Napoli allo specchio

Napoli allo specchio

Itinerari napoletani tra etnografia, letteratura e riflessioni antropologiche

Annalisa Di Nuzzo

Università di Salerno, Università Suor Orsola Benincasa - Napoli

Abstract. The present reflection is devoted to the relationship between ethnography and literature, in particular to the images of Naples in the words of writers, philosophers and anthropologists. The relationships and boundaries between these fields of interest have sometimes been difficult to draw, but in recent years the fruitful and mutual need for comparison has been recognized by the different - despite contiguous - horizons of each of these disciplines. The theme is: how is it possible to recognize and identify Naples, how can this city be defined, described, told and experienced by those who breathe its perennial and fascinating contradictions, both those who are overwhelmed and involved as external observers, or even foreigners? In terms of cultural anthropology, we are dealing with the relationship between emic and etic and the possibility of defining, through writing, useful materials to interpret the complexity of cultures in post-modernity.

Keywords. Ethnography; literature; thick description; Naples.

Ci sono posti che vedi una sola volta e ti basta …. E poi c’è Napoli

John Turturro

Frammenti teorici: una breve premessa

Il presente contributo è una riflessione sulle immagini di Napoli che emergono da una selezione di frammenti tratti dalla sterminata letteratura che riguarda questa città. A partire da questi materiali il breve saggio delinea un confronto tra scrittura letteraria ed etnografia in contesti antropologici. Il tema è denso e accattivante per un'antropologa che da qualche anno si confronta con il rapporto tra antropologia, letteratura e storia[1]. I rapporti e i confini tra questi campi d’interesse sono stati talvolta difficili ma negli ultimi anni si è riconosciuta dai diversi, se pur contigui orizzonti di ciascuna disciplina, la proficua e reciproca necessità di confronto. La questione su cui ci si interroga è, nello specifico, come sia possibile continuare a mettere a punto strumenti di indagine utili per riconoscere e descrivere Napoli; come questa città possa essere studiata, descritta, raccontata sia da chi ne vive e respira le perenni e affascinati contraddizioni, sia da chi ne viene coinvolto come osservatore esterno. Si tratta per l’antropologia culturale di ripensare il rapporto tra emico ed etico insieme alla possibilità di definire attraverso la scrittura materiali utili per interpretare la complessità delle culture nella post-modernità.

La vitalità di una cultura si evidenzia nella sua capacità di entrare in contatto con ciò che è diverso, appropriandosene e riutilizzandone gli strumenti e i modelli senza, tuttavia, perdere gli elementi di fondo che ne caratterizzano la specificità. La scrittura letteraria offre allo sguardo antropologico una densa descrizione di elementi della cultura napoletana contemporanea che “mette tra parentesi” l’oggettivazione etnografica e coniuga interpretazione e descrizione. L’antropologie du proche definisce questo sguardo, seppure in maniera problematica, attraverso un acceso dibattito sul senso e i compiti di un’antropologia dei vissuti quotidiani. In quest’ottica il mestiere dell’antropologo è caratterizzato oggi da un eccesso di senso e di informazioni che possono far smarrire gli elementi significativi fino a banalizzarli con il rischio, da parte dell’antropologia, di perdere la propria identità epistemologica. Vi sono aspetti della vita sociale quotidiana contemporanea che appaiono idonei alla ricerca antropologica nelle società complesse, proprio come lo sono state le questioni della parentela, del matrimonio, del dono e dello scambio per le società tradizionali. L’uso dei materiali di osservazione antropologica pone, inoltre, il problema di un utilizzo del linguaggio e di una scrittura che possa descrivere adeguatamente la diversità, oltre che di una scelta degli stessi materiali. Descrivere una cultura diventa "un’attività creativa che va portata alle estreme conseguenze come scrittura della diversità: sia come riscrittura dal punto di vista degli altri, sia come documentazione della loro voce, sia introduzione dell’alterità nelle pratiche antropologiche, sia come apertura agli altri generi letterari.” [Del Lago 1995, 41] In questo senso, l’esperienza etnografica viene intesa come lo spunto per un’opera eminentemente letteraria, scrittura narrativa assimilabile in qualche modo al romanzo così come, specularmente, pagine di scrittura letteraria diventano assimilabili a schede etnografiche. La narrazione letteraria, attraverso la soggettività, contribuisce ad una etnografia, che “impara a trarre vantaggio dalla competenza letteraria degli scrittori e trae da essi l’uso creativo della comunicazione scientifica del linguaggio, dilatando i confini della comunicazione scientifica: è questa la via migliore per ridare forza, ricchezza e intelligibilità a un gergo che diventa sempre più criptico ed auto referenziale, nello sforzo di comunicare a un esigua minoranza 'di addetti ai lavori' quello che tutti potrebbero ascoltare”. [ Scafoglio 2006, 7]

