalizzata agli occhi dei miei interlocutori. Nel caso di Gicu la direzione del sostegno è dalla generazione più anziana verso quella più giovane, ma vi sono altre situazioni in cui la direzione del sostegno avviene in verso opposto, come nel già citato caso di Oana.

Non solo possono emergere nuove configurazioni familiari e nuove alleanze, ma è anche il contenuto delle relazioni che si può modificare, per fare fronte a nuove necessità. Per esempio, quando Viorica si trovava in Italia mandava spesso i propri risparmi al figlio, per permettergli di studiare all’Università. Ora Viorica è tornata in Romania e il figlio è emigrato in Inghilterra ed è lui ad aiutare economicamente la madre. All’interno delle famiglie possono emergere quelle che sono state definite «rimesse inverse» [Ampah 2023], aiuti materiali che i migranti di ritorno mandano a chi si trova ancora all’estero.

Il secondo gruppo di parenti che acquisiscono importanza sono i siblings. Fratelli e sorelle spesso hanno costruito percorsi differenti e si sono allontanati gli uni dagli altri ma divengono centrali nei ritorni. Remus quando viveva in Italia aveva pochissime relazioni con il fratello, ma da quando è tornato in Romania ha avuto il suo sostegno sia affettivo che materiale, ottenendo da lui un prestito per l’apertura della pizzeria.

Il termine fratello o sorella viene applicato, in forma estensiva, anche ad altri parenti con i quali si instaurano relazioni di particolare solidarietà. Vica definisce la cognata «sorella»:

La sorella di mio marito è mia sorella, la chiamo così. Se non fosse per lei, qua in paese, io sarei persa. Facciamo tante cose insieme, prepariamo le verdure, mi aiuta con il pagamento delle tasse e io guardo i suoi bambini, se ne ha bisogno (Vica, 55 anni, 17/7/2024, Marginea).

Oltre alla sfera familiare risultano fondamentali le relazioni sociali più allargate. Diverse persone hanno raccontato di sentirsi estranee rispetto al contesto locale. Ana, moglie di Valentin, denuncia un profondo senso di solitudine nella vita quotidiana:

Mi sento molto sola. Qua le mie relazioni sono a zero. A parte una coppia di amici, anche loro tornati dall’Italia, in paese non ho altro che mia mamma. In Italia, era diverso, avevo tantissime persone su cui poter contare. Qua siamo come estranei, c’è una grande diffidenza. Non ho vicini, ma nemici. Per un anno ho pianto e vorrei tanto tornare in Italia (Ana, 46 anni, 5/7/2024, Marginea).

Le relazioni con i vicini vengono considerate molto importanti e in località di piccole dimensioni possono rivelarsi fondamentali per il benessere delle persone. In passato i gruppi di vicinato avevano forme istituzionalizzate [Mihailescu 2002]. Oggi non vi sono più ruoli codificati, ma queste relazioni di supporto continuano ad essere importanti, come afferma Domnicuta:

Qua ci sono i miei vicini, so sempre a chi posso chiedere aiuto. Si sta insieme, anche solo per bere un caffè, ma anche se ci sono problemi pratici: guardare i bambini, riparare qualcosa, chiedere un consiglio (Domnicuta, 60 anni, 25/7/2024, Marginea).

La re-integrazione sociale può avvenire anche all’interno di specifiche realtà aggregative, che in questa zona sono costituite soprattutto dalle comunità religiose. Da più testimonianze è stato confermato il loro ruolo chiave. Andrei, per esempio, lamenta il fatto che in Italia non avesse il tempo e la possibilità di frequentare assiduamente gruppi religiosi, mentre in Romania trova sostegno e accoglienza all’interno di una comunità di fedeli legata alla chiesa ortodossa. Come ho già argomentato altrove [Cingolani 2025a], il gruppo religioso gioca un ruolo di re-incorporazione nella società locale, in quanto rafforza le relazioni tra i migranti di ritorno e i non migranti, superando quelle dinamiche oppositive che spesso sono presenti.

