Dopo la backway: famiglie e programmi
di reintegrazione assistita in Gambia
Back from the backway: Families and assisted
reintegration programmes in the Gambia
Paolo Gaibazzi
Dipartimento di Scienze dell’Educazione «G.M. Bertin»,
Università di Bologna
The article explores the role of families in the reintegration of Gambian young men repatriated from transit countries along the so-called backway, the irregular Mediterranean routes to Europe. Some deportees feel shame and/or face discrimination from their families for having failed their migratory projects. This discourse is taken up by the externalized governance of migration, which provides reintegration programmes. The article complicates this picture, highlighting the limits of governance solutions and the centrality of families in returnees’ reintegration.
Keywords: deportation; IOM; undocumented migration; reintegration; family.
L’articolo analizza la fase post-deportazione [Khosravi 2017] di giovani uomini gambiani, ed il ruolo della famiglia in essa. Il Gambia era balzato alle cronache a metà degli anni 2010 per un aumento considerevole degli sbarchi sulle coste italiane ed europee attraverso le rotte «irregolari» dall’Africa Occidentale al Mediterraneo. Molti di questi giovani, in larga parte uomini giovani e giovanissimi, hanno visto la loro domanda di asilo o di protezione respinta in Italia, Germania e altrove. Alcune centinaia di essi sono stati rimpatriati su base «volontaria» o forzata dai paesi europei dopo il diniego. Molto più consistente, ma invisibile, è la componente di coloro che, rimasti bloccati nei cosiddetti paesi di transito come il Niger e la Libia, sono stati rimpatriati dall’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (OIM) in cooperazione con l’Unione Europea (UE). Parliamo di migliaia di gambiani (6.000 solo nel periodo 2017-21) su oltre centomila rimpatriati di varie nazionalità dell’Africa [IOM 2021]. Lo strumento utilizzato in questo caso è stato prevalentemente il Assisted Voluntary Return and Reintegration (AVRR), che di fatto è divenuto una misura di gestione esternalizzata delle migrazioni «irregolari» verso l’Europa [Castellano 2024; Gaibazzi 2024a]. Oltre al rimpatrio fisico, gli AVRR prevedevano misure per agevolare la reintegrazione socio-economica dei rimpatriati.
Alcuni preziosi studi etnografici mettono in luce le difficoltà vissute dai rimpatriati dalle rotte mediterranee o dall’Europa ai loro paesi dell’Africa Occidentale [Lecadet 2016; Schultz 2022; Masi 2024]. Molti tornano a mani vuote e devono affrontare un travagliato percorso di reintegrazione sociale ed economica, dove le misure di sostegno proposte della governance come il AVRR raramente si rivelano risolutrici. L’articolo conferma in gran parte queste letture del reintegro, aggiungendo tuttavia un approfondimento sul ruolo della famiglia. L’ambito domestico e le dinamiche familiari sono un nodo critico della vita post-deportazione [Peutz 2006; Drotbohm 2011]. Come vedremo, vi sono in effetti ritornati che evitano la famiglia per la vergogna di aver fallito la migrazione, o che vengono stigmatizzati e marginalizzati per aver tradito la loro fiducia e scialacquato le loro risorse. Queste esperienze negative di reintegro familiare vengono spesso citate e poco esplorate, col rischio di semplificare il complesso rapporto tra famiglie e ritorni, e ancor peggio di avallare una crescente problematizzazione delle famiglie nel discorso che accompagna la governance del rimpatrio assistito [Samuel Hall 2018, 9, 51].
Nelle pagine che seguono cerco di restituire complessità al ruolo della famiglia nel processo di rimpatrio e reintegrazione ai tempi della cosiddetta backway, come le rotte che non passano per le vie ufficiali vengono chiamate in Gambia. Colloco questi rientri all’interno di una stratificata esperienza di gestione del ritorno nelle famiglie gambiane [Kea 2024], con tre obiettivi. Primo, evito una visione eurocentrica e presentista, oltre che stato-centrica, che domina l’analisi dell’esternalizzazione delle frontiere in Europa [Cobarrubias, Lemberg-Pedersen 2025]. Secondo, faccio emergere le più lunghe temporalità e le diverse modalità della gestione di ritorni difficili che spesso rimangono all’ombra degli interventi discorsivi e pratici della governance. Terzo, descrivo logiche del ritorno che relativizzano le stesse nozioni di «successo» e «fallimento» affibbiate ai rimpatriati. Non solo i percorsi individuali dei rimpatriati mostrano una dinamicità e pluralità di esperienze di reintegro non facilmente riducibili ad una singola definizione [Schultz 2022; Masi 2024]. Alcuni rientri apparentemente «fallimentari» possono assumere valenze diverse e anche positive se guardati dall’interno dei cicli di riproduzione domestica.
L’articolo si fonda su una ricerca di campo in Gambia nell’estate 2019 dedicata direttamente al tema dei rimpatri e della loro gestione, che a sua volta si innesta in uno studio etnografico nel Gambia di più lunga durata avviato nel 2006, e nella diaspora gambiana dal 2015. Dopo il 2019, ho mantenuto i contatti a distanza con alcuni interlocutori della ricerca, e li ho rincontrati in Gambia nel 2022 e nel 2025 a latere di altre ricerche etnografiche. Tutti i nomi citati in questo articolo sono pseudonimi, e alcuni dei loro dettagli biografici sono omessi o leggermente alterati per evitarne l’identificazione.