In questo suo relativizzarsi, l’antropologia si decostruisce fino a diventare genere letterario, accanto ad altri e la ricerca dei saperi contigui si apre al confronto attraversando specifici diversi come la storia, il romanzo, il teatro, la sociologia . Resta inteso che ciascuno continuerà a fare il proprio mestiere, anche se ognuno attingerà all’opera degli altri senza troppe preoccupazioni. Indubbiamente l’eccesso di senso, di cui parla Augé, contribuisce ad arricchire la problematicità della nuova professionalità dell’antropologo, annullando anche la nozione di tempo e luogo della ricerca tradizionale, offrendo, ancora, nuovi orizzonti definitori. Il mondo contemporaneo stesso, a causa dei cambiamenti spazio-temporali e delle sue trasformazioni accelerate, richiama la necessità dello sguardo antropologico attraverso una riflessione rinnovata e sistematica sulla categoria dell’alterità. Attraverso la condizione dell’eccesso si può cominciare a definire quella “surmodernità” [Augè 1995, 15], che contraddistingue la sovrabbondanza d’avvenimenti del mondo contemporaneo e che fa sempre più emergere - e con urgenza - una richiesta di senso. Il sovrainvestimento di senso è, esemplarmente, meritevole di interesse antropologico: è, infatti, la nostra esigenza di comprendere tutto il presente e il passato prossimo, una domanda positiva di senso che attraversa tutta la società contemporanea. Il mondo della surmodernità attribuisce, così, all’individuo il compito e la responsabilità di costruire un mondo in sé, anche se questi lo relativizza e lo potenzia allo stesso tempo, declinando un’ennesima chiave di lettura “del presunto mondo così com’è”.[Geertz 1987, 58] La scrittura resta il tratto comune tra i diversi territori disciplinari, e per fortuna oggi non si ripete più in sede antropologica quello che si diceva della sociologia, e cioè che essa “in quanto scienza interessata al presente possa fare a meno della letteratura”.[Scafoglio 2006, 6-16] Nell’Antropologia in senso pragmatico Kant ha scritto che romanzi, biografie, drammi e tutta la storia universale costituiscono “non tanto fonti, quanto sussidi dell’antropologia”.[Kant 1798, 121] Per un altro verso, nell’Introduzione all’analisi strutturale dei racconti, Roland Barthes tenne a dire che “Nelle sue forme (quasi infinite, il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società) il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità, non c’è mai stato da nessuna parte un popolo senza racconto.”[Barthes 1969,7-46] Del resto quasi tutti gli antropologi, tra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso,[2] ritornavano dai loro viaggi di ricerca con un secondo libro, un’opera dal sapore più letterario che scientifico, quasi un percorso obbligato sospeso tra letteratura e antropologia, ibrido in quel suo abbandono al fascino del racconto, un percorso del co-bisogno di due verità. Una fase della storia dell’etnografia e dell’antropologia che Vincent Debaene definisce come contraddistinta dallo "schema del doppio libro”.[Debeane 2013, 39-51]

Oggi non ci sono più dubbi sulla legittimità di una utilizzazione di alto profilo della scrittura creativa, poesia, romanzo o teatro che sia. Lo scrittore è per l’antropologo un compagno di strada e la letteratura è un modo di interpretare la vita umana, che può riuscire illuminante per gli studi antropologici: non si tratta, quindi, tanto per gli antropologi di studiare gli scrittori per capire la letteratura, quanto di integrare il contenuto conoscitivo specifico della letteratura nell’approccio antropologico alla realtà: fare tesoro delle convergenze, senza ignorare le differenze. Le modalità espressive e comunicative della letteratura possono aiutare il lavoro di descrizione e di interpretazione delle culture, che è proprio dell’antropologo. La descrizione densa cara all’ermeneutica di Geertz [1987] si coniuga con la poetica del nonostante, “costituita da un insieme di principi operativi, su cui lo studioso non ha saputo o voluto riflettere, ma che si ritrovano nella sua "scrittura" [Scafoglio 2000, 20], rendendo palese che le scienze sociali lavorano su materiali caldi per restituire prodotti freddi, e la stessa antropologia, oggi, in parte e in qualche caso, si sottrae a tutto questo. Sempre più spesso si pone il tema dell’oggettività della descrizione dell’antropologo che non può non tener conto della sua visione del mondo, della sua empatia e partecipazione creativa a ciò che “osserva”, e l’esperienza della letteratura può aiutare l’antropologia a riguadagnare il calore che si è dissolto dentro quelle analisi troppo asettiche e restituire alle cose di cui essa si occupa non solo il significato, ma anche l'incanto.

