Nuovi cittadini di origine maghrebina e ridefinizione di spazi urbani e religiosi a Umbertide (Perugia)

New Citizens of Maghreb Origin and the Redefinition of Urban and Religious Spaces in Umbertide (Perugia)

Fiorella Giacalone

Dipartimento di Scienze Politiche, Università degli studi di Perugia

Elisa Rondini

Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, umane e della formazione,
Università degli Studi di Perugia


Indice

Una lettura antropologica dello spazio urbano

La questione della costruzione della moschea

I luoghi di aggregazione giovanile: Corrente e Il Covo

Di bar e “muri” dei marocchini

Riferimenti bibliografici


Abstract

The contribution investigates dwelling practices and spatial uses of the public space as observed through ethnographic fieldwork carried out in Umbertide, in the Upper Tiber Valley. Over the years, the town has seen a significant increase in the presence of North African immigrants, coming from different geographical areas and belonging to various age groups; a presence that, while elusive in some respects, is clearly visible in the forms of appropriation and use of certain places, which are affected by transient and permanent changes that necessitate new reading codes. The construction of a mosque, now suspended for economic and political reasons, marked a fracture within the urban population. Observing these transformations and questioning the new spatial grammars allows us to grasp overlapping and intersecting habitats of meaning, generating possible connections and transforming practices and strategies of living.

Keywords: inhabiting; migrations; new citizens; public spaces; ethnography.


Una lettura antropologica dello spazio urbano

Un’analisi dello spazio urbano legato alle dinamiche di potere è quella di Henry Lefebvre, che definisce lo spazio sociale l’insieme delle relazioni nel cui ambito il soggetto si colloca in maniera differente a seconda dei ruoli e delle funzioni che l’ordine sociale gli attribuisce. Lo spazio sociale si differenzia in tre livelli: la pratica spaziale, le rappresentazioni dello spazio, lo spazio delle rappresentazioni.

Se il primo livello è quello delle pratiche quotidiane, specifiche delle relazioni sociali, le rappresentazioni dello spazio sono definite dai rapporti di produzione e dall’ordine gerarchico che impongono, quello pensato dagli urbanisti, architetti, ma anche dal pensiero religioso e politico [Lefebvre 1976, 59]. Lefebvre, sulla scia del pensiero di Foucault, vede il nesso tra potere e sapere, per cui ogni genere di potere crea uno specifico modo di pensare e organizzare lo spazio; dunque, disciplina i corpi che vi si muovono. Lo spazio delle rappresentazioni è definito da «simboli complessi, legati all’aspetto clandestino e sotterraneo della vita sociale, ma anche dell’arte, che potrebbe eventualmente essere definita non come codice dello spazio, ma come codice degli spazi di rappresentazione» [ivi, 54 e sg.]. Dunque, lo spazio non è mai neutro, ma è legato alle logiche relazionali, nelle quali si riflettono le regole dell’ordine sociale; la pratica spaziale regolamenta l’uso e le norme con cui il corpo si muove: «il corpo vissuto, la costruzione del corpo, è senza dubbio un processo culturale e sociale, dipende quindi dalle credenze delle norme culturali proprie di ogni sistema di potere» [ivi, 61].

Lo spazio, dunque, visto nella sua triplicità, può essere percepito-pensato-vissuto. Queste differenze sono sentite nell’uso dei luoghi. Se lo spazio urbano è un prodotto storico e sociale e riproduce i rapporti di produzione, l’organizzazione della famiglia, la divisione del lavoro e anche le differenze di genere, generazionali e comunitarie sono definite da norme che disciplinano i corpi nell’agire urbano. Lo spazio urbano è dunque marcato dalle pratiche sociali poste in atto e dalle persone che vi agiscono (classe, genere, diversità culturali) e che, in base alla percezione e al vissuto, possono connotarsi per genere, età, differenze. Le città cambiano in base ai loro abitanti e alle loro “minoranze” interne, che definiscono la regolazione dei corpi, le dinamiche di gruppo di pari o le distanze sociali.

Per capire lo spazio sociale nei suoi tre momenti, bisogna tornare ai corpi. Dal momento che il rapporto con lo spazio di un soggetto membro di un gruppo o di una società, implica il suo rapporto con il proprio corpo, e viceversa. La pratica sociale considerata globalmente suppone un uso del corpo: l’impiego delle mani, delle membra, degli organi sensoriali, i gesti di lavoro e quelli delle attività esterne al lavoro […] Il vissuto corporale raggiunge esso stesso un alto grado di complessità ed estraneità, perché la “cultura vi interviene. Come illusione dell’immediatezza [Lefebvre 1976, 61-62].

Nei processi migratori assistiamo a quello che Appadurai definisce “fare località”, inteso come processo di “riterritorializzazione” [Appadurai 1996]. È quel processo che porta a ridisegnare il luogo di accoglienza con tratti che appartengono alla mappa mentale del luogo di provenienza. Significa ricreare reti di vicinato, attraverso parenti o persone che vengono dalla stessa città di origine, creare luoghi di risocializzazione, ricostruire uno spazio per i riti e la preghiera, ridefinire le attività economiche marcate da una presenza culturalmente e linguisticamente altra. Così nascono bar con nomi arabi, esercizi commerciali che vendono carne halal per chi segue la macellazione rituale per il consumo, luoghi d’incontro che ridefiniscono le diverse identità in seguito alle presenze migratorie. Come sostiene Appadurai, non c’è più una forte relazione tra territorio e cultura, intesa nel senso di un’uniformità culturale e religiosa nel territorio, che sia un paese o una città. Attraversare la città come osservatore esterno, come viaggiatore, può aiutarci a ripensare uno sguardo su di essa, nel suo evolversi continuo, nelle sue trasformazioni visive e sonore che ne ridisegnano appartenenze, territorialità e nuove località.

Attraverso questo sguardo, come osservatori, cogliamo come vengano modificate le mappe visive del nostro orientamento, e i “luoghi domestici” possono diventare altro, cambiare di senso e possono disorientarci. Leggere la città attraverso la presenza materica, visiva e sonora dei migranti, significa guardare i luoghi come ambiti nei quali le identità si incrociano, si ridisegnano, nel rimodellamento dei quartieri e del centro storico, nel fondersi di suoni e odori, nella creazione di nuove frontiere semantiche e visive. Così incontriamo i luoghi dell’appaesamento [De Martino, 1977] plasmati dai nuovi arrivati, gli spazi meticci, luoghi misti nei quali s’incontrano e agiscono autoctoni e migranti (asili, scuole, servizi), spazi di prossimità come i mercati, luoghi di ibridazione e di comunicazione breve e veloce.

Nell’ambito della ricerca su “Abitare i margini, oggi. Etnografie di paesi in Italia”1 ritengo che Umbertide – un comune di circa 16.000 abitanti che sorge nell’Alta Valle del Tevere – si presti ad interrogarci su come la presenza di migranti possa modificare sia il “paesaggio urbano” (moschea/chiese), sia il tessuto sociale, composto da vecchi e nuovi cittadini. La ricerca perciò si è concentrata su due aspetti: attraversare lo spazio urbano come flaneurs osservatori, guardando gli spazi pubblici come e se sono cambiati con la presenza di una comunità straniera ormai presente da anni: quali luoghi (parchi, palestre, campi) e frequentati da chi; osservare il centro storico e i suoi cambiamenti, specialmente in relazione ai negozi gestiti da nuovi cittadini, il mercato settimanale e la sua composizione (bancarelle e utenti), gli spazi religiosi, i luoghi di aggregazione giovanile (italiani e stranieri). Il percorso è stato accompagnato da foto per documentare i cambiamenti e le permanenze.

Gli aspetti che ci sono sembrano più rilevanti, ai fini della ricerca sono, in primis, i luoghi abbandonati dalla popolazione locale, perché non ci sono più i soggetti che li fanno vivere, come parchi e giardini pubblici. Lo spazio pubblico è oggi connotato da spinte contrapposte: da un lato, si assiste a un uso limitato dello spazio pubblico (piazze) per attività politiche o musicali da parte degli italiani; dall’altro, la presenza straniera ridisegna il tessuto urbano, le attività commerciali e gli spazi dei riti religiosi. La “mutazione antropologica” degli abitanti è spesso più visibile nei centri medi, come Umbertide, nei quali il paesaggio urbano muta con il cambiamento demografico di chi li abita. Strade, piazze, parchi delineano la presenza di nuovi abitanti e nuove funzioni, come è visibile in alcuni parchi rionali che sono usati prevalentemente da famiglie maghrebine o da giovani stranieri per l’uso degli sport di gruppo, come il basket e la pallavolo.