La mobilità umana ha da lungo tempo definito il profilo sociale, politico ed economico della valle del fiume Gambia. Lavorare, commerciare, studiare o semplicemente viaggiare lontano da casa hanno rappresentato storicamente un’opzione consueta, in particolare per i giovani uomini, al fine di garantire la sussistenza e la prosperità, l’autonomia personale e la riproduzione familiare [Swindell, Jeng 2006; Gaibazzi 2015]. A partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, l’emigrazione si fa più internazionale, spinta dalla «febbre del diamante» e da altri commerci in Africa Occidentale e Centrale, per connettersi ai circuiti transnazionali di import e export, sempre più orientati verso la Cina ed altri paesi asiatici. In parallelo lo studio e il lavoro salariato in Europa e Nord America hanno altresì rappresentato una fetta di migrazione importante, che dagli anni Settanta e Ottanta è divenuta dominante [Kea 2020]. Dagli anni Ottanta, l’emigrazione si è affermata come aspirazione generazionale, non soltanto per assicurare la sussistenza in un contesto di declino e di austerità economici, ma anche per le disillusioni legate all’emancipazione decoloniale e l’immobilismo politico [Gaibazzi, Bellagamba 2009]. Questioni di ordine politico sono successivamente diventate un fattore decisivo dagli anni 2000 a causa della recrudescenza del regime autoritario di Yahya Jammeh [Hultin, Jallow, Lawrance, Sarr 2017; Hultin, Zanker 2020; Bellagamba, Ceesay, Vitturini 2025].
È in questo contesto che negli anni 2010 assistiamo ad un aumento considerevole dell’emigrazione lungo le rotte del Mediterraneo. Diverse congiunture sfavorevoli a livello locale e regionale hanno accentuato quest’impennata delle partenze, fattori ecologici, epidemici e politico-economici [Conrad Suso 2019]. Il restringimento delle vie regolari di mobilità internazionali per l’Europa e altre destinazioni ha ulteriormente ridotto le scelte degli aspiranti migranti, esponendoli a rischi e violenze crescenti lungo le vie «irregolari» [Gaibazzi 2014]. Morti e dispersi lungo la backway sono stati una presenza forte nelle comunità e nella sfera pubblica. Non tutte le aree e i gruppi del Gambia sono egualmente interessate dalla backway e dalle migrazioni internazionali in genere. Concentrato nella parte orientale, il milieu Soninke così come le aree Mandinka e Jakhanke storicamente dedite al commercio sono state pioniere della migrazione. Le forti e diversificate reti migratorie sembrano qui aver attenuato la necessità di ricorrere alla migrazione «irregolare». In altre aree, come alcune comunità rurali Fula, Wolof e Mandinka della Central River Region che visitai nel 2019, la migrazione internazionale è partita più di recente o in misura molto minore. Alcuni interlocutori sostenevano che fosse cominciata con la recente ondata di backway negli anni 2010. Bisogna tuttavia sottolineare che, sebbene la migrazione internazionale abbia un peso simbolico e materiale innegabile, queste come tutte le altre comunità gambiane hanno continuato a praticare forme di mobilità di scala più ridotta tra villaggi e tra campagna e città, in Gambia e nei paesi limitrofi.
Mobilità e immobilità sono insomma una parte costitutiva del tessuto socio-culturale del Gambia. Lo si nota anche nelle strutture famigliari e domestiche. Mi concentro qua soprattutto sul milieu Soninke, che conosco più a fondo, ma che comunque presenta tratti molto comuni al resto del Gambia e della regione [Kea 2013]. Il sistema di parentela è incentrato sulla discendenza patrilineare, sulla quale si stabiliscono gruppi di discendenza (xabila) e, a livello territoriale, la concessione domestica (ka). Quest’ultima è una o più unità domestiche di tipo patri- e viri-locale, con l’uomo più anziano a fare da capofamiglia. Le «case» gestiscono le attività legate alla sussistenza, dalla produzione agricola, agli introiti extra-agricoli, al consumo (dei viveri). Gli uomini si assumono la responsabilità di provvedere alla sussistenza, lavorando nei campi collettivi o procurandosi il denaro attraverso lavoro e commercio, in loco o altrove. La migrazione si inserisce dunque in questa economia morale domestica, e di fatto le ha permesso di mantenersi nel tempo. Nonostante cambiamenti e frizioni, le strutture di genere, generazione e età che governano le unità domestiche si sono infatti riprodotti nella im/mobilità [Gaibazzi 2015].
