Transazioni, solidarietà ed umanitarismo

Transazioni, solidarietà ed umanitarismo

Roberto Malighetti


Abstract

The paper introduces the session by integrating the different contributions in the common effort to analyze ethnographically the configurations of humanitarian aid and of the international cooperation and in combining the institutional analysis with the study of the ideologies, the projects, the discourses and the practices. It also invites to interpret the articles as ways to understand how the activities of the subaltern groups may offer important contributions in the elaboration of new forms of citizenship and of new rights.

Keywords

ethnography; development; humanitarian aid; emergency; citizenship

La sessione che si vuole introdurre utilizza lo sguardo dell’antropologia, trasversale e necessariamente etnografico, per analizzare comparativamente le complesse configurazioni dell’aiuto umanitario e della cooperazione internazionale allo sviluppo . Gli articoli che la compongono sono integrabili per il comune sforzo di coniugare lo studio delle ideologie, dei progetti, dei discorsi e delle pratiche nel loro effettivo dispiegarsi sul campo, con l’analisi istituzionale di un’arena composta da milioni di associazioni e di lavoratori e un fatturato di miliardi di dollari, non lontano da quello dei principali sistemi economici mondiali [Malighetti 2005].

I diversi contributi possono essere letti attraverso la griglia interpretativa elaborata da Escobar [1995] per definire i discorsi e le pratiche dello sviluppo come apparati che sistematicamente producono forme di conoscenza e sistemi di potere. Dialogando criticamente con la letteratura, le etnografie, nel loro complesso, da un lato raccolgono l’eredità dei teorici della dipendenza [Frank 1969] e dell’antropologia dinamista [Balandier 1971]. Collocano le cause della povertà, della marginalizzazione e del sottosviluppo all’interno delle relazioni di interdipendenza globale e mostrano come le transazioni e le solidarietà umanitarie facciano inesorabilmente parte del processo di espansione del sistema capi­talistico mondiale. Dall’altro considerano come nelle complesse ecumeni globali della contemporaneità le attività di gruppi tradizionalmente pensati con le categorie della marginalità possano proporre importanti contributi agli sforzi intellettuali e politici. Segnalano come i soggetti subalterni, incalzati dal bisogno di trovare alternative all’immaginario della globalizzazione neoliberista e all’episteme dicotomica della modernizzazione (identità-alterità, omogeneità-differenza, egemonia-subalternità, centro-periferia, sviluppo-sottosviluppo), tentano di sorpassare i fallimentari approcci assistenzialistici, i frammentari interventi emergenziali, le compassionevoli e contraddittorie azioni umanitarie, a favore di iniziative integrate e multisettoriali basate sul protagonismo e le potenzialità alternative delle risorse umane locali. Configurano pratiche di nuove forme di cittadinanza che trascendono le politiche del riconoscimento [Taylor 1994], le lotte per diritti specifici e l’acquisizione formale di ordinamenti e principi già definiti. Non solo fondano la generica sfera dei diritti sull’interconnessione fra aspetti materiali, economici, culturali, storici, socio-psicologici e politici e sul superamento dei meccanismi di produzione dell’esclusione e dell’ineguaglianza. Soprattutto identificano attivamente nuovi diritti imperniati sulla ricerca di ridefinire l’arena politica, i suoi attori, le sue istituzioni, i suoi processi, la sua agenda e le sue finalità [Dagnino 2008].

Contraddizioni

I fallimenti delle iniziative, la resistenza imprevista dei cosiddetti beneficiari alla pressione sviluppista, hanno prodotto un generale ripensamento delle ideologie e delle pratiche dell’aiuto umanitario e una serie di studi critici che hanno unito al giudizio storico-politico sulle responsa­bilità occidentali, un'indagine antropologica sulle caratteristiche delle attività di cambiamento pianificato

Differenti lavori hanno isolato lo sviluppo come spazio culturale complessivo e come formazione discorsiva, mantenendo l'attenzione sulle sue condizioni di possibilità e sugli effetti più pervasivi [Sachs 1992, Arce e Long 2000, Moss, Lewis, 2005]. Ne hanno relativizzato la portata universale e riportato in luce la natura di prodotto culturale storicamente determinato. Riflettendo sulle dinamiche del discorso e del potere nella rappresentazione della realtà sociale, hanno smascherato i meccanismi attraverso i quali il discorso dello sviluppo produce mondi possibili, squalificando o rendendone impossibili altri. Decostruito nei suoi elementi costitutivi, lo sviluppo è presentato come una "narrativa" dell'egemonia occidentale. È concepito come un'impresa etnocentrica, verticistica e tecnocratica, ancorata ad una prospettiva evoluzionistica unilineare e alla categoria illuministica di pro­gresso. Intende teleologicamente il cambiamento come graduale e necessaria trasformazione verso forme più perfette, celebrate nello sviluppo tecnico-scientifico ed economico occidentale. Le dinamiche “evolutive” sarebbero innescate sulla base dell'ipotesi che il tra­sferimento di beni, la fornitura di servizi e di assistenza tec­nica e la costruzione di infrastrutture determinerebbero automaticamente lo sviluppo, indipendentemente dai limiti socio-economici ed ecologici globali, sottovalutati fino al momento in cui diventano inevita­bilmente attuali e si presentano con tutta la loro potenzialità de­strutturante.

