Ripensare la migrazione di ritorno:
esperienze vissute e regimi di mobilità in trasformazione
Rethinking Return Migration:
Lived Experiences and Shifting Mobility Regimes
Bruno Riccio
Dipartimento di Scienze dell’educazione “Giovanni M. Bertin”,
Università di Bologna
Alice Bellagamba
Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”,
Università degli Studi di Milano-Bicocca
Abstract
The contemporary increase in return migration provides a critical vantage point from which to interrogate the exclusionary logics underpinning current migration governance. Against this backdrop, this special issue examines how the notion of return has been mobilized politically and analytically over time. A review of the literature reveals a marked evolution in scholarly approaches: early work was shaped by skeptical and assimilationist assumptions; this was followed, in the 1990s and early twenty-first century, by a focus on the transnational migration-development nexus. In the past decade, research has increasingly connected both forced removals and state-sponsored “voluntary” returns to broader processes of border externalization and the consolidation of securitization agendas. An anthropological perspective is essential for developing a nuanced, multi-layered understanding of return migration. It brings into view the ambivalent, often contradictory processes unfolding from below that shape return trajectories. By foregrounding these situated experiences, an ethnographic lens helps dismantle dominant political narratives that portray return as an abstract, individualized, and ostensibly unproblematic indicator of success.
Keywords: Return; Transnationalism; Ethnography; West Africa; Europe; Mobility Regimes.
La migrazione di ritorno è uno dei grandi capitoli nello studio delle mobilità umane nel ventunesimo secolo. A lungo considerato un aspetto sussidiario nell’analisi dei flussi migratori, il rientro nei contesti d’origine ha acquisito una centralità crescente in concomitanza con la politicizzazione, a livello globale, delle questioni migratorie, e allo sviluppo, su vari livelli, di apparati discorsivi che privilegiano gli aspetti della sovranità nazionale e dell’autoctonia. Quest’enfasi contrasta significativamente con la celebrazione della libera circolazione di persone che per un brevissimo periodo, nel secolo scorso, è seguita alla fine della Guerra Fredda, e nel contesto europeo, alla creazione dello spazio Schengen. Fra i neologismi segnalati dall’Enciclopedia Treccani per il 2025 si può trovare “remigrazione”, parola d’ordine al centro delle proposte del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, che anche in Italia ha cominciato ad essere impiegato nel lessico politico e mediatico per indicare, attraverso un eufemismo, il “ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine”.1 È sullo sfondo di questi sviluppi, che questo fascicolo ambisce a restituire i risultati di un lavoro corale dedicato alla multidimensionalità delle migrazioni di ritorno, con un approccio antropologico capace di intrecciare scale analitiche diverse, contesti geografici eterogenei, processi formali e informali di costruzione di senso.
Rivelando connessioni inattese fra casi studio apparentemente distanti in Africa Occidentale, Europa Orientale e nel contesto mediterraneo, l’obiettivo è mostrare come i ritorni siano parte di traiettorie di mobilità più ampie, caratterizzate da incertezza, circolarità e negoziazioni quotidiane all’interno di processi relazionali dai risvolti politici tanto quanto affettivi. Le tensioni tra desiderio di mobilità, aspettative familiari, pratiche lavorative informali e regimi amministrativi vengono così affrontate da diverse prospettive, generando un quadro ricco e dinamico. Parallelamente, uno sguardo critico sulle politiche contemporanee di governamentalità della migrazione, mostra come programmi quali il Ritorno Volontario Assistito e Reintegrazione (AVRR) si configurino come tecnologie di gestione che producono la categoria stessa di “ritornato”. Evidenziando i limiti del modello imprenditoriale alla base di tali interventi, emerge con chiarezza l’asimmetria tra la retorica istituzionale del successo e la complessità emotiva, sociale ed economica vissuta dai migranti.
L’ambito di questo sforzo congiunto è il progetto PRIN-2022, Navigating West African Experiences of Difficult Homecoming. Se l’ambizione iniziale della ricerca era concentrarsi sulle dinamiche che in Africa Occidentale scaturiscono da quelli che abbiamo chiamato ritorni difficili, è apparso subito evidente la necessità di ampliare lo sguardo ad altri contesti geografici, Italia inclusa. In questo spirito, il presente fascicolo raccoglie, oltre a una serie di studi focalizzati sul Senegal sud-orientale e il confinante Gambia, anche i risultati di ricerche condotte in Romania, Capo-Verde, Bosnia-Erzegovina e Italia. L’intento è costruire un dialogo fra le diverse declinazioni delle migrazioni di ritorno e le loro implicazioni sulle traiettorie e strategie di mobilità, sulle relazioni parentali e di lavoro, nonché sulle politiche di governo delle migrazioni: dall’esternalizzazione delle frontiere orientali e meridionali dell’Unione Europea ai cambiamenti nelle pratiche e nei discorsi legati all’accoglienza di migranti e rifugiati e, più in generale, all’intervento umanitario in questo ventunesimo secolo.2 Infatti – come suggeriscono diversi studi, inclusi quelli che presentiamo – il ritorno è un’esperienza sociale prima ancora che individuale, con-vissuta da gruppi familiari e comunitari tanto nel paese d’origine quanto nella diaspora. Particolare attenzione è stata dunque dedicata al nesso tra legami familiari, lavoro e mobilità con l’obiettivo di indagare i modi variabili con cui migranti, richiedenti asilo e rifugiati navigano situazioni di cambiamento sociale e gestiscono le proprie traiettorie geografiche ed esistenziali per ri-posizionarsi in uno scenario futuro altamente incerto.
