Dalle politiche assistenziali alle social farms: note sul dare, ricevere e ricambiare nel sistema di welfare sulla disabilità

Dalle politiche assistenziali alle social farms: note sul dare, ricevere e ricambiare nel sistema di welfare sulla disabilità

Stefano Onnis


Abstract

In this article I correlate the concept of gift - referring to Marcel Mauss and his theory of giving-receiving-reciprocating - with three specific areas in the field of intellectual disability: voluntary associations, cooperatives of social services and social cooperatives that promote employment opportunities for people with intellectual disability. My first analysis is that the social services are perceived by users with disability and their families as a donation that is afferent with the gift (and not in the sense of Marcel Mauss) rather than the law.

Keywords

Disability; social services; gift; welfare;

Con questo intervento vorrei proporre uno spunto di riflessione sulle politiche sociali nel campo della disabilità, a partire da alcune suggestioni scaturite dalla nota tripartizione sottostante la teoria del dono di Marcel Mauss [1965, ed. or. 1950]: il dare, il ricevere e il ricambiare.

In particolare, vorrei porre l’attenzione su come le prestazioni nell’ambito dei servizi socio assistenziali possano arrivare ad essere percepite dagli utenti con disabilità e dalle loro famiglie come un’elargizione, afferente quindi più al campo del dono (ma non nel senso maussiano) che a quello del diritto[1].

Tre triangolazioni in campo

Partiamo da tre aree/protagonisti di quello che comunemente viene definito come “terzo settore”:

1. il volontariato, ovvero le associazioni formali o informali, l’humus a partire dal quale è nato il terzo settore, settore che si è poi sviluppato soprattutto attraverso la costituzione delle cooperative sociali (sociali appunto perché differenti statutariamente dalle cooperative di lavoro “classiche” a carattere prevalentemente mutualistico);

2. le cooperative sociali di tipo A, ovvero quelle rivolte alla produzione di servizi nei confronti di quelle che nel gergo burocratico vengono definite “persone svantaggiate”. Queste cooperative svolgono diversi servizi, generalmente assegnati per bandi pubblici locali, che, in ambito di disabilità, si possono articolare in interventi e progetti quali i servizi alla persona (assistenza domiciliare), i laboratori di autonomia, i laboratori ludico-ricreativi, i soggiorni estivi, i progetti sull’inserimento socio-occupazionale;

3. le cooperative sociali di tipo B, ovvero quelle rivolte all’inserimento lavorativo di “persone svantaggiate”. Segnaliamo da subito che spesso questo tipo di cooperative risultano “miste”, sia di tipo A che B.

Ora, quello che vorrei provare a fare è semplicemente mettere in relazione, uno alla volta, ognuno di questi tre ambiti (il volontariato, le cooperative sociali di tipo A e quelle di tipo B) sia con l’area tematica della disabilità[2], e sia con il concetto di dono, arrivando quindi a raffigurare delle specifiche triangolazioni.

Prima triangolazione: dono-disabilità-volontariato.

Partiamo dal volontariato, o meglio dalla prima triangolazione dono-disabilità-volontariato.

A livello di senso comune, parlare di dono e disabilità rimanda facilmente a uno spirito solidaristico – lasciamo da parte in questa sede ogni aspetto di carattere etico-morale o religioso – che avvicina una persona non disabile a una persona con disabilità[3]. Uno spirito, uno stato d’animo o più semplicemente un atteggiamento che tende ad avvicinare, a dare – appunto a donare sé stessi – una parte di sé stessi o del proprio tempo nei confronti di una categoria che viene definita svantaggiata.

È importante sottolineare che la tripartizione del dare-ricevere-ricambiare perde in questo modo il suo senso “antropologico” – quello dell’obbligatoria reciprocità – assumendo invece l’accezione di senso comune del dono quale prestazione (apparentemente) disinteressata, comunque racchiusa nella più semplice bipartizione dare-ricevere.

Aggiungiamo poi che, in questa bipartizione, se nella pratica del volontariato spesso si può rilevare la sensazione di costruire un legame – la sensazione di essere ricambiati sul piano della relazione interpersonale attraverso uno scambio vero e proprio in termini di moneta relazionale – spesso con una persona con disabilità intellettiva e relazionale, per restare nella metafora contrattuale, la moneta non è facilmente spendibile sul mercato[4].

Ovviamente le cose non sono così nette: il campo della disabilità non è occupato solo da volontari, ma anche da persone che si formano e costruiscono la loro professionalità in questo settore specifico.