Al tempo stesso lo spazio pubblico sembra ristringersi e perdere di significato; i parchi in particolare non sono più frequentati dai giovani italiani, che preferiscono altri luoghi di socializzazione: questo tende a svuotare i centri storici, un tempo di aggregazione pubblica.

Così ad Umbertide la “palestra”2, parco pubblico davanti alla scuola elementare, si svuota di giovani locali e si popola di donne maghrebine con i loro bambini, dopo l’uscita dalla scuola, fenomeno presente anche a Perugia. La presenza di donne con figli evidenzia due aspetti: questi luoghi offrono ambiti di socializzazione per chi ha necessità di contatti tra connazionali e per scambiare tempo ed esperienze legate alla maternità. Al tempo stesso i parchi possono essere frequentati da coloro che non hanno l’abitudine di entrare nei locali in cui si consumano alcolici.


Img. 1 - Madri e figli in “palestra” (foto realizzata da Elisa Rondini il 20 marzo 2024)

Abbiamo poi deciso di evidenziare i luoghi rivisitati: esercizi commerciali, spazi pubblici e privati (parchi, bar, negozi) che hanno cambiato proprietà e destinazione d’uso, acquistati da piccoli imprenditori stranieri, soprattutto nel centro storico di Umbertide popolato di negozi e bar gestiti da nordafricani. Uno spazio in cui la presenza immigrata è particolarmente visibile è il mercato settimanale, ormai popolato da venditori marocchini e africani che vendono borse e capi d’abbigliamento.

Il mercato diventa un luogo di scambio a più livelli: economico, ma anche linguistico, per la pluralità di lingue che si incontrano. Le contrattazioni davanti alle bancarelle dei maghrebini si fanno in arabo, poiché vi è una prevalenza di donne maghrebine come compratrici. Infine, ridisegna un paesaggio urbano nel quale il mercato diventa lo spazio della prossimità, per la vicinanza tra soggetti che vi si incontrano, pur distanti nelle altre ore della giornata e in altri luoghi. Il métissage linguistico e culturale rende chiaro il cambiamento demografico di Umbertide come di altri centri. Il mercato è un chiaro segno della società multiculturale, visibilmente segnata dallo scambio linguistico (albanese, arabo, rumeno, lingue africane), dal modo di vestire, dalla presenza di gruppi familiari di diversa provenienza. Al tempo stesso i prodotti venduti non vengono “dalle periferie del mondo” (oggetti etnici) ma sono merci per un mondo creolizzato. Come dice Hannerz, viviamo in un habitat di significato in cui vi sono connessioni tra globale e locale, nel quale i processi culturali derivano dall’intersecarsi di habitat diversi tra loro [Hannerz 2001]. La dimensione effimera del mercato (si monta e si smonta nell’arco di poche ore), la sua periodicità, mostrano la regolarità dell’evento commerciale e al tempo stesso anche il suo cambiamento, che vede una società in trasformazione demografica (compreso l’aumento degli anziani italiani), definito dal transito di merci, corpi, lingue, generi. È luogo di frontiera mobile e di contrattazione, ma non di contrapposizione. La dinamica del mercato si propone come luogo di tolleranza, di un multiculturalismo di reciprocità, dove non è in gioco la convivenza, ma la prossimità, il gioco della convenienza reciproca [La Cecla 2005, 135].

Un’altra definizione che abbiamo introdotto è quella dei luoghi da inventare, da riattivare secondo nuove modalità del vivere urbano che superino o integrino tra loro le differenze culturali o religiose. Per questo abbiamo ritenuto importante incontrare e dialogare con alcuni giovani figli di immigrati, per ascoltare la loro lettura della città, dei luoghi rivisitati e di nuova identità sociale e culturale. Abbiamo perciò intervistato alcune giovani di origini marocchine, studentesse universitarie che vivono in maniera pendolare la quotidianità tra Umbertide e Perugia e due giovani. Abbiamo anche ascoltato tre giovani italiani impegnati nella politica e nel sociale. Umbertide appare come un medio centro che non sembra offrire veri e propri luoghi di aggregazione, se non alcuni bar, frequentati maggiormente o da giovani italiani o da giovani maghrebini3.

La questione della costruzione della moschea

Il primo centro islamico in Italia è nato a Perugia nel 1971, ad opera degli studenti giordani, siriani e palestinesi che frequentavano l’università e che fondarono l’USMI (Unione studenti musulmani in Italia). Ancora oggi si trova collocato nel centro storico, e viene chiamato “la moschea di via dei Priori”. In una via non lontana dalla stazione, sorge il Centro Culturale Islamico di Perugia, un’ampia struttura a pian terreno con un cortile antistante, dove anche l’associazione dei giovani del GMI (Giovani Musulmani Italiani) si riunisce periodicamente per iniziative pubbliche e culturali.

Umbertide è stata una cittadina tradizionalmente di sinistra, che ha visto negli anni crescere la presenza di immigrati nordafricani, che pregavano in un piccolo centro islamico. Oggi, a Umbertide sono presenti il 29,38% di marocchini (672) sul totale degli stranieri (2287) e piccole comunità di algerini (68), tunisini (32) ed egiziani (11). Vi è anche una significativa presenza di albanesi (330) e di rumeni (428). I nordafricani in totale sono 783, con una importante presenza di seconde generazioni4. I marocchini sono presenti dai primi anni ’90, per la coltura e raccolta del tabacco, ma negli anni hanno rilevato negozi e attività commerciali come ambulanti nel mercato settimanale. Nel 1987 nasce l’Associazione che gestisce il Centro Culturale Islamico nell’ex-manifattura tabacchi. Nel 2011 inizia il percorso per la costruzione della Moschea, voluta dall’imam, per la nutrita presenza di musulmani nell’Alta Valle del Tevere (anche Città di Castello presenta un numero importante di nordafricani, venuti decenni fa per la raccolta del tabacco). Il comune (allora con maggioranza di sinistra) assegna un lotto per la costruzione di una moschea nel 2013, in seguito ad un bando, successivamente ampliato con un altro lotto per il parcheggio. Questo secondo lotto non aveva avuto richieste e, data la mancata vendita, il comune lo assegna al centro islamico, senza gara. La comunità musulmana raccoglie fondi dagli aderenti per 350.000 euro, per iniziare la costruzione. Iniziano le polemiche da parte della minoranza in comune, sostenuta da proteste dei cittadini, ma anche da parte di alcuni consiglieri regionali del PD, contrari alla costruzione.

Da quel momento comincia una serie di richieste, da parte delle opposizioni, a questa costruzione. In particolare, la Lega parla di finanziamenti del Qatar e di presenza di terroristi. Il 18 maggio 2016 Matteo Salvini arriva a Umbertide e incita la popolazione contro la costruzione. La presenza di Salvini accentua il divario tra i contrari e i sostenitori all’iniziativa. Il discorso del leader leghista si basa non sul rifiuto del pluralismo religioso (che sarebbe contrario alla Costituzione), ma sul fatto che l’Islam sia una religione che propone una “cultura arrogante”, che non rispetta le donne e che vuole imporre modelli reazionari. Di fatto parla di un islam minaccioso e come tale veicolato dai media5, più che della realtà effettiva di una cittadina nella quale la comunità maghrebina è presente da decenni ed integrata nel tessuto sociale ed economico di Umbertide.

Sul “Corriere dell’Umbria” viene riportato il video dell’intervento di Salvini, che ha ampia risonanza anche sulle televisioni locali. Questa la dichiarazione del leader ai giornalisti:

Diciamo no ma non per problemi religiosi, perché non abbiamo mai avuto problemi con nessun’altra religione. Uno può essere ebreo, valdese, buddista, protestante. L’Islam non è solo una religione ma usa una religione per imporre un modo di vivere che non riconosce le nostre libertà, i nostri diritti, i nostri valori, per cui la donna vale meno dell’uomo. Cedere spazio a questo tipo di Islam di oggi significa cedere spazio a una cultura arrogante, invadente, violenta, quindi noi diciamo evidentemente no [Bonerba 2016, 4].