In generale, le prospettive contemporanee hanno illustrato come il discorso sullo sviluppo, costituitosi all'indomani del secondo conflitto mondiale nel momento in cui il potere statunitense è subentrato al colonialismo Britannico e Francese, sia rimasto il principale strumento di legittimazione dell’egemonia occidentale. In piena Guerra Fredda funzionò per prevenire l'adesione al campo sovietico, privando nel contempo i popoli dell'opportunità di definire autonomamente le proprie forme di vita economica politica e sociale. Successivamente si è coniugato con nuove categorie come quella di "globalizzazione", continuando a sostenere la struttura asimmetrica delle relazioni di dominio fra sviluppati e sottosviluppati.

La situazione drammaticamente iniqua dei mercati internazionali, governata da quegli stessi gruppi di potere che hanno gestito il passaggio dalla colonizzazione all'indipendenza e ora gestiscono il mercato e i piani di aggiustamento strutturale imposti dal FMI, così come la situazione ecologica del pianeta, renderebbero i tentativi di diffondere lo “sviluppo” in modo generalizzato impossibili ed esplosivi. Come sostiene Latouche, lo sviluppo è vittima del suo successo nei paesi del Nord piuttosto che del suo fallimento nei paesi del Sud[Latouche 2005]. In tal senso lo sviluppo può essere pensato come una credenza [Rist 1996] il cui senso mitico è illustrato da Lorenzo D’Angelo per analogia con le rappresentazioni, da parte dei minatori di diamante della Sierra Leone, delle possibilità di ottenere fast moni (soldi facili). L’idea di ricchezza economica e prestigio sociale ottenibile in un tempo idealmente breve realizzerebbe – secondo D’Angelo – l’ideologia occidentale del progresso, che ha attraversato la tratta degli schiavi, lo sfruttamento coloniale e l’ideologia sviluppista. Citando Comaroff e Comaroff [1993], D’Angelo indica come la chimera del progresso illimitato coniughi millenarisiticamente e in maniera astratta il fatalismo e l’assistenzialismo, la produzione di merci senza apparente valore d’uso con la fantasia del valore senza produzione e del guadagno senza lavoro.

Esaminando le prove empiriche si può facilmente notare che gli approcci al cambiamento pianificato non solo si sono dimostrati empiricamente inefficienti e insostenibili. Soprattutto hanno partecipato all'ampliamento del gap tra ricchi e poveri, all’aggravarsi delle contraddizioni interne e della dipendenza ester­na. Già il Primo Rapporto Mondiale sullo Sviluppo Umano pubblicato dal United Nation Development Program nel 1990, aveva eloquentemente rilevato come nella situazione iniqua che domina le relazioni internazionali, il trasferimento netto di 49 miliardi di dollari dai Paesi ricchi verso i Paesi poveri, attuato nel 1980-82 avesse prodotto, negli anni 1983-89 un corrispondente indebitamento da parte dei secondi di 242 miliardi di dollari. Diverse prospettive, come quelle di Joseph Stiglitz, o di George Soros, concordano nel sostenere che siano sempre stati i poveri ad aiutare i ricchi, in conseguenza alle specifiche relazioni politico-economiche nazionali e internazionali. La maggior parte delle somme date o prestate sono spese nei paesi donatori o vi fanno ritorno: rimborso del debito, fuoriuscita di capitali, trasferimenti di profitti, fuga di cervelli, acquisti di beni e materiali .