Napoli allo specchio: etnografia e letteratura

È a partire da queste sintetiche premesse che ho scelto alcuni compagni di viaggio in questo breve itinerario, per provare a “leggere” con loro Napoli, e identificare attraverso la loro scrittura e le mie note antropologiche sulla città, una identità mai compiuta che continuamente si ridefinisce. La percezione reciproca dell’alterità culturale, nonostante debba necessariamente superare l’inevitabile impatto dell’essere estraneo, determina, nella contaminazione che ne deriva, una ricchezza di schegge identitarie e risvolti positivi comunque si configuri, semplice scoperta o sperimentazione interessata o osservazione empatica o rappresentazione reciproca. Essa, in ogni caso, comporta la presa di coscienza dei propri limiti, l’ampliamento dei propri orizzonti, la presa d’atto della diversità che passa attraverso un processo di de-storificazione esistenziale o di nuova storicità dove le parole possono creare un luogo che non c’è, ma che magari c’è stato, o c’è e nessuno può soffocarne la molteplicità dei punti di vista. Lo sguardo emico e quello etico si confrontano e si integrano dando vita a singolari comparazioni e definizioni identitarie. Mi accompagneranno l’antropologo scrittore Thomas Belmonte, il “pensatore che cammina” [Giammattei, 2016] Benedetto Croce, che respira e vive la sua Napoli, la ruvida scrittura di Peppe Lanzetta che si fa straniero-immigrato per descrivere la marginalità e infine il “nuovo” italiano lingua seconda della scrittrice Lucian Ivan, che ci osserva, ci definisce e ci restituisce un'alterità di cui noi italiani siamo l’oggetto. Etnografie inconsapevoli e materiali caldi che descrivono, chiariscono e danno la possibilità all’antropologo di definire e individuare affinità e differenze. Una comparazione che attraversa il tempo e offre connotazioni di senso e universi simbolici di identità speculari. Una Napoli che si rispecchia attraverso la scrittura sia come prodotto di un italiano raffinato e colto, sia di un italiano lingua seconda. Un gioco di reciprocità, differenze che può servire a individuare altrove, stereotipi, immaginari, realtà dinamiche, radici ataviche. Non si tratta di invadere il tema estetico e linguistico ma di raccogliere quanto di etnografico può essere importante. Così scrive il newyorchese Belmonte appena arrivato a Napoli per condurre una ricerca antropologica sulla cultura della povertà in città agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso:

Arrivai a Napoli ai primi di aprile: un aprile freddo, umido, grigio. Ero impaurito ed ansioso. Conoscevo poche parole di italiano e geograficamente mi sentivo perso. Quando seguii, in cerca di un albergo, la folla dalla stazione verso quella che sembrava la strada principale, lanciai uno sguardo alle stradine secondarie. Il viale era moderno e pieno di gente, fiancheggiato dai grigi uffici del primo novecento e da palazzi residenziali. Le vie laterali, al contrario, gli stretti e tortuosi vicoli, erano bui e in rovina; molto più antichi e in un certo senso lontani dal fervore della via principale [Belmonte 1997,41].

Il primo elemento che colpisce in questi pochi tratti è il problema peculiare del lavoro sul campo e dell’osservazione partecipante, che ha a che fare con la condizione dello studioso che si rapporta al suo oggetto di studio: paura del nuovo, ansia della riuscita, difficoltà della comunicazione linguistica. Belmonte aveva origini italiane ma conosceva pochissime parole della lingua, con tutte le difficoltà che ne conseguono. Risulta tuttavia puntuale ed efficace la descrizione dell’urbanistica: il viale centrale moderno e nuovo, frutto di una pianificata ristrutturazione, di cui scriverà, a suo modo, Benedetto Croce, e ancora le vie laterali stette, buie, in rovina. Due anime a confronto l’antico “cuorp 'e Napule" e la modernità o presunta tale. E poi - e sarà anche questo ricorrente - la percezione della luce, il freddo, la pioggia, l’umidità. Una Napoli lontana dalla oleografia letteraria dei viaggiatori stranieri del Grand Tour in cui il paesaggio, il clima, l’ospitalità generosa e plebea la fa da padrone: non c’è quel folklore, ma il tentativo di restituire un autentico momento di vita a partire dal punto di vista dell’etnologo e seguendo le indicazioni scientifico-metodologiche che il suo maestro Oscar Lewis aveva già praticato nella sua scrittura etnografica sulle culture della povertà in altri contesti.