La famiglia e i legami di parentela sono un supporto cruciale ma non scontato per l’emigrazione. Nelle storie che seguono, le famiglie spesso investono risparmi e arrivano ad indebitarsi per sostenere la migrazione dei giovani. Ciò non significa che agiscano come unità omogenee e razionali in una logica neoclassica della migrazione. L’economia domestica è un delicato equilibrio tra norme di solidarietà e di competizione, tipicamente tra le coorti di co-spose di un capofamiglia, ma con configurazioni spesso più complesse [Kea 2013]. Se opportunamente bilanciati, agonismo e mutualismo producono benessere collettivo; i fratelli agnatici avvieranno catene di supporto per emigrare e per sostenere chi resta. Al contrario, conflitti, disuguaglianze e isolamento nelle famiglie sono attribuiti a invidia, avarizia e mancanza di empatia [Gaibazzi 2024b]. Anche per questo, la migrazione può essere un’impresa individuale. Questo vale soprattutto per itinerari a tappe, come la backway, che richiedono investimenti iniziali contenuti, dove il migrante si ingegna per mobilitare contatti e risorse prima e durante il percorso [Vitturini, Bellagamba 2024, 44]. La partenza può addirittura avvenire contro il volere della famiglia stessa, cosa che accade non di rado nella backway. Ma il migrante sarà poi «ricatturato» nell’economia morale della famiglia, nel senso che ci si aspetta che questi redistribuisca le risorse accumulate e vi rimanga fedele in vari altri modi [Whitehouse 2012].
Evitare la Famiglia: Fallimento e Vergogna
Per chi ritorna dalla backway la strada è spesso in salita. Oltre a problemi di salute fisica e mentale, a gravare sui ritornati vi sono diversi pregiudizi. I deportati dall’Europa e dal Nord America, spesso sbarcati in manette, sono spesso i più criminalizzati. È ancora diffusa l’idea che finché un migrante non commette un crimine, gli sia permesso di rimanere in Europa anche senza documenti. Tuttavia, diversi interlocutori collegavano il massiccio afflusso di gambiani dalla Libia dal 2017 ad un presunto aumento della microcriminalità, o peggio ancora ad una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale in un paese in transizione politica [ActionAid 2019, 28]. Chi era stato in Libia, si diceva, aveva familiarità con guerra e guerriglia, e con le armi da fuoco. Sebbene fossero una minoranza, le donne rimpatriate subivano senz’altro una stigmatizzazione più intensa a causa di presunti o effettivi abusi sessuali subiti durante la detenzione in Libia o in altri contesti [ibid.].
Dato lo stretto legame tra migrazione e economia domestica, non sorprende che il rischio di stigmatizzazione più comune per gli uomini sia tornare a mani vuote. L’articolo si concentra su questo aspetto. Il rimpatrio rappresenta l’interruzione prematura di un viaggio carico di aspettative, in particolare tra famiglie povere desiderose di un sostentamento più stabile e generoso, e che forse avevano accarezzato l’idea di vedersi in una casa nuova, di avere cure mediche pagate quando ve n’era bisogno, di mandare i figli a scuole di qualità, insomma di godere dei frutti della migrazione. La migrazione internazionale aveva reso la prosperità più accessibile, ma anche delineato un elevato standard di successo migratorio con il quale misurarsi, ed eventualmente fallire1. Come ben documentato in altre aree della regione, il rimpatrio massivo dalla backway ha dato al «fallimento migratorio» grande spessore sociale, culturale ed esistenziale [Masi 2024]. Secondo alcuni interlocutori gambiani coinvolti in progetti regionali per rimpatriati, nel Gambia questi sono stati meno stigmatizzati come falliti rispetto ad altri paesi. Nelle mie ricerche nel 2019 e negli anni successivi ho in effetti riscontrato sì un atteggiamento critico verso la backway ma anche un’attitudine comprensiva verso chi non ce l’aveva fatta.
Se la comprensione attenua la condanna, la vergogna di «non avercela fatta» e per aver deluso le aspettative o scialacquato risorse preziose è a volte tale da spingere il ritornato ad evitare la propria famiglia. Alcuni stanno con amici o trovano una sistemazione, in città o altrove, e minimizzano i contatti con la propria famiglia [Zanker, Altrogge 2017, 10; Castellano 2024, 139]. Per chi ha usufruito di risorse famigliari si evita così che gli venga presentato il conto. Alcuni non tornano proprio. Incontrai Musa nel 2019 nel distretto di Niamina, dove era rientrato da quasi due anni, o meglio dove era stato riportato dal fratello maggiore dopo quasi sei anni di «latitanza». Musa era partito per la backway intorno al 2012. Aveva originariamente ricevuto denaro da un fratello per avviare un piccolo commercio al dettaglio. Allora circolavano storie di amici che, dopo la caduta del regime di Qaddafi, erano andati a lavorare in Libia; alcuni avevano attraversato il Mediterraneo. Così, invece di aprire un negozio, investì il capitale nella backway. Il viaggio fu impervio: numerosi posti di blocco in Mali, Burkina Faso, Niger, e poi la prigionia in un campo militare in Libia. Ogni passaggio costava soldi, e presto Musa si ritrovò a Tripoli con le tasche vuote. «Per la vergogna non volevo chiamare a casa,» mi disse, «così mi misi a fare il muratore» (Musa J., Sambang, 15/08/2019). Cacce al migrante e conflitti civili lo costrinsero infine a ripercorrere la rotta al contrario, senza l’aiuto di alcuna organizzazione. Ancora una volta per la vergogna di aver tradito le aspettative del fratello, e di non essere in grado di ripagare il debito, non tornò a casa. Si insediò in un villaggio del Senegal meridionale, dove mise a buon frutto il mestiere appreso in Libia. Vi restò ed eventualmente si sposò, senza dare notizia di sé a casa, finché qualcuno fece sapere alla famiglia dove si trovava. Un altro fratello lo riportò a casa insieme alla sposa e i due figli piccoli. Sua madre, mi disse Musa, fu felice di rivederlo dopo averlo dato per disperso.
