Attraverso il corpo. Donne di una bidonville di Haiti e doni dello sviluppo

Attraverso il corpo. Donne di una bidonville di Haiti e doni dello sviluppo

Pia Maria Koller


Abstract

Living in Cité Soleil, the largest haitian slum, is in itself a stigma, hindering access to social services and humanitarian aid. Repression and the increasing presence of armed gangs imposed a culture of silence. Violence became normality, particularly against women. Their survival strategies can be summarized by kalkile, calculate, pervading the individual and social body. When confronted with inequity in health, choices may turn into acts of resistance. Still, women continue to organize collectively. Some counteract their despair with works of art, reproducing the beauty of what in their memory remains "the pearl of the Antilles": Haiti.

Keywords

Cité Soleil (Haiti); militarization of humanitarian aid; structural violence in health; women and resistence.

Introduzione

Il tempo a Haiti è sempre stato scandito da eventi drammatici: colpi di stato, occupazioni, dittature, uragani, inondazioni. Con il recente terremoto si è creato un ulteriore prima e dopo doloroso. La mia presenza a Haiti si situa in questo prima[1]. Rivedendo il testo ora non posso che compartire la sofferenza dei sopravvissuti.

Vi sono però anche altre scadenze. Così durante il festival Rara, che inizia dopo il Carnevale e culmina nella Settimana Santa, le bande musicali si riversano sulle strade scontrandosi ritualmente tra di loro. Lanciano ciò che si chiama pwen, canzoni di scandalo, allegorie delle disgrazie quotidiane delle quali non si può parlare altrimenti.

Pale O, Pale O Parlate oh, parlate oh!
La fanmi Asefi a pale OLa famiglia di Asefi racconta che, oh
Asefi ki jete on pitit sèt mwaAsefi ha gettato via un bébé di sette mesi
Pitit se byen O, pale OI bambini sono ricchezza! Oh parlate, oh!

Questo pwen[2] è stato raccolto da McAlister in ciò che è la prima descrizione etnografica [2002] del fenomeno Rara. L’assurdità di interrompere una gravidanza al settimo mese, atto disperato contro il corpo e le regole della società giacché “i bambini sono ricchezza”, ci porta direttamente ad un’altra assurdità, cioè che un governo democraticamente eletto, il quale ha dato speranza ai settori subalterni, venga violentemente interrotto dopo, appunto, solo sette mesi.

Queste canzoni hanno dunque un valore polisemico e culturale e vengono reinventate da chi subisce questi drammi. Come vedremo, gli haitiani sono dei veri maestri nella produzione di metafore, conseguenza di decenni di dittatura che hanno imposto una cultura del silenzio. Così, durante il Rara le tensioni della società irrompono nello spazio pubblico, permettendo alle fasce popolari di confrontarsi con i potenti. È soprattutto in questa dimensione allegorica che le donne possono trovare voce.

Dalla Perla delle Antille a Cité Soleil: dominazione e resistenza

Haiti è sempre stato un luogo di colori estremi. Ai tempi del suo massimo splendore, attorno alla metà dell’Ottocento, l’isola di Saint-Domingue, considerata la Perla delle Antille, era il maggior esportatore di zucchero grazie alla tratta e allo sfruttamento di più di un milione di schiavi strappati da diverse aree africane. All’aumento del costo d’importazione degli schiavi l’amministrazione coloniale rispose sollecitando il ruolo riproduttivo delle donne-schiave. Allora i primi segnali di resistenza partirono proprio da queste donne che si ribellarono ricorrendo all’aborto [Maternowska 2006, 136]. Fu poi una sacerdotessa a condurre la cerimonia vodou di Bois Caïman, decisiva nella rivolta degli schiavi che, nel 1804, portò Haiti all’indipendenza dalla Francia e all’abolizione della schiavitù. Divenne la prima repubblica nera, provocazione forse mai del tutto digerita nell’ordine imperiale mondiale.