Da questo punto di vista il lavoro di Mara Benadusi contrasta la versione salvifica dello sviluppo come super-dono non vincolante, libero e puro, devoluto nell’ottica della gratuità e della prodigalità e legato al linguaggio caritatevole e filantropico dell’aiuto disinteressato. Rifiutando la concezione unilaterale dell’aiuto umanitario come espressione di forme neo-coloniali a ttribuibili all’opera di ciò che Latouche [1995] chiama “megamacchina” umanitaria omogenea e monolitica, segnala che la mercificazione del dono umanitario e l’inserimento nelle logiche di mercato capitalistico siano il risultato di strategie di manipolazione e opportunismo messe in atto da diversi attori sociali a diversi livelli e latitudini. La sua disanima delle forme di scambio, identifica la coesistenza di logiche, discorsi e pratiche divergenti, reciprocamente ibridantesi, ciascuna delle quali produce obbligazioni e dipendenza. L’articolo di Elena Bougleux, esplorando le forme di interdipendenza fondate sul trasferimento di conoscenze scientifico-tecnologiche da parte di una multinazionale nel settore dell’ingegneria petrolifera operante in Medioriente, indica come i progetti di alta formazione rispondano a logiche di mercato e dinamiche di potere.

Spesso i programmi di aiuto sono vincolati all’obbligo da parte dei paesi che li ricevono di usare tecnologie o aziende dei cosiddetti donors, ostacolando le capacità di sviluppo locali già compromesse dall’immissione sul mercato di merci drogate dall’assistenza di governi che riescono a imporre arbitrariamente l’apertura e la chiusura dei mercati. A tale proposito il contributo di Pia Maria Koller registra gli atti di protesta della popolazione, rimasta esclusa dalle scarse opere realizzate dagli aiuti internazionali, verso la pletora di più di 10.000 ONG e verso i ricchi esperti bianchi e le loro automobili blindate scortate dai militari. Rileva come le politiche di aggiustamento strutturale degli anni Ottanta imposte dai meccanismi finanziari internazionali, denominate dagli haitiani plan lanmò (programma di morte) abbiano accelerato il declino dell’economia dell’isola. Indica come la forzata abolizione delle tasse di importazione abbia aperto il mercato locale al surplus di prodotti agricoli statunitensi, fortemente sovvenzionati, distruggendo la produzione nazionale risiera e tessile.

Da queste prospettive è importante notare, come accenna Benadusi impiegando il concetto di deriva di Oliver de Sardan [2008], lo scarto fra ciò che i progetti prevedono e ciò che avviene nella realtà. Questo iato incolmabile, ma efficacemente rimosso, fra i programmi delle varie agenzie per lo sviluppo e l'attualità delle pratiche sociali, concepito nel gergo della cooperazione come "conseguenze non previste", produce, comunque, un efficiente strumento di potere. Si manifesta sia in termini "egemonici", nei confronti delle popolazioni "bersaglio", sia "prestigiosi", capitalizzando riconoscimenti e risorse finanziarie, da spendere economicamente e politicamente all'interno dei paesi "sviluppatori". Secondo le parole di Fergusson [1990] ciò che più conta in un progetto di sviluppo non è tanto ciò che non riesce a fare, quanto quello che, oltre a fallire, realizza attraverso i suoi “effetti collaterali”.

Emergenze

Nella difficile ricerca di determinarsi, le politiche dello sviluppo tentano di resistere all’usura di un significato che si sfalda a contatto con la realtà coniugandosi con termini che convincano della nobiltà della causa e promettano rinnovati impegni e nuovi obiettivi. Tuttavia, nonostante la proliferazione dei tentativi di riformulazione (sviluppo alternativo, umano, etnico, di base, partecipativo, sostenibile, decentrato) e a discapito degli esiti fallimentari, le pratiche di cooperazione internazionale continuano a fondarsi su una visione unilineare dell'evoluzione. Tali predicati non rimettono in discussione le cause strutturali del sottosviluppo, aggiungendo, al più, inefficaci e contraddittorie preoccupazioni di carattere socio-culturale o componenti ecologiche alla crescita economica, allo stesso modo in cui si era aggiunta in passato, in termini puramente esteriori, una dimensione partecipativa. L’ultima formulazione divenuta dottrina ufficiale delle Nazioni Unite, lo sviluppo sostenibile , insiste nel sostenere che il progresso illimitato e la ricerca di un’improbabile crescita economica infinita siano compatibili con il mantenimento degli equilibri naturali e la soluzione dei problemi sociali.

Bruno Riccio studia le pratiche di cooperazione decentrata e di co-sviluppo fondate sul protagonismo delle associazioni di migranti e divenute importanti terreni di intervento per le agenzie di cooperazione allo sviluppo. Affronta le iniziative sociali di associazioni di immigrati indirizzate al miglioramento delle condizioni di vita delle proprie comunità, i flussi finanziari dei gruppi diasporici verso i contesti di provenienza, le rimesse verso le famiglie, gli investimenti di ritorno a carattere immobiliare e produttivo. In generale evidenziala problematicità del rapporto tra sviluppo e migrazione, sottratta alle modalità celebrative con cui viene presentato dalla retorica delle organizzazioni. Riferendosi ad un’ampia letteratura critica, accenna, da un lato, all’inconsistenza di tali iniziative e alla loro incapacità di incidere sulle cause strutturali della povertà e della marginalità. Dall’altro menziona la conflittualità fra il protagonismo dei migranti, i membri della comunità e i rappresentanti politici locali eletti, come anche la manipolazione dei progetti all’interno di strategie di espulsione da parte delle forze reazionarie dei paesi di immigrazione.

