Avventure e disavventure dei processi di co-sviluppo

Avventure e disavventure dei processi di co-sviluppo

Bruno Riccio


Abstract

"Co-development" is the term to name those aid projects where migrants present themselves as "actors of development. Those programmes involve also local government, migrant and non-migrant associations and NGOs. After a brief glance towards the debate over transnational migration and development nexus, I focus on the different perspectives towards co-development and, relying on some examples, on the ambivalent nuances characterizing such projects. Nevertheless, I argue that these projects are an interesting subject of study, which provides a fruitful methodological solution to observe the interplay between associations and institutions in the receiving context, various transnational practices and the economic and socio-cultural changes in the context of origin.

Keywords

Co-development; Transnationality; Migration; Home Town Associations; Methodology

Con il termine “co-sviluppo” vengono comunemente nominati i diversi tipi di progetto di cooperazione internazionale decentrata caratterizzati dal protagonismo delle associazioni di migranti, i quali si propongono come “attori di sviluppo”. Tali progetti coinvolgono anche enti locali, associazioni e ONG. Nonostante le molteplici sfumature problematiche, che in questa sede prenderemo brevemente in considerazione, essi forniscono un punto di osservazione privilegiato nello studio dei processi migratori. Data la loro essenziale caratterizzazione, che consiste nel mobilitare le conoscenze e le appartenenze plurali dei gruppi associativi e dei collettivi migranti rispetto ad uno scopo concordato di azione nell’area di provenienza, mettono in gioco capacità individuali ed identità culturali, rappresentazioni dei bisogni, dinamiche relazionali tra diversi attori nel contesto locale di immigrazione e nei contesti locali di intervento. Da questo punto di vista, le iniziative di co-sviluppo costituiscono un oggetto di analisi interessante perché consentono di riflettere sul nesso tra migrazione e sviluppo, ma anche di leggere come i discorsi sullo sviluppo e le politiche di cooperazione sono agite, rappresentate o addirittura contestate dalle associazioni promotrici, dai collettivi di immigrati, dai singoli che operano nel progetto [Riccio 2008; Marabello, Riccio 2011; Marabello 2012; Ceschi 2012].

In questa sede, dopo un rapido sguardo al più ampio dibattito su migrazioni transnazionali e processi di sviluppo, ci si concentrerà sulle divergenti prospettive nei confronti del co-sviluppo e, basandosi su alcune esemplificazioni, sulle sfumature ambivalenti di questi progetti comportano.

Il discorso sul nesso migrazioni-sviluppo

Dagli anni Novanta si registra una crescente enfasi su quello che è stato definito rapporto tra migrazione e sviluppo. A livello globale e in Europa è possibile constatare un grande interesse verso le comunità diasporiche che vivono e lavorano forgiando relazioni transnazionali e destinando le rimesse a beneficio della sussistenza, ma anche della mobilità sociale dei gruppi sociali nei paesi di origine. Contemporaneamente, si è sviluppata, in modo sempre più articolato, una prospettiva analitica verso le migrazioni che tende a cogliere i soggetti e i gruppi migranti come inseriti, attivamente in spazi transnazionali diversificati ed in continua trasformazione [Levitt, Glick Schiller 2004; Grillo 2006; Vertovec 2009]. Infatti, una parte significativa dei migranti, nella contemporaneità, tende ad alimentare circuiti di interscambio e di relazione con il paese di origine, attraverso azioni finanziarie e economiche, pratiche sociali e politiche [Ceschi, Riccio 2007; Ambrosini 2008].

Alcune di queste pratiche di collegamento tra diversi territori che i migranti agiscono nelle società d’approdo si sono progressivamente imposte all’attenzione internazionale: flussi finanziari quali le rimesse verso le famiglie, attività economiche quali gli investimenti di ritorno a carattere immobiliare e produttivo nei contesti di provenienza, cosi come iniziative sociali di gruppi e associazioni di immigrati indirizzate al miglioramento delle condizioni di vita delle proprie comunità, diventano terreni di intervento interessanti per le agenzie di sviluppo pubbliche e per le istituzioni internazionali impegnate in attività di cooperazione [Black, King 2004]. Dal punto di vista della politica promossa dalle organizzazioni internazionali, attraverso gli investimenti e le rimesse individuali e collettive dei cittadini emigrati, si potrebbe operare in modo significativo per lo sviluppo economico dell’area e addirittura ridurre la pressione migratoria.