Al villaggio natale, Musa riprese a fare il muratore e il contadino, lavorando per la famiglia e aiutando la madre con una piccola produzione di incenso locale. Anche la moglie coltivava. «Ma la vita è dura», si lamentò Musa, non solo per gli scarsi guadagni ma anche perché si sentiva marginalizzato. Non che gli rinfacciassero direttamente il fallimento migratorio, ma sapeva di essere oggetto di pettegolezzi e che alcuni famigliari lo volevano fuori dai piedi. Non è chiaro quanto di questo astio sia percepito o effettivo, e nemmeno quanto di esso sia dovuto alla questione migratoria o piuttosto alla sua lunga latitanza, oppure ad altre dinamiche familiari. Una certa tendenza che potremmo definire paranoica non è rara tra i ritornati, almeno in una fase iniziale. Per persone come lui in uno stato di particolare vulnerabilità, ciò si manifesta spesso nel campo dell’occulto. «Qualcuno ha persino minacciato di attaccarmi con la magia nera!», disse Musa, che indossava un bracciale e una cintola con amuleti protettivi (Musa J., 15/08/2019, Sambang).
I problemi emersi nel percorso di Musa evidenziano bene le ombre del ritorno povero in famiglia. Ombre che si allungano ulteriormente laddove il ritornato ha difficoltà a ottenere aiuto, viene lasciato a se stesso o persino disconosciuto dalla famiglia [Aucoin 2022, 5]. Come nell’emigrazione così anche nella reintegrazione le dinamiche di agonismo possono degenerare in gelosie, conflitti, marginalizzazione ed espulsione. Come descritto meglio altrove, queste pratiche espulsive rivelano quanto i regimi esternalizzati della migrazione amplifichino competizione e controllo nelle famiglie, di fatto scaricando su di esse i costi sociali e la violenza politica del rimpatrio [Gaibazzi 2014; 2024a].
Di seguito faccio invece vedere l’altra faccia della stessa medaglia che viene ancor più celata dalla governance: come le famiglie offrano vie alternative di reintegro, anche rispetto all’AVVR. Non possiamo infatti ignorare il fatto che Musa fu rimpatriato involontariamente dalla sua stessa famiglia, un meccanismo questo che non è limitato alla backway. In contesti storici di migrazione, come tra i Soninke, non è difficile incontrare vecchi e giovani migranti costretti a tornare dai propri genitori, fratelli maggiori o altre autorità nella famiglia. Alcuni di questi erano finiti nei guai o non riuscivano a farcela. Altri erano ostinati a farcela e rimandavano il ritorno. Altri ancora furono addirittura costretti a lasciare lavori o commerci in attivo, a perdere visti e permessi, perché gli veniva chiesto di tornare per svariate esigenze domestiche: sposarsi, visitare la moglie sola o un genitore in fin di vita, prendere le redini della famiglia rimasta sguarnita di uomini adulti, e così via. La famiglia ed i cicli di riproduzione domestica insomma regolano il ritorno, e soprattutto lo fanno attraverso logiche che, come mostrano Vitturini e Bellagamba [2024, 45-47], talvolta collidono col tanto blasonato modello di successo migratorio incentrato sulle rimesse migratorie. Lo stesso discorso va esteso al reintegro e al restare. Sebbene impervio, il ritorno a casa di Musa indica la presenza di altre traiettorie che valorizzano forme di supporto e cura di natura non squisitamente economica, e che spesso sopperiscono alle mancanze della presa in carico istituzionale.
Programmi di Rimpatrio e Reintegrazione
Musa partì e tornò in un periodo in cui i programmi di rimpatrio assistito erano ancora poco diffusi in Gambia. Coloro che rientrarono dal 2017 poterono invece godere, in teoria, di maggiore supporto logistico, socio-economico e simbolico da parte della governance migratoria che, sempre in teoria, poteva ridare loro dignità. Nel complesso, tuttavia, questi programmi di rimpatrio e reintegrazione gestiti per la maggiore dall’OIM si sono dimostrati inadeguati.
Il Gambia conobbe già nella seconda metà degli anni 2000 una prima fase di esternalizzazione in occasione dell’emigrazione via mare dalla costa atlantica verso le Isole Canarie. Allora furono avviate alcune attività di sostegno alla formazione professionale e al micro-credito, e all’agricoltura, con effetti tuttavia limitati [Gaibazzi 2015, 65-7]. Una seconda fase di esternalizzazione iniziò per il Gambia dal 2016/17 attraverso il Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa (EUTF), lanciato durante il vertice di La Valletta tra UE e paesi africani nel 2015 nel pieno della cosiddetta «crisi migratoria». Fino al 2022, lo EUTF ha rappresentato il principale strumento di governance migratoria in Gambia con l’obiettivo, oltre che di aumentare le misure di sicurezza per contenere gli arrivi, anche di affrontare le cosiddette «cause profonde della migrazione irregolare», come povertà e conflitti [European Commission 2015, 1].