Recentemente la categoria “emergenza” ha inverato la mitologia e la pratica dell’aiuto umanitario, risolvendo le contraddizioni e le antinomie [Malighetti 2005]. Sottrae immediatamente i programmi di cambiamento pianificato alla sostenibilità e alla partecipazione così come al confronto con i risultati del medio e lungo termine, generalmente negativi e quasi sempre rimossi. Produce una configurazione fondata sulla standardizzazione delle procedure, trasferibili immediatamente dove le strategie politiche lo richiedano e sulla congiunzione fra l’approccio verticistico (they-have-the-problem-we-have-the-solution-approach) [Arnfred 1998, 77] con modelli organizzativi basati sulla performatività e sull’efficacia in maniera totalizzante, eliminando le possibili modalità di intervento alternative.

In questo processo l’apporto della logistica militare – come suggerisce Koller a proposito del terremoto di Haiti e delle tensioni derivanti dal connubio fra aiuto umanitario e protezione armata - è diventato indispensabile. Estende quella che Agamben [2003] chiama “zona grigia” di operazioni militari giustificate come operazioni umanitarie in cui gli attori civili hanno sempre meno margini di autonomia e libertà. Spesso le attività si articolano in veri e propri ossimori, come nel caso d el sintagma“ingerenza umanitaria” un’ingegnosa alleanza di parole contraddittorie a giustificazione di paradossali unioni fra la violazione del diritto internazionale, la violenza e il conflitto, con la compassione; la legge del più forte con l’assistenza ai più deboli; la pace con la guerra; la scorta armata con il carattere umanitario delle azioni; la crescita con l’ambiente; lo sviluppo con la riduzione delle disuguaglianze; la partecipazione con il controllo. Inscrive l’apparato dello sviluppo in un sistema caratteristico della modernità occidentale che permette di legittimare azioni ingiustificabili richiamandosi a valori universali indiscutibili in realtà etnocentrici nella concezione e soprattutto nell’applicazione molto selettiva - generalmente legati a presunti diritti giusnaturalistici di individui astratti.

L’intensa attività, sotto la pressione dell’urgenza, si fissa come non negoziabile, escludendo ogni forma di riflessione critica sulle cause dei problemi come anche l’attenzione contestuale alle particolarità e alle differenze socio-culturali. Alimentata da un’ostentata e insieme fortemente censurata visibilità, accecante nella sua vacuità, segue un registro molto più sensibile alla drammatizzazione dell’evento umanitario e molto meno alla miseria ordinaria. Pensa al sottosviluppo e alle tragedie della fame e della guerra in termini apolitici, meccanici e naturali, come semplice risultato di esplosioni sporadiche legate a stati endemici di warfare tribalistica o ad una storia significativamente ritenuta locale e mai globale. Trascura l’interazione evidente fra attività umane e catastrofi naturali come anche fra catastrofi naturali e fattori politici rimuovendo gli effetti determinati dai cosiddetti “equilibri internazionali” e le competizioni su risorse in continua diminuzione.

Gli organismi internazionali e transnazionali agiscono sul territorio come ciò che Pandolfi [2005], avvalendosi di un concetto di Appadurai, definisce “sovranità mobili”, realtà che si spostano nel mondo imponendo regole e imperativi, legittimati, sotto la bandiera di valori proclamati come universali. Coniugano l’ideologia del sansfrontierismo degli anni Ottanta e Novanta con il neoliberismo e l’anti-politica, appoggiandosi al potere mediatico, a quello dei mercati e alle guerre “giuste”. Comunità di esperti e di poteri coercitivi si mobilizzano per disaggregare le reti di influenza, concependo nuove alleanze e confondendo le strategie d’autorità dei poteri locali. Designano competenze, distribuiscono ruoli e integrano gruppi ed elites locali nel circuito internazionale, promuovendoli al ruolo di negoziatori di forme di governance deteritorializzate e delocalizzate. Questi poteri coercitivi costringono alla partecipazione o, meglio, a essere partecipati, solamente assoggettandosi alle identità determinate da categorie progettuali che annullano le specificità degli attori sociali. Sussumono gli interlocutori in grandi classi ideali che enfatizzano l’omogeneità, la solidarietà e l’agire collettivo e producono forme sociali organiche, culturalmente autentiche e pure, organizzate all’interno di confini territorialmente, linguisticamente, etnicamente, religiosamente, razzialmente rigidi e chiusi. Ignorano l’articolazione interna dei gruppi, la varietà delle relazioni di potere che determinano l’accesso alle risorse e il loro controllo, nonché la molteplicità dei modi in cui le iniziative si articolano con le contraddizioni, gli interessi e le forme di stratificazione sociale.