Per contestualizzare questa variabilità, è utile soffermarsi sulle fasi che le migrazioni di ritorno hanno attraversato, sia a livello fenomenologico sia epistemologico, e sulle prospettive analitiche che si sono sviluppate nel corso del tempo per comprenderle. Contemporaneamente, con riferimento all’Unione Europea – le cui politiche migratorie e di accoglienza sono analizzate, direttamente o indirettamente, dai saggi che compongono il fascicolo – si sono sviluppate infrastrutture e reti di disposizioni sociali, economiche e politiche che danno origine a un complesso sistema di (im)-mobilità spaziale e socio-economica. Queste costellazioni comprendono agende internazionali e nazionali di governance della migrazione, programmi di intervento correlati, progetti e iniziative promossi da ONG, organizzazioni della società civile e dalle reti diasporiche costruite dagli anni 1990 in avanti [Galipo 2019; Ceschi, Mezzetti 2014], nonché network di azione legati a strumenti di rientro volontario assistito, fino ad abbracciare anche le componenti repressive che mettono in moto espulsioni e deportazioni [Peutz 2006; Hasselberg 2016]. Includono inoltre discorsi variegati, rappresentazioni, configurazioni morali, economie affettive, relazioni economiche e micro-istituzioni politiche [Strasser, Sokefeld 2025], che si sono evolute in interazione con le diverse tradizioni migratorie prese in esame dagli autori e dalle autrici nei contesti dell’Africa occidentale o dell’Europa orientale.
Le diverse età delle migrazioni di ritorno: un dibattito in evoluzione
Le etnografie del ritorno sono aumentate considerevolmente da quando all’inizio del ventunesimo secolo Russell King [2000, 7] le aveva definite il “grande capitolo non scritto nella storia della migrazione”. King stesso [King, Kuschminder 2022; Vathy, King, Kalir 2022] ha partecipato allo sforzo di pubblicare manuali e fascicoli di riviste in grado di fornire una sintesi e tracciare lo stato dell’arte di un dibattito scientifico sempre più ricco e animato. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso, tuttavia, il rientro in patria dei migranti era considerato principalmente un “mito” [Anwar 1979], un desiderio difficile da realizzare, oppure un’“ideologia” [Brettell 2003] a cui aspiravano ma che raramente si concretizzava. In alcuni casi, era persino interpretato con sospetto come indice di scarsa “integrazione”, rivelatore di una propensione transnazionale verso il paese di provenienza che il migrante non riusciva a superare [Riccio 2000]. Che fosse solo un’idea o un progetto concreto, tornare significava mantenere un legame affettivo e identitario con la comunità d’origine, un aspetto che spesso veniva guardato con diffidenza.
Studi iniziali, come quello di Gmelch [1980] hanno considerato il ritorno come la conclusione di un ciclo, proponendo tipologie per descrivere la volontà e le intenzioni del migrante, il continuum tra visite occasionali e reinsediamento permanente, e le relazioni tra società di origine e di arrivo. Come emerge dai contributi raccolti in questo fascicolo, la diversità delle condizioni di ritorno spiega gli esiti variabili delle iniziative dei migranti: legati in gran parte al grado di preparazione, alla mobilitazione delle risorse e alle condizioni socio-economiche e istituzionali nei paesi di origine. Non tutti (soprattutto se si includono gli espulsi, gli studenti e i richiedenti asilo) affrontano il ritorno disponendo della medesima capacità di mobilitare risorse e competenze. In questo senso, il concetto di “preparazione” è divenuto una chiave interpretativa fondamentale per comprendere il punto di vista dei ritornati [Cassarino 2004]. Lo studio delle migrazioni di ritorno risulta d’altro canto analiticamente stimolante perché, come sottolinea Maitilasso [2022, 335], permette di focalizzare l’attenzione in modo originale e
di adottare un punto di vista inedito nell’analisi dei processi migratori, mettendoli a fuoco sotto l’angolo di un vissuto all’estero che si situa nel passato ma che incide profondamente sul presente nel contesto d’origine. Emergono, in quest’ottica, alcuni interessanti interrogativi: come si determina e cosa comporta la chiusura di un’esperienza migratoria? Che ripercussioni ha sulla società di partenza? E soprattutto, che cosa rivela un percorso di ritorno rispetto alle attese, alle pressioni sociali e all’immaginario che la migrazione suscita in un determinato contesto socio-culturale? [Maitilasso 2022, 335]
Gradualmente, gli studiosi sono passati da uno sguardo assimilazionista scettico a un approccio al ritorno in relazione alle connessioni transnazionali [Carling, Erdal 2014] o come possibile risorsa di sviluppo economico [Black, King 2004] e perfino politico [Marabello, Pellecchia 2017; Casentini 2017]. Evidenziando i limiti dei primi approcci classificatori, le prospettive transnazionali hanno insegnato a considerare il ritorno come «uno dei molteplici passaggi di un movimento continuo» [Amassari, Black 2001, 12]. Infatti, è stato mostrato come esista un confine piuttosto mutevole tra «transmigranti mobili e ritornati non stabilizzati» [Sinatti 2011, 153; Cavatorta 2018] e come un ritorno, pur se difficile, possa certamente interrompere e sconvolgere «i progetti migratori… ma non li termina necessariamente» [Kleist 2020, 280]. Può rappresentare, al contrario, un passaggio verso ulteriori forme di mobilità [Masi 2024; Giuffrè, Tosi Cambini infra; Cingolani infra].