La transizione democratica del Gambia nel 2016/17 ha fatto da catalizzatore di questa seconda fase di esternalizzazione [Zanker, Altrogge 2017; 2019]. Sebbene alcune misure fossero già state pattuite dall’amministrazione Jammeh, la retorica anti-imperialista di quest’ultimo insieme al suo autoritarismo interno avevano teso i rapporti con la UE, la quale aveva persino bloccato alcuni aiuti allo sviluppo [Hultin, Zanker 2020]. Dopo la sconfitta alle elezioni del 2016 e l’esilio di Jammeh sotto minaccia di intervento militare di forze regionali, il governo del «Nuovo Gambia» ha ristabilito una buona collaborazione con la EU, salvo qualche tensione diplomatica [Zanker, Altrogge 2022].
La quota più consistente dei finanziamenti EUTF in Gambia fu destinata allo sviluppo socioeconomico a favore dei cosiddetti «potenziali migranti irregolari», affetti da povertà e disoccupazione. A loro si sono rivolti svariati progetti di formazione professionale e avviamento alla piccola e media imprenditoria implementati da organizzazioni internazionali e nazionali [Aucoin 2022; Marino, Schapendonk, Lietaert 2022]. A questo assemblaggio di progetti e attori si appoggiava anche la EU-IOM Joint Initiative for Migrant Protection and Reintegration, un’altra colonna portante dell’EUTF che coinvolgeva 14 paesi dell’Africa occidentale. Lo scopo dell’Iniziativa era di assistere i migranti lungo le rotte verso l’Europa nel ritorno e nella reintegrazione, e più in generale promuovere una migliore gestione della migrazione. Tra il 2017 e il giugno 2021, l’OIM effettuò 118.139 rimpatri volontari e umanitari verso i paesi dell’Africa occidentale, tra cui circa 6.000 gambiani, con un picco nel 2017/18. Solo 3.122 di questi provenivano dall’Europa; la maggior parte dei rimpatri riguardava migranti bloccati lungo le rotte del Mediterraneo, soprattutto in Niger (50.016) e in Libia (43.498) (IOM, 2021a). L’Iniziativa Congiunta EU-OIM ha quindi di fatto spostato le deportazioni dall’Europa, dove i rimpatri sono diplomaticamente difficili e limitati in numero, verso i paesi di transito.
Lo strumento principale utilizzato dall’OIM è lo schema di Assisted Voluntary Return and Reintegration (AVRR)2. I rimpatri «volontari» e assistiti dell’OIM non sono una novità in Gambia; nell’ambito dell’Iniziativa OIM-UE sono però stati estesi massivamente come metodo di governo delle migrazioni «irregolari» e potenziati con un programma di reintegro volto a prevenire la re-migrazione dei rimpatriati [Castellano 2024; Masi 2024]. Una volta firmato un AVRR il migrante viene aiutato a ritornare con volo o pullman, e poi ottiene un cosiddetto «pacchetto» del valore di 1.060 euro (convertito in Dalasi, la moneta nazionale), teoricamente adattabile alle sue esigenze personali (es. assistenza medica), e spendibile in iniziative per i «potenziali migranti», come la formazione professionale, il micro-credito per l’impresa, e così via.
Accesso e fruizione del pacchetto di reintegrazione sono stati problematici [Actionaid 2019; Aucoin 2022]. I tempi di elaborazione delle domande erano all’inizio molto lunghi, fino a 18 mesi o persino oltre. Alcuni non hanno mai ricevuto il pacchetto o hanno lasciato perdere per la frustrazione e l’impossibilità di recarsi a Serekunda, nella zona costiera, per seguire la propria pratica. Le cose migliorarono decisamente dopo il picco degli arrivi del 2017, e dopo l’apertura di filiali nell’entroterra nel 2019, ma i problemi non sparirono del tutto. Oltre all’inefficienza, vi sono l’esiguità e estemporaneità dell’AVRR. Molti beneficiari da me sentiti nel 2019 optarono per l’avvio di un piccolo commercio, che in teoria non prevedeva l’erogazione diretta del capitale al rimpatriato. Ma tramite semplici sotterfugi, i beneficiari riuscivano a incassare in contanti il pacchetto. Non si trattava di un segreto. Diversi addetti ai lavori, anche vicini all’OIM, conoscevano bene questo sotterfugio; i più critici tra loro lo vedevano come un modo per liquidare i rimpatriati, dandogli un contentino, per poi abbandonarli a sé stessi. Il denaro incassato era in effetti usato per ripagare debiti, o parte di essi, o veniva redistribuito nella famiglia. Sebbene non fu dunque inutile nel riempire le mani vuote dei rimpatriati, solo per pochi il pacchetto si è rivelato sufficiente a sostenere un progetto più duraturo di avviamento professionale. È qui che entrano in gioco la famiglia e le reti sociali [Bellagamba, Ceesay, Vitturini 2025, 168].