Siamo di fronte a vari aspetti rilevanti su cui riflettere: in primo luogo l’idea che l’islam sia uguale ovunque e senza distinzioni tra paesi di provenienza e luoghi di arrivo; il preconcetto che vede le donne musulmane sottomesse e represse; il pericolo che l’islam porti con sé anche il cambiamento del paesaggio urbano e delle nostre città. Le identità nazionali, anche nei paesi democratici, si sentono messe in crisi dalle minoranze, attivando una rappresentazione di sé come “maggioranza minacciata” dalla “sostituzione etnica” o dall’“islamizzazione dell’Europa” [Appadurai 2005, 139].

L’islamofobia, sempre più diffusa nei Paesi europei, si esprime non solo come odio sedimentato da un lungo processo di scontro tra cristiani e musulmani sul piano storico, ma soprattutto come discriminazione nei confronti degli immigrati musulmani presenti in Italia [Massari 2006]. L’altro aspetto, ampiamente diffuso nell’immaginario collettivo e vissuto come disturbante, è l’idea che le moschee siano luoghi d’indottrinamento, specie per le nuove generazioni; perciò i più giovani sono guardati con sospetto, particolarmente dopo gli attentati di Parigi, divenuti simboli non solo dell’integralismo islamico, ma anche espressione di un’integrazione non realizzata. E ancora di più lo sono le giovani con l’hijab, assurto a simbolo dell’oppressione femminile di un regime patriarcale incompatibile con l’Occidente. Più autori [Delphy 2006; Laurence-Vaïsse 2007; Giacalone 2020; Parisi 2012] sottolineano l’ostilità nei confronti degli immigrati di religione islamica, che appare, come in questo caso, soprattutto espressa dalle forze clericali conservatrici, che temono per l’identità cristiana, ma che è presente anche da parte di laici ostili alla presenza religiosa nello spazio pubblico o nelle scuole. Al tempo stesso questi studiosi cercano nei loro saggi di decostruire l’immagine stereotipata che si ha delle musulmane italiane e francesi attraverso ricerche sul campo. Se la destra, da posizioni più o meno apertamente razziste, chiede forme di controllo verso i musulmani e l’operato degli imam, la sinistra si batte per modelli emancipatori occidentali (spesso neocoloniali) verso le donne, divenute simbolo della misoginia medio-orientale. Perciò le donne musulmane devono fronteggiare sia il patriarcato orientale [Abu-Lughod 2013], che le costruzioni discorsive che le leggono come sottomesse e prive di autonomia.

La storia della costruzione continua tra varie polemiche e nel 2017 viene presentato un esposto da parte della Lega per abuso d’ufficio e turbativa d’asta per il secondo lotto assegnato al centro islamico. Nel 2018 un sindaco leghista vince le elezioni comunali, dopo cinquant’anni di giunte di sinistra. Un deputato di Fratelli d’Italia propone una legge per tracciare i movimenti finanziari dei centri islamici e chiede d’indagare sui fondi ricevuti dall’imam Chafiq El Oqauyly per la costruzione nel 2013. Il 18 dicembre 2020 il giudice proscioglie due ex-sindaci, i tecnici comunali e il responsabile del centro islamico dalle accuse rivolte perché il fatto non costituisce reato. La costruzione è ferma da anni e non si capisce se e quando sarà terminata.

Le polemiche intorno alla realizzazione della moschea, in un contesto tradizionale quale quello di Umbertide, appare un caso eclatante di come una costruzione renda visibile la presenza di una comunità musulmana, pur se integrata, che viene improvvisamente vissuta come corpo estraneo da una parte della popolazione. L’idea di un edificio, decisamente grande rispetto ad altri di culto, esprime il disagio di uno spazio urbano che cambia i suoi riferimenti religiosi (mosche/chiesa) modificando l’urbanistica con simboli considerati estranei al tessuto sociale e storico di un centro di medie dimensioni, dove le persone si riconoscono nelle tradizionali feste religiose e parrocchiali6.

Il divieto di costruzione di moschee in gran parte dei comuni italiani, parte in primo luogo perché la sua “visibilità” modifica il “paesaggio urbano”, nel quale il campanile della chiesa rappresenta il senso di una comunità che si riconosce in pratiche cattoliche diffuse. La presenza delle moschee mette in discussione un’urbanistica che vede come centri di potere la chiesa e il Comune, in una sorta di divisione territoriale tra enti pubblici e religiosi, che è parte della storia italiana. Dunque, alterare il paesaggio urbano diventa intrusione visiva e religiosa dentro le città.

Abbiamo discusso con i nostri giovani italo-maghrebini della questione e se ci sia una responsabilità anche da parte della direzione del Centro Islamico, sull’interruzione della costruzione della moschea. In particolare, Khalid, che ha preso parte alle discussioni interne alla comunità musulmana, ci ha chiarito una serie di questioni. Il Centro Islamico era frequentato come luogo di preghiera e di socializzazione, ma quando nasce l’idea di costruire una moschea, anche se con i permessi del Comune, viene messa in discussione la sua dimensione. L’idea dell’imam, da poco presente in Italia e abituato alla presenza diffusa di moschee nelle città marocchine, era di fare una grande costruzione, di forte impatto visivo. Khalid, come altri dello stesso parere, considerava l’edificio una sorta di sfida ad una comunità (“la grandiosità è una provocazione”) piccola e tradizionalmente cattolica e perciò propose di costruire un edificio di piccole dimensioni, di circa 200 metri quadri con prefabbricati, che sarebbe stato meno costoso dell’idea iniziale. Infatti, il progetto della moschea era abbastanza impegnativo e ci sarebbero voluti anni per trovare il budget sufficiente.

Nasce una discussione all’interno della comunità musulmana tra chi condivide la proposta di Khalid, avvocato che vive da anni a Umbertide, e chi lo osteggia, considerandolo un nemico dell’imam. In particolare, la prima generazione, composta per lo più da persone poco scolarizzate e abituate a non mettere in discussione le decisioni della direzione della moschea, considera “sacra” la figura dell’imam, e ritiene che contraddirlo sia come mettersi contro Allah. I giovani, al contrario, approvavano l’idea di ridimensionare il progetto della costruzione, considerando (come in effetti è) l’imam come una persona che ha più competenze sul Corano e per questo guida spirituale7. La comunità, dunque, si spacca su questa questione e l’imam cavalca lo scontento che ha portato di fatto al blocco della costruzione e al cambio di direzione politica del Comune, da anni con un sindaco leghista.

Il conflitto si presta a molte letture. In primo luogo, la differenza di percezione della religione tra chi conserva le abitudini e le prassi relazionali dei luoghi di origine, e le seconde generazioni che, se pur osservanti, distinguono il ruolo dell’imam, per quanto importante, dall’accettare tutto ciò che propone. L’islam italiano presenta molte sfaccettature diverse, a seconda dei contesti, delle figure di riferimento, della capacità di dialogo tra minoranza e cittadinanza locale8. Anzi, in una comunità religiosa, una guida spirituale deve tener conto del contesto in cui vive e dialogare con la maggioranza italiana, invece di acuire la conflittualità. Inoltre, i giovani sono maggiormente scolarizzati dei loro genitori, molti sono diplomati e laureati, e integrati in un tessuto sociale e culturale italiano, rispettano le tradizioni cattoliche e cercano di mediare tra due modalità di vivere il rapporto con la religione. La figura di Khalid è particolarmente interessante perché è uno dei pochi della sua generazione (40 anni) che ha investito sulle competenze a favore della comunità. Sposato e con figli, è riuscito a laurearsi in Giurisprudenza per occuparsi di diritto penale e delle migrazioni. Ha fatto parte della Consulta Comunale degli stranieri nel 2006 ed opera come mediatore linguistico-culturale per i richiedenti asilo e connazionali poco scolarizzati, ma anche nelle scuole, dove interviene su richiesta dei genitori o degli insegnanti. Sollecita infatti i genitori a consultare centri specializzati, quando i figli presentano problematiche relative al DSA, facendo in modo che le famiglie si aprano alle istituzioni italiane anche nel campo sociosanitario. Rappresenta una figura autorevole nella comunità marocchina e una generazione di passaggio nei confronti dei più giovani, più consapevoli della loro identità italiana. Il suo ruolo nella vicenda della moschea e le sue numerose iniziative dimostrano la conoscenza della società umbertidese e la capacità di far interagire giovani di varie provenienze, ma tutti cittadini della stessa realtà.