A queste dinamiche accenna il paper di Mara Benadusi nell’analisi dei flussi di aiuti umanitari a Sri Lanka a seguito dello tsunami in uno degli interventi di emergenza più eclatanti degli ultimi anni, sia per la quantità di fondi allocati, sia per la presenza di operatori internazionali. Riprendendo la ricerca di Kopytoff [1988] sulla vita sociale degli oggetti, ha seguito i passaggi del super-dono dello sviluppo, ricostruendo la catena di intermediari che collega donors e benefattori e inserisce l’aiuto umanitario nella storia di confitti per il controllo del territorio e della popolazione. Analogamente Koller presta attenzione a come l’arrivo massiccio delle agenzie umanitarie in seguito al terremoto ad Haiti abbia rinforzato la dipendenza del paese da tali aiuti, costruiti su una distanza strutturale tra beneficiari e benefattori.

Le “sovranità mobili” si fondano su un concetto di sovranità simile a quello che Carl Schmidt [1921] definisce in opposizione alle democrazie liberali come il potere di proclamare lo stato di eccezione, di sospendere legalmente la validità della legge esercitando una sovranità arbitraria senza alcuna mediazione. La presunta deroga temporale e contestuale alle norme tende a diventare una modalità consuetudinaria e mobile del contratto sociale [Agamben 2003]: la ricorrente ricorsa a mezzi straordinari finisce con lo standardizzarsi e invertire il rapporto tra regola e emergenza, producendo un effetto perverso di continuità e ubiquità dell’emergenza, congruente con le strategie dei poteri che traggono profitto dall’universalizzazione di tale stato [Benjamin 1955]. La tecnopolitica dell’emergenza produce una rete di informazioni e di azioni che, in nome dell’urgenza e della necessità morale si sottraggono alle burocrazie paralizzanti e al controllo, riducendo le strategie di autonomia della società locale.

L’ordinamento dell’emergenza riformula, in modo paradigmatico, le ideologie e le pratiche di integrazione sociale asimmetrica e parziale . Operando attraverso il dispositivo dell’eccezione e della sospensione della norma, istituzionalizza l’esclusione ai fini dell’inclusione e del dominio. Come ha discusso Agamben [2003], la struttura della relazione di eccezione costituisce la forma della relazione che include qualcosa attraverso la sua esclusione, realizzando una sovranità totale che si situa, nel contempo, fuori e dentro l’assetto giuridico, fondando la legge mentre la sospende. La configurazione che ne risulta fonda lo sviluppo del sottosviluppo e costruisce una frontiera fra esclusione e inclusione, garantendo pieni diritti e prosperità a poche aree del pianeta e alle parti minoritarie delle popolazioni che hanno accumulato ricchezze e privilegi attraverso lo sfruttamento della maggioranza. Costruisce su differenti statuti negativi (senza terra, senza lavoro, senza diritti, sans papiers ) dei variegati eserciti industriali di riserva [Marx 1867], un’esclusione coerente ad un’inclusione eccezionale, limitata, al più, alla prospettiva di una precaria riproduzione biologica della forza lavoro, resa sempre più incerta dall’annullamento dello stato sociale. Concede forme di cittadinanza limitata, astrattamente, al piano giuridico e coerente ai disegni di integrazione parziale, strumentale alle condizioni di funzionamento del sistema.

La situazione paradossale, di inclusione-escludente si materializza anche nei paesi occidentali, nelle legislazioni sempre più repressive e, spazialmente, nei campi dei rifugiati, degli immigrati, dei clandestini, delle vittime, dei prigionieri di guerra, degli uomini e delle donne trafficati, traumatizzati. Questi luoghi sono popolati da esseri umani trasformati in entità astratte pronte a essere censite, contate e quantificate, catalogate, etnicizzate e in ogni caso identificate da poteri alieni. Mentre la legge classica pensa in termini di individui e di società, cittadini e stato, l’apparato dell’emergenza, che diversi autori definiscono foucaultianamente come biopotere, ragiona in termini di corpi indistinti e delocalizzati, da nutrire, sfamare, vestire, curare, secondo le strategie e le categorie diagnostiche dell’amministrazione umanitaria esportabili in tutti i contesti. La dimensione biopolitica evidenzia le condizioni giuridico-politiche dei rapporti fra Stato e individui, svelandone i paradossi: in nome dell’emergenza i cittadini sono trasformati in semplici corpi, in “astratta nudità dell’essere nient’altro che uomo” [Arendt 1951, 415] o in nuda vita[Agamben 1995]