Buba arrivò in Gambia ad inizio 2017 con uno dei primi voli «umanitari» organizzati dall’OIM per evacuare i migranti detenuti in Libia. Aveva fatto la backway con alcuni amici e con l’aiuto di un fratello all’estero. Diversi dei suoi compagni di viaggio erano partiti di nascosto, senza dire nulla ai famigliari. Speravano di riscattare la «fuga» una volta raggiunta l’Europa, mandando loro denaro. Buba ne aveva invece discusso con la moglie e la madre; il padre era mancato anni prima. Loro non erano d’accordo, ma alla fine gli diedero «il permesso e la benedizione». Tra le lacrime lo salutarono una notte del 2015, e tra le lacrime lo riaccolsero la notte che tornò quasi due anni dopo. Da settimane non avevano notizie da Buba, da quando più precisamente era stato arrestato per le strade di Tripoli e portato in un centro di detenzione per migranti. Il suo arrivo nel cuore della notte, ricorda Binta, la moglie, fu una sorpresa per tutti. A distanza di oltre due anni, nel 2019, quando la incontrai la sua voce ancora tremava per l’emozione e il sollievo di aver rivisto Buba vivo davanti a sé.
I mesi successivi al ritorno furono difficili. Buba li descrisse come un periodo di «stress»: «per ben sei mesi non volevo uscire, me ne stavo così [si abbraccia e si incurva leggermente in avanti]. Non volevo parlare con nessuno. La mia mente era piena, confusa. Avevo perso tutto, mi vergognavo, e non sapevo come recuperare» (Buba J., 23/08/2019, Serekunda]. Lo disse ridendo come se gli apparisse un atteggiamento quasi ingiustificato a distanza di tempo. Evitava gli amici e per quanto possibile anche i familiari della concessione familiare, evitava di essere messo di fronte a ciò che percepiva come un fallimento.
In verità nessuno dei familiari coi quali ho parlato sembrava fargliene una colpa. Al contrario, la famiglia se ne fece carico. «Il suo cuore era pesante,» ricordava Binta, «Dormiva male, faceva brutti sogni. Qualche volta si svegliava di soprassalto di notte» (Binta K., 23/08/2019, Serekunda). Circolavano storie di ritornati dalla Libia che avevano perso la testa o si pensava fossero posseduti da spiriti (jinn) malevoli, e vagavano per le strade. Ma Binta non si scoraggiò. Si mise a lavorare in una mensa scolastica, tenendo un profilo basso, e facendo credere che fosse Buba a sostenere la sua famiglia. «Gli compravo le sigarette – eh come fumava! E gli dicevo che piano piano sarebbe andata meglio … Gli davo io i soldi per il trasporto per andare agli incontri [dell’associazione]. Vedevo che gli facevano bene» (ibid.).
L’attivismo fu un importante sprone per il reintegro di Buba. Era rimasto in contatto con i suoi compagni di prigionia in Libia, alcuni dei quali avevano già allora pensato che, una volta rimpatriati, avrebbero voluto organizzarsi per sensibilizzare i giovani come loro sulle sofferenze della backway. Nei mesi successivi al loro arrivo, ci furono proteste per i diritti dei rimpatriati, che si sentivano di fatto traditi e abbandonati a sé stessi [Zanker, Altrogge 2017]. Si parlava di accordi tra il Nuovo Gambia del governo Barrow e l’Unione Europea, si diffuse l’impressione che i rimpatriati fossero una merce di scambio: «Il governo aveva venduto i ritornati della backway all’Europa», commentò Buba, facendo eco a diversi altri rimpatriati (Buba J., 17/08/2019, Serekunda). L’improvviso arrivo di voli dalla Libia nei primi mesi del 2017 colse impreparate le nuove autorità del Gambia. Non erano gli unici. Il pacchetto di reintegrazione dell’AVRR fu solamente avviato per coloro che rientravano dopo il giugno 2017, quando l’OIM aveva effettivamente ampliato la sua base operativa tramite una filiale nazionale. Le centinaia di Gambiani che erano ritornati prima di allora, come Buba, furono inizialmente esclusi dall’aiuto. Le proteste a quel punto culminarono in un attacco alla sede dell’OIM, che infine si risolse ad estendere l’erogazione retroattivamente a quelli arrivati dal gennaio 2017. Si noti che coloro che erano rientrati precedentemente a questa data o comunque con mezzi propri, come Musa, erano esclusi da ogni tipo di reintegrazione assistita. Si stima che i ritorni autogestiti siano stati una parte consistente, se non maggioritaria, dei rientri da Libia e Niger [Gaibazzi 2024a].