Conclusioni

Nel presente contributo ho discusso criticamente la nozione di migrazione di ritorno e di re-integrazione, considerando uno specifico contesto locale. Il caso romeno risulta di particolare interesse perché permette di mettere alla prova una serie di concetti chiave, quali quelli di volontarietà, rimpatrio, mobilità, in un contesto dove i vincoli legali e burocratici allo spostamento sono molto più morbidi rispetto ad altre realtà descritte in questo stesso numero. Nella mia analisi ho tenuto in considerazione i fattori strutturali, come le condizioni economiche esterne, quelle politiche, le dinamiche lavorative, e i loro cambiamenti nel corso degli ultimi anni, ma anche l’agency dei migranti, che hanno continuamente negoziato la loro posizione a fronte di questi fattori esterni. Sebbene nei documenti di policy e nelle politiche si utilizzi la categoria di ritorno volontario, tale categoria mostra delle ambiguità, soprattutto quando contrapposta in maniera dicotomica rispetto alla categoria dell’involontarietà. Nella realtà emerge un continuum di posizioni, che vanno da una scelta perseguita in piena consapevolezza e costruita nel tempo attraverso una valutazione ponderata di opportunità e rischi, per arrivare, attraverso sfumature e aggiustamenti graduali, fino all’estremo opposto, quello di scelte fatte senza altre alternative.

Le motivazioni al ritorno sono plurime e sono il prodotto tanto di elementi strutturali e oggettivi, quando di elementi soggettivi. Le motivazioni sono plurime e complesse, come per esempio vi possono essere motivazioni lavorative che si intersecano a nuove esigenze di cura nella rete familiare. Per riprendere gli esempi citati Oana torna perché perde il lavoro e perché vuole assistere l’anziana nonna; Gicu torna perché percepisce un peggioramento della situazione economica in Italia e perché vuole crescere i figli e farli accudire dalla madre in Romania. Viorica torna perché è alla soglia della pensione, e allo stesso tempo perché vuole prendersi cura dei nipoti in Romania. Le motivazioni hanno dunque anche a che vedere con fasi specifiche del ciclo di vita - diventare genitori, raggiungere l’età pensionabile, diventare nonni - che i soggetti si trovano a vivere in un determinato momento storico in Italia e in Romania. I cambiamenti biografici si combinano con i cambiamenti politici ed economici che sono avvenuti nei due Paesi ed è dalla lettura congiunta di queste dimensioni che di possono comprendere le scelte delle persone.

In relazione a questi aspetti si è discusso il concetto di preparazione al rientro, che permette di valutare quanto i migranti siano stati in grado di pianificare e di mobilitare specifiche risorse materiali e immateriali da mettere in campo una volta rientrati. L’accesso al lavoro e la modifica delle opportunità sia percepite che reali nei contesti di partenza è uno dei fattori che ci aiutano a spiegare l’esito dei ritorni.

La decisione del ritorno viene sempre presa all’interno di una rete di relazioni, spesso di natura transnazionale. Le prime relazioni prese in considerazione sono quelle familiari, sottoposte a modifiche importanti nel corso della migrazione ma anche del rientro. Vengono riattivati determinati legami che potevano essere silenti, vi è una risemantizzazione delle relazioni familiari e i contenuti delle relazioni si modificano per venire incontro ai bisogni emergenti dei migranti di ritorno. L’analisi di questi processi di rientro deve tenere conto del fattore temporale [Markowitz, Stefansson 2004]. Il passare del tempo e la modifica delle condizioni sociali, economiche e politiche esterne ha fatto sì che si siano stratificate esperienze di mobilità differenziate, tra le quali gli attuali ritorni sono una particolare espressione [Sanò 2025]. Il territorio preso in considerazione è un crocevia di mobilità che si dipanano dalle mobilità rurali-urbane e dalle migrazioni interne del periodo comunista, alle mobilità transfrontaliere, alle migrazioni internazionali e negli ultimi anni anche all’immigrazione extraeuropea e all’arrivo di rifugiati politici [Cingolani 2025b]. Anche i ritorni appaiono tra di loro stratificati perché tra le prime esperienze che ho potuto documentare e le ultime sono passati più di 20 anni. Nel frattempo, la Romania ha conosciuto importanti passaggi, quali l’ingresso nell’Unione Europea, una pesantissima crisi economica, l’esperienza della pandemia e la prossimità con la guerra in Ucraina. L’insicurezza economica, oltre ai timori legati al conflitto e il malcontento per le politiche di accoglienza verso gli sfollati sono state cavalcate dalla destra radicale con posizioni populiste, sovraniste e antieuropeiste. Anche il consenso popolare non ha permesso a questi nuovi soggetti politici di andare al governo, il loro peso è aumentato molto e mostra un’opinione pubblica divisa e fortemente frammentata. Anche la diaspora romena, per la prima volta nella sua storia recente, ha espresso un alto consenso verso candidati reazionari e antieuropeisti, a dimostrazione di una situazione molto complessa e in continua evoluzione anche dal punto di vista politico [CISE 2025].