Sulla scia delle politiche francesi di co-sviluppo, dagli anni 1980 [Dedieu 2018] la riflessione sui ritorni sub-sahariani ha continuato a sottolineare il potenziale dei migranti «ingegnosi, esperti e desiderosi di avviare imprese innovative e redditizie» nello sviluppo nazionale [Sinatti 2015, 90; Ceschi, Mezzetti 2014; Akesson, Baaz 2015]. La stessa prospettiva permea le politiche migratorie nazionali che alcuni paesi dell’Africa occidentale [ad es. Ghana 2016, Gambia 2020] hanno elaborato con il supporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) negli ultimi anni così come i documenti strategici per la lotta all’immigrazione “irregolare” [ad es.- Senegal 2022].3 Questo tipo ideale di ritorno può essere inteso come un “modello viaggiatore” [Olivier de Sardan 2021, 25-28] che ha ispirato politiche e interventi lungo l’asse Euro-Africano e oltre, creando tuttavia una serie di contraddizioni. Per esempio, lo stesso discorso pubblico che in Senegal oppure in Gambia valorizza l’apporto della diaspora alla crescita nazionale invita i giovani a restare nel paese, cercando di convincerli che possono avere un avvenire senza viaggiare [Castellano 2024; Schenetti e Mazzuccato 2024; Vammen 2022; Masi infra; Gaibazzi infra]. Inoltre, diversi contributi di questo fascicolo sottolineano come la narrazione ufficiale di una conclusione felice e soddisfacente del percorso migratorio catturi solo un lato del problema, sottovalutando gli effetti non intenzionali prodotti dalle reazioni degli stessi migranti, delle reti familiari e degli interlocutori istituzionali e del più ampio contesto socio-economico nei paesi di origine [Bellagamba 2011; Bellagamba, Baldè infra].
Sebbene le scienze sociali abbiano considerato l’impatto di questo tipo di mobilità di ritorno sul benessere individuale e sui fattori che spingono alla migrazione [Vathi, King 2017; Finco infra], le effettive esperienze di ritorno hanno spinto gli antropologi sociali a indagare i processi locali di cambiamento sociale, inclusione ed esclusione [Drotbohm 2015; Schultz 2022] e le ambivalenti relazioni tra migranti di ritorno e stato nel contesto d’origine [Alpes, Sylla 2025]. La stessa nozione di ritorno “a casa” deve essere valutata in modo critico [Khosravi 2018, 11]. Come evento e come processo, il ritorno implica la rimodellazione dinamica dei significati attribuiti a “casa(e) e beni” [Pauli 2021, 104; Giuffrè, Tosi Cambini infra] e le risposte alle domande: dove è casa? che cos’è casa? – sono tutt’altro che scontate [Boccagni 2017]. In altre parole, le vite post-ritorno sono segnate dalla stessa incertezza e marginalizzazione sociale ed economica che avevano originato le migrazioni internazionali [Masi 2024].
La riflessione si rende ancora più problematica negli ultimi decenni, durante i quali, attraverso drastici cambiamenti dei “regimi di mobilità” [Glick Schiller, Salazar 2013], si è entrati nell’epoca della “departheid” [Kalir 2019]. Questo termine è stato coniato per sintetizzare la combinazione del rafforzamento dei confini esterni, attraverso per esempio la costruzione di muri e sofisticate tecnologie di monitoraggio (con droni, postazioni di vigilanza automatiche, sistemi satellitari) e la costruzione di confini interni come i campi o altre zone di confinamento e d’attesa involontaria, con la disposizione a facilitare il ritorno se non l’espulsione dei migranti in quanto utili capri espiatori nel gioco politico. Nel mentre, è la loro “deportabilità” [De Genova 2002] a renderli docili e sfruttabili per il sistema produttivo. Infatti, assistiamo sempre più al convergere delle politiche migratorie verso le espulsioni, i respingimenti e le politiche di ritorno “volontario” assistito, considerato da alcuni una forma “leggera” di deportazione [Kalir 2019]. Anche per questa ragione, diversi fra i nostri autori evidenziano la rilevanza strategica di analizzare le criticità dei programmi di Ritorno Volontario Assistito [Cingolani infra; Masi infra] o di esplorarne le percezioni e interpretazioni da parte dei diretti interessati [Tarabusi infra]. Le osservazioni sul campo hanno rivelato l’iper-visibilità della loro pubblicità e del loro apparato logistico, ma anche la scarsa fiducia da parte della popolazione, soprattutto dei giovani, principale gruppo beneficiario di questi interventi [FIERI 2024; 2025]. L’approccio individualista di questi programmi trascura gli ambienti familiari, sociali e culturali delle traiettorie di ritorno [Bellagamba, Baldè infra]. Non semplice si rivela inoltre la risposta alla domanda: «quanto volontari sono i ritorni volontari?» [Webber 2011, 99], che ha alimentato un dibattito critico sulla «gestione della migrazione internazionale» [Geigerd, Pécoud 2010, 1], sottolineando la costruzione performativa della ‘volontarietà’ e le sue implicazioni simboliche e politiche [FIERI 2025]. La svolta riflessiva negli studi sulla migrazione [Schapendonk 2021; Dahinden 2016], che invita a indagare come le persone vengano trasformate in “migranti” e “non-migranti”, attraverso pratiche istituzionali, ideologie morali e norme sociali, è applicabile anche ai “rimpatriati” e “ritornati”.