Deregulations

Negli ultimi venticinque anni, i meccanismi dell'aiuto internazionale hanno contribuito a indebolire la sovranità statali e a delegittimare i poteri pubblici e la nozione stessa di politiche pubbliche. Hanno occupato progressivamente posizioni e ruoli lasciati vacanti dalle singole istituzione governative grazie alla loro agilità nell’adoperare i canali di intervento e di informazione in contrapposizione a istituzioni lente, burocratiche e paralizzate da strategie di controllo obsolete. Sostituendosi ad esse producono, una gestione fortemente privata dell’umanitario [Badie, 2002].

Sempre più i donatori si rivolgono a società private, organizzazioni non governative o strutture costruite ad hoc. D’altro canto le autorità nazionali rispondono ai donatori più che ai cittadini. Uno degli esiti dell'aiuto internazionale è un rilevante deficit democratico a sostegno del potere economico e politico di vere e proprie caste locali di tecnocrati e oligarchi, spesso compromesse con il crimine organizzato, oppure ad associazioni laiche o religiose che perseguono strategie e interessi propri. Libere d alle reti “democratiche” del controllo elettivo, accedono ai finanziamenti internazionali ed esercitano le loro pressioni e la loro egemonia sui media e sulle istituzioni politiche.

Il successo delle politiche neoliberiste e la conseguente crisi del welfare state, hanno portato le ONG ad entrare a far parte di un sistema di relazioni con le istituzioni politiche, economiche e gli attori privati. Dal crollo del sistema westfaliano delle relazioni internazionali fondato sulla sovranità degli Stati e dall’ulteriore ridimensionamento dell’ONU dopo l’11 settembre, le ONG hanno assunto un ruolo crescente di rappresentanza, partecipando a importanti processi decisionali, grazie allo statuto consultivo conferito loro da varie istituzioni internazionali. Hanno agito altresì come una rete autonoma dagli Stati, fondate su forme di diplomazie non governative parallele, consolidate attraverso il riconoscimento delle Nazioni Unite. Partecipano a importanti processi decisionali in sostituzione ai governi, contribuendo a indebolire la sovranità statali, a delegittimare i poteri pubblici e la nozione stessa di politiche pubbliche.

Il principio di ingerenza umanitaria supera il fondamento del diritto internazionale, perseguendo strategie politico-diplomatiche miranti all’eliminazione di tutti gli ostacoli, innanzitutto gli Stati, che impediscano al potere economico di realizzare il suo programma neo-liberista di globalizzazione. La configurazione che ne risulta costituisce ciò che Fergusson [1990] ha definito una "macchina anti-politica" che, sul modello della macchina “anti-gravità” dei racconti di fantascienza, sospende la “politica” anche dalle operazioni più connotate in tal senso, alimentando il fatalismo, il clientelarismo e l’assistenzialismo. Imprigionano i progetti alternativi e neutralizzano le potenzialità di resistenza e innovazione native, affrontano le questioni politiche della terra, delle risorse, dell'occupazione, o dei salari come problemi esclusivamente "tecnici", passibili dell’intervento dello sviluppo .

In questo contesto le ONG sono costrette a rincorrere le emergenze per sopravvivere e a mettere in campo un’imponente meccanismo in grado di affrontare la competizione per la raccolta dei fondi. Molte organizzazioni intervengono direttamente nei mercati, intrecciando rapporti con le multinazionali, con fondi di investimento, agendo come organismi bancari di microcredito alle imprese familiari e con operazioni commerciali di vasta portata sul modello del commercio equo. L’uso dell’informazione, determinata dalle regole di mercato e dalle necessità di sopravvivenza, costringe a manipolare il lavoro umanitario e a produrre eventi mediatici a colpi di dichiarazioni e di immagini dal forte carattere emotivo per evocare l’indignazione, la compassione e la necessità morale dell’azione. In molti casi servono a sollevare le reticenze del pubblico riguardo agli interventi intrapresi in palese violazione delle più elementari norme del diritto.