Il cammino che ha portato questo luogo esuberante a divenire terra di miseria è segnato da quei processi di dominazione, espropriazione e resistenza che si possono osservare in molti altri luoghi conquistati, anche se nel caso di Haiti questo declino è inasprito dalla vicinanza degli Stati Uniti. Infatti, fu soltanto nel 1862 che essi ne riconobbero la sovranità, cioè dopo essersi assicurati il mercato delle materie prime. Da allora in poi gli organismi internazionali, in vece di “salvatori” del paese, hanno giocato un ruolo essenziale nel suo progressivo peggioramento. È stata l’abolizione delle tasse d’importazione ad aprire definitivamente il mercato locale al surplus dei prodotti agricoli statunitensi fortemente sovvenzionati, distruggendo la produzione locale, in particolare quella del riso. Negli anni Ottanta le imposizioni di aggiustamento strutturale, denominato dagli haitiani plan lanmò — programma di morte —, hanno accelerato ulteriormente il declino dell’economia. A ciò bisogna aggiungere l’industrializzazione selvaggia avviata dal dittatore François Duvalier, Papa Doc, con impianti di assemblaggio off-shore statunitensi[3]. Secondo la Banca Mondiale, nel 1980 queste fabbriche erano 200 che davano lavoro a 60.000 operai, per la maggior parte donne [Farmer 2006, 100].

Così si giunge a Cité Soleil fondata come Cité Simone, nome della moglie di Duvalier, a ridosso di quel polo industriale un cui approdarono migliaia di contadini in cerca di mezzi per sopravvivere. Con la caduta dei Duvaliers la bidonville prende il suo nome attuale dalla popolare Radyo Soley, la prima stazione radiofonica a trasmettere in lingua creola[4] appoggiata dalla chiesa Cattolica. In quel periodo il movimento popolare, finora costretto a operare clandestinamente, emerge dando vita a cooperative e associazioni, gestite spesso da donne. Al contempo numerose intellettuali ritornano dalla diaspora impegnandosi per una maggiore giustizia sociale e il superamento delle ineguaglianze di genere[5].

Con il colpo di stato del 1991 contro il primo Governo Aristide, il quartiere è nuovamente sottoposto a una repressione violenta, costringendo il 40% degli abitanti, soprattutto uomini, a rifugiarsi nelle campagne, oppure all’estero, a Santo Domingo e negli Stati Uniti[6]. Intanto vi approdano nuovi migranti, in fuga dalla miseria delle campagne, attratti dall’illusione di un lavoro e dal basso costo delle abitazioni. In realtà si tratta di catapecchie, di lamina e a volte di cartone, collocate ai margini del mare in cui, con le piogge tropicali, si accumula l’immondizia dei quartieri delle colline adiacenti.

È stato proprio questo percorso violento, dettato dai condizionamenti sempre più globali, ad aver generato quelle “zone di frattura” evidenziate da Nordstrom nelle realtà di guerra, ma non solo. Lei scrive: «queste fratture si espandono internazionalmente e seguono gli abusi di potere, il profittare patologico, le ineguaglianze istituzionalizzate e le violazioni dei diritti umani, azioni che riempiono le tasche e garantiscono il dominio di pochi danneggiando la vita di molti» [Nordstrom 2009, 72].

Perché le donne?

Cité Soleil — luogo da evitare per gli abitanti della città — è l’incorporazione di queste fratture. Vi si capisce altresì il perché delle ineguaglianze tra donne. Come precisa un proverbio haitiano: «Tout fanm se fanm, men tout fanm pa kreye egalego», che si potrebbe tradurre con “tutte le donne sono donne, ma non tutte nascono uguali”. Secondo Bell, «lo stato socio-economico attuale delle donne è il prodotto collaterale della storia haitiana, in particolare del modo nel quale il potere è stato distribuito e applicato» [Bell 2001, 18].