La stratificazione della mobilità è alla base di una specifica «cultura del ritorno». Riprendendo il noto concetto di «cultura dell’emigrazione» [Degli Uberti 2014], faccio riferimento a un insieme denso di significati culturali che conferiscono all’atto del ritorno una rilevanza sociale centrale. La decisione di tornare non costituisce più un atto isolato e sporadico ma è un comportamento diffuso, condiviso e che trova anche un certo consenso sociale.

Lazar, uno dei pionieri della migrazione verso l’Italia, con il suo rientro in paese nel 2007 può essere definito anche come un pioniere dei ritorni:

La situazione era molto diversa nel 2007, quando sono tornato io, perché gli italieni venivano a casa al massimo una volta all’anno, per le ferie. Adesso siamo a centinaia a essere tornati, non è una cosa strana, è la normalità. E così è tutto più facile, è più facile per l’integrazione qua perché non è più uno shock culturale (Lazar, 58 anni, 20/6/2024, Radauti).

Non solo sono cambiate le circostanze esterne con le quali i ritornanti si confrontano ma sono essi stessi a modificare, attraverso le loro pratiche, tali circostanze. Progressivamente si è stemperata la divisione netta tra migranti di ritorno e non migranti perché i primi sono così numerosi da orientare e determinare anche le scelte e le azioni pubbliche nei contesti locali, oltreché a plasmare positivamente le rappresentazioni collettive che li riguardano. Tuttavia, come l’adozione di una prospettiva diacronica ha dimostrato, è importante superare una visione teleologica e sedentarista dei ritorni, in quanto le traiettorie non sono lineari e non si possono escludere nuove partenze nel presente o nel prossimo futuro.

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  1. 1 Queste tre possibilità – integrazione, emarginazione o nuove partenze - sono le tre alternative proposte come esito dei percorsi di rimpatrio nel progetto PRIN 2022NADIHO-Navigating Returns: West African Experiences of Difficult Homecoming. Le presenti riflessioni sono state condivise e discusse in diverse occasioni pubbliche, tra le quali il Dodicesimo convegno annuale SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata), Università di Messina, 19-21 dicembre 2024 e il convegno Tra partenze e ritorni, Centro Fo.R.Me, Bergamo, 7 novembre 2024.

  2. 2 Una di queste località, dove ho raccolto la maggior parte delle interviste, è Marginea, paese di 12.000 abitanti cui ho dedicato una monografia [Cingolani 2009].

  3. 3 Le interviste che cito sono state condotte a giugno, luglio e agosto 2024, anche se la ricerca sul campo è stata condotta anche in periodi precedenti: luglio e agosto 2020 e giugno 2021. Le interviste sono state realizzate in lingua romena e in lingua italiana. I nomi degli interlocutori sono stati tutti modificati per tutelarne la privacy.

  4. 4 Altrove ho riflettuto sul fatto che gli appartenenti a determinate minoranze svolgano per eccellenza questo ruolo di capri espiatori, come avviene con i rom. Tosi Cambini [2021], ricostruisce la storia di mobilità di una rete di famiglie rudari tra la Romania e l’Italia, e documenta come, attraverso specifiche pratiche, come per esempio la costruzione delle case, si riconnettano con i loro luoghi d’origine, contrastando le rappresentazioni pubbliche stigmatizzanti.

  5. 5 Uno di questi progetti, denominato La città possibile, destinato a famiglie Rom espulse da un insediamento abusivo nella città di Torino, ha coinvolto beneficiari provenienti proprio da questa zona della Romania. Delle quaranta famiglie coinvolte, solo due si trovavano ancora in Romania a quattro anni dalla chiusura di quell’esperienza.