Le attività e i progetti con la sua associazione tennero Buba impegnato per qualche anno e gli diedero un ruolo sociale e anche pubblico. Prese parte a diverse campagne di sensibilizzazione, alcune autoprodotte e poi sostenute con finanziamenti esterni, altre direttamente disegnate da organizzazioni internazionali, come i Migrants as Messengers (MaM, 2017-22) promossa dall’OIM [Marino, Schapendonk, Lietaert 2023]. «Andiamo in un villaggio,» mi spiegarono nell’associazione nel 2019, «ci sediamo con i giovani e raccontiamo le nostre storie, offriamo consigli, affrontiamo i problemi di noi ritornati» (M.D., 17/08/2019, Serekunda). La sensibilizzazione contro la stigmatizzazione e la discriminazione nelle famiglie e nelle comunità, mi fu detto, ne faceva parte. Tre anni dopo, nel 2022, ebbi un assaggio di questa retorica comunicativa ad un evento sul ritorno organizzato da diverse realtà associative e sostenuto da una fondazione europea. Vidi proprio Buba mentre denunciava che «ci sono ragazzi che non tornano nemmeno a casa. Le loro stesse famiglie non li vogliono. Discriminazione: questo è un grosso problema che affrontiamo noi rimpatriati!» (Buba J., 10/11/2022, Serekunda).
A casa sua, però, la situazione si era stabilizzata. La moglie lavorava ancora ma Buba si era ormai ripreso e contribuiva con lavoretti e qualche impiego irregolare, compreso con l’associazione. Quando lo chiamavano per partecipare ad una campagna o per parlare ad un evento come quello appena descritto portava a casa un rimborso o un cachet. Non aveva tuttavia speranza di professionalizzare la propria attività associativa. Non avendo completato gli studi, non poteva ambire ad un posto in una ONG o in un progetto. E poi, passata la grande ondata della backway degli anni 2010, le attività di sensibilizzazione andavano ormai scemando. Era novembre del 2022; a fine anno sia MaM che l’EUTF sarebbero terminati e c’era incertezza sul futuro dei progetti e reti costruiti negli anni.3
Buba puntava su un’altra carriera. Aveva investito una parte del suo pacchetto AVRR nella formazione professionale. Nel 2019 faceva un corso di gestione agro-forestale, un settore sul quale il governo e la governance migratoria insistono periodicamente per rilanciare l’occupazione giovanile. Pensava di avviare un allevamento di polli in uno spazio peri-urbano posseduto dalla sua famiglia. Ma non se ne fece nulla. Nel 2022, Buba commentò amaramente che: «ricevemmo diploma, fecero foto e tutto, e poi [si porta la mano alla bocca come per mangiare], sono spariti coi soldi» (Buba J., 2/12/2022, Serekunda). Si trattava di un progetto che, a fine formazione, prevedeva l’erogazione di micro-credito per avviare un’impresa agro-forestale. Secondo Buba, i responsabili del progetto si intascarono parte dei loro fondi. Lui ed i suoi compagni denunciarono la vicenda, ma più il tempo passava tra promesse di indagini e attese, più i compagni di corso perdevano la speranza e prendevano altre strade. Buba vedeva la vicenda come emblematica di un sistema che definiva corrotto e truffaldino (crook) – quello del Gambia ma anche del settore dello sviluppo e della formazione drogato dall’influsso di denaro EUTF – nel quale aveva (forse) risposto speranze di riscatto.
L’ultima volta che lo visitai nel giugno 2025, Buba aveva finalmente ottenuto un lavoro stabile nella ristorazione. Aveva lasciato perdere il suo progetto agro-pastorale. Nel 2023, si era iscritto ad un altro corso per il settore alimentare con tirocinio. Per ironia della sorte il corso non era collegato alla governance delle migrazioni, però fu risolutivo: il ristorante della zona turistica dove aveva svolto il tirocinio lo aveva tenuto. «Ringraziamo Dio», commentò Binta, «adesso le cose vanno avanti a poco a poco» (Binta K., 25/06/2025, Serekunda). La famiglia era cresciuta, la coppia aveva adesso tre figli, uno dei quali in età scolare. Certo lo stipendio di Buba non era sufficiente per fare grandi progetti. A volte, quando c’erano emergenze o spese eccezionali, non bastava proprio. Ma era un’entrata regolare. Un fratello maggiore si era stabilizzato in Svezia e sosteneva la concessione domestica. Nell’assenza di questi, Buba nel frattempo era diventato l’uomo adulto di riferimento della casa, non solo per la sua unità nucleare, ma come braccio destro del capo concessione, un uomo ormai anziano. Organizzava il lavoro domestico. Comprava riso e viveri con le rimesse e i contributi suoi e dei ragazzi più grandi che lavoravano. Metteva in riga bambini e ragazzi, e teneva un occhio sulle donne, compresi moglie e figli del fratello all’estero.