Lo studio delle migrazioni di ritorno dall’Europa all’Africa occidentale offre un’analisi articolata e critica delle molteplici dimensioni che caratterizzano questo fenomeno. Un contributo fondamentale proviene dal lavoro di Sabina Barone [2025], che attraverso una ricerca etnografica condotta in Marocco esplora i percorsi di giovani migranti dell’Africa occidentale inseriti nei programmi di ritorno assistito e reintegrazione (AVRR) promossi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Decostruendo la rigida dicotomia tra ritorno volontario e ritorno forzato, lo studio di Barone evidenzia come la decisione di tornare sia profondamente radicata in una rete di negoziazioni morali, sociali ed emotive [vedi più in generale il fascicolo a cura di Strasser e Sokefeld 2025]. La scelta del ritorno emerge infatti come un processo complesso, segnato da dubbi personali, pressioni familiari e sentimenti di vergogna, che si scontrano con procedure burocratiche spesso incapaci di cogliere la complessità affettiva e le incertezze esistenziali vissute dai migranti. Le narrazioni legate all’avventura [Bredeloup 2008] e al destino [Gaibazzi 2015] diventano per i migranti strumenti per reinterpretare la propria esperienza migratoria, oscillando tra la resilienza e la percezione del fallimento. L’attuazione amministrativa dei programmi AVRR, come osserva Barone [2025], si limita tuttavia a un approccio formale e distaccato, trascurando le reali difficoltà vissute dai soggetti coinvolti.
D’altra parte, Karlien Strijbosch, Valentina Mazzucato e Ulrike Brunotte [2023] analizzano l’esperienza di ritorno dei migranti senegalesi, focalizzandosi in particolare su coloro che sono stati deportati dall’Europa o che hanno scelto di ritornare per evitare la deportazione. Il concetto di performatività permette di evidenziare le negoziazioni attraverso cui questi uomini affrontano lo stigma associato al ritorno forzato, elaborando strategie discorsive che consentono loro di riconquistare una posizione sociale. Ruoli consuetudinariamente riconosciuti come quello del capofamiglia o del musulmano devoto consentono ai migranti di ritorno di risignificare la propria esperienza integrandosi nella società senegalese. Questo approccio offre un superamento della narrazione vittimistica ricorrente negli studi sulla migrazione di ritorno, mettendo in evidenza la capacità dei migranti nel ridefinire le proprie identità in relazione alle aspettative sociali.
Più in generale, i processi di esternalizzazione delle frontiere europee verso Sud [Gaibazzi et al. 2017; Ciabarri 2020] e verso Est [Lofranco, Tarabusi 2025] restituiscono un quadro preoccupante dell’approccio politico complessivo che l’Unione Europea ha sviluppato nei confronti dei processi migratori. Dall’inizio degli anni 2000, l’aumento dei “deportati, richiedenti asilo respinti e altri migranti non ammessi costretti a tornare a casa dagli stati di arrivo e insediamento” [Hagan et al. 2020, 72] ha stimolato una lettura politica delle politiche di espulsione e deportazione [De Genova, Peutz 2010]. I programmi UE di “ritorno volontario assistito” sono stati valutati come pilastri della gestione europea degli “indesiderabili” [Anderson et al. 2011] con effetti rilevanti anche nel nostro paese [Tarabusi infra]. Per esempio, massicci ritorni lungo la rotta del Mediterraneo centrale (cioè lungo l’asse che collega il Niger alla Libia, e le coste libiche a Malta e l’Italia meridionale),4 insieme a espulsioni, deportazioni e rientri “volontari” dall’Europa, dal Nord Africa e da altri paesi sub-sahariani, hanno caratterizzato gli ultimi due decenni. Fra il 2005 e il 2006, ricordiamo la crisi delle “piroghe” – primo grande evento che ha causato migliaia di rimpatri dalle Isole Canarie verso la Mauritania, il Senegal e il Gambia. In risposta all’aumento degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, in conseguenza della prima (2011-2014) e della seconda guerra civile libica (2014-2020), il Vertice di La Valletta”del 2015 ha lanciato l’EU Emergency Trust Fund (EUTF), uno strumento finanziario volto ad affrontare le cause profonde della migrazione “irregolare”, o, più accuratamente, “irregolarizzata” dalle stesse politiche migratorie. Questa decisione ha aperto una fase nel processo di esternalizzazione dei confini europei che va oltre le operazioni di Frontex, finanziando il piano di “cooperazione per la sicurezza” tra UE e Africa. Dal 2017 a giugno 2021, nei quattro anni in cui l’EUTF è stato operativo, finanziando progetti, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha rimpatriato 118.360 cittadini di paesi dell’Africa occidentale e centrale dalla Libia, e il numero aumenta se si considerano tutte le persone che, al di fuori dei radar dei governi e delle organizzazioni internazionali, hanno percorso a ritroso, grazie all’assistenza familiare o autonomamente, la rotta del Mediterraneo centrale. Parallelamente, il progressivo allargamento ad Est dei confini dell’Unione Europea è stato accompagnato da un irrigidimento delle frontiere orientali, in particolare quelle che separano l’UE dai Balcani occidentali. Anche in questo caso il processo è stato innescato dalle politiche europee di controllo migratorio e si è assistito all’inclusione dei paesi est-europei nell’UE e nello spazio Schengen, estendendo così gli strumenti di controllo (come Frontex) sulla migrazione extra-continentale sempre più verso Est. A completare questo assemblaggio contribuisce il ruolo mutevole degli Stati locali, chiamati a implementare i regimi di mobilità restrittivi, analoghi a quelli europei, anche sui propri confini [Cingolani et al 2025]. Molti stati post-socialisti sono passati dunque dal controllo capillare della mobilità interna, dell’emigrazione lavorativa dei propri cittadini e del rientro dei rifugiati, all’attuazione di politiche volte a gestire nuove ondate di profughi o migranti provenienti dall’Asia o dal Nord Africa, accompagnate anche da una crescente razzializzazione.