Belmonte continua:

Mi fermai subito in un alberghetto a basso prezzo, perfino più grigio della giornata, ma vicino a quella che sembrava la zona in cui ruotava la classe operaia. Mi presentai alla reception, mi riposai per qualche minuto in quella triste stanza, poi mi avventurai nel vecchio quartiere per un primo contatto con il mondo che avrei dovuto studiare e conoscere.

Il rumore dei clacson, dei mangianastri e le voci dei bambini echeggiavano nelle stradine oscure, ricamate da stringhe di luce e costruite a misura d’uomo. La piccole macchine italiane procedevano lentamente, ostacolate da gruppi di persone, bloccate da altre automobili. Un’ondata di umanità brulicava all’interno e all’esterno delle case, si riversava nelle strade e si concentrava negli spazi aperti dei mercatini.

Le ragazze camminavano a braccetto, accanto a me, ancheggiando e chiacchierando, e coppie di ragazzi si pavoneggiavano dietro di loro tenendosi anch’essi sottobraccio. I ragazzini gridavano, entrando ed uscendo come fulmini dalle loro case; le madri andavano in giro frettolose, stringendo le mani e i gomiti dei loro figli, che a loro volta erano aggruppati, come catene, ai loro fratellini smarriti. E in questo turbinio di rumori, voci e colori sbiaditi dalla pioggia, un ragazzo in motorino sfrecciava su e giù, inebriato dalla velocità, senza preoccuparsi dell’incolumità sua e degli altri.

Le facciate colorate dei palazzi si curvano sopra di me come antri. Erano tutti ornati di bucato. Alcuni avevano ingressi, ad arco, e finestre infossate. Altri un aspetto maestoso, con grandi portoni in filigrana di ferro. In tutti, al pianterreno, c’erano le stese abitazioni simili a caverne i famosi bassi. Mentre passeggiavo, mi fermavo a osservare catturato quelle scene. La gente mi guardava e probabilmente intuiva dal mio abbigliamento che ero straniero. Lo sguardo delle vecchie mi spaventò: erano sentinelle di quel mondo, per difenderlo dagli intrusi… Dappertutto strade inondate di gente e bancarelle, muri di mattoni refrattari arancioni o di graziosa, friabile terra rossa. Le case, come le pasticcerie erano decorate con gli stessi colori, perché a Napoli la vita è un evento da celebrare, perché l’esistenza è una movimentata e continua festa …. Ho conosciuto meglio la città… Se l’italiano, mentre lo imparavo, appariva preciso e chiaro, il napoletano mi colpì per la sua snellezza primitiva e maschile. Una voce che parla in dialetto napoletano è velata, rauca, e bassa. Il dialetto rende maschile le voci delle donne. Scorre via rude e veloce , come uno scroscio di parole. Ha il suono languido e musicale dell’acqua. Anche nel richiamo più semplice e certamente più comune, il frequente Guagliò, vien’ accà!, c’è una complessa orchestrazione di allegria, desiderio e affanno. Il grido inizia con un impulsivo, felice scoppio di voce. Cade a metà in una supplica. Si affievolisce e muore in un basso, doloroso lamento. Quando lo imparai, capii quanto il dialetto, proprio come una lingua straniera, potesse rafforzare una comunità tagliandone fuori gli estranei, Nel suo esuberante, continuo crescendo, riafferma l’imperativo della socievolezza e, nello stesso tempo, nei suoi faticosi, quasi disperati cedimenti, medita sugli ineluttabili dilemmi della solitudine dell’individuo [Belmonte 1997, 42-44].

In questa lunga ma efficace pagina di etnografia siamo di fronte a un genere del tutto nuovo di romanzo-reportage, rimasto un esempio quasi unico, nel quale letteratura, scrittura creativa e scientifica coesistono e nel quale si rimescolano le carte di generi e codici, di catalogazione e categorie interpretative: ne esce fuori un caleidoscopio di appartenenze e tratti identitari sovrabbondanti. Belmonte, che possiamo definire antropologo-scrittore, interpreta al meglio l’ossimoro antropologico più importante della ricerca sul campo: quella osservazione partecipante che aveva reso famoso Malinowski. L’istantanea della Napoli all’arrivo è folgorante, sia per chi conosce e vive Napoli sia per chi non l’ha mai vista. Il rumore, la gente, il suono delle voci, il ritmo della lingua e delle emozioni; soprattutto le emozioni collegate ad una lingua (il dialetto napoletano) che Belmonte avverte come una complessa orchestrazione di allegria, desiderio e affanno. A seguire, una efficace e sintetica riflessione sul rapporto lingua, identità, appartenenza, socievolezza e individualismo. Una perfetta osservazione partecipante che entra nei dettagli più intimi della cultura che incontra con precisione ed aderenza all’oggetto di studio.

