01_editoriale_2_2025

Editoriale n. 2 - 2025

Alberto Baldi

Dipartimento di Scienze Sociali, Università degli Studi di Napoli Federico II

Eugenio Zito

Dipartimento di Scienze Sociali, Università degli Studi di Napoli Federico II


Indice

Deportazioni, rimpatri e ritorni “volontari” assistiti. Antropologia delle migrazioni di ritorno

Materiali

Recensioni



Il numero 2, anno 2025, di EtnoAntropologia, una delle due riviste ufficiali, peer-reviewed ed open access, della Società Italiana di Antropologia Culturale (SIAC), esce a poca distanza dalla proclamazione formale e dal successivo insediamento, avvenuti ad ottobre scorso dopo le votazioni del 27 settembre, della sua nuova Presidente e del suo nuovo Consiglio Direttivo per il mandato 2025-2028, a cui, pertanto, si formulano i migliori auguri di buon lavoro.

Questo numero, in merito a cui seguono alcune considerazioni introduttive, ospita una corposa sezione monografica intitolata Deportazioni, rimpatri e ritorni “volontari” assistiti. Antropologia delle migrazioni di ritorno a cura di Alice Bellagamba e Bruno Riccio, composta di otto stimolanti contributi preceduti da un ricco saggio di introduzione firmato dagli stessi curatori.

A questa parte monografica si affiancano due ulteriori ed originali saggi di ricerca collocati nella sezione Materiali ed infine due Recensioni di volumi recentemente pubblicati.

Deportazioni, rimpatri e ritorni “volontari” assistiti. Antropologia delle migrazioni di ritorno

Nel saggio introduttivo Ripensare la migrazione di ritorno: esperienze vissute e regimi di mobilità in trasformazione Bruno Riccio ed Alice Bellagamba, nel presentare il monografico che restituisce i risultati di un lavoro corale dedicato alla multidimensionalità delle migrazioni di ritorno ed al contributo che uno sguardo antropologico e un approccio etnografico possono apportare alla loro comprensione, riflettono sull’attuale slancio della stessa migrazione di ritorno come lente per esplorare criticamente le politiche migratorie escludenti. Viene chiarito che l’ambito del monografico è nato dal progetto PRIN-2022 Navigating West African Experiences of Difficult Homecoming, avendo però, poi, ampliato lo sguardo dalle dinamiche che in Africa Occidentale (Senegal e Gambia) scaturiscono dai “ritorni difficili” ad altri contesti come quelli di Bosnia-Erzegovina, Capo-Verde, Italia e Romania. Se il filo rosso del fascicolo è costituito dalla prospettiva etnografica, partecipativa e storica, adottata da quasi tutte le autrici e gli autori, l’intento, come sottolineano curatrice e curatore, è di promuovere un dialogo comparativo fra le diverse declinazioni delle migrazioni di ritorno e le loro implicazioni su traiettorie e strategie di mobilità, su relazioni parentali e di lavoro, nonché su politiche governative.

In particolare Alice Bellagamba e El Hadji Cheikou Baldé, nel contributo Les relations familiales au prisme de l’échec migratoire: les affects, les attentes, les responsabilités (région de Kolda, sud-Sénégal, 2017-2023) che apre il monografico, mettono in discussione le dicotomie convenzionali tra rimpatrio volontario e forzato, sollecitando un esame della riconfigurazione dinamica degli affetti, delle aspettative e delle responsabilità familiari in essi implicati. Infatti, nella regione meridionale senegalese di Kolda, contesto da loro studiato, la migrazione irregolare verso l’Europa è vista attraverso la lente del rimpatrio involontario e della rottura dell’economia morale interna. La prospettiva adottata, che “de-migrantizza” la mobilità e mette in primo piano la circolazione degli affetti, ricolloca l’episodio migratorio in un continuum più ampio dell’esistenza sociale, dimostrando come partenza e ritorno siano radicati in complesse negoziazioni.

Gabriele Maria Masi, nel contributo Il coraggio dell’altrove e il coraggio del restare: retoriche, ambiguità e contraddizioni nei programmi AVRR dell’OIM e nei ritorni migranti a Vélingara (Senegal), esamina i programmi di Assisted Voluntary Return and Reintegration promossi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni come un modello apparentemente replicabile di gestione della mobilità in una città del sud del Senegal. Tali programmi sembrano funzionare come meccanismi di propaganda che screditano l’immagine del migrante “irregolare” e allo stesso tempo valorizzano il microimprenditore locale, laddove il rimpatrio forzato viene presentato come un’esperienza positiva. L’autore mostra, tuttavia, come questa retorica oscuri la persistenza, al ritorno, delle stesse sfide economiche e sociali che hanno guidato la migrazione iniziale, senza mettere adeguatamente in discussione le disuguaglianze alla base della mobilità stessa.