La pandemia di COVID-19 ha segnato un ulteriore punto di svolta nelle percezioni della mobilità internazionale, così come nelle tendenze generali di riproduzione delle disuguaglianze nei contesti di origine e di arrivo. Ha intensificato le nuove logiche di contenimento e confinamento nello spazio est europeo, dove le risposte alle nuove ondate di profughi si sono intrecciate e sovrapposte con le memorie delle migrazioni degli anni ’90 [Lofranco infra]. Sul versante Africano, l’interruzione temporanea della libera circolazione all’interno della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha provocato una diminuzione delle partenze lungo le varie rotte verso l’Europa (Isole Canarie, rotte del Mediterraneo occidentale e centrale). Contemporaneamente, le deportazioni e i ritorni volontari assistiti dai paesi europei sono stati temporaneamente sospesi per motivi sanitari (ma non dal Nord Africa, ad esempio dall’Algeria nel 2020). Con il ripristino della mobilità verso nord in risposta alla crescente insicurezza alimentare e alla crisi occupazionale del 2021, l’UE ha annunciato le principali novità del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2020. Tra queste, la possibile ri-destinazione dei fondi previsti per le strutture di accoglienza in Europa verso interventi nei paesi di transito e di origine; e l’inclusione di agenzie come Frontex nell’implementazione dei programmi di ritorno volontario assistito e reintegrazione (AVRR), che prevedono per i beneficiari il rimborso dei costi di trasporto, un pocket money, servizi di counselling e un supporto economico per quella che viene definita “reintegrazione sostenibile”.5 Tale supporto viene generalmente accordato su base competitiva, attraverso la valutazione del progetto di reintegrazione che il beneficiario è chiamato a presentare.
I contributi qui raccolti evidenziano chiaramente i limiti del modello imprenditoriale alla base di tali interventi e i suoi effetti in termini di esclusione e marginalizzazione dei rimpatriati. Sebbene le statistiche ufficiali oscillino su base annuale, le esperienze di ritorno dall’Europa (e dalle varie rotte che vi conducono) costituiscono un fenomeno sociale consolidato, che si inserisce in una storia più lunga di rimpatri forzati o volontari da altri paesi africani (come Libia, Gabon e Angola). Le politiche europee di esternalizzazione dei confini si intrecciano e rafforzano dinamiche preesistenti di espulsione forzata di cittadini stranieri, richiedenti asilo e rifugiati all’interno del continente: ad esempio, la politica nigeriana del “Ghana must go” [Daly 2023] culminata nel 1983 con il rimpatrio forzato di un milione di ghanesi (dopo due decenni di controversie reciproche sulle migrazioni tra i due paesi); l’esilio forzato del 1989 di circa 70.000 mauritani del Sud verso il Senegal; e le espulsioni da parte del Camerun di migliaia di rifugiati che dalla Nigeria si erano riversati nel nord del paese a causa delle incursioni di Boko Haram. La gestione europea della migrazione incide anche sullo spazio di libera circolazione della CEDEAO, con la “migrantizzazione” [Dahinden 2016] dei movimenti transfrontalieri, e i viaggiatori sempre più soggetti a molestie (e corruzione) da parte della polizia di frontiera.