I successivi compagni di viaggio del mio percorso prenderanno in esame questa stessa Napoli: descriveranno la zona della ferrovia e di piazza Garibaldi, porta d’accesso alla città, momento d’impatto e del primo incontro, delle speranze e delle delusioni per tanti stranieri in arrivo, per quegli stessi migranti che oggi continuano a raccontarla.

Un tentativo di racconto ben riuscito è quello di Peppe Lanzetta: speculare a quello di Belmonte, si propone di comprendere l’alterità che si confronta con la propria identità e si fa “altro”. Lanzetta, da napoletano “verace”, racconta e legge la sua Napoli attraverso le ragioni, le emozioni e i desideri di due giovani clandestini immigrati; il racconto letterario diventa cronaca ed etnografia inconsapevole [Lanzetta,1998]. I modelli narrativi richiamano, in questo caso, alla scrittura scarna e a tratti surreale della beat generation, a Barroughs [1964][3] e a Bukowski, condividendone la sperimentazione linguistica con allitterazioni esasperate ed onomatopeiche, ma tali da riprodurre i suoni e la innata musicalità della Napoli vissuta. I racconti brevissimi, essenziali, di Lanzetta ricalcano note di campo che attraversano tutte le categorie epistemologiche del più consumato antropologo, offrendo materiale prezioso per decodificare le dinamiche tra il localismo culturale della periferia urbana e della marginalità del complesso mondo "di tutti i disperati della notte più nera" [Lanzetta 1998, 44] e la globalizzazione dei miti e degli stereotipi culturali che attraversano tutta la cultura occidentale. Molti sono gli attori presenti in questa periferia che si colora di elementi multietnici: è una napoletanità che si apre alla complessa realtà delle città postmoderne, che accoglie alla sua maniera altre marginalità: un sud che accoglie un altro sud.

Slim e Najib erano arrivati a Napoli dalla periferia di Dakar, nero e sporco Senegal, fame, fame, fame. Erano venuti perché altri loro connazionali vi “avevano trovato l’America” e in tutti i sobborghi di Dakar si parlava di questa Italia “americana”, di questo sogno a portata di mano. Arrivarono a Napoli Centrale provenienti dalla Sicilia, precedentemente raggiunta via mare dalla Tunisia. La prima cosa che dissero agli agenti della Polfer che li fermarono fu: “Vu cumprà …Vu cumprà”. Era l’unica frase di italiano che conoscevano. In effetti loro erano venuti a fare i Vu cumprà e quindi così si presentarono. Avevano entrambi 25 anni. Slim a Dakar aveva lasciato Johara la sua fidanzata. A ridosso della Ferrovia, nella casbah del quartiere Vasto, tra via Firenze, via Genova, via Pavia, via Palermo aveva accampato il proprio quartiere generale la popolazione sporcanegropuzzolentevucumprà. Dentro tuguri che in altre epoche sarebbero serviti come cantine, 12, 15 e anche 20 ragazzi provenienti dalla Vaginasporcainfettanerapelosa dell’Africanerasporcapelosaarida, uno sull’altro, vivevano questo “sogno americonapoletano”……sempre soli stavano qui, in questa terra chiassosa e triste, apparentemente allegra e spensierata ma che altro non era che una sorellaAfrica che li avrebbe dovuti benedire e arricchire, pulire … [Lanzetta 1998, 45].

Si apre così l’orizzonte di una nuova definizione identitaria che coniuga Africa, America, Napoli; che ritrova stesse solitudini, stesse fantasie di successo economico e soprattutto stessa lotta per la sopravvivenza che produce violenze e scontri per l’occupazione di territori all’interno dei ghetti urbani, ma anche nuovi sogni e fantasie dal meticciato culturale che l’incontro inevitabilmente produce.