Avevo iniziato a lavorare all’ufficio immigrazioni del comune di Umbertide, facevo parte della cooperativa Asad; quindi, oltre a lavorare nello sportello immigrazioni facevo anche il mediatore culturale per il comune, questa esperienza di diversi anni mi ha aiutato tantissimo, quella di mediare tra le famiglie straniere e tutti gli enti che avevano qualche collegamento per gli stranieri. Da mediatore ho collaborato tanto con i carabinieri, con le scuole, Garibaldi, la scuola di Vittorio, con le medie, le superiori, abbiamo fatto tantissime attività […] la Festa dell’Unità. Abbiamo cercato di fare feste che coinvolgessero tutti, facevamo dei tornei, dove partecipavano la squadra dell’Albania, quella dell’Italia, del Marocco, Algeria, e alla fine per la premiazione si faceva una festa con la cucina che proveniva da questi paesi. Ho collaborato con diverse Associazioni del territorio, come quella della Tavola per la Pace, una volta mi ricordo abbiamo fatto una festa dove abbiamo chiamato tutti gli immigrati di Umbertide e abbiamo contato circa 60 paesi. Abbiamo fatto venire tutti, ognuno c’ha raccontato la sua esperienza. Sono state delle belle attività! [Intervista a Khalid Belkchach, Mochine Berradi e Diego Simonetti, 9 luglio 2024].

Ora che la costruzione è ferma, anche l’Aïd-al Fitr (festa di fine Ramadan) non ha un luogo specifico per poter pregare e mangiare insieme; perciò, era stato sistemato un gazebo nel parcheggio della “costruenda” moschea, ma lo spazio non era sufficiente per i duecento partecipanti. In particolare, le donne non hanno avuto uno posto specifico. Non è stato possibile neanche mangiare insieme, sempre per motivi di spazio, come ci ha ricordato Hind:

Io ho partecipato alla festa di fine Ramadan di Umbertide, che purtroppo non avendo uno spazio delle donne, c’erano solo i tendoni dove c’è la Moschea che si sta costruendo. Purtroppo eravamo più del previsto, il tendone era piccolo, quindi c’erano molte donne fuori, eravamo tutte ammassate. Secondo me era meglio chiedere al Comune, al Sindaco, uno spazio come tutti gli anni, tipo il Palazzetto, lo stadio, giusto per due ore, la preghiera… ma niente […] Quindi [abbiamo mangiato] ognuno a casa sua con i famigliari e amici. Anni fa facevamo una festa a San Francesco, lì c’era lo spazio, per i cibi, ognuno portava il proprio piatto, c’erano piatti algerini, tunisini, nigeriani, quindi era molto più bello [Intervista a Hind Fourari, 28 maggio 2024].

Hind studia all’università, è una ragazza integrata e attiva, porta l’hijab e fa parte del GMI di Perugia, dunque è, come molte di loro, una musulmana osservante che svolge attività sociali e culturali9. Si reca al centro islamico per aiutare i bambini nei compiti nel pomeriggio e per insegnare arabo ai più piccoli, che conoscono solo l’italiano a scuola. Quanto alla frequenza nei bar da parte dei giovani, sottolinea come oggi anche le ragazze marocchine lo frequentano, cosa che sarebbe stata impensabile anni fa: “Adesso comunque è cambiato molto! Trovi nei bar maschi, femmine, non c’è una distinzione, non c’è più questa cosa che le ragazze sono sempre a casa e i maschi escono e fanno quello che vogliono”. Dato il suo livello di conoscenza della cultura e delle leggi italiane, le piacerebbe lavorare nelle scuole e anche lei si trova a fare il ruolo di mediatrice allo sportello immigrati, per la consulenza sui documenti da presentare. Partecipa alle attività di Corrente, un gruppo di giovani formatosi allo scopo di costruire un progetto politico per Umbertide in vista delle elezioni amministrative del maggio 2023, alle quali si presentano come lista di sinistra, lista che vede tra i suoi candidati la stessa Hind: è anche per questo che lei racconta di sentirsi cittadina italiana nel senso più pieno, non solo per il suo diritto al voto, ma per partecipare in maniera attiva alla vita della città.

Io ho partecipato al primo incontro, quando volevano far conoscere di più Corrente, mi è piaciuto il gruppo, ho trovato spazio, ti lasciano parlare, esprimerti, anche io volevo dare il mio contributo, anche piccolo, volevo anche dare un’immagine positiva a tutta la cittadinanza, soprattutto alle seconde generazioni, a chi ha acquisito da poco la cittadinanza, alcuni non si ritrovano molto nel sentimento di appartenenza alla cittadinanza di Umbertide, volevo che loro vedessero in me loro stessi. Questo era l’obiettivo principale [Intervista a Hind Fourari, 28 maggio 2024].

I luoghi di aggregazione giovanile: Corrente e Il Covo

Recuperando quanto esplicitato nell’introduzione, l’esperienza di Corrente ci sembra un buon esempio di “luogo inventato” in risposta alle sfide poste da una carenza diffusa di spazi (e momenti) di interazione e integrazione. Come Hind, anche Latifa, 24 anni, è una delle sue candidate. Operaia presso un’azienda tessile di Città di Castello (provincia di Perugia), si avvicina al gruppo su suggerimento di una delle prime partecipanti al progetto. All’inizio, ci confida, era “un pochino titubante”; sentiva il mondo della politica particolarmente distante, lo definiva come qualcosa in cui non si ritrovava per nulla, ragion per cui non si era mai interessata a esperienze di questo tipo. E in effetti a convincerla è stato proprio il diverso approccio a temi politicamente orientati che ha avuto modo di osservare partecipando agli incontri del gruppo; un approccio che descrive come “più giovanile” contrariamente alla “filippica” cui pensava, in prima battuta, di dover assistere. Gli stessi giovani – e le loro necessità – sono in effetti uno dei temi centrali del progetto di Corrente, sicuramente quello a cui Latifa era più interessata:

Ho sempre sentito che a Umbertide la parte dei giovani è morta. Cioè è come se passi dall’adolescente che va a scuola al sentirsi adulto, non c’è quel transito del sentirsi giovani, del viversela la gioventù, almeno per me [Intervista a Hind Fourari e Latifa Bennani, 3 febbraio 2024].

Ma le questioni al centro delle riflessioni di questo nuovo progetto sono molte, così come molte sono le interconnessioni tra esse. Hind, ad esempio, si riconosce maggiormente nei discorsi che riguardano la capacità della comunità di far dialogare provenienze e istanze diverse.

Io mi riconosco soprattutto sulle tematiche di inclusione, integrazione e coesione sociale. Perché secondo me solo insieme possiamo aggiungere valore alla comunità e quindi fornire interesse per tutti quanti [Intervista a Hind Fourari e Latifa Bennani, 3 febbraio 2024].

La “comunità” rappresenta in effetti il secondo punto del programma politico proposto dal gruppo, esito di una scrittura a più mani che raccoglie visioni e prospettive dei vari membri sulla realtà locale e sulle sfide che l’attendono nel futuro10. Nel programma, la macro-questione comunitaria viene declinata nei seguenti dieci sottoparagrafi: amministrazione inclusiva e partecipazione cittadina, cura collettiva, educazione, focus su giovani, anziani e disabilità, intercultura, lavoro, parità di genere, processi culturali, relazioni con altre realtà, sport. Vari sono stati, negli ultimi due anni, gli eventi organizzati da Corrente e aperti a tutta la cittadinanza su questi temi.


Img. 2 - Alcuni eventi organizzati da Corrente

È vivo, in tutti gli incontri, il respiro globale su cui, fin dall’inizio, si è voluto improntare il lavoro del gruppo e che spiega, almeno in parte, la reticenza di quest’ultimo a pensarsi (e ad essere pensato) quale lista civica, come racconta Federico Rondoni, ideatore del progetto e successivamente candidato Sindaco:

Sapevamo che questo progetto che stiamo facendo è un progetto che nonostante sia locale ha un respiro globale, però è un progetto locale. E quindi va misurato da un punto di vista locale. Anche se poi il ragionamento che abbiamo fatto è stato l’opposto. È una cosa su cui noi puntiamo tanto, come tipo di narrativa che vorremo fare uscire all’esterno, perché il “rischio 1” è che ti accostino a una lista civica. Questo tipo di narrativa noi l’abbiamo voluta ribaltare fin dall’inizio. Perché comunque una lista civica nasce per risolvere un problema immediato, ad esempio da un gruppo di gente che non vuole l’inceneritore, e allora tu nasci per un bisogno locale e ti presenti come lista civica alle elezioni. Per noi invece il ragionamento è stato l’opposto. Noi abbiamo iniziato parlando di problematiche estremamente elevate, anche se ne parlavamo da un punto di vista locale, però per dirti, parlavamo che so della comunità, del fatto che la comunità è estremamente disgregata, però la inquadravano in un contesto più ampio. Oppure tematiche relative alla crisi climatica, alla guerra in Ucraina, tutta una serie di cose che so’ entrate a gamba tesa all’interno del ragionamento [Intervista a Federico Rondoni, 17 aprile 2023].