Se l’asse Euro-Africano ha storicamente mostrato le perversioni delle politiche migratorie focalizzate sull’esternalizzazione delle frontiere e sui ritorni più o meno “volontari”, anche da una prospettiva europea le sfumature problematiche si evidenziano con forza. Perfino il caso limite della Romania [Cingolani infra; Giuffrè, Tosi Cambini infra], che con l’ingresso nell’Unione Europea del 2007 presenta uno scenario molto più fluido di mobilità interconnesse [Cingolani et al. 2025], rivela caratteristiche ambivalenti e criticità inaspettate che rendono i percorsi di re-integrazione più difficili di quanto si possa attendere. Anche in questo contesto il “modello viaggiatore” [Olivier de Sardan 2021] del migrante di ritorno individualmente intraprendente mal si concilia con una diffusa rappresentazione più corale del lavoro e uno Stato percepito come eccessivamente burocratico e intermittentemente ostile all’iniziativa individuale. Inoltre, come nell’Europa nel suo complesso, anche in Romania assistiamo allo sviluppo crescente di posizioni politiche neo-nazionaliste e sovraniste che impattano su chi ritorna da altri paesi Europei. D’altra parte, quello della Bosnia Erzegovina, paese situato ai confini e margini dell’UE e luogo di transito e sosta forzata di migranti lungo la direttrice nota come Rotta Balcanica, lungi da rivelarsi luogo periferico, fornisce un diverso osservatorio per esplorare i recenti sviluppi della politica di “esternalizzazione dei confini”, che assegna un ruolo chiave ai Paesi Terzi in materia di rimpatri e per analizzare gli inaspettati effetti locali dei programmi di identificazione e di rientro volontario assistito (AVRR) sponsorizzati da agenzie quali OIM come perno delle politiche migratorie UE [Lofranco infra]. Infine, anche il tessuto istituzionale responsabile dell’implementazione delle politiche di accoglienza e asilo italiane è interpellato dalle politiche di ritorno con la diffusione di informazioni sui diversi programmi e la nascita di sportelli dedicati al rimpatrio con l’obbiettivo di integrare il supporto al ritorno con i percorsi di accoglienza e inclusione. Tuttavia, per diverse ragioni [FIERI 2024; 2025], le adesioni a tali programmi di rientro restano ancora esigue, mettendo in luce quanto tali politiche, pur formalmente e accuratamente strutturate, siano attraversate da complessità affettive, incertezze operative e negoziazioni quotidiane sia da parte dei migranti sia degli operatori che li assistono [Musarò et al 2017; Strasser, Sokefeld 2025; Tarabusi infra].
L’analisi delle migrazioni di ritorno che proponiamo si inserisce nella necessità di continuare a seguire gli sviluppi contemporanei di questa storia in divenire. Sul lato dell’Africa occidentale, l’attuale congiuntura geopolitica e storica mette in discussione l’intreccio tra mobilità spaziale e sociale che, dall’implementazione dei piani di aggiustamento strutturale (SAP) degli anni ‘80 e primi ‘90, ha alimentato la “corsa” alla sussistenza. Per quanto riguarda l’Europa, essa segnala l’importanza della rotta balcanica e segnala il progressivo declino del “multiculturalismo” e dell’“integrazione”, cardine delle politiche migratorie dei primi anni ‘90, gettando luce sulla transizione da approcci prevalentemente umanitari all’asilo ad un’agenda di cooperazione internazionale in cui i ritorni stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nel controllo delle migrazioni.
Il filo rosso di questo fascicolo è costituito dalla prospettiva etnografica, partecipativa e storica, adottata da quasi tutti gli autori e le autrici. Questa prospettiva è infatti altamente sensibile ai fattori dinamici e contestuali oltre che capace di inquadrare le esperienze concrete di ritorno all’interno delle molteplici forme di mobilità (e di immobilità), così come dei contesti spaziali e sociali che tali esperienze generano. Se lo scenario globale è in movimento, lo sono altrettanto i contesti nazionali, regionali e locali, sia nelle società di arrivo sia in quelle di origine e di transito. Inoltre, un focus etnografico consente di valutare meglio come persone e reti sociali percepiscano i ritorni dai viaggi internazionali in termini di perdita di connessioni con un mondo esterno da cui traggono non solo risorse economiche, ma anche prestigio sociale e opportunità di mobilità e di uguaglianza nel contesto globale.
Un approccio dal basso, che parte dallo studio dei contesti e delle situazioni locali per arrivare alla comprensione dei modelli emergenti, delle continuità e delle discontinuità, evidenzia come i fattori che spingono al ritorno e le esperienze stesse cambino nel tempo. Questo approccio contribuisce inoltre alla valutazione degli effetti localizzati delle politiche europee contemporanee, dei programmi di aiuto e degli interventi che mirano effettivamente a trasformare i «migranti … in ritornati e i potenziali migranti in stanziali» [Schapendonk 2021, 46], anche quando riconoscono ufficialmente la migrazione come un processo multidirezionale che include movimenti di andata e ritorno tra paesi o ulteriori mobilità verso nuove destinazioni. Diverse fra le ricerche presentate in questo fascicolo mostrano e indagano i modi con cui le esperienze del ritorno influenzino le traiettorie successive e gli esiti a lungo termine (come la “re-integrazione”, la marginalizzazione e le nuove partenze). In un caso [Giuffrè, Tosi Cambini infra], viene discussa, dal punto di vista metodologico, anche la rilevanza del ritorno etnografico sul campo dopo un lungo intervallo temporale e dell’attraversamento di spazi relazionali, affettivi e simbolici che comporta. Complessivamente, diversi contributi esaminano le dimensioni spaziali, temporali, sociali e affettive dei ritorni, portando alla luce i vissuti quotidiani e punti di vista, anche critici, da parte dei diversi interlocutori coinvolti nel sistema istituzionale del rimpatrio, così come le loro difficoltà a navigare il processo, spesso sottaciute nelle retoriche pubbliche.