Se già nel settembre 2005, la Comunicazione della Commissione Europea su Migrazioni e Sviluppo conteneva un primo riconoscimento del ruolo delle diaspore quali attori dello sviluppo dei paesi di origine e di integrazione nei paesi di approdo; nel 2006 l’High-Level Dialogue on International Migration and Development , organizzato dalle Nazioni Unite ha sottolineato con forza i legami tra migrazioni internazionali e sviluppo dei territori di provenienza e destinazione, cosi come gli effetti positivi che le azioni delle diaspore possono apportare ai contesti di partenza in termini di lotta alla povertà e di potenziamento del settore produttivo e finanziario [Ceschi, Riccio 2007]. Queste tendenze appaiono come il riflesso sulle politiche degli stati e sulle loro strutture di coordinamento delle capacità e attività transnazionali sostenute dai migranti e del potenziale “protagonismo delle diaspore” – termine ormai entrato nel linguaggio ufficiale e non ufficiale dei policy makers , un vero e proprio “discorso” [Grillo, Stirrat 1997] in diverse organizzazioni governative e non governative.

Tuttavia, questo rapporto tra sviluppo e migrazione, proprio per la complessità dei fattori che, su diversi piani, agiscono nei processi migratori – politiche internazionali, politiche economiche e sociali su scala nazionale e locale, politiche di regolazione e gestione della migrazione, discorsi sullo sviluppo come discorsi sull’integrazione ed il multiculturalismo, istanze individuali e dinamiche sociali e politiche – appare esser molto più problematico rispetto alle modalità in cui viene presentato ed affrontato nella retorica delle organizzazioni internazionali. D’altra parte, per le stesse identiche ragioni, come ribadiremo in conclusione, esso merita di essere esplorato come una opportunità analitica per analizzare aspetti rilevanti dei processi migratori contemporanei.

Co-sviluppo e associazioni di migranti

Negli anni Ottanta la cooperazione decentrata ha visto un’enorme crescita in Francia, in cui diverse collettività ed enti locali si sono impegnati in progetti di cooperazione allo sviluppo di vario genere con il coinvolgimento, in molti casi, di ONG e di associazioni di migranti dal Mali e dal Senegal che si sono proposti come “attori di sviluppo” [Daum 1998]. Questa emersione proveniva da un processo storico graduale e “dal basso”. Negli anni sessanta, oltre a qualche risparmio inviato alla propria famiglia e ad eccezione delle raccolte fondi per le costruzioni di moschee, non si registravano molti flussi di denaro verso il contesto d’origine nel suo complesso. Negli anni Settanta, le carestie resero le famiglie dei migranti dal Mali in Francia sempre più dipendenti dalle loro rimesse per garantire un livello minimo di sussistenza. Questo comportò la nascita d’informali istituti di credito che fornivano assicurazioni per i migranti in Francia e un canale per gli investimenti collettivi nei confronti della comunità locale di origine. Dagli anni Ottanta, con i fallimenti delle politiche agricole statali, queste organizzazioni diventarono più formalizzate e, con la nuova legge sull’associazionismo straniero in Francia del 1981, emersero numerose associazioni esplicitamente interessate allo sviluppo locale e regionale in Africa. Oltre ad iniziative sociali come la costruzione di scuole e ambulatori sanitari, alcune organizzazioni s’impegnarono nell’implementazione di complessi, anche se piccoli, programmi di irrigazione [Lavigne-Delville 1991]. L’obiettivo di rendere il migrante attore protagonista dello sviluppo del proprio paese d’origine divenne sempre più esplicito.

Anche in Italia negli anni Novanta si registrano i primi tentativi di cooperazione decentrata e iniziative di “co-sviluppo” che fanno leva sul migrante come mediatore tra due o più contesti locali [Campani, Carchedi, Mottura 1999; Ceschi, Stocchiero 2006]. In alcune province e regioni italiane, si assiste allo sviluppo di iniziative di raccolta fondi e di progetti che vengono elaborati dagli immigrati in collaborazione con le realtà del contesto di accoglienza (associazioni, ONG ed enti locali), spesso finanziati da grandi organizzazioni internazionali (UE, OIM), per essere poi implementati, non senza difficoltà, nel contesto di origine. Queste iniziative possono riguardare attività produttive (agricole, commerciali, imprenditoriali), culturali (festival, mostre) e, più spesso, sociali (alfabetizzazione, progetti socio-sanitari).

Pur rivelandosi interessanti, si desidera sostenere un atteggiamento cauto nei confronti di toni eccessivamente celebrativi nell'illustrare le potenzialità di tali progetti di cooperazione. Alcuni antropologi hanno fornito una riflessione critica che individua in questo genere di progettualità il rischio della riproduzione della dipendenza nel contesto di partenza [Meillasoux 1990; Binford 2003]. Questo punto di vista pessimista costituisce l’altra faccia della medaglia rispetto all’ottimismo ingenuo sopra menzionato. Nonostante gli investimenti dei migranti possano accrescere la polarizzazione economica nel contesto di emigrazione, sono spesso capaci di produrre innovazione sociale e non solo dipendenza. Spesso, questi progetti sono criticati per la marginalità delle proprie iniziative. Infatti, da un punto di vista economico-produttivo, questi sembrano avere poca incidenza sul contesto d’origine, ma non si può non riconoscere che le associazioni di migranti hanno costruito scuole e ambulatori, migliorato i sistemi di irrigazione e di approvvigionamento dell’acqua in zone escluse dagli interventi dalle politiche governative.L’assenza di sviluppo economico non esclude l'innescarsi di processi di cambiamento sociale nei contesti di origine, ma anche in quello di approdo, che meritano di essere studiati con attenzione [Grillo, Riccio 2004; Marabello 2012].