Durante gli incontri che hanno accompagnato tutta la costruzione del progetto di Corrente, ognuno “dice la sua”, con un’attenzione a valorizzare le competenze dei singoli; all’inizio – racconta Federico – “è stata molto una questione di scuola, fatta tra di noi”. Questa sorta di tavola rotonda, rimasta “apparecchiata” nel tempo, ha consentito la sedimentazione di rapporti e la sede del gruppo è diventata un vero e proprio spazio di attraversamento, ma soprattutto di incontro. Occorre sottolinearne, ad ogni modo, la quasi-esclusività percepita sia da Hind che da Latifa: entrambe, infatti, faticano a immaginare altri luoghi in cui frequentare, a Umbertide, coetanee e coetanei, a eccezione delle attività – pur numerose – proposte da Corrente o di quei contesti fruiti esclusivamente dalla comunità islamica – ad esempio, il centro culturale. Le due ragazze, nel tempo libero, si spostano altrove, ad esempio a Perugia o nei dintorni del Lago Trasimeno.

Un tema, questo dell’assenza di luoghi di aggregazione, che oltrepassa le differenti appartenenze e sottolinea l’urgenza di immaginare politiche in grado di intervenire positivamente, in senso soprattutto progettuale, al fine di creare nuove opportunità di uso e consumo dello spazio. Non a caso, la questione è stata inserita tra le linee programmatiche di molte delle liste che si sono candidate alle elezioni amministrative del giugno 2023, declinata in vari modi. Tra questi, ci sembra interessante recuperare il posizionamento di Corrente, che sin dalla fase della sua definizione, immagina un gruppo tematico impegnato a riflettere su “giovani, anziani e disabilità”, le cui intuizioni si ritrovano al punto 2.4. del programma politico, non a caso, sotto la voce “Comunità”. Federico Rondoni spiega così le motivazioni alla base dell’accostamento di categorie che, a un primo sguardo, sembrano non dialogare, almeno sotto il profilo dei bisogni:

Un gruppo tematico focalizzato su giovani, anziani e disabilità perché la nostra idea era quella dire queste sono le categorie che solitamente nessuno considera, vengono lasciate indietro perché sono le più problematiche, è più facile fare le politiche per chi ha 30, 40 anni, nel pieno della propria attività lavorativa, della propria vita, della propria forza. I giovani non li coinvolgi nel discorso, quindi come fai a sapere cosa è più giusto per loro? E per gli anziani uguale, stessa cosa per persone disabili. […] Considera che abbiamo trovato moltissime cose in comune. Tipo, un problema comune è “come si sposta ‘sta gente?”. C’è un problema di mobilità, che tu sia giovane, anziano o disabile, non sei autosufficiente. Oppure un problema di spazi. Come fruisci gli spazi? Gli spazi li vivi in modo diverso se non sei autonomo [Intervista a Federico Rondoni, 17 aprile 2023].

Approfondendo ulteriormente la questione, anche durante l’intervista con Hind e Latifa, abbiamo avuto modo di riflettere a lungo su questo “problema di spazi”, notando come sia più corretto parlare di criticità relative alla fruizione di spazialità già in essere che di una loro mancata disponibilità. Un esempio in questo senso è quello della biblioteca comunale e, in generale, del più ampio progetto di cui fa parte. La biblioteca di Umbertide si trova all’ultimo piano di un edificio noto come Fa.Mo. (Fabbrica Moderna), realizzato nell’area già occupata dalla chiesa del Cristo Risorto, completata nel 1975, demolita sul finire degli anni Novanta e ricollocata nel quartiere più moderno del paese, a distanza di qualche centinaio di metri. Il progetto in cui è inserita nasce con intenti che, almeno nella teoria, ben dialogano con le necessità di avere luoghi di incontro indirizzati ai giovani e sensibili ai loro interessi e provenienze; non è un caso che si faccia riferimento a esso come a un “cantiere culturale” [Chioini 2023]. La Fa.Mo. si sviluppa su tre livelli per 2.500 metri quadrati complessivi; ospita la biblioteca comunale, due sale cinematografiche, un’esposizione permanente di arte ceramica, lo sportello “Informagiovani” e il servizio DigiPASS11. Nonostante le potenzialità offerte dal contesto, la struttura polifunzionale non rappresenta un luogo di incontro e intrattenimento per giovani, che si limitano a frequentarne la biblioteca, molto affollata in orario pomeridiano. Le iniziative proposte – ad esempio, presentazioni di libri o rassegne nelle sale della Galleria delle Ceramiche Rometti o del Cinema Metropolis – sembrano raggiungere un pubblico più adulto, configurando una fruizione del centro culturale frammentata e sporadica, che non ne valorizza le possibilità generative di interazione.

Questa percezione generalizzata di assenza di spazi adatti a favorire l’incontro, sia in senso interculturale che entro la stessa fascia d’età, viene tuttavia, in qualche modo, messa in crisi dal racconto di Mochine, educatore professionale di 28 anni, cittadino italiano dal 2022: un traguardo per cui, tiene a spiegarci, ha combattuto tanto. Quando arriva a Umbertide con la sua famiglia, Mochine ha 10 anni. Racconta di “un’integrazione felicissima”, dovuta sia alla presenza di Miriam, una coetanea marocchina che l’ha introdotto nell’ambiente scolastico, sia al supporto della signora Pina, una preside in pensione, la quale si adoperò molto per insegnargli l’italiano. Lo fece con un metodo – ci racconterà lo stesso Mochine –, “veramente particolare”: ogni mercoledì mattina, con la delega dei suoi genitori, andava a prenderlo a scuola per portarlo al mercato cittadino o a visitare qualche chiesa, raccontandogli “la cultura diversa” a cui stava andando incontro. La sensazione che provava spostandosi tra i banchi dei commercianti, ci spiega, gli riportava alla mente il suq12, certo in una dimensione un po’ ridotta, ricordandogli che, in questa nuova vita, “non era tutto diverso”; un’esperienza che riconferma il ruolo della memoria come agente attivo nel costruire un “ponte” tra la realtà che si è lasciata e il nuovo luogo che ci si appresta a vivere [Giani Gallino 2007; Rishbeth, Powell 2013], sottolineando la rilevanza di ricordi ed esperienze importanti (spesso legati al primo periodo speso in Italia, subito dopo l’arrivo), associati a determinati luoghi ed elementi del paesaggio [De Nardi 2017], urbano e non.

A maggio di quello stesso anno, dopo soli tre mesi dal suo arrivo, Mochine sapeva già parlare e scrivere abbastanza bene in italiano, tanto che le insegnanti decisero di non fargli ripetere l’anno, frequentato solo nella seconda parte, promuovendolo direttamente in quinta elementare. All’inizio, il suo gruppo di amici era composto unicamente da coetanei marocchini ma, con il passare del tempo e la complicità del calcio, Mochine comincia a frequentare ragazzi di Umbertide e dintorni. La possibilità di praticare un’attività sportiva – fatto non scontato, ci racconta lui stesso, visto che il costo della quota d’iscrizione non era sostenibile da parte di tutte le famiglie extracomunitarie – apre nuovi scenari inclusivi, esponendolo ad altri habitat di significato13, che non escludono, anzi si sovrappongono, a quelli posseduti: coesistono, come racconta lo stesso Mochine.