Paolo Gaibazzi, nel contributo Dopo la backway: famiglie e programmi di reintegrazione assistita in Gambia, resta in Africa occidentale ed esplora il ruolo delle famiglie nel reinserimento dei giovani gambiani rimpatriati dai Paesi di transito lungo la cosiddetta backway, intesa come l’insieme delle rotte irregolari del Mediterraneo verso l’Europa. Vengono, in particolare, considerate complesse situazioni sperimentate da questi giovani, come quelle di vergogna o come le discriminazioni da essi subite da parte delle stesse famiglie di appartenenza, per aver fallito nei loro progetti migratori. L’autore sottolinea, inoltre, che tale discorso è ripreso dalla governance gambiana nel fornire programmi di reinserimento in cui si evidenziano, però, diversi limiti rispetto al ruolo centrale che avrebbero, invece, proprio le famiglie.

Rita Finco, nel contributo Mobilité, postcolonialité et déséquilibre psychique: une lecture ethnoclinique de la migration de retour, analizza il fenomeno della migrazione di ritorno tra le popolazioni originarie delle regioni di Kolda e Sédhiou in Senegal, mettendo in evidenza le profonde sfide psicosociali che la accompagnano. Basata su uno studio etnoclinico quadriennale su 135 migranti Mandinka e Fulani, la ricerca dimostra che la migrazione di ritorno non può essere intesa come una semplice reintegrazione, ma va piuttosto pensata come un processo complesso. Il lavoro sul campo viene concepito dall’autrice come ricerca-azione nel contesto strutturale della persistente influenza di dinamiche del passato coloniale rafforzate da altre neocoloniali. Viene così evidenziata la contraddizione, che genera significative vulnerabilità sociali, tra le strategie impiegate da individui e gruppi di fronte agli sviluppi economici e politici e i vincoli alla mobilità della popolazione all’interno dell’economia globalizzata. L’approccio etnoclinico rivela come questa contraddizione strutturale influisca sulla salute mentale dei migranti di ritorno.

Martina Giuffrè e Sabrina Tosi Cambini, nel contributo Appartenenze “mobili”: il ritorno come strategia metodologica e lente interpretativa nelle migrazioni dei rudari romeni e delle donne capoverdiane, esplorano le molteplici forme del ritorno migratorio, concepito come un processo aperto, circolare e relazionale. Attraverso due etnografie di lungo periodo – tra famiglie rudari nella Romania rurale e donne migranti provenienti da Capo-Verde, in particolare rabidantes – le autrici mostrano come i ritorni, mobili e plurali, rinegozino identità, genere, lavoro e appartenenza transnazionale, configurandosi come uno spazio di riflessività, trasformazione e produzione di nuovi saperi situati.

Pietro Cingolani, nel contributo Re-integrarsi a casa? Fenomenologia dei ritorni nel nord della Romania, esplora le esperienze di ritorno dei migranti in una regione nord-orientale della Romania, concentrandosi sulle rappresentazioni pubbliche dei rimpatriati, sulle loro motivazioni e sulla preparazione al ritorno, nonché sui percorsi occupazionali e sulle reti familiari e sociali che essi mobilitano e ridefiniscono. Nell’articolo viene, così, offerta una prospettiva critica sui concetti di volontarietà e reintegrazione e viene evidenziata come la sovrapposizione e la successione di diversi fattori nel tempo abbiano reso la nozione di mobilità sempre più complessa.

Zaira Tiziana Lofranco, nel contributo “Fare famiglia” in transito: ritorni ed esternalizzazione dei confini in Bosnia-Erzegovina, esamina il caso della Bosnia ed Erzegovina, un Paese di transito lungo la Rotta Balcanica, dove il ritorno è stato analizzato come effetto dei respingimenti ai confini dell’Unione Europea. L’autrice mostra come tali ritorni ciclici abbiano costretto molte persone in movimento ad “abitare” la Bosnia ed Erzegovina, innescando dinamiche di socializzazione (“creazione di una famiglia”) apprezzate sia dai migranti che dalle recenti politiche dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni volte a stabilirli in questo Paese nel suo percorso verso l’europeizzazione. Tale dinamica ha dato origine a nuovi modelli di mobilità circolare di ritorno, che possono essere visti come un esito specifico dell’esternalizzazione dei confini dell’Europa orientale.

Infine, Federica Tarabusi, nel contributo Politiche del ritorno e governance dell’accoglienza in Italia: economie del tempo e degli affetti nelle esperienze di operatori e richiedenti asilo, concentrandosi sul nesso tra politiche di rimpatrio e sistema di asilo italiano, esplora gli incontri quotidiani attraverso cui gli operatori dell’accoglienza e i richiedenti asilo si confrontano con i repertori discorsivi e operativi integrati nei programmi di Ritorno Volontario Assistito. Basandosi su una ricerca etnografica condotta in un centro di accoglienza, l’autrice evidenzia i loro complessi modi di orientarsi nei regimi di rimpatrio, di ricalibrare temporalità multiple e stratificate e di destabilizzare le categorie normative che modellano la governance delle frontiere dell’Unione Europea.