Il classico strumentario socio-antropologico che supporta lo sforzo della ricercatrice e del ricercatore di comprendere le situazioni, attraverso la prolungata convivenza con i soggetti e a partire dalla loro prospettiva, garantisce una comprensione sfumata dei problemi affrontati quotidianamente dalle persone nei processi di ritorno. Un focus micro-qualitativo aiuta inoltre a considerare come le prospettive dal basso si approprino, rifiutino o riformulino le narrazioni top-down sul ritorno. Per esempio, l’apparato retorico complessivo della cooperazione internazionale sulla gestione migratoria categorizza come ritorni “di successo” quelli che contribuiscono allo sviluppo nazionale e alla lotta dell’UE contro le “migrazioni irregolari”. La visione dal basso considera invece come ritornati di successo coloro che continuano a circolare liberamente tra Nord e Sud globale, favorendo, grazie al loro status legale, la mobilità di parenti e amici. Il “fallimento” [Schultz 2022; Masi 2024; Bellagamba, Baldè infra], soggettivamente o socialmente associato a specifici ritorni, viene analizzato nel quadro di altri insuccessi di vita, minori o maggiori, che vanno da una stagione agricola disastrosa alla morte di un figlio (o di un parente stretto) per l’impossibilità di mobilitare risorse economiche e sociali sufficienti per affrontare le cure, o alla delusione dell’effettiva esperienza di immigrazione che modifica la prospettiva e le valutazioni nei confronti del contesto d’origine. Nel caso dei programmi AVRR, il “fallimento” è proprio la categoria di ritorno che alcuni cooperanti o altri operatori sociali cercano di contrastare attraverso una rappresentazione positiva (e idilliaca) di una reintegrazione futura di successo. Ma il “fallimento” è anche uno dei termini con cui i beneficiari descrivono il proprio impegno in questi programmi: aiutare qualcuno ad accedere all’AVRR può infatti significare che tutti gli altri tentativi di inclusione sono stati inconcludenti. Ricerche condotte da FIERI nel quadro del progetto Horizon 2020 TRAFIG, ad esempio, hanno mostrato come, soprattutto nell’Europa meridionale, crisi ripetute e sovrapposte (economiche, geopolitiche, sanitarie) abbiano influenzato negativamente le condizioni socio-economiche dei migranti, con crescenti processi di marginalizzazione e irregolarizzazione.6
Nondimeno, a differenza dei funzionari e burocrati incaricati di attuare questi programmi, altre figure come i lavoratori dell’accoglienza si trovano a rinegoziare continuamente le categorie di successo e fallimento, bilanciando aspettative istituzionali, considerazioni etiche e vissuti concreti dei beneficiari [Tarabusi infra]. Da questo punto di vista, lo sguardo etnografico si rivela prezioso anche per disaggregare e comprendere più da vicino l’apparato discorsivo, istituzionale e amministrativo del ritorno.
Rispondendo alla sollecitazione di “capovolgere lo sguardo” [Derrider, Pelckmans, Ward 2020], quando si parla dei rapporti fra Africa Occidentale ed Europa in materia di politiche migratorie, il nostro percorso comincia dal Senegal sud-orientale e dalle confinanti regioni del Gambia, con l’esplorazione dei dilemmi e delle negoziazioni nella (ri)costruzione dei legami famigliari di fronte al fallimento della migrazione irregolare nella regione senegalese di Kolda [Bellagamba, Baldé, infra], includendo sotto la rubrica dei ritorni anche il rimpatrio delle salme di coloro che sono deceduti a causa della migrazione. Rispetto allo stesso contesto, vengono poi approfondite le retoriche e le strategie adottate nei programmi di rimpatrio e reintegrazione volontaria assistita (AVRR) dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) [Masi infra], mettendo in luce la sovrapposizione tra i discorsi con cui nel periodo fra il 2018 e il 2020 i ritornati dalla rotta mediterranea centrale giustificavano la propria partenza e quelli impiegati dall’OIM e da altre organizzazioni internazionali e della società civile per promuovere l’idea di “realizzarsi qui”, nei territori di origine. Questi ultimi erano animati da una concezione specifica della mobilità geografica e delle aspirazioni migratorie giovanili intese come risultato di un mancato adattamento all’economia di mercato. Promuovendo quest’adattamento, tuttavia, gli interventi indirizzati alla re-integrazione in loco dei migranti di ritorno dalla Libia finivano per riproporre le stesse dinamiche sociali ed economiche che avevano alimentato la speranza – o la necessità – di partire. Questo genere di discorsi è connesso in modo stringente all’esternalizzazione delle politiche di frontiera europee, ed è questa interrelazione che viene analizzata anche dal Gambia [Gaibazzi infra], mostrando come l’approccio “gestionale” della governance al rimpatrio “volontario” nasconda e strumentalizzi il lavoro delle famiglie nel gestire sul terreno ritorni e re-integrazioni difficili. Inoltre, l’analisi etnoclinica consente di far emergere delle vulnerabilità psicosociali, dei traumi e delle dinamiche identitarie affrontate nelle migrazioni di ritorno e da questo tipo di ritorni in particolare [Finco infra].