Secondo me, dal punto di vista sportivo, lo sport aiuta tantissimo a integrarti in una nuova società. Io tanti amici italiani che ho avuto e che ho tuttora li ho conosciuti a calcio. Molto probabilmente se non facevo calcio restavo anche io nella cerchia dei miei amici marocchini, dove è più facile trovarsi a proprio agio, per la lingua, per la cultura. Anche il fatto della moschea… magari io a un ragazzo italiano non gli posso dire “guarda io stasera vado a pregare in moschea, vien’ con me!”, con gli altri ragazzi marocchini sì, la maggior parte, andavamo tutti insieme. Questo l’ho notato durante il periodo del Ramadan, che eravamo tutti molto più affiatati per via di questa cosa, e magari i miei amici italiani li vedevo molto poco [Intervista a Khalid Belkchach, Mochine Berradi e Diego Simonetti, 9 luglio 2024].

Mochine ci parlerà anche di un altro luogo che sembra aver avuto un ruolo molto importante non tanto nella sua integrazione, quanto per la sua crescita personale: Il Covo. A raccontarci questo spazio, è Diego Simonetti, oggi assistente sociale dell’USL Umbria 1, che al tempo, da educatore, lo ha visto nascere, trasformarsi e persino cambiare nome.

[Il Covo, NdT] Era un luogo non strutturato, c’erano degli educatori che svolgevano degli orari, era accesso libero, su una zona di Umbertide che era appunto la zona nuova, piazzale Michelangelo, che era stata teatro di alcuni eventi di vandalismo, i commercianti si erano arrabbiati e quindi hanno voluto creare questo piccolo luogo di aggregazione per cercare di raccogliere un po’ i bisogni di questi ragazzi. Gestito, su mandato del Comune di Umbertide, dalla cooperativa Asad, con due educatori. E facevano orario pomeridiano. Inizialmente, il nome che gli abbiamo dato era “La Piazzetta”, poi i ragazzi, in autonomia, hanno scelto il nome attuale, “Il Covo”, l’hanno scelto loro e gliel’hanno dato loro, ed è importante, secondo me qualifica molto quello che rappresenta per loro, no? […] Ed è stato carino perché lo abbiamo pitturato insieme, rimesso a posto insieme, arredato insieme, siamo andati all’Ikea a scegliere i mobili insieme, coi ragazzi – perché all’epoca lavoravo ancora con il comune di Umbertide – e quindi partire col pullmino, andare tutti insieme… farlo sentire loro! L’hanno imbiancato loro! [Intervista a Khalid Belkchach, Mochine Berradi e Diego Simonetti, 9 luglio 2024].

“La Piazzetta”, dunque, per scelta dei suoi giovani frequentatori, diventa a un certo punto “Il Covo”: una presa di posizione terminologica che merita quantomeno una riflessione, poiché rivelatrice di alcune precise connotazioni e attribuzioni di senso. Se infatti “piazzetta” rimanda a uno spazio riconoscibile, dotato di confini visibili, ma comunque attraversabili – uno spazio aperto, dunque –, l’espressione “covo” suggerisce una maggiore chiusura: voluta, in qualche modo ricercata. Con il termine, infatti, almeno nel suo uso figurato, si vuole indicare “un rifugio”, un “luogo appartato”, sottendendo una malcelata connotazione negativa. Ancor più che questo carattere di segretezza, a prevalere, nel caso specifico, sembra essere il senso di appartenenza sperimentato dai giovani – umbertidesi e non, quasi unicamente maschi – frequentatori del Covo, visibile a partire da alcune esperienze condivise, come le trasferte per andare a vedere le partite di calcio del Perugia, ma anche cene o uscite nel territorio, per giocare a paintball, ad esempio. Malgrado dunque la chiusura che, almeno da un punto di vista semantico, il nome scelto vuole restituire, è evidente l’effetto contrario delle pratiche che vi si attuano, orientate a favorire interazioni trasversali che agiscono anche (e soprattutto) al di fuori del Covo stesso, riconfigurando, in certi casi, le traiettorie esistenziali dei suoi attori. È stato ad esempio durante quei pomeriggi che Mochine, dopo un’esperienza di servizio civile nel settore, ha deciso di intraprendere il percorso universitario che lo ha reso, oggi, un educatore professionale. L’esperienza descritta sembra delineare i perimetri (fittizi) di uno spazio dotato delle caratteristiche necessarie a generare e moltiplicare relazioni. Se il nuovo nome, con la sua connotazione di chiusura, sembra ridurne il raggio d’azione, di fatto Il Covo si vive ancora come una piazzetta, intesa come luogo di interazione sociale, espressione culturale e identità collettiva.

Le narrazioni dei giovani fin qui prese in esame suggeriscono tentativi di individuare spazi che consentano, oltre all’incontro in senso lato, anche e soprattutto la condivisione di esperienze, entro una cornice interculturale con capacità generative e trasformative. Si tratta tuttavia di vicende da cui traspare, in controluce, una diffusa difficoltà a trovare luoghi “propri”, in cui riconoscersi e sperimentare un senso di appartenenza variamente declinato. In tal senso, le traiettorie delle prime generazioni sembrano rispondere a esigenze di altro tipo, come rivelano le differenti forme di ridefinizione spaziale messe in atto, visivamente riconoscibili nel tessuto urbano e conformi a peculiari istanze di appaesamento.

Di bar e “muri” dei marocchini

Il “muro dei marocchini” è la facciata di un grande palazzo del centro storico, il primo sul lato sinistro di via Roma, l’arteria principale del paese. È qui che, ci racconta Khalid, è solito riunirsi, da ormai molti anni, un gruppo tutto maschile di immigrati di prima generazione.

Il muro dei marocchini, anche “il muro del pianto” lo chiamiamo! Perché stanno lì, tutto il giorno e si lamentano delle disgrazie, la bolletta alta, per il permesso di soggiorno bloccato, per il visto, “il muro del pianto”! […] la domenica mattina è molto popolato! Ma tuttora ancora! È diventata una tradizione! Un po’ meno rispetto a prima, prima era l’unico posto di ritrovo [Intervista a Khalid Belkchach, Mochine Berradi e Diego Simonetti, 9 luglio 2024].

Quella descritta da Khalid è un’immagine che gli umbertidesi hanno bene in mente; nei primi anni Novanta, infatti, negli stessi pressi era solito sostare anche Gheddafi – unanimemente riconosciuto dai locali come tra i primi marocchini arrivati in paese –, che vendeva musicassette e oggettistica varia, esponendo la sua merce all’interno di una carriola in legno. La visibilità di quella comunità – di dimensioni ancora contenuta, ai tempi di Gheddafi – è ad oggi decisamente cambiata: da defilata che era, si è imposta allo sguardo. Non ci si incontra più soltanto sotto il “muro del pianto”, ma anche, ad esempio, un centinaio scarso di metri più avanti, ai tavoli o all’ingresso dell’“Ikram Caffè”, al secolo “il bar di Umbro”, dal nome dello storico proprietario che l’ha gestito tra gli anni Sessanta e i primi anni Duemila.


Img. 3 - Il Caffè Ikram, già “Bar di Umbro” (foto realizzata da Elisa Rondini il 3 aprile 2025)

Una visibilità che non si esaurisce nell’abitudine a ritrovarsi all’altezza di un bar con una sua precisa riconoscibilità, ma che si è diffusa, trasformando una geografia altrimenti abbastanza statica nell’immaginario locale, senza tuttavia snaturarla. Nuove attività, infatti, aperte e gestite da nordafricani, sono comparse lungo le vie maggiormente praticate nel centro storico del paese, sostituendo esercizi preesistenti, rimasti per molti anni con le saracinesche abbassate. Ad oggi, spostandosi tra Via Roma, Via Unità d’Italia e Via Garibaldi, si possono provare diversi kebab, acquistare tajine o farsi la piega da un parrucchiere egiziano. Nella zona di più recente costruzione, è possibile trovare alimenti halal14 venduti presso una macelleria che espone in vetrina pure teiere di varie dimensioni e colorate babouches.


Img. 4 e Img. 5 - Vetrine (foto realizzate da Elisa Rondini il 24 giugno 2024)


La presenza della comunità maghrebina sembra addirittura contrastare l’atrofia di certi spazi pubblici15, altamente fruiti nel passato dalla comunità locale, che oggi si limita invece a farne uso in momenti ben precisi. L’esempio più eclatante in tal senso riguarda il luogo – già citato – unanimemente riconosciuto dagli umbertidesi come “la palestra”. Le prime generazioni, dunque, riformulano i propri orizzonti entro uno spazio che diventa “un luogo praticato” [Brivio 2013, 43], realizzato cioè dai movimenti e dalle intenzionalità di soggetti che modificano ciò che li circonda, producendo al contempo le proprie storie. Sono storie che si intrecciano con la configurazione fisica dei luoghi – di un paese, in questo caso – restituendo una narrazione che crea un legame profondo con il territorio e tuttavia non dialoga – almeno non efficacemente – con la sua popolazione, come il caso della Moschea ben rivela.