Come si è visto, molti uomini sono partiti, altri sono stati uccisi durante gli scontri armati o invece erano disoccupati[7], poiché durante gli anni violenti e, in seguito all’embargo, numerose fabbriche sono state chiuse oppure distrutte. Questo spiega perché il 60% delle famiglie sia ora gestito da donne. In realtà esse hanno sempre giocato un ruolo importante nella società haitiana, in particolare nelle aree rurali. Sono considerate il poto mitan, alludendo al pilastro centrale nei templi vodou.

Se Haiti si è sempre distinta nelle Americhe per indici drammatici di povertà, ciò è ancora più vero a Cité Soleil. La combinazione di discriminazione su base di genere e di ineguaglianza sociale fanno sì che le donne siano maggiormente colpite dalla povertà. Haiti si trova all’ultimo posto del gender-related development index dell’emisfero Ovest e al 150 sui 174 paesi esaminati [UNDP 2000]. Particolarmente grave è la mortalità materna che, mentre a livello nazionale è del 630 per 100.000 [OPS 2007], a Cité Soleil negli anni più violenti (1991-1994) ha raggiunto il 1.100 per 100.000 [Maternowska 2006, 69], tasso che si riscontra soltanto nei paesi africani più poveri. Trattandosi però di realtà nelle quali non solo le persone ma anche le loro stesse sofferenze sono rese invisibili, queste cifre rischiano di essere sottostimate e difficilmente sono neutrali, come ho osservato in altri contesti [Koller 2006 e 2011].

Se Cité Soleil è un luogo da evitare, esserne abitante costituisce uno stigma ulteriore che ostacola l’accesso ai servizi medici e educativi, particolarmente per le donne [MSF 2008]. Bisogna aggiungere che, nonostante un processo di pacificazione in atto e il reinserimento delle autorità civili, per le strade di Cité Soleil permane un clima di insicurezza, particolarmente di notte quando né i mezzi pubblici né i tassisti si assumono il rischio di circolare, impedendo ogni possibilità di ricovero d’urgenza.

A Cité Soleil per anni le bande rivali, manipolate dai gruppi di potere, si sono scontrate principalmente per il controllo del narcotraffico. Anche se molti dei loro leader sono scomparsi o detenuti, i giovani da loro addestrati hanno interiorizzato questa cultura violenta e possono in qualsiasi momento riprendere le armi. In effetti, nonostante gli sforzi di disarmo da parte della MINUSTAH[8], ciò non ha implicato una reale “demilitarizzazione della mente”, fenomeno molto diffuso nelle aree di post-conflitto. Tutto ciò inasprisce la vulnerabilità delle donne. Così la violenza di genere si è “banalizzata”, soprattutto a partire dal 1991 quando i soprusi contro le donne — specialmente lo stupro collettivo — furono utilizzati a fini repressivi da parte delle forze golpiste [Merlet 2001, 161]. Di fronte a tutto ciò, quali sono le strategie delle donne[9]?

Kalkile: strategie per esserci

Decenni di crisi dell’economia haitiana hanno fatto sì che il valore del denaro si sia tinto simbolicamente di verde. Simbolicamente, perché, nonostante che la moneta ufficiale sia il gourde, le commercianti ambulanti danno il prezzo in dollari haitiani che in realtà non esistono. Ciò comporta un notevole sforzo per capire il prezzo reale, ma spiega anche quanto sia importante nel vocabolario quotidiano la parola kalkile — calcolare — siccome, appunto, dalla capacità di calcolare dipende la sopravvivenza.

Le donne conoscono non solo i prezzi degli alimenti di prima necessità nei vari mercati e quartieri, ma anche i meccanismi stessi della macroeconomia. Così Yolette spiega la globalizzazione: «Ci dicono, guarda, sei così vicino a Miami, non c’è bisogno che tu coltivi il riso. Te lo vendiamo noi» [Bell 2001, 120].