Ad ogni modo, le molteplici attività che alcune associazioni desiderano promuovere in direzione dei luoghi di partenza, deve confrontarsi con le società locali e con le possibili tensioni che le proprie azioni possono provocare sulle comunità locali di origine. Il protagonismo dei migranti in alcune località di provenienza, come il Senegal ad esempio [cfr. Tall 2008], può scontrarsi sia con i rappresentanti politici locali eletti dalla comunità, sia con alcuni membri della comunità stessa. Nel primo caso tali conflitti ruotano intorno al potere sulla comunità, che è esercitato su mandato formale e secondo modalità tipicamente politiche dagli eletti, ma che viene praticato, non raramente, in maniera più informale e con modalità innovative oltre che con maggiore efficacia e meno compromessi dagli emigrati. Se i politici eletti contestano ai migranti l’auto-investitura a decisori comunitari e comunque la lontananza dalla quotidianità dei problemi del villaggio, questi ultimi, spesso in sintonia con la gran parte della popolazione, percepiscono gli eletti come sfruttatori di risorse altrui, politicanti corrotti e attenti ai propri interessi personali [Riccio, Ceschi 2010].

Rispetto ai possibili conflitti tra migranti e comunità locale, il terreno del confronto riguarda piuttosto le relazioni e gli equilibri sociali, il forte incremento del prestigio dei migranti rispetto a coloro che restano, le maggiori possibilità finanziarie, progettuali e matrimoniali che la condizione di migrante internazionale può aprire. Inoltre, gli interventi proposti dalle associazioni della diaspora possono interferire con assetti, gerarchie, relazioni parentali, andando a incidere il tessuto sociale della comunità, oppure sottraendo potere ai capi e ai notabili del villaggio [ibidem]. D'altra parte anche imigranti come tali possono presentare alcuni comportamenti ambigui nel favorire in certi casi spese che rafforzano il prestigio personale o famigliare a scapito di un interesse più complessivo per lo specifico contesto di intervento. Più in generale, il nuovo ruolo di decisori dello sviluppo locale, assunto da alcuni migranti in alcuni contesti, può convergere con l’azione dei decisori politici non migranti ma può anche declinarsi in maniera radicalmente alternativa e polemica rispetto al funzionamento esistente.

Sul versante opposto, le caratteristiche e le opportunità degli specifici contesti di approdo giocano anch’esse un ruolo significativo su tali progettualità, direzionando strategicamente gli sforzi delle associazioni verso modalità di azione e di presenza su entrambi i territori implicati. In molti casi si è rivelato importante il ruolo delle relazioni con il tessuto sociale del contesto di approdo, il sostegno e le caratteristiche del contesto locale si sono rivelate cruciali per l’andamento, se non addirittura la nascita, dei progetti stessi. L’associazione di volontariato, l’organizzazione non governativa, i sindacati, o i singoli operatori si trovano a svolgere ruoli cruciali in diverse fasi della vita delle associazioni sia in termini di incoraggiamento e suggerimento sia con un supporto logistico per le riunioni e gli incontri. I processi sociali e le aspettative reciproche che caratterizzano il contesto di approdo, influiscono nel facilitare o limitare le trasformazioni delle attività associative dei migranti. Per esempio, nel caso di Bergamo, l’inserimento nel tessuto sociale del contesto di approdo di alcuni migranti senegalesi ha facilitato il rafforzamento delle associazioni di villaggio e del loro impatto sociale nel contesto d’origine [Riccio 2006].

Tuttavia, dai processi che conducono alla realizzazione di progetti di co-sviluppo emergono anche strumentalizzazioni, soprattutto nelle retoriche pubbliche. Nel passato sono stati realizzati anche progetti “in nome dei migranti” che vedevano coinvolti molti attori organizzativi del contesto provinciale, ma che escludevano i migranti organizzati in associazione sul territorio. In altre circostanze, quando il coinvolgimento dei migranti è garantito, possono crearsi problemi dovuti a incomprensioni e ingenue rappresentazioni reciproche. I partner italiani possono essere idealizzati come coloro che danno, si interessano ed investono senza richiedere nulla in cambio se non l'arricchimento culturale che tale impegno comporta. Ovviamente, queste rappresentazioni sono causa di delusione per i migranti quando incontrano operatori meno attenti del previsto ai loro bisogni e alla loro cultura, ossessionati dallo sviluppo per stadi del progetto e dalla razionalizzazione delle risorse finanziarie. Viceversa, altrettanto idealistiche e distorte possono rivelarsi le percezioni e le conseguenti aspettative che sostengono gli operatori italiani, mossi da un fascino esotico e pre-politico per la riscoperta dei valori comunitari perduti, atteggiamenti che talvolta poi mutano di segno sino ad affogare la propria delusione nelle generalizzazioni più razziste e paternalistiche [Riccio 2005].