Interessante è anche riflettere sulle differenze nelle pratiche di uso e consumo dello spazio pubblico da parte delle seconde e delle prime generazioni; le modalità con cui quest’ultime si rendono visibili, infatti, passano attraverso la creazione ex-novo di luoghi di scambio, incontro e/o commercio che compaiono, silenziosi, nel tessuto urbano, modificandone la trama. Luoghi che tuttavia restano quasi unicamente frequentati dai connazionali, salvo quando i prezzi, notevolmente ridotti, fungono da fattori attrattivi per i locali, come nel caso del fruttivendolo.


Img. 6 - Dal fruttivendolo egiziano (foto realizzata da Elisa Rondini il 17 marzo 2024)

I più giovani, invece, trovano spazi meno “materici” e decisamente meno connotati dal punto di vista culturale, si pensi ad esempi come Corrente o Il Covo: contesti costantemente attraversati da storie biografiche diverse, e tuttavia accomunate dall’elemento anagrafico, che probabilmente facilita la condivisione di istanze e bisogni simili.

La stessa variabile del genere sembra associarsi a modi diversi di abitare lo spazio, svelando dinamiche che trovano una loro ragione d’essere nel sistema culturale di provenienza, fatto di propri codici che determinano specifici schemi di comportamento. Non stupisce, dunque, che “la palestra” sia frequentata unicamente da donne e bambini, o che gli avventori dell’”Ikram Caffè” siano nella totalità uomini. Lo stesso mercato cittadino, spazio vitale che interseca identità, relazioni e pratiche, rispecchia efficacemente questi posizionamenti: salvo un unico caso, che vede una giovane donna gestire un banco di pigiami e biancheria intima, a commerciare – per lo più abbigliamento e oggettistica varia – sono soltanto gli uomini. Le donne della comunità islamica sono invece assidue clienti: da sole, più spesso in piccoli gruppi, a volte con i propri figli, quand’essi sono troppo piccoli per andare all’asilo. Il mercato, in quanto luogo di prossimità e ibridazione, sembra risolvere, almeno in parte, la carenza di pratiche spaziali rivelatrici di un’interazione tra locali e nuovi arrivati; si tratta infatti di un contesto che, per la sua stessa natura periodica e continuativa, metabolizza efficacemente i cambiamenti dello spazio urbano, restituendoli allo sguardo. In realtà, lo sguardo etnografico suggerisce la necessità di interrogarsi sulle sue reali capacità di contaminazione.



Img. 7 e Img. 8 - Donne maghrebine al mercato (foto realizzate da Elisa Rondini il 26 marzo 2025)

I processi di appropriazione dei luoghi sono a un tempo processi materiali, di trasformazione fisica, e processi immateriali, che sottendono l’attribuzione di un valore simbolico e riflettono le strategie attraverso cui «gli abitanti, a diverso titolo e in diversi modi, trasformano e si appropriano, in particolare, dei propri contesti di vita» [Cellamare 2011, 128]. In questo caso, si assiste a un uso adattivo degli spazi che richiama alla mente la celebre distinzione tra strategie e tattiche proposta da Michel De Certeau nella sua analisi delle pratiche quotidiane [De Certeau 1980]. I due termini, nell’analisi proposta dall’autore, descrivono modi opposti di agire nello spazio sociale: le strategie, pianificate da istituzioni o comunque da gruppi con potere, creano spazi e regole che riflettono i loro interessi; le tattiche sono quelle modalità adottate da individui o gruppi più deboli che operano all’interno di questi spazi, sfruttando le opportunità offerte dall’ambiente per affermare la propria presenza e identità [ibidem]. Interpretate attraverso la lente dell’intercultura, strategie e tattiche evidenziano l’uso creativo che gli individui fanno dello spazio sociale [Rovea 2019]; non rappresentano un insieme di azioni, ma piuttosto uno stile peculiare. Richiamandoci a questa distinzione è possibile leggere le pratiche spaziali messe in atto dalla comunità nordafricana presente a Umbertide come tattiche determinate dall’assenza di luoghi propri, agite attraverso azioni isolate che sfruttano le opportunità e dipendono da esse [De Certeau 1980].

Tuttavia, l’impressione prevalente è quella di uno scollamento tra ciò che lo spazio restituisce, e cioè una coesistenza delle due comunità – quella locale e quella migrante – sempre più evidente, nata in maniera spontanea nel quotidiano e nei suoi interstizi, e la scarsa visibilità di pratiche reali, concrete, che suggeriscano interazioni tra esse. Un gap che può essere letto recuperando la distinzione tra “habitat” e “mondi di significato” proposta da Hannerz, che in tal senso scrive:

La vena relativista seguita nell’analisi culturale ci ha frequentemente indotti a perifrasi come “mondi di significato”, ma ciò porta ancora un’idea di autonomia e di chiusura. Invece gli habitat possono espandersi e contrarsi; possono combaciare del tutto, parzialmente o per niente, e quindi possono essere identificati o in singoli individui o in collettività. In quest’ultimo caso, però, è l’analisi del processo culturale nelle relazioni sociali, anziché un’asserzione assiomatica, a poter stabilire quanto sia davvero condiviso un habitat di significato [Hannerz 2001, 28].

Se è vero che entrambi i concetti – da un punto di vista fisico, simbolico e semantico – sono utili all’antropologia per descrivere l’ambiente in cui significati e interpretazioni, individuali e collettivi, vengono prodotti e condivisi, è comunque da evidenziare la maggiore dinamicità e permeabilità dell’habitat, rispetto alla coesione interna riprodotta dal “mondo”. Entro questa cornice teorica, le esperienze delle prime e delle seconde generazioni di immigrati nordafricani presenti a Umbertide, esplorate a partire dalla loro visibilità nello spazio pubblico, sembrano richiedere una chiave di lettura che recupera la distinzione appena discussa: i più adulti abitano il paese riproducendo in esso mondi di significato; i più giovani danno forma a nuovi habitat. Un passaggio, quest’ultimo, che si scontra tuttavia con complessità note anche ai loro coetanei umbertidesi: la mancanza di spazi di incontro per una fascia giovanile che ha ben poche alternative oltre ai bar.

L’insieme delle dinamiche osservate suggerisce l’esistenza di processi di place-making [cfr. Whyte 1980] “interrotti”, in quanto presi entro una rete di spinte opposte. Se è vero, infatti, che la comunità magrebina costruisce spazi in cui riconoscersi, non solo funzionali ma capaci di riflettere le storie che si snodano al suo interno, resta ancora complesso delineare i contorni di una comunità più ampia: quella disegnata dalle interazioni tra locali e nuovi arrivati, vecchi e nuovi. Si assiste piuttosto a forme di convivenza ancora poco note, invisibili, talvolta collaterali [Marabello, Riccio 2020, 26], mentre resta sfuggente la percezione di pratiche abitative create a partire da significati e valori condivisi, in senso interculturale.

L’esperienza umbertidese suggerisce piuttosto la presenza di una prossimità, diffusa e visibile, che tuttavia non è ancora un “vivere con”, o meglio “un abitare insieme”. Se è vero che esempi come Corrente e Il Covo sembrano configurare spazi che attuano e moltiplicano forme di relazionalità efficaci in questo senso, è comunque da sottolineare la singolarità – o quantomeno, la sporadicità – di tali pratiche, che peraltro interessano solo una fascia giovanile. Complesso resta intercettare luoghi e strategie abitative che ne condividano le premesse, offrendo spazi di condivisione e costruzione di comunità più coese. Eppure, alternative possibili esistono e possono concretizzarsi, come dimostrano varie esperienze16, anche geograficamente vicine. Ad esempio, sia a Balanzano (frazione del comune di Perugia), sia al Centro islamico di Perugia, lo scorso marzo sono stati organizzati due Iftar aperti a tutta la cittadinanza, a cui hanno preso parte, tra i tanti presenti, la Sindaca e gli Assessori della Giunta Comunale del capoluogo. Momenti simili, oltre a segnare una ben precisa distanza con l’esperienza umbertidese della Moschea e le sue vicende, suggeriscono la capacità delle feste religiose di rappresentare occasioni di incontro e scambio interculturale, agendo da catalizzatori in grado di favorire apprendimento e comprensione reciproci.