Hanno tuttavia la capacità di invertire certi fenomeni. Ad esempio, mentre l’invasione del mercato di vestiti di seconda mano statunitensi ha contribuito a paralizzare l’industria tessile locale, sempre più donne vendono questi vestiti sui marciapiedi della città. Questo suppone avere quella quantità minima di denaro per poter iniziare tale commercio, ostacolo sempre più diffuso per qualsiasi attività delle donne, che rappresentano due terzi del settore informale. La mancanza di mezzi economici impedisce anche la formalizzazione legale di molte associazioni, condizione per poter accedere ai programmi di microcredito.

Oggi il semplice esserci — kenbe la — è già un atto di resistenza, di affermazione. E questo richiede un corpo in salute, che possa lavorare. A Cité Soleil si tratta di sconfiggere quotidianamente tre malattie: maladi grangou, la malattia dello stomaco vuoto, maladi seksyèl, le malattie sessualmente trasmesse e, infine, maladi peyi a, la malattia del paese che, in certi periodi, può coincidere con maladi presidan, la malattia del presidente [Maternowska 2006, 109].

. Sono malanni che si sedimentano nel corpo individuale, familiare e sociale. Come non pensare alla metafora dei tre corpi proposta da Scheper-Hughes e Lock[1987].

Cerchiamo di capire ora come questi malanni si potenzino a vicenda. Abbiamo visto lo sforzo spesso straordinario delle donne per riempire ogni giorno lo stomaco della famiglia, a volte con solo acqua e canna di zucchero. Allora il calcolare trapassa l’aspetto puramente economico per penetrare tutte le sfere della vita. S’impone dunque nella scelta di un uomo che sia di buona salute e possa contribuire al mantenimento della famiglia. Siccome però la maggior parte delle unioni si basano sul sistema tradizionale, il plasaj, non riconosciuto dalla legge, l’unico modo per poter “legare” l’uomo è attraverso un figlio, anche perché alcuni uomini hanno più mogli. A questo bisogna aggiungere l’alto tasso di mortalità infantile e, di conseguenza, la necessità di una quantità discreta di figli, una forma di sicurezza sociale.

Con l’intensificarsi dell’insicurezza economica le donne si vedono costrette a mandare via i bambini in età tenera. I maschietti finiscono tra la folla dei bambini di strada. Aiutano le loro famiglie con piccoli lavori, guadagnando a volte più del salario minimo (1.44 dollari al giorno) [Kovats-Bernat 2006, 116]. Le bambine invece vengono cedute come domestiche a famiglie più benestanti dove lavorano in condizioni di semi-schiavitù: sono i restavék [10].

Gli adolescenti invece vengono spinti a rendersi autonomi. Non essendoci più scuole professionali a Cité Soleil,i ragazzi rischiano di aggregarsi ad uno dei gruppi armati, mentre le ragazze sono spinte a cercarsi un uomo che le mantenga. In questo clima di insicurezza e di povertà è comprensibile che alcune ragazze ambiscono ad affidarsi a un capo banda, garanzia di protezione e di una vita materiale più agiata. Altre vengono costrette con le armi ad accettare una tale relazione dalla quale difficilmente potranno uscire senza rischiare la vita. Bisogna aggiungere che nei gruppi armati vi sono anche donne combattenti e altre che svolgono compiti di supporto esterno.

In tali realtà segnate dall’oppressione e dallo sfruttamento, non esistono dunque vere possibilità di scelta [Leatherman 2011, 147]. Così, quando tutte queste strategie falliscono, le donne si vedono costrette a vendere il corpo, con discrezione, all’interno del proprio quartiere. Lo chiamano travay — lavoro—, differenziandosi così dalle prostitute professionali che si recano nei quartieri benestanti. Bisogna aggiungere che la mancanza di potere contrattuale impedisce loro di proteggersi dalle malattie sessualmente trasmesse, in particolare l’AIDS[11], dai maltrattamenti e dall’umiliazione. Dunque, combattere la “malattia dello stomaco vuoto” significa subire altre forme di privazione, le quali obbligano le donne a fronteggiare la “malattia del paese”.