Le aspettative deluse possono svilupparsi in un movimento di chiusura nei confronti del contesto di approdo e di investimento nelle reti sociali informali, che spesso emergono come più sicure ed efficaci nella realizzazione di progetti individuali o di gruppo. Anche il coinvolgimento dei migranti come “attori di sviluppo” non è privo d’ambiguità, in particolare quando il progetto è pubblicamente finalizzato al “rientro in patria”, e si nutre di una legittimità ambivalente, di un discorso che giustifica l'investimento in quanto l'obiettivo è quello di “farli tornare a casa”. Infatti, l’appoggio, il sostegno ai progetti è stato spesso ambiguamente connesso con obiettivi di rimpatrio, e utilizzato ideologicamente per legittimare politiche di esclusione [Daum 1998; Bakewell 2006]. In realtà, nell'idea di co-sviluppo sviluppatasi in Francia e in Italia, la funzione di interfaccia dell'immigrato richiede la sua presenza attiva nel contesto di accoglienza.

Tuttavia, anche con progetti così definiti, un sottile uso politico-simbolico di questi processi non è escluso, poiché rimangono estremamente funzionali nel dare un’immagine benevola e caritatevole, mentre si attivano contemporaneamente politiche sicuritarie nei confronti dei migranti. Per esempio, alla fine degli anni ’90, il co-finanziamento di un progetto svolto da un gruppo di senegalesi da parte di un comune della riviera romagnola, permise allo stesso sindaco di evocare in modo celebrativo questa iniziativa per giustificare l’atteggiamento intransigente nei confronti degli ambulanti irregolari sulle spiagge, affermando: «gli abbiamo comprato perfino la barca!». Il finanziamento di una parte del progetto, unito alla definizione di una nozione di comunità nel segno e nel nome di appena otto beneficiari, produceva una semantica politica e comunicativa dell’azione amministrativa che sembrava comprendere l’intera comunità senegalese sul territorio. Questo permise al primo cittadino di fornire un’immagine equilibrata della sua politica: abbastanza duro da soddisfare le pressioni delle associazioni locali di commercianti, ma anche generoso e sensibile per ovviare alle critiche provenienti da sinistra e dal volontariato cattolico. In altre parole, l’investimento in questo tipo di progetti rischia di alimentare le retoriche dell’esclusione dichiarando contemporaneamente di aiutare gli esclusi [Riccio 2005].

Quindi, i migranti, organizzati in associazioni, devono misurarsi con difficili sfide per ottenere pieno riconoscimento su entrambe le sponde dell’esperienza migratoria [Riccio 2008]. Inoltre, è solo quando un certo grado di inclusione nel tessuto associativo e istituzionale del contesto di immigrazione viene garantito, che si crea la condizione per potere esplorare, in interazione con altre organizzazioni quali le ONG e gli enti locali, le opportunità per l’attivazione di questa tipologia di progetti [Riccio, Ceschi 2010].

D’altra parte, focalizzare l’attenzione sul co-sviluppo in questa prospettiva, evidenziandone criticamente anche i limiti, analizzando i progetti che i collettivi di migranti promuovono, le continue negoziazioni con i diversi interlocutori che animano lo spazio translocale in cui si muovono, le strategie di vita messe in atto dai migranti, potrebbe avvicinare non solo a cogliere meglio la complessità dei processi migratori globali, ma anche innalzare la comprensione delle «politiche del riconoscimento delle differenze» e dei difficili processi di inclusione ed esclusione nei contesti di approdo locali e nazionali [Grillo e Pratt 2006].

L o studio della cooperazione decentrata attraverso le migrazioni può costituire una soluzione metodologica per osservare l’interazione tra istituzioni e associazioni nel contesto di approdo, pratiche transnazionali e trasformazioni economiche o socio-culturali dei contesti di origine. Può, infine, rivelarsi un modo per ancorare la ricerca multi-situata ai contesti locali e alle loro istituzioni [Riccio 2007]. Si ritiene quindi che lo studio delle attività e delle rappresentazioni che circondano i progetti di co-sviluppo, che coniuga l’approccio transnazionale con l’etnografia delle pratiche istituzionali, possa contribuire in modo originale all’analisi dei processi migratori contemporanei.

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