L’apparato dell’emergenza si costituisce all’interno di un campo politico che si legittima attraverso la semiotica dell’immagine e la retorica della compassione e della necessità. Tale palcoscenico mediatico, che Boltanski [1997] definisce “sofferenza a distanza”, elimina ogni possibilità critica e di controllo [Ackerman 2006]. Viene alimentato da un’ostentata e insieme fortemente censurata visibilità, accecante nella sua vacuità, secondo un registro focalizzato sulla drammatizzazione dell’evento emergenziale a discapito della miseria ordinaria e della sofferenza strutturale [Farmer 2003]. La fine dell’emergenza produce la sospensione dell’attenzione dei media, l’immediata interruzione delle imprese, il trasferimento della macchina organizzativa negli emergenti scenari dello scacchiere geo-politico.

Benadusi ricorre all’espressione di Stirrat “umanesimo competitivo” per definire il dispositivo che coniuga l’ostentazione delle immagini catastrofiche con i meccanismi quantificatori e tecnocentrici per raccogliere fondi. Sottolinea come l’estetica e le retoriche del donativo umanitario abbiano trovato espressione in una pletora di rituali di devoluzione, di umilianti cerimonie di consegna e di inaugurazione finalizzate a teatralizzare il momento del conferimento del dono.

Alternative

Nelle complesse ecumeni globali della contemporaneità les damnés de la Terre [Fanon 1961], i popoli colonizzati e schiavizzati, i migranti e i profughi, i rifugiati e i clandestini, gli indigeni e gli indigenti non solo resistono alla violenza neo-liberista. Cercano di elaborare alternative, interpretando le possibilità a disposizione delle soggettività contemporanee, decentrate e delocalizzate dall’accelerazione dei meccanismi disgregatori e dislocanti della globalizzazione, per ridisegnare il sistema economico, politico e sociale [Malighetti 2011].

La scommessa politica dei gruppi subalterni si fonda sulla difesa del locale come prerequisito per impegnarsi nel globale e sulla valorizzazione dei bisogni e delle opportunità economiche in termini diversi da quelli del profitto e dello sviluppo modernizzante. Contraddicono i poteri dominanti e i tentativi di affermare un’ideologia rappacificata della globalizzazione come qualcosa di inevitabile e di già compiuto, che risolve le conflittualità e le stratificazioni interne. Ne presentano, invece, la complessità nei microprocessi della vita quotidiana, affrancati da una singola logica di margine. Varie esperienze dal basso sostituiscono all'idea di processi che dovrebbero rimpiazzare il moderno al tradizionale, il globale e il locale, l'idea di una modernità ibrida, intesa come un insieme di realtà negoziali prodotte essenzialmente dalla "coappartenenza" della modernità e della tradizione, del globale e del locale. Naturalmente non mancano problemi e difficoltà: il testo di Tiziana Ciavardini invita a riflettere sulla complessità e sulle contraddizioni del processo di recupero della tradizione da parte delle tessitrici Dayak (Borneo occidentale) finalizzato alla produzione di tessuti ikat per il mercato.

In generale, gli articoli che seguono offrono la possibilità di concepire le rielaborazioni locali della modernità e della globalizzazione stimolando la frammentazione e la dispersione della modernità in più modernità costruite “dal basso” e in costante proliferazione. Le forme multiple di modernità [Comaroff, Comaroff, 1993], generano potenti controtendenze rispetto alle strategie della modernizzazione occidentale, mostrando un dinamismo fondato sulla fusione, sulla mescolanza e sull’opposizione. Koller indaga, a riguardo, nella situazione haitiana, non solo la violenza della mondializzazione ma anche la forza dei movimenti. Esamina le strategie delle donne di una bidonville di Haiti per rifiutare la subalternità e la dominazione esercitata dagli organismi internazionali e dalle campagne sanitarie governative, mettendo in risalto il protagonismo degli attori sociali nell’affrontare la tragedia del terremoto. Lelli investiga la resistenza del modello di commercio rappresentato dai mercati pubblici, di fronte all’espansione degli ipermercati, dei centri commerciali, e dell’economia virtuale. Inquadra i mercati pubblici come luoghi estremamente complicati, in cui evidenzia gli effetti delle macro-politiche economiche e amministrative e, nel contempo, rileva le iniziative di opposizione alle politiche di gentrification. Trattando la complessità dei rapporti socioeconomici tra classi socioeconomiche molto disomogenee, tra solidarietà e sfruttamento, consumismo e riutilizzo, considera come le economie informali di reciprocità, di dono, di baratto o di recupero e riciclaggio possano rappresentare alternative all’economia capitalistica. I mercati pubblici sono presentati come arene in cui sono simultaneamente in atto economie diverse, capitaliste e non-monetarie, formali e informali, e in cui è costantemente riprodotta la possibilità di ‘negoziare’ valori sociali e simbolici, oltre che economici.