I doni rifiutati

Essere analfabete è percepito dalle donne come una grave ingiustizia. Questo però non impedisce loro di saper prendere certe decisioni, soprattutto in materia di fertilità. Dicono che analfabet pa bet, cioèessere analfabete non significa essere ignoranti, secondo uno slogan lanciato da Aristide. È stato proprio l’aver ignorato le loro capacità a contribuire al fallimento del programma di controllo delle nascite più finanziato nella storia dell’USAID, che pretendeva di frenare la crescita, non solo della popolazione ma soprattutto della povertà.

Questa “terapia” fu messa in atto a partire dagli anni Ottanta in un consultorio privato a Cité Soleil, trascurando non solo le campagne sanitarie governative ma anche i bisogni della stessa popolazione. L’antropologa Maternowska, indagando sui motivi dell’insuccesso, mette a nudo il carattere fortemente egemonico dell’incontro medico-utente. Infatti, le donne raramente avevano la possibilità di scelta di un metodo contraccettivo[12], perché ritenute incapaci e perfino complici di ciò che dai funzionari veniva interpretato come catastrofe demografica e, quindi, responsabili della loro stessa povertà. Invece di promuovere l’empowerment delle donne, il programma aveva l’effetto di aggravare la loro posizione subalterna. La risposta di una utente sul perché del suo improvviso rifiuto di contraccezione è emblematica: «perché (il contraccettivo) mi ha schiavizzato» [Maternowska 2006, 155]. Si tratta quindi di un atto di resistenza contro la dominazione esercitata dagli organismi internazionali, anche perché le donne hanno ben capito che il controllo delle nascite come misura isolata non poteva intaccare le vere cause del malessere sociale.

In realtà, soltanto l’8.5% delle donne in età riproduttiva faceva ricorso al consultorio, cifra che negli anni successivi è scesa al 3%. Di conseguenza, il programma non è riuscito ad incidere sul tasso di fertilità rimasto quello di venticinque anni fa, cioè al 4.7% [EMMUS III 2000], né tanto meno sul miglioramento delle condizioni di salute e di qualità di vita delle donne. Ecco perché «indagare sulla salute offre una lente critica attraverso la quale possiamo meglio diagnosticare e comprendere la violenza e l’ingiustizia» [Rylko-Bauer, Whiteford, Farmer 2009, 14].

Questo ed altri progetti fanno comprendere la profonda diffidenza della popolazione nei confronti degli aiuti internazionali e dei loro esperti che, a differenza dei volontari delle organizzazioni di sviluppo di una volta, raramente cercano il contatto con la popolazione. L’arrivo massiccio delle agenzie umanitarie in seguito alle catastrofi naturali e sociali ha non solo rinforzato la dipendenza del paese da tali aiuti, ma anche aggravata la distanza tra beneficiari e benefattori.

In questo modo gli incontri delle delegazioni straniere con le autorità municipali di Cité Soleil non mancano certo di spettacolarità: convogli di macchine blindatescortate da mezzi militari che sfrecciano per le viuzze, in mezzo alla gente, ai bambini che giocano e alle bancarelle. Di fronte a queste comparse e considerata la scarsità di opere realizzate, gli atti di protesta della popolazione rimasta esclusa non si fanno attendere. Il sempre più frequente connubio tra aiuto umanitario e presenza militare — anche al recente terremoto la comunità internazionale ha risposto con l’invio massiccio di contingenti militari affiancati da gruppi sanitari — non fa che inasprire proprio quelle tensioni che si dice di voler placare, come lo si può osservare in molte aree di conflitto nel mondo. Dalle narrazioni dei terremotati emerge che ancora una volta sono stati loro i primi a scavare sotto le macerie soccorrendo le vittime senza aspettare aiuti dall’esterno.

Un numero crescente di studiosi sta cercando di mettere a nudo questi meccanismi perversi dell’economia delle cosiddette “guerre umanitarie” e della violenza strutturale che, come nel caso di Haiti, colpisce maggiormente coloro la cui sofferenza è anche più soggetta ad essere silenziata. Allora, «la vera questione è se siamo capaci di riconoscere la violenza nei processi sociali che il discorso dominante non pronuncia mai in termini appunto di violenza» [Fassin 2009, 117].

Conclusione

Ritornando all’immaginario iniziale della Perla delle Antille, ci possiamo domandare: com’è possibile che, in un paese nel quale le foreste sono state ridotte all’1% e le montagne si presentono nude e grigiastre, gli artisti producano pitture piene di colori, scene di foreste lussureggianti, popolate da animali selvatici? Oppure, come riescono le persone a inventare oggetti di tanta bellezza quando la loro vita è piena di disperazione?

Un percorso interpretativo ce lo offre una pittrice haitiana: «Dipingere è il mio modo di tentare di limitare gli effetti distruttivi della vita. Mi ha permesso di vivere nelle difficoltà estreme che ci affliggono» [Bell 2001, 90]. La domanda viene quindi capovolta facendo della creazione culturale un’ulteriore strategia di resistenza. Interessante è che sono le donne della diaspora, come la scrittrice Edwige Danticat, a saper mediare queste dimensioni discordanti.

Si può dire che Haiti è sì un prodotto della violenza della mondializzazione, alla quale però risponde con la singolare forza creativa dei movimenti di base come le associazioni di donne. Per rovesciare dunque il camino qui tracciato, questi movimenti necessitano uno stato che li promuova e protegga [Dugas 2006]. Gli haitiani ripetono ostinatamente: fòk sa chanje, cioè le cose devono cambiare.

Reference List

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http://www.undp.org /hdr2000/english/ book/bac2.pdf, 2000 .



[1] Si tratta di una ricerca svolta tra gli anni 2005 e 2008 sulla salute materna in due bidonvilles (Cité Soleil e Martissant) di Port-au-Prince.

[2] Le traduzioni in questo testo sono a cura dell’autrice.

[3] Nel frattempo questo sistema di produzione - le maquiladoras che si sottraggono da qualsiasi protezione sindacale per gli operai - si è diffuso soprattutto in America Centrale, con il pretesto di sostenere lo sviluppo di paesi le cui economie erano fortemente colpite da decenni di guerra.

[4] Il creolo fu dichiarata seconda lingua ufficiale dal primo governo Aristide nel 1987.

[5] Una di esse, l’economista Myriam Merlet, è deceduta nel terremoto del 12 gennaio 2010. L’avevo incontrata in veste di Chef de cabinet del Ministère à la Condition Féminine et aux Droits des Femmes. In precedenza aveva fondato e collaborato con le organizzazioni femminili più importanti quali ENFOFANM, Kay Fanm (Casa delle Donne) e SOFA (Solidarité Femmes Haïtiennes ).

[6] Negli ultimi 40 anni 1 milione su 8 milioni di haitiani sono emigrati all’estero.

[7] Il tasso di disoccupazione arrivò a meta dei Novanta a 70% [Maternowska 2006, 54].

[8] Mission Nations Unies de Stabilisation de Haïti, MINUSTAH.

[9] Bisogna sottolineare che a Haiti in questi ultimi anni, grazie all’impegno dei movimenti femminili, si è creato un vasto coordinamento contro la gender based violence (GBV), appoggiato dai vari Ministeri e Agenzie delle Nazioni Unite concernenti, così come da alcune ONG internazionali. Il coordinamento si occupa di: raccolta dati, presa in carico delle vittime e campagne di prevenzione/sensibilizzazione.

[10] Secondo Kovats-Bernard [2006, 60], vi sarebbero 250.000 restavék a Haiti, di cui l’80% è costituito da bambine.

[11] Il tasso ufficiale di donne HIV sieropositive, in età fertile, a Cité Soleil è del 10,5% [Maternowska 2006, 68].

[12] Si tratta di alcuni metodi contraccettivi con effetti collaterali piuttosto gravi, com’è il caso del Norplant.

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