L’immagine di Napoli per un senegalese può essere assai diversa da quella oleografica di sole, pizza e mandolino. Perché l’impatto di Slim con Napoli fu tremendo, traumatico, difficile…. E pioveva a Napoli. Erano giorni che pioveva. Che brutto impatto dovette avere il povero Slim. E’ caotica Napoli quando piove, è disumana, sembra popolata da zombie che per un metro di strada ti fanno a pezzi. E’ guerriglia urbana . Il popolo della Ferrovia non può esporre la propria mercanzia, i parcheggiatori hanno difficoltà a intascare, i poveri negri sono visti ancora con maggiore indifferenza, soffrono e non possono lamentarsi perché già piove e quando piove bisogna prima di tutto pensare a non bagnarsi, a non raffreddarsi, ammalarsi, se no come si fa. Abdul possedeva una vecchia Fiat 128 targata Verona. …Senza documenti, senza passaggio di proprietà, senza tassa, senza assicurazione. Serviva per gli spostamenti per caricare la merce da Torre del Greco a Napoli oppure da Licola a Napoli. [Lanzetta 1988, 47]

Lo scrittore raccoglie ancora dati sul campo, mette alla prova la sua capacità di cogliere una diversità che non gli appartiene ma che intuisce, decodifica e mette a confronto con la propria appartenenza, i propri processi inculturativi, le sue metafore, i suoi desideri. Il tentativo è quello di rendere possibile uno scambio transculturale e non solo multiculturale: pur nelle distanti appartenenze di queste diversità si coglie, seppure drammaticamente, uno scambio culturale. La Napoli di Lanzetta è una città sconcia, brutale, che produce rumore e musica, rabbia e servitù, periferia e mondo globale. Nessuna simpatia, nessuna indulgenza, nessuna rimozione. La periferia urbana è lo scenario ossessivo delle sue istantanee che propongono gallerie di personaggi collezionati quasi come campioni di interviste sul campo: sembra quasi il percorso inverso di quello operato da Belmonte, che invece aveva reso, nella sua Fontana rotta, personaggi da romanzo le sue interviste sul campo. Così come Belmonte si era reso partecipe della vita della città da newyorkese di origini italiane, e ne aveva assaporato umori e suggestioni, Lanzetta tenta il disincanto e lo straniamento da napoletano suggestionato, come tutta la sua generazione, una generazione affascinata dai miti americani, che, tuttavia, non sono accettati acriticamente, coniugano elementi di forte ambivalenza (antiamericanismo, miti della musica e della trasgressione) e desiderio di sprovincializzarsi. Alla sua Napoli Lanzetta chiede quasi scusa per “avercela fatta” a sottrarsi a quella cultura della povertà in cui tutti "si lasciano prendere dal vortice, come sotto le scogliere di Capri. Si abbandonano a emozioni violente, diventano attori. Nei ghetti, teatri di crudeltà, ognuno recita la sua piccola parte di delinquente”. Negli occhi dei protagonisti c’è sempre la zona della ferrovia, ci sono le strade piene di gente, come quelle che aveva incontrato Belmonte: Lanzetta si mette dalla parte di uno straniero che è mosso dalla disperazione e dall’ambivalenza di un sogno americano che si chiama Napoli. Di qui le strade, il clima inclemente - che per un africano è rigido, freddo, piovoso, disumano.

Apparentemente distante la Napoli di Benedetto Croce, il suo percorso da pensatore che cammina, come scrive Emma Giammattei, “nei suoi luoghi, con le sue emozioni ed il suo vissuto: passeggiare, ricordare, conoscere per dare vita ad una nuova visione e costruzione del paesaggio urbano” [Giammattei 2016,18]. Ma la Napoli che Croce descrive non è distante. Una Napoli che sembrerebbe stia per scomparire, “colta prima del tramonto definitivo, riflessioni e note che narrano di una perdita di storicità ma testimoniano d’altro canto la resistenza alla cancellazione nel momento in cui la Capitale meridionale andava mutando volto col Risanamento”[4] [Giammattei 2016, 28].

Nella descrizione che segue Croce vuole regalarci un frammento, l’agonia di una strada, che lui ritiene prossima alla fine; sono gli stessi luoghi che incontra Belmonte, e che incontrano oggi gli immigrati al loro arrivo, che certamente sono cambiati da un punto di vista urbanistico, ma che raccontano la stessa umanità a Slim e Naijb e a tutti gli immigrati che arrivano.