Materiali

Hanane Ettaki ed Eugenio Zito, nel saggio Medicina tradizionale e strategie di cura tra gli immigrati marocchini residenti nell’area metropolitana di Napoli, presentano alcuni materiali di ricerca raccolti nella cornice di un progetto Erasmus+ KA171 nato in collaborazione tra l’Università degli Studi di Napoli Federico II e l’Università Cadi Ayyad di Marrakech in Marocco relativi all’analisi etnografica condotta sulle strategie di cura adottate da immigrati marocchini regolari di prima e seconda generazione residenti a Napoli e nella sua area metropolitana. Il focus dell’analisi è sulla persistenza e/o trasformazione delle pratiche tradizionali rispetto al sapere biomedico che informa il sistema sanitario italiano. L’obiettivo della ricerca è quello di comprendere come queste persone fanno fronte alle loro problematiche di salute e concretamente si curano nei nuovi luoghi di residenza. In particolare autrice ed autore si concentrano ad analizzare in che misura le persone da loro incontrate continuano a utilizzare pratiche e trattamenti della medicina tradizionale apprese nel loro Paese di origine, dove è presente un solido e radicato pluralismo medico, e come questi approcci entrano in relazione con i percorsi della sanità italiana.

Nives Ladina, nel saggio Sotto il confine della pelle: una prospettiva etnografica sulle pratiche forensi rivolte ai corpi migranti nel Mediterraneo, a partire da materiali inediti della sua ricerca di dottorato, affronta importanti questioni per un’antropologia delle pratiche forensi applicate al fenomeno migratorio nel Mediterraneo centrale, considerata una delle più pericolose frontiere liquide al mondo. Questo lavoro prende in considerazione le attività che sono svolte sulla sponda italiana da parte dei medici legali e delle altre figure professionali afferenti alle scienze forensi o al supporto sociosanitario e legale delle persone migranti, osservate dall’autrice tra il 2023 e il 2024 in un ambulatorio in Sicilia per migranti sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale. Tali pratiche si sviluppano in due principali direzioni. La prima riguarda il trattamento dei corpi delle persone che hanno perso la vita nel corso di un naufragio nel tentativo di raggiungere l’Europa. La seconda attiene alla produzione di certificazioni medico-legali per i sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale che fanno domanda di protezione internazionale oppure che si trovano in una fase successiva della procedura, avendo già ricevuto un diniego dalla preposta commissione territoriale.

Recensioni

La prima recensione, di Tamara Mykhaylyak, riguarda il volume curato da Gianfranca Ranisio ed Eugenio Zito dal titolo Fini del mondo, fine dei mondi. Comunità e salute globale, edito nel 2025 in modalità open access da Morlacchi Editore University Press (Perugia). Mykhaylyak ci ricorda che questo lavoro si fonda sulla rielaborazione di alcuni degli interventi più rilevanti emersi durante il convegno della Società Italiana di Antropologia Medica (SIAM) tenutosi a Napoli nel gennaio 2023. Tali contributi sono stati ricontestualizzati tenendo conto dei più recenti eventi globali, che hanno intensificato e reso visibili diverse crisi latenti, conferendo al volume un’impronta critica attraverso cui interrogare le trasformazioni del presente. Il testo, la cui idea guida, come suggerisce il titolo, si collega all’ultima opera di Ernesto de Martino pubblicata postuma – La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali [1977] – è suddiviso in due sezioni e si configura come un tentativo di ripensare le conseguenze che fenomeni quali le pandemie, i cambiamenti climatici, le guerre e le migrazioni imprimono sulla salute delle persone e sugli equilibri del pianeta. Viene in questo modo posto l’accento sul potenziale dell’antropologia, in particolare quella medica, e sulle interpretazioni e le possibili risposte che essa può offrire a queste molteplici forme di crisi interconnesse, richiamando i concetti di Salute globale e di One Health.

La seconda recensione, scritta da Eugenio Zito, riguarda il volume di Manuela Pellegrino, dal titolo Lingua greca, terra italiana. Dal rimorso al riscatto?, edito nel 2024 da Meltemi (Milano), in cui l’autrice, in qualità di “antropologa nativa”, racconta la storia del griko, una varietà di greco trasmessa oralmente nella Grecìa Salentina, dove, tra le altre minoranze linguistiche, una piccola comunità ancora parla questa lingua salvaguardata dallo Stato come patrimonio linguistico nazionale. Complessivamente, nel volume, Pellegrino si pone alcune domande cruciali in merito a che cosa significhi oggi “salvare” una lingua, quale sia il ruolo delle comunità locali in questo processo, e in che modo la lingua stessa possa diventare strumento di relazioni sociali, affermazione culturale e interessi politici. L’idea di fondo è quella secondo cui una lingua come il griko, pur perdendo i suoi parlanti attivi, nella realtà continua a vivere e a rigenerarsi all’interno del contesto culturale salentino e della sua produttività sociale e simbolica. Pellegrino, nel mettere in discussione il paradigma della “morte della lingua”, mostra nello specifico come il griko non sopravviva solo per volontà nostalgica, ma attraverso una negoziazione attiva, simbolica e politica, che coinvolge attori locali, istituzioni italiane, l’Unione Europea e la Grecia stessa.