Diversi contributi applicano l a teoria del dono di Mauss, ripresa da Sahlins e da Mary Douglas e interpretata da Godbout, da Caillé e dai lavori del M.A.U.S.S., (Mouvement Anti-Utilitariste dans les Sciences Sociales), per leggere le potenzialità alternative degli esprimenti dal basso, le loro istanze di cambiamento socio-economico e di rifondazione del contratto sociale. Gli articoli di Di Vito e di Paglione e Serafim individuano nella dinamica del dono la contrapposizione all’economia di mercato e la ricerca di nuove relazioni sociali. Entrambi i lavori, riferendosi all’esperienze dell’Economia di Comunione nella libertà e del movimento M.A.U.S.S., analizzano le pratiche di dono come paradigmi alternativi, utopistici e rivoluzionari di condivisione delle risorse. L’Economia di Comunione nella libertà, processo economico nato nel 1991 in Brasile e diffusosi in tutto il mondo, è vista nella sua potenzialità di superare la miseria e la prospettiva dell’individualismo utilitaristico, esprimendo valori etici e spirituali fondati sulla reciprocità. Analogamente le attività del movimento M.A.U.S.S., sono discusse nella loro capacità di realizzare progetti di nuove redistribuzioni delle risorse e come modello economico alternativo.

Rileggendo Mauss e Polanyi e servendosi dell’opera di Serge Latouche [1997] Di Vito interpreta il campo sociale delle pratiche che fondano le economie informali e solidali, come spazio in cui si realizzano modalità di scambio di beni, servizi, lavoro, non riconducibili ai principi dell'economia di mercato. A tale proposito fa riferimento ai lavori di Genevieve Vaughan e all’interpretazione delle attività di cura svolte dalle donne in seno alla famiglia, intese come forme economiche del dono e configurazione di modelli economici alternativi a quelli maschili, patriarcali e capitalisti. Da un’altra posizione, il paper di Stefano Onnis riflette sulle politiche sociali nel campo della “disabilità intellettiva”. Inserendo il dare-ricevere-ricambiare nelle azioni dei protagonisti del settore – il volontariato, le cooperative che erogano servizi alla persona e le cooperative sociali per l’inserimento lavorativo – tratta progetti innovativi come quelli realizzati dalle cosiddette fattorie sociali.

Da un punto di vista macro-economico, il paradigma la del dono è utilizzato da Mario Cedrini per leggere e applicare originalmente e interdisciplinarmente la teoria di Keynes. Pensa l’attuale crisi economica globale e discute le possibilità di progetti di riforma alternativi al neoliberismo. Sottolineando l’importanza del donare rispetto al ricevere e al ricambiare, Cedrini vede in Keynesl’anticipatore delle osservazioni di Gouldner [1973] sulla necessità di un principio di something for nothing , come chiave per avviare i meccanismi e le norme di reciprocità del something for something che diano rinnovato impulso al ciclo dello scambio.

I diversi papers invitano a comprendere come i punti di vista degli esclusi non solo identifichino efficacemente la contraddizione costitutiva delle democrazie liberali fra cittadinanza formale e sostanziale. Soprattutto sottraggono la cittadinanza alla sua astrattezza e la configurano come spazio vissuto [Holston, Appadurai, 1996] e processo dialogico [Grillo, Pratt, 2002], analizzabile attraverso le dinamiche di inclusione ed esclusione inscritte nelle vite dei soggetti e nei luoghi in cui i diritti vengono negoziati, realizzati o negati. Mostrano i tentativi da parte delle forme emergenti di attivismo per riannodare i fili di una storia interrotta dalla schiavitù, dalla modernizzazione, dall’industrializzazione, dall’urbanizzazione e dalle migrazioni.

Laboratori di forme di umanità e di produzione culturale portano avanti pratiche che connettono l’astratta sfera dei diritti con la loro fondazione socio-economica e combinano il rifiuto del semplice accesso a ordinamenti già stabiliti con la partecipazione attiva alla loro riformulazione. La mappa delle diverse figure che emergono dai lavori possono essere lette come domande che non si fondano semplicemente sulle politiche del “riconoscimento” [Taylor 1994]. Fondate sul “diritto ad avere diritti” [Dagnino, 2008] le loro risemantizzazioni del concetto di cittadinanza si sviluppano processualmente tramite azioni trasformative che superano l’acquisizione formale e politico-legale di principi già definiti e promuovono la partecipazione all’elaborazione di nuovi diritti imperniati sull’ interconnessione fra aspetti materiali, economici, culturali, storici, socio-psicologici e politici.

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