Croce scrive:

la strada di Porto che si sta trasformando in Piazza Garibaldi o della Borsa . “ Una doppia fila di case altissime, sudice, slabbrate, coi balconi tutti adorni di poponi, di grappoli di sorbe, di peperoni rossi, di pomidori, di gabbie d’uccelli, con lunghe pertiche sporgenti che sventolano come bandiere il bucato fatto in famiglia, con le inferriate coperte anch’esse di camicie e calzoncellie pezzuole e fasce; una serie fitta fitta di botteghe, caffè, saloni, farmacie, tabaccherie, zacarellari, venditori di commestibili, e quasi prolungamene delle botteghe, i banchi e i trofei dei macellai, dei salumieri, dei fruttivendoli, dei tavernari, dei maccheronari, dei castagnari, dei cantinieri, dei pizzaiuoli; un ingombro di carretti carichi di ortaggi, di frutti, di cipolle, di melagrane semiaperte e rosseggianti; un rimescolarsi di gente malvestita, marinai col berretto color tabacco a foggia di calza arrovesciata, vecchi e fanciulli con la testa coverta di un zucchetto rosso, e qua e là, in pose gravi , donne ferme e intente a far la calza, e qualche testa femminile dalle trecce e dagli occhi neri (sene trovano ancora nella realtà, malgrado che sieno divenute convenzionali in letteratura!) nell’oziosità della civetteria giovanile; un grido confuso, un miscuglio di voci, tra le quali si levano più acute e insistenti le voci d’invito dei venditori: qualche cosa , insomma, che brulica e che strepita, colori mal impastati e suoni indistinti; ecco la turbinosa impressione che fa all’occhio e all’orecchio la strada di Porto [Giammattei 2016, 31].

Il timore di Croce è quello della perdita della memoria, di chi non ricorda immagini, emozioni e la flebile trama di un mondo che l’assetto dei luoghi preservava. Ma se mettiamo a confronto quello che ci restituisce per un verso Belmonte, per un altro Lanzetta, la nuova urbanistica che stava per realizzarsi allora, e che oggi è ormai storicizzata, ha fatto sì che ci fosse una riplasmazione di luoghi e di emozioni che lasciano intatto il pattern di quella napoletanità spesso svenduta e stereotipata, ma che ha invece una sua autenticità di cui lo stesso Croce, tra ambivalenze e contraddizioni, individua mirabilmente le radici. Allora le donne, il vociare, la contrattazione commerciale, l’esposizione della merce, la folla, i bambini.

Il timore di Croce, a cui accennavo poc’anzi, è infondato: la cultura riplasma se stessa; Belmonte ritrova le stesse vibrazioni ed emozioni tra la gente che incontra per la prima volta, ascoltando le voci, i venditori, osservando l’uso dello spazio, la prossimità e la densità abitativa.

Ancora una precisa notazione antropologica di Croce circa il rapporto tra clima, cultura colta e popolare:

a Napoli …non è il cielo né il mare che ispirano: ma l’intensità della vita sociale :e solo agli animi preparati cielo e mare parlano. Che cosa potevano fare i Napoletani ai quali la vita e la politica non danno alimento intellettuale ? Filosofare : contemplare l’uomo astratto, l’uomo in quanto conoscenza e volontà. [Giammattei 2016, 41]

Oggi la Napoli di Croce non esiste più, come del resto in parte quella di Belmonte; forse la più attuale è quella di Lanzetta, che restituisce tracce trasversali alle diverse descrizioni ed elementi metastorici: la folla, il clima, le urla, la fretta, il raggiro e un’umanità pulsante condensata in quei pochi metri quadrati che dalla ferrovia, da Piazza Garibaldi, portano al Corso Umberto e al centro storico della città. Piazza Garibaldi è la porta d’ingresso, oggi, dei migranti, che ne vivono appieno lo shock culturale. Ma la nostalgia dell’Occidente mediterraneo con le sue voci e le sue abitudini ci fa ben sperare in un universo multietnico a partire anche dal contributo di una letteratura post-coloniale italiana, voci nuove per la nostra letteratura. Gli italiani raccontati dagli scrittori immigrati sono a volte confusi e impreparati, a volte nitidi nelle loro misere meschinità, pasticciati e goffi ma, spesso, autentici e accoglienti. Questi autori, senza voler esprimere alcuna notazione di ordine estetico-letterario, ci restituiscono una italianità colta da nuovi italiani per una nuova Italia. Soprattutto niente è come sembra a Napoli: il gusto della rappresentazione e della narrazione è esasperato, costante e coinvolge sia gli osservatori che gli osservati. Si tratta di una letteratura dell’approdo e del naufragio, dei ritorni e delle occasioni perse e raccolte come in un treno in corsa.