Quasi a costituire un ponte tra la riflessione sul ritorno dal punto di vista di quest’area dell’Africa Occidentale e quella che interroga il continente Europeo, il fascicolo continua con una comparazione di storie di migrazioni e ritorni che afferiscono a campi di ricerca geograficamente lontani (Capo Verde e Romania), ma che possono trovare alcuni aspetti comuni, aprendo a riflessioni sull’informalità del lavoro e sulle tensioni tra il desiderio/necessità di guadagno e la resistenza al lavoro salariato [Giuffrè, Tosi Cambini infra]. Questa somiglianza permette di decostruire il concetto stesso di “ritorno”, aiutando a pensare lo spazio della circolarità come un reticolo socio-spaziale nel quale sussistono contrazioni, espansioni e riconfigurazioni legate a dimensioni situate della vita. Un’analisi critica più focalizzata sui concetti di volontarietà e re-integrazione viene fornita dal contributo sul caso romeno [Cingolani infra], in cui i percorsi di rientro e re-integrazione costituiscono solo uno dei possibili esiti, a fianco di fenomeni di emarginazione a livello locale o alla progettazione di nuove partenze. Diversa invece è la situazione della Bosnia Erzegovina (BiH), considerato un paese di transito lungo la Rotta Balcanica in cui il ritorno è spesso l’effetto dei ripetuti respingimenti ai confini con l’UE. Questi ritorni ricorrenti hanno costretto molte persone in movimento ad “abitare” il paese, innescando processi di socializzazione che vengono valorizzati tanto dai migranti, quanto dalle nuove politiche OIM improntate alla loro stanzializzazione in Bosnia Erzegovina in quanto paese “sulla via dell’europeizzazione” [Lofranco infra]. Concludiamo con un’analisi che interpella le politiche di ritorno assistito italiane [Tarabusi infra]. Nonostante appaiano ancora circoscritte le adesioni da parte di richiedenti asilo inseriti nel sistema italiano di protezione internazionale, l’eventualità del rientro al paese è parte della vita sociale dei centri di accoglienza. Basato su un’etnografia condotta in un centro di accoglienza straordinario, questo ultimo contributo esplora le modalità con cui migranti, operatori e mediatori culturali si confrontano con molteplici vissuti e significati legati al (non) ritorno.
È una sfida cruciale rendere il ritorno dei migranti, “forzati” e “volontari” che siano, più umano e sostenibile dal punto di vista di tutti gli attori sociali coinvolti. Quando questo obiettivo generale non viene raggiunto (e purtroppo ciò è una realtà frequente e diffusa), oltre a dubbi guadagni politici simbolici e profitti economici per alcuni, la “macchina” dei ritorni rischia di produrre sofferenza, spreco di risorse umane e fondi pubblici, marginalizzazione socio-economica e perdita di legittimità per le politiche migratorie in tutti i paesi coinvolti.
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2 I risultati di ricerca sono stati intermittentemente condivisi e discussi gradualmente al Convegno Tra partenze e ritorni organizzato dall’Università di Milano Bicocca e il centro FoRME a Bergamo e nel panel Migrazioni e ritorni dalla prospettiva del lavoro (Riccio Tarabusi convenors) per il XII° Convegno SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata) presso l’Università di Messina nel 2024; nel panel Post-Return Lives: African Experiences of Difficult Homecoming (Bellagamba Riccio convenors) per il convegno ECAS (European Conference of African Studies) presso l’Università di Praga e il panel Politiche, esperienze e pratiche del ritorno (Riccio Tarabusi Convenors) per il Convegno ESCAPES di Milano nel 2025.
3 Ministry of the Interior, National Migration Policy for Ghana (2016), ultimo accesso 25 novembre 2025: http://www.migratingoutofpoverty.org/files/file.php?name=national-migration-policy-for-ghana.pdf&site=354; Ministry of the Interior, Republic of The Gambia, National Migration Policy (2020), ultimo accesso 25 novembre 2025: https://diaspora.gm/national-migration-policy/; Ministere de l’Interieur, République du Sénégal, Stratégie nationale de lutte contre la migration irrégulière au sénégal et son plan d’actions opérationnel (2022), ultimo accesso 25 novembre 2025: https://cilmi.gouv.sn/media/2025/03/SNLMI.pdf.
4 Come “corridoio” e “hotspot”, anche il termine rotta fa parte del linguaggio europeo di gestione e contenimento dei flussi migratori dall’esterno verso l’interno dell’Unione Europea. Si veda, per esempio, la definizione che ne dà FRONTEX, l’Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa alle Frontiere Esterne degli Stati Membri l’agenzia di controllo delle frontiere esterne, creata nel 2004, che ha cominciato a operare nel 2005, per poi conquistare un mandato ancora più esteso attraverso la costituzione della European Border and Coast Guard Agency (EBCG) nel 2016. Secondo Frontex, “migratory routes are paths people use to move across borders or within a state” (ultimo accesso 6 dicembre 2025: https://www.frontex.europa.eu/what-we-do/monitoring-and-risk-analysis/migratory-routes/migratory-routes/). La geografia dei movimenti transfrontalieri viene strettamente monitorata, anche grazie ai progetti con i paesi di origine e di transito implementati dall’OIM nel corso degli anni. I dati raccolti attraverso la rilevazione biometrica degli attraversamenti di frontiera fra paesi entro cui, di norma, sussiste la libera circolazione delle persone (come, nel caso dei paesi dell’Africa Occidentale che fanno parte della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale - ECOWAS/CEDEAO) confluiscono, dal 2015, nella Displacement Tracking Matrix (ultimo accesso 6 dicembre 2025; https://dtm.iom.int/), uno strumento attraverso cui l’OIM rende immediatamente visibili e accessibili in rete le informazioni sulla mobilità delle persone.
5 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_21_1931, (6/12/2025)
6 https: //trafig.eu, (06/12/2025).