È pur vero, però, che anche a questo livello professionale sembra sia necessaria una certa predisposizione che ha molte somiglianze di famiglia con il volontariato: non è infatti di poco conto – se non una vera e propria cartina di tornasole – rilevare che le professioni che lavorano a più stretto contatto con persone con disabilità non hanno un riscontro economico – mi riferisco alla mera busta paga – appropriato al loro incarico[5].

Sembra dunque irrinunciabile questo spirito del volontariato nell’ambito della disabilità, a discapito di una banalizzazione dell’accezione maussiana dello spirito del dono.

Seconda triangolazione: dono-disabilità-servizi socio-assistenziali.

Viene da chiedersi, allora, se, contrariamente a quanto emerso nella prima triangolazione, nella seconda ‒ ovvero tra dono, disabilità e servizi socio-assistenziali (e le cooperative sociali di tipo A che li realizzano) ‒ lo spirito del dono sia in grado di mantenere il suddetto senso antropologico.

Detto altrimenti: è possibile parlare all’interno del sistema dei servizi socio-assistenziali di un sistema di prestazioni sociali secondo il principio della reciprocità obbligatoria?

A prima vista la risposta sembra essere negativa: anzi, può apparire quasi fuorviante una triangolazione che tenti di associare il dono ai servizi socio-assistenziali nel campo della disabilità.

In effetti, i servizi socio-assistenziali devono essere esclusivamente ricondotti a un diritto, sancito da non pochi articoli della Costituzione italiana[6], articoli che solo dopo parecchi anni e attraverso iter legislativi contorti hanno trovato piena espressione normativa[7].

Eppure, a scavare in queste pieghe legislative, ci si imbatte facilmente nella piaga dell’esigibilità del diritto. Quello infatti che emerge è la dichiarazione di un diritto e non il dovere di applicarlo[8]. Ma in questo modo, paradossalmente, il diritto – per legge – non risulta più esigibile. Detto altrimenti, vige il diritto del “si può” e non del “si deve”, aspetto che non possiamo trascurare ai fini di questa sommaria riflessione, perché può avere delle ripercussioni preoccupanti inerenti proprio l’obbligatorietà nel ricambiare una prestazione ricevuta: dove già per legge l’esigibilità di un diritto non viene riconosciuta, dove la normativa prescrive il “si può” e non il “si deve”, tutto diventa interpretabile ed arbitrario.

Il rischio è che quello che si riceve e che dovrebbe essere un diritto, viene assunto come principio di favore e non di dovere, lasciando oscure possibilità di azione al ricambiare.

Si pensi, ad esempio, al fatto che per delibera comunale[9] tutte le cooperative che vogliano partecipare a dei bandi pubblici devono avere, quale prerequisito, una Carta dei servizi. Questa non serve solo per avere, appunto sulla carta, cognizione di causa da parte degli utenti dell’offerta dei servizi, ma anche per dare la possibilità agli utenti di esprimere il loro gradimento rispetto agli stessi, secondo il cosiddetto principio della trasparenza.

Eppure, però, le famiglie non tendono ad utilizzare questa Carta dei servizi quale strumento di rivendicazione, anche a fronte di un servizio carente, poiché hanno solo la percezione dell’esigibilità di un diritto e non la sua certezza.

Non hanno cioè la certezza che appellarsi a una Carta dei servizi possa servire a qualcosa, e anzi vi è una certa malcelata sfiducia nel “sistema”. La preoccupazione, piuttosto, è che in questa ambiguità generale di fondo (responsabilità spesso evase e rimandate ad altri, in una sorta di continuo “rimpallo”) possano esserci sempre possibili ritorsioni in agguato, da parte della cooperativa che gestisce il servizio oppure degli uffici competenti: l’improvvisa assenza dell’operatore di turno; un cambio continuo di operatori; o persino la possibilità di perdere il già acquisito monte ore delle prestazioni[10].

Gli operatori stessi, poi, sono a volte costretti indirettamente a colludere con questa situazione, poiché non essendo sempre adeguatamente tutelati da un punto di vista contrattuale e sindacale (per esempio con i contratti a progetto), anche loro sono facilmente ricattabili.

Altro punto: il diritto alle prestazioni, al di là di alcuni parametri di base, non risulta ben chiaro come venga preso in considerazione dai servizi stessi. Quello di cui molti genitori si lamentano, invece, è che riesce ad avere più diritti chi riesce a muoversi bene nella richiesta di prestazioni. Con la triste conseguenza che chi non è in grado di farlo, risulta ancora più debole.

Tali fatti, infine, assumono la loro evidenza soprattutto a fronte della possibilità sulla carta che viene data ai singoli utenti di scegliere la loro cooperativa di riferimento: nonostante le numerose lamentele sui servizi, questa possibilità viene nella pratica raramente presa in considerazione da parte dalle famiglie. “Meglio il male certo che qualcosa di incerto”, mi è stato più volte ribadito da diversi genitori.

Quello che in sintesi si può rilevare è che i servizi socio-assistenziali del territorio rispondano ai bisogni degli utenti in un modo spesso arbitrario. Se gli utenti e le loro famiglie avessero Carte dei Servizi e norme realmente applicabili, il diritto alla prestazione verrebbe percepito (e messo in pratica) come tale, e non come un’elargizione, una concessione, un dono. Ma soprattutto se non ci fosse questa situazione di ambiguità legislativa (la non esigibilità del diritto) l’utente non ragionerebbe nei termini di preoccupazione o paura di perdere un servizio, e non si sentirebbe in un qualche modo obbligato ‒ e questo è forse l’aspetto più interessante ai fini del nostro discorso ‒ a ricambiare la cooperativa nei termini di conferma di incarico, perpetuando sì una reciprocità, ma di tipo socio-assistenziale.

All’insoddisfazione delle famiglie spesso corrisponde una loro incapacità di reagire. Quello che alla fine sembra contare di più per loro è il raggiungimento quantitativo di un bisogno primario (monte ore di assistenza), e non di come questa venga portata avanti o ancor di più di come possa essere superata.

Un sentimento generale di sfiducia – nei confronti dei servizi socio-assistenziali e nelle possibilità dei loro figli – pervade così molte famiglie, per le quali alla fine la questione della consapevolezza – loro e dei loro figli – può anche risultare un problema devastante.

Gli utenti, così, non sono percepiti secondo l’accezione etimologica come soggetti che usano un servizio – soggetti in quanto consapevoli e quindi in quanto capaci di prendere decisioni – ma come strumenti utilizzati dalla cooperativa per un maggior profitto.

Il risultato è una reificazione dell’utente, nella perdurante e violenta conferma che questi rimanga tale e non si emancipi da mero oggetto/prodotto dei servizi sociali a soggetto socialmente produttivo.[11]

Terza triangolazione: dono-disabilità-cooperative sociali.

È in quest’ottica che le Cooperative sociali di tipo B, quelle rivolte all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, potrebbero assumere un ruolo non solo economicamente produttivo, ma anche socialmente attivo e politicamente responsabile.

Il dare-ricevere-ricambiare andrebbe infatti ad inserirsi a pieno titolo nelle trame produttive dell’economia solidale. Lo scambio, il dono, potrebbero essere impostati tra un Welfare attento a produrre normative di riferimento ad hoc e condizioni agevolate per l’inserimento lavorativo, e un utente/soggetto responsabile, consapevole della necessità e dell’importanza del proprio impegno lavorativo e produttivo.

Penso per esempio alle cosiddette fattorie sociali (social farms), progetti di Welfare sicuramente innovativi, che negli ultimi anni hanno visto un particolare interesse – per restare nel territorio a cui ho fatto riferimento – da parte di istituzioni come la Regione Lazio e la Provincia di Roma.

Sono progetti che tentano di superare alcune empasse delle politiche socio assistenziali.

Eppure, allo stesso tempo, sembrano perpetuarne le modalità strutturali. Al valore positivo aggiunto della valorizzazione delle risorse agricole (con produzione spesso di tipo biologico), si accompagnano dichiaratamente percorsi terapeutici, riabilitativi e di integrazione sociale di persone svantaggiate e non quindi di vero e proprio inserimento lavorativo (salvo casi particolari).

Il problema forse sta nell’affidare la gestione di queste fattorie a Cooperative miste (di tipo A e di tipo B), che prevedono quindi la compresenza sia di produzione di servizi alla persona e sia di inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Nella già sostanziale ambiguità di fondo, il rischio è che, rispetto a persone che obbiettivamente non è facile collocare in una dimensione lavorativa, ci si adagi altrettanto facilmente sul terreno della dimensione terapeutica e socio-occupazionale. E da possibili attori, le persone con disabilità intellettiva risulterebbero così nuovamente utenti, o, ancor peggio, usati.

Del dono, in questo caso, sia nell’accezione antropologica sia in quella di senso comune, non vi sarebbe più alcuna traccia.

Reference List

Ass. Come un Albero Onlus (ed) 2012, A fuoco lento. Storie di ordinarie disabilità, ricette per l’inclusione sociale, Milan: Altreconomia.

Breda M. G. et al. 2001, La riforma dell’assistenza e dei servizi sociali. Analisi della legge 328/2000 e proposte attuative, Torino: UTET.

Giancaterina F. 2006, Come evitare il giro dell’oca dell’assistenza. Riflessioni in forma di glossario sugli interventi per le persone disabili, Milano: Franco Angeli.

Mauss M.1965, ed or. 1950, Teoria generale della magia, Torino: Einaudi.

Onnis S. 2013, Il dis-positivo. Dal diritto vigente alla nuda vita delle persone con disabilità intellettiva, «Italian Journal of Disability Studies», 2 (1): in corso di pubblicazione.



[1] Le riflessioni presentate in questo intervento sono il frutto di una ricerca personale, nel senso che non ha committenti né privati né istituzionali. Si tratta di un personale proseguimento e approfondimento di una tesi di dottorato di ricerca in Etnoantropologia (discussa nel 2007 presso il Dipartimento di Studi glottoantropologici e discipline musicali, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”) in cui avevo affrontato indirettamente alcune di queste tematiche. Ho proseguito così la mia ricerca lavorando sul campo a Roma sia in qualità di “operatore per l’attività di assistenza ai disabili” sia come esperto/antropologo presso Enti pubblici e associazioni del territorio, cercando di mantenere sempre vigile l’esercizio dell’etnografia ‒ osservare, ascoltare e domandare – in un microcosmo comunitario sin troppo circoscritto.

[2] Una precisazione importante: nel parlare qui di disabilità, ci si vuole riferire, per motivi di esperienza, di studio e di ricerca sul campo, a persone con una disabilità intellettiva e/o relazionale.

[3] L’immediatezza risulta, a livello di senso comune, nella difficoltà di immaginare il percorso relazionale contrario. Detto altrimenti, può risultare controintuitivo pensare lo spirito solidaristico che avvicina una persona con disabilità a una senza disabilità.

[4] Questo può avvenire per delle modalità relazionali che a livello di senso comune (e quindi superficialmente) possono essere considerate, a seconda del tipo di disabilità, tanto eccessivamente calde, accoglienti, quanto eccessivamente fredde, distaccate, comunque poco aderenti ai tempi e alle forme relazionali a cui si è di solito abituati.

[5] Si pensi, ad esempio, al fatto che attualmente può risultare più remunerativa un’ora di prestazione come dogsitter che un’ora di prestazione di assistenza domiciliare nei confronti di una persona con disabilità.

[6] cfr. in particolare l’art. 38 della Costituzione Italiana: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.

[7] I rimandi sono alla Legge quadro per l’assistenza l’integrazione e i diritti delle persone handicappate n.104 del 1992 e soprattutto la Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali n.328 del 2000

[8] «Come è noto, il diritto si concretizza solo quando un interesse viene garantito dalla legge. Se non c’è una norma specifica che riconosca e tuteli un ben determinato interesse, non si può parlare di diritto. Affinché il diritto sia esigibile, inoltre, occorre che nella legge sia precisato l’ente obbligato ad attuarlo e siano previsti i necessari finanziamenti. Risulta pertanto solamente declaratorio il primo comma dell’art. 2 della legge 328/2000: “Hanno diritto di usufruire delle prestazioni e dei servizi del sistema integrato di interventi e servizi sociali […]”, in quanto non è previsto alcun obbligo da parte dei Comuni singoli e associati; inoltre, ai sensi dell’art. 22, le prestazioni sono erogate “nei limiti delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali”.» [Breda et al., 5]. Il testo è particolarmente interessante anche perché riporta la sintesi del dibattito svoltosi alla Camera dei Deputati il 18 gennaio 2000 sull’obbligatorietà dei servizi sociali a favore dei più deboli.

[9] Deliberazione del Consiglio Comunale di Roma n. 90 del 28/4/2005.

[10] Lo spauracchio dell’incertezza delle abitudini per un genitore di una persona con disabilità intellettiva è mera violenza simbolica, o almeno questo ho percepito dalle diverse storie che ho raccolto. Come mi ha riferito una madre, ad esempio, anche l’aver preso un semplice appuntamento dal parrucchiere può divenire motivo di ansia, per l’orario di uscita e di rientro del proprio figlio: “Dipendiamo sempre dagli operatori, dai loro ritardi, dalle loro assenze. Sento sempre che devo dipendere da altri”.

[11] Per un approfondimento su questi aspetti mi permetto di rimandare a un mio articolo [Onnis 2013].

Refback

  • Non ci sono refbacks, per ora.




ISSN 2284-0176

 

Creative Commons License

This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License (CC-BY- 4.0)