Il rapporto tra esperienza vissuta e pensiero non è lineare, ma rizomatico: è un percorso a zig-zag che si ritaglia tempi e modi propri e non pre-determinati, e che è presente nelle forme letterarie post coloniali e non. Un punto fondamentale a proposito del soggetto nomade nelle nostre società multietniche è la nozione di fedeltà. Nulla è più erroneo e ingiusto dell’immagine volgare del nomade come persona senza appartenenze; il soggetto nomade ha un rapporto di rielaborazione costante delle proprie origini: non per nulla i nomadi sono grandi narratori e affabulatori. Queste molteplici appartenenze hanno come effetto paradossale di rendere ancora più acuto e vitale il senso di fedeltà verso le molte vite vissute e i sentieri incrociati nelle molte vite virtuali. Ciò che una "sarà stata" è, in fondo, il nocciolo della questione – il futuro anteriore è il modo virtuale di posizionarsi, cioè un perenne divenire. Questi scrittori etnografi di noi italiani sono il rispecchiamento necessario per poter rielaborare insieme le nostre alterità.

Lucian Ivan, scrittrice rumena, scrive:

Le radici me le porto dietro ogni giorno, a spasso tra la gente, tra i curiosi che indagano con gli occhi, se dietro ad una pelle secca si nasconde anche un cuore stanco, e i musi dei cani randagi che riconoscono dall’odore i forestieri. Ricordo con precisione il giorno del nostro arrivo. Ero affascinata da tutto ciò che vedevo: case ammassate, come tante piccole città con balconi anelanti di fiori, e panni stesi dall’odore indefinibile di frutta e varechina [Ivan 1998, 38-45].

Altra istantanea che racconta di solitudini e di morbose osservazioni da parte degli italiani, e l’immagine di una Italia popolosa, affollata, che odora di vegetazione e di panni stesi. Istantanea di quel Mediterraneo di cui Napoli è forse il crocevia più complesso, in cui, come diceva Nietzsche, c’è una irresistibile pienezza. In questo groviglio di sguardi incrociati sembrano emergere apparenti stereotipi: una confidenza sia con il senso della morte che con la gioia, nonché con il sacrificio e la festa. Queste forme del repertorio culturale napoletano e non solo, attraverso i nuovi percorsi di vissuto, guardano al mondo globalizzato con la certezza, tutta napoletana, di non essere dissolti e assimilati , ma di ribadire un “luogo “ aperto al mondo. Soprattutto, queste etnografie inconsapevoli ci restituiscono una geografia poetica che ci salva da ogni minaccia di logoro folklore .

Bibliografia

Augè M. 1993, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera

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[1] La scrivente partecipò alla fondazione della sezione di antropologia e letteratura dell’AISEA il 10 giugno 1996, e successivamente ai seminari che ne seguirono.

[2] Oltre ai casi celebri di Michel Leiris con L’Afrique fantôme e di Claude-Lévi Strauss con Tristes tropiques, lo studioso cita: Marcel Griaule, Les Flambeurs d’hommes (1934); Alfred Métraux, L’ile de Pâques (giudicato da Bataille un capolavoro della letteratura francese dell’epoca); Maurice Leenhardt, Gens de la Grande Terre (1937); Jacques Soustelle, Mexique, terre indienne (1936), Jehan Vellard, Une civilisation du miel (1939), Paul-Emile Victor, Boréal et Banquise (1938-1939).

[3] Mi riferisco particolarmente a Il pasto nudo, trad. di Claudio Gorlier e Donatella Manganotti, prefazione di Oreste del Buono, I ed., Milano, Sugar, 1964.

[4] Quel piano di Risanamento urbanistico (legge n.2882, del 1885, Pel Risanamento della città di Napoli) nato a seguito delle note vicende dell'epidemia di colera del 1884, sigillò lo stretto connubio e la collaborazione fra l'ingegneria, le scienze mediche e quelle sociali negli interventi cosiddetti risanatori sul tessuto edilizio urbano, in particolare, sulle condizioni di vivibilità dei quartieri più popolosi della città; bisognava sventrare quel ventre così acutamente descritto da Matilde Serao. Sì richiedeva, oltre al miglioramento del sistema fognario e della rete idrica, un taglio del tessuto edilizio per l'apertura di un ampio asse di raccordo tra la stazione ferroviaria e il centro amministrativo, soprattutto per ridisegnare la rete viaria il cui asse portante sarebbe dovuto essere il corso Umberto Primo, in seguito soprannominato dai napoletani “Rettifilo”, pensato come un Boulevard haussmaniano per collegