Riflessioni al tempo del covid: relazioni di cura, forme di socialità e gestione della morte

Riflessioni al tempo del covid: relazioni di cura, forme di socialità e gestione della morte

Introduzione alla sezione

Fiorella Giacalone

Dipartimento di Scienze Politiche - Università di Perugia

Abstract. The Covid19 pandemic has challenged the meanings with which we know reality, the ways of communicating, thinking and living death. We had to manage the emotions that arise from pain and learn new social practices. Anthropologists are called upon to ask themselves new questions and give new research perspectives. This issue of the” Etnoantropologia” explores some dynamics through six articles: the relationships of care seen as an interdependent process, the new forms of sociality and communication, the relationship with illness and death.

Keywords. Covid pandemic, relationship of care, rites of deadh.

È passato un anno e mezzo da quando il virus Covid19 ha stravolto le nostre esistenze, l’organizzata e periodica dimensione del quotidiano familiare e lavorativo, ha costretto a rivedere le priorità della nostra vita e a ricontestualizzare le dinamiche interpersonali. La pandemia ha messo in crisi il processo di produzione di significati attraverso cui abitiamo e conosciamo la realtà: ha dissolto le nostre certezze, il nostro modo abituale e “naturale” di comunicare con gli altri attraverso il corpo, di pensare e vivere la morte. Abbiamo imparato nuovi comportamenti: distanze fisiche, uso di piattaforme virtuali, dispositivi di protezione individuale, igiene continua delle mani. Il virus ci ha costretti a una mutazione antropologica che coinvolge ogni modalità interumana: relazioni affettive, dinamiche sociali, organizzazione dello spazio/tempo, uso e senso della corporeità. Ci ha costretto a ripensare profondamente le questioni ambientali e il posto dell’uomo nell’ecosistema[1]. Ci ha riportato al centro della nostra dipendenza dagli ambienti naturali e animali e ha rimesso in evidenza la nostra finitezza e precarietà come specie umana.

Abbiamo imparato nuove competenze dalle sfumature delle emozioni (nostre e altrui), avendo cura della nostra vita emotiva. Abbiamo dovuto gestire l’irrompere caotico dell’imprevedibile che nasce dal dolore, e ha incrinato le nostre sicurezze. Il caos che ha provocato nella consuetudine delle abitudini, ci ha aperto nuove visioni, nuove forme del sapere, nuovi significati ai gesti, ai linguaggi, alle pratiche agite. E l’antropologia è chiamata a porsi nuove domande e darsi nuove prospettive.

Gli antropologi hanno, nello stesso periodo, riflettuto alle tante trasformazioni in atto, attraverso webinar organizzati dalla SIAC, pagina internet “Fare antropologia”, convegni (penso in particolare al Convegno della SIAA del dicembre 2020[2]): le lezioni sulle piattaforme virtuali hanno modificato radicalmente la docenza universitaria, la vita accademica, la ricerca stessa e il concetto di campo. I nostri corpi virtuali hanno sostituito la presenza fisica, la voce è diventata strumento di relazione nelle lezioni su teams e il telefono il nuovo setting degli operatori sociali. Siamo stati costretti a cambi di comunicazione: dal corpo alla voce, dalla voce al corpo digitale. La nostra didattica è stata incentrata sulla relazione tra un docente virtuale e studenti connessi, la cui presenza era segnalata dalle loro iniziali, lettere che si sono trasformate in voce nei loro interventi, e raramente in volti cui associare voci e iniziali.

Le pratiche discorsive intorno all’emergenza sanitaria prima e alla vaccinazione dopo hanno condizionato i palinsesti della quotidianità, modificato il nostro rapporto con la vita, la malattia e la morte, che ha colpito anche la nostra componente accademica, oltre a parenti e amici.

Ora è il momento di ricerche settoriali, di analisi meno legate al quotidiano e più strutturate, di osservazioni che mettano in campo lo sguardo antropologico in ambiti della nostra vita che abbiamo visto trasformarsi radicalmente. Questo numero della rivista vuole porsi come un contributo teorico, certamente parziale ma supportato da ricerche, a una riflessione che metta al centro la relazione di cura come processo interdipendente, che ci vede tutti legati dalla percepita e assunta fragilità dell’essere umano, della sua vulnerabilità e dal sentimento di reciprocità che accompagna la pandemia come la vaccinazione. La libertà è vista più come fattore d’interdipendenza che come possibilità di superamento del limite, perché la salute come bene comune è diventata attenzione quotidiana. La percezione dell’importanza della cura, le dinamiche della relazione e le nuove forme di socialità, il contrasto tra corpi malati e corpi virtuali, la paura del contagio e il senso della morte sono gli argomenti trattati in questo numero, pur se da approcci e prospettive diverse.

Il mio saggio L’etica della cura al tempo del Covid: una riflessione sul welfare e sulle disuguaglianze di genere, affronta le tematiche del welfare a partire da un’ottica di genere. Spesso i professionisti del sociale sono donne che hanno dovuto gestire, contemporaneamente, il lavoro di cura sia con gli utenti, sia con i familiari (figli o genitori disabili). Il saggio si sviluppa attraverso l’analisi delle interviste svolte all’interno di una ricerca diretta alle assistenti sociali nei luoghi di lavoro, in Umbria. Prendersi cura dell’altro è una forma di relazione sociale potente e delicata, che si fonda sul riconoscimento della vulnerabilità e della dipendenza come intrinseche all’esistenza umana, fatta di fragilità e sofferenza. La pandemia può essere un'occasione per ripensare i rapporti tra famiglie e welfare, prestando attenzione a beni comuni come salute e sanità. Nel contrapporre un’idea liberistica e individualistica della libertà, a favore di quella della interdipendenza come fattore di libertà, bisogna attingere alle categorie della dipendenza e della disabilità, spesso declinate dalle teoriche del genere. Se lo spazio privato, come si rende evidente, diventa spazio politico, va riportato nella sfera pubblica e nelle dinamiche della giustizia sociale. Per questo il saggio propone una riflessione critica sull’etica della cura, che deve diventare teoria politica, perché cura e democrazia hanno molto in comune (sostegno e onere). Secondo un approccio di genere, in particolare di alcune filosofe politiche (Nussbaum, Tronto, Moller Okin), possiamo ripensare il rapporto tra bisogno e autonomia, tra privato e pubblico, in modo che l’etica della cura sia al centro della cittadinanza democratica.

Sempre nell’ottica dell’interdipendenza che è alla base della salute come bene comune, il saggio di Alessandra Broccolini,Le mascherine tra materialità e agency ai tempi del Covid19. Riflessioni autoetnografiche su un oggetto inquieto , propone un'analisi critica, basata su un approccio autoetnografico, sui dispositivi di protezione facciale (le mascherine) introdotti a livello globale per far fronte alla pandemia di Covid19. Pur riflettendo su come le maschere stiano ridefinendo le relazioni interpersonali su base decorporalizzata, sulla loro dimensione simbolica, sul rapporto con la maschera e il mascheramento, il contributo si sofferma sulle maschere come "(s)oggetti". Viste nella loro materialità, le maschere si propongono infatti come "oggetti-agente" emblematici, investiti di una "cosa-potere", per influenzare il nostro comportamento (Bennet). Ma anche come "oggetti-agiti", con riferimento all'agire umano, alla capacità umana di manipolarli, di reinterpretarli in forme ironiche e sovversive, o dichiarative d’appartenenza.

Nell’ottica della relazione, all’interno della pratica della DAD a livello di docenza universitaria, si pone il saggio di Daniele Parbuono, Rapporti. Fare università, convivere con il virus. L’articolo rappresenta un tentativo di fare il punto sulle esperienze specifiche dell’autore su un anno di attività universitaria durante il complesso periodo della pandemia. Partendo da una riflessione sui primi dibattiti antropologici – emersi ancora nel pieno dei lockdown – rilegge i suoi contributi nella gestione e nel coordinamento politico-accademico della fase emergenziale all'Università di Perugia (prima dell'estate 2021). Descrive, invece, il percorso di autoetnografia e scrittura partecipata intrapreso con gli studenti della didattica di Antropologia Culturale. Attraverso le interviste agli studenti, emergono nuove forme di socialità, specie per gli studenti fragili che hanno più difficoltà a relazionarsi in presenza perché la Dad riduce i livelli di ansia. Ma il dibattito creatosi con gli studenti allarga le riflessioni sull’importanza dell’antropologia come azione di decentramento e come capacità di allargamento delle prospettive di analisi per una visione globale sulla pandemia.

Ma il Covid ci ha posto di fronte al tema drammatico e globalizzato della morte, è circolata l’idea del complotto e la prospettiva dell’ospedale come luogo di perdita più che di cura. In quest’ottica, nel saggio di Lia Giancristofaro e Pierpaolo Di Carlo, Leggende di “sequestro dei corpi” e di “espianto degli organi” nel periodo del COVID-19. Uno studio tra Italia e Camerun, i due autori si confrontano da prospettive politico-nazionali diverse sul tema del complotto, che ha al centro la sottrazione dei corpi. I due autori presentano dati etnografici e netnografici su complottismi dietro al covid19 registrati in Camerun e in Italia, sui quali si soffermano con una particolare attenzione per i motivi narrativi, i quali vengono analizzati attraverso il canovaccio della “leggenda”. Di particolare interesse, la circolazione di leggende che, negando il virus, sostengono che la pandemia sia una invenzione dei “poteri forti” per sequestrare le persone sane ed espiantare loro gli organi, al fine di commercializzarli o farne altro uso economico e sacrilego. Il mito del “sequestro” e della “mutilazione dei corpi da parte dei poteri forti” è peraltro stato osservano anche in periodi diversi da quello del covid-19, rientrando nelle “leggende metropolitane” e “complottiste” che attribuiscono a vari poteri (la lobby semita, giusto per citare un caso storico) il sequestro e l’uccisione delle persone per scopi rituali ed economici. La presente mitologia viene dunque attualizzata e rimessa in circolo in un momento di particolare angoscia.

Il Covid ha cambiato anche i rituali del lutto, le forme di culturalizzazione della morte, che sempre più si avvalgono degli strumenti informatici, di funerali in streaming, di corpi virtuali su facebook.

Alberto Baldi, nel saggioPandemia, imago mortis e sue migrazioni digitali, riflette sulle diverse forme che oggi assume l’immagine della morte nel suo percorso digitale.

La violenza con cui il virus ha crudamente resecato legami affettivi e familiari portando rapidamente alla morte è andata di pari passo alla sparizione improvvisa dei propri cari, annientando in breve tempo gli istituti tradizionalmente preposti alla gestione dell’evento luttuoso: la veglia funebre, il cordoglio, la messa, l’accompagnamento della salma al cimitero. Le porte del pronto soccorso si sono mutate in impenetrabili mura stigie da cui molti non hanno più fatto ritorno e l’immagine dei propri cari è venuta improvvisamente meno e con essa la loro vita. Il virus ha creato un baratro impenetrabile e oscuro che ha inghiottito corpi su corpi negando e cancellando le immagini di chi quei corpi aveva abitato e lasciando ancor più nello sgomento una popolazione non più culturalmente preparata e predisposta a fronteggiarla. Ed ecco, in parallelo, il web per ridare “materia”, per conferire nuova “corporeità”, per garantire una visibilità condivisibile ai molti falciati ex abrupto dalla pandemia. Già in anni precedenti sono andate prendendo forma nuove, embrionali gestioni digitali del lutto, ad esempio la messa funebre in “dad”, quale tentativo di sottrarre alle morti repentine almeno la celebrazione di questo momento centrale dell’ufficio funebre. Se l’esistenza trasposta sui dispositivi digitali pare “dematerializzata”, vignettata, appannata, sui dispositivi digitali potrebbe trovare vie per riconfigurarsi e proporre ogni esperimento di “rigenerazione” l’immagine con tutto il suo potente e ambiguo potere denotativo.

Se la morte oggi viene digitalizzata nelle diverse forme che il web assume, rimane ancora l’idea dell’anima che trasmigra in un’altra dimensione. Così Alfonsina Bellio, nel saggio Medianità e pandemia: lo sguardo dei “passeurs” di anime, riflette sul ruolo dei “passeurs”. Al di là della dimensione ermeneutica ed epistemologica della ricerca, vivere una pandemia rende tutti attori, tutti obbligati a confrontarsi in qualche modo con una riorganizzazione delle attività e del pensiero, tra un sovrapporsi inedito di emozioni e un dilatarsi mediatico e digitale dei luoghi, che si contrappone al restringersi dello spazio quotidiano. Il lavoro sui passeurs d’anime, che l’autrice ha iniziato nel 2015 sul terreno francese, si inserisce nel contesto più ampio di una ricerca sulle forme di contatto diretto con il non-visibile nelle società contemporanee.

I momenti cruciali della storia collettiva investono la sfera del religioso e dello spirituale, divenendo catalizzatori di produzioni immaginarie e, allo stesso tempo, di pratiche nuove o riadattate. L'indagine presentata dall’antropologa italo-francese parte da uno specifico circuito di produzione di significato intorno al Covid-19, quello delle spiritualità eterodosse, che fioriscono al di là delle forme istituzionali dei religiosi. Partendo da uno sguardo alla pandemia dei medium francofoni che si definiscono "passeurs" delle anime, il testo analizza aspetti significativi del rapporto contemporaneo tra dimensione religiosa e politica in questo specifico contesto. Tutte le testimonianze concordano sulla lettura profonda della crisi attuale dovuta alla pandemia in termini spirituali, il che permette un’analisi su più piani: quello ecologico e politico innanzi tutto, ma anche un aspetto ontologico emerge dai discorsi di É.P della Turenna, per esempio, come molti altri intervistati, individua nel confinamento una risorsa, che ha permesso alla natura di “riprendersi i propri diritti”. E, soprattutto, sottolinea É.P., la pandemia da Covid-19 ha posto gli esseri umani, in maniera improvvisa quanto significativa, di fronte alla propria finitezza, malgrado i deliri di onnipotenza che li caratterizzano.



[1] Proprio sulle tematiche ambientaliste la rivista ha accolto un corposo saggio di Enzo Alliegro, Agenti patogeni, etnostrabismo e memorial divide. Una lettura antropologica dell’emersione del virus SARS-cov 2 e della pandemia Covid-19, “Etnoantropologia”, vol.8, n.1, 2020, pp.11-45. Nel saggio Alliegro analizza come il virus sia diventato una potente leva simbolica di rimodulazione di senso e di ridefinizione di orizzonti socioculturali, di dispositivo biosemiotico che misura le tecniche di fronte alle sfide della pandemia. Anche sulla “Rivista di Antropologia contemporanea”, vol.I, n.1, gennaio-giugno 2020 è stata affrontato il tema attraverso una sezione su: Pandemia e contagio, pp.157-230.

[2] L’VIII convegno della SIAA, dal titolo “Fare (in)tempo. Cosa dicono gli antropologi sulla società dell’incertezza”, 2-6 dicembre 2020 (in streaming) ha trattato in vari panel le problematiche relative alla pandemia da Covid19.

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