Nella sua attività pubblica di testimone della backway, Buba ci permette di guardare criticamente al discorso della governance su famiglia e rimpatrio. La sua denuncia di pratiche discriminatorie riflette certo una realtà esistente, anche se questa in fondo non lo riguarda. Ma è soprattutto un esempio di una narrazione che vittimizza i rimpatriati [Castellano 2024, 136-7], che problematizza la famiglia come vulnus della reintegrazione [Marino, Schapendonk, Lietaert 2023, 1364] e che quindi contribuisce a deviare l’attenzione dai fallimenti della governance. Diversi prodotti mediatici celebrano le storie di coloro che «ce la fanno qui», come recita un popolare slogan in Wolof (tekki fi) che dava il titolo al progetto ombrello dell’EUTF per i giovani gambiani. Buba era ben consapevole dei limiti di questa narrazione; col corso di formazione gestito da «corrotti» ne aveva avuto prova diretta. A latere di quell’evento in cui Buba denunciava la discriminazione nelle famiglie e nella comunità, chiesi a Buba e altri rimpatriati perché allora storie come la sua di famiglie che compensano le mancanze della governance non venivano rappresentate. Mi dissero chiaramente che non era ciò che «vendeva», e che anzi quel messaggio rischiava di essere una critica alle iniziative stesse che fornivano loro piccoli finanziamenti e incarichi [Marino, Schapendonk, Lietaert 2022]. Questo non significa che i rimpatriati o le loro associazioni siano interamente cooptati dalla governance. Sebbene non ci fossero più le proteste collettive del 2017, voci critiche e indipendenti rimanevano presenti [Castellano 2024]. Significa però che esistono discorsi dominanti dai quali è necessario smarcarsi per offrire un’analisi più puntuale delle strategie familiari di ritorno e reintegrazione.
La marginalizzazione familiare dei rimpatriati va letta all’interno di un più ampio processo di marginalizzazione economica e geo-politica di paesi come il Gambia. Qui la migrazione è divenuta una delle poche strategie di emancipazione percorribili e al contempo un’impresa decisamente incerta e rischiosa a causa di politiche migratorie restrittive. Il rimpatrio assistito dall’OIM dai paesi di transito è un chiaro esempio di Departheid [Kalir 2019], di gestione di persone in movimento che vengono illegalizzate, razzializzate e rimosse dai paesi occidentali, un regime che oltretutto si estende oltre le frontiere europee e all’interno dell’Africa. La posta in gioco è insomma alta: le aspettative, le pressioni e gli investimenti materiali riposti nella migrazione dei giovani lungo le rotte del Mediterraneo sono enormi. Anche quando percepito solo dal ritornato, come per Buba, il senso di fallimento ci dice quanto le aspettative di successo siano interiorizzate.
La vergogna e l’isolamento sociale di Buba appartengono tuttavia ad una fase iniziale del rientro che sembra marcata da una certa elaborazione o «espiazione» della colpa. L’insuccesso migratorio, e l’esperienza migratoria in sé, possono così condurre ad una maturazione del giovane, ad una saggezza che può condividere con altri più giovani, per esempio nelle campagne di sensibilizzazione [Schultz 2022]. Sul medio termine, si vedono poi vie d’uscita e modalità di riscatto sociale [Masi 2024].
Questo ci ricorda che il ritorno non è un evento ma un processo lungo e complesso. La temporalità a breve termine dei programmi di reintegrazione è un limite, soprattutto se rapportata alla lunga durata dei cicli di vita domestica [Kea 2013]. Non sorprende che molti rimpatriati da me intervistati riponessero poca fiducia nella formazione professionale o nei progetti di avviamento imprenditoriale dell’OIM, e piuttosto cercassero di riguadagnarsi il supporto dei familiari [Gaibazzi 2024a, 7]. Pure Buba non aveva potuto fare a meno del sostegno della famiglia proprio mentre usufruiva del AVRR, un sostegno che come ci mostra Binta, la moglie, può agire dietro le quinte e ben più a lungo dei progetti della governance.
Nella famiglia vigono diverse logiche valoriali del «successo». Matrimonio e doveri coniugali, accudimento dei figli e degli anziani, e altri impegni che permettono alla famiglia di rigenerarsi svolgono una funzione regolatrice delle migrazioni e dei ritorni, compreso la reintegrazione sociale. Ricondurre l’analisi ad un unico modello di successo materiale rischia di ignorare discorsi critici dello stesso [Vitturini, Bellagamba 2024], e di offuscare altre temporalità e forme di valorizzazione dell’im/mobilità che mediano il rimpatrio dalla backway.
Non si vuole qui glorificare la resilienza della famiglia. Mettere l’accento sulle storie di gestione familiare di rientri difficili significa al contrario riportare alla luce quelle dinamiche che non solo agiscono nell’ombra ma che sono oscurate dalla retorica della governance. Significa guardare le storie di migrazione e ritorno dal lato dell’Africa [Bellagamba 2011], dal punto di vista di coloro che le vivono e gestiscono da generazioni, e dal quale si scorge chiaramente la catena di responsabilità politiche dei fallimenti migratori della backway.
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1 Va tenuto tuttavia presente che la nozione di successo si diversifica per classe, profilo migratorio e genere [Kea 2020; 2024].
2 Oltre alla Iniziativa Congiunta UE-OIM, la UE finanzia altri programmi di rimpatrio e reintegro assistito, con o senza OIM, con volumi decisamente inferiori [Actionaid 2019, 33; Marino, Schapendonk, Lietaert 2022, 1044].
3 Sebbene non furono stanziati nuovi fondi, la chiusura dei progetti esistente fu in diversi casi consentita per uno o due anni aggiuntivi.