Img. 9 - Locandina dell’Iftar organizzato presso
Balanzano (Perugia) (fonte: Fiorella Giacalone)


Img. 10 - Locandina dell’Iftar al Centro Culturale Islamico di Perugia (fonte: Fiorella Giacalone)

Tornando alla nostra esperienza etnografica, le relazioni tra le tre dimensioni dei luoghi (pensato, percepito e vissuto), osservate con gli occhi dei protagonisti, sembrano riarticolare i dati iniziali che vedono contrapporre la comunità immigrata a quella locale. L’analisi dei nuovi spazi offre l’opportunità di ridefinire in senso dinamico le relazioni tra vecchi e nuovi cittadini, lì dove si individuino tematiche che superano le contrapposizioni tra soggetti in base alla dimensione del pensato per agire nella dimensione del vissuto e nelle forme di agency in cui tutti hanno un ruolo di attori sociali attivi.

Ciò a cui si assiste a Umbertide, osservandone il quotidiano e le sue pratiche, è una ricomposizione della spazialità che crea giochi di luce e altrettanti coni d’ombra, tracciando i confini, seppur ancora opachi, di nuovi luoghi della convivenza. Si vedono ancora muri, insomma, là dove invece prendono forma “piazzette” e progettualità politiche: se non concrete, almeno possibili.

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Whyte W. H. 1980, The Social Life of Small Urban Spaces, The Conservation Foundation, Washington, DC.


  1. 1 Il presente lavoro si colloca nell’ambito del Prin “Abitare i margini, oggi. Etnografie di paesi in Italia” (PI-Daniele Parbuono – 2020EXKCY7), progetto finalizzato a comprendere strategie innovative e di avanguardia dell’abitare, prodotte in luoghi marginali, intesi come spazi dove esplorare il presente e i possibili scenari futuri [Parbuono, Rondini 2023]. Per maggiori informazioni si rimanda al sito https://abitare.fissuf.unipg.it (consultato in data 25 marzo 2025). Questo saggio, in particolare, è frutto di un comune lavoro delle autrici, entrambe componenti del PRIN: l’impostazione teorica, i riferimenti etnografici e il taglio interpretativo sono esito di riflessioni condivise nella fase preliminare alla scrittura; la redazione delle singole parti, poi modificate e portate alla versione finale da entrambe, si deve a Fiorella Giacalone per ciò che concerne il primo e il secondo paragrafo e a Elisa Rondini per il terzo e il quarto.

  2. 2 Si tratta di un parco recintato a ridosso della scuola primaria intitolata a Giuseppe Garibaldi, dotato di un campo da basket e di alcune strutture adibite al gioco, come altalene e scivoli. L’etimo del toponimo adottato tra i locali ben richiama la funzione della “palestra” per molte generazioni di paesani, sottolineandone il valore in qualche modo “formativo”, di “apprendistato”: era qui infatti che si diventava grandi, tra canestri e goal segnati su porte improvvisate.

  3. 3 Sono state intervistate, con colloquio semi-strutturato, Latifa Bennani (24 anni) e Hind Fourari (28 anni), il 3 febbraio 2024; con Hind abbiamo svolto un secondo colloquio il 28 maggio 2024; con Mochine Berradi (28 anni) e Kalid Bellkchac il 9 luglio 2024. Sono stati inoltri intervistati due rappresentanti del gruppo politico “Corrente”, Federico Rondoni e Filippo Ubaldi, il 17 e il 24 aprile 2023. Ringraziamo inoltre Diego Simonetti per averci fornito informazioni importanti sui luoghi di aggregazione sulle iniziative di cooperazione sociale per i più giovani.

  4. 4 I dati sono stati forniti dall’Ufficio Anagrafe del Comune di Umbertide e sono aggiornati al 31 dicembre 2024.

  5. 5 Sul caso di Umbertide esistono solo articoli di giornale (Perugia today, Giornale dell’Umbria, Corriere dell’Umbria) e qualche video su YouTube degli interventi di Salvini.

  6. 6 Su questo tema si rimanda a Rondini 2024.

  7. 7 Letteralmente “colui che è avanti”, “colui che guida”, colui che guida la preghiera, il funzionario o il religioso incaricato di condurre il rito comunitario della preghiera. È stato poi identificato come guida spirituale della comunità [Campanini 2005, 160].

  8. 8 Un esempio umbro è il Centro Islamico di Perugia, di cui è stato imam Mohammed Abdel Qader per quaranta anni, purtroppo morto di Covid-19 nel febbraio del 2021. Lui ha saputo costruito una comunità islamica dialogante con le istituzioni cittadine (Comune, Regione), con le cariche ecclesiastiche, tanto che il vescovo di Perugia è stato presente ai suoi funerali. Di origini giordano-palestinesi, è stato uomo di pace, partecipando attivamente al dialogo interreligioso ad Assisi e a Roma. Ora la figlia Maymouna è la portavoce del dialogo interreligioso del Centro Islamico perugino, partecipando ad iniziative per la pace in Ucraina e a Gaza. La sua presenza dimostra anche il ruolo di protagonista che hanno le donne nelle comunità musulmane, non solo in Umbria. Il Centro è anche luogo nel quale condividere il cibo, sia durante l’Iftar (cena di rottura del digiuno), quando vengono inviati gli italiani a cenare insieme (compresi i rappresentanti della giunta comunale), sia durante l’Aïd, nella sala dove di svolgono incontri e dibattiti.

  9. 9 Il GMI (Giovani Musulmani italiani) è un’associazione nata nel 2001 e che ormai conta sedi in molte città del centro-nord. È un’associazione che ha come scopo d’incentivare l’incontro e la partecipazione tra giovani di seconda e terza generazione, trattare temi religiosi e far conoscere l’islam (da’wa), ma anche aprirsi ad attività sociali e culturali nei quartieri e nelle città nelle quali si vive. È oggetto di diverse ricerche in varie regioni italiane. Per l’Umbria, si rimanda a Giacalone 2021.

  10. 10 Il testo completo è disponibile nella sezione dedicata della pagina web del gruppo “Corrente”, accessibile al seguente link: https://correntecontinua.org/ (consultato il 9 febbraio 2025).

  11. 11 I DigiPASS sono luoghi pubblici, ad accesso libero, in cui è possibile trovare, nei giorni e orari di apertura indicati, un esperto a disposizione, in grado di accompagnare cittadini nell’utilizzo di servizi e strumenti digitali. Per maggiori informazioni sul progetto, attivo dal 2018, si rimanda al seguente link: https://digipass.regione.umbria.it/il-progetto/ (consultato il 20 marzo 2025).

  12. 12 Fulcro della vita locale marocchina, i suq sono dei mercati tradizionali che rappresentano veri e propri luoghi della socialità.

  13. 13 Nota in proposito Hannerz: «Il nostro habitat di significato non dipende soltanto dalla misura in cui vi siamo fisicamente esposti, ma anche dalle nostre capacità di confrontarci con esso: i linguaggi che capiamo, scriviamo o parliamo, i nostri livelli di alfabetizzazione in rapporto ad altre forme simboliche e così via» [Hannerz 2001, 29].

  14. 14 Halal corrisponde a ciò che è lecito, e, riferendosi alla carne consentita (il maiale e i suoi derivati sono carne haram, proibita), deve essere anche macellata secondo il rito islamico, uccidendo l’animale con un colpo netto, senza previo stordimento. Vi sono macellerie islamiche che la vendono, con un marchio certificato e macelli nei quali viene consentito il rito islamico. Oggi si vende carne halal anche nei supermercati italiani più forniti, per un pubblico di acquirenti musulmani osservanti.

  15. 15 Zygmunt Bauman riconduce l’atrofia dello spazio pubblico al fenomeno della individualizzazione che ha prodotto una disaffezione dell’individuo verso gli spazi urbani della città «per rifugiarsi nella extraterritorialità delle reti elettroniche […]. E così lo spazio pubblico va sempre più svuotandosi di questioni pubbliche. È incapace di assolvere il proprio ruolo passato di luogo di incontro e di dibattito di sofferenze private e di questioni pubbliche» [Bauman 2002, 33-34].

  16. 16 Si vedano ad esempio Tedde, Teano 2022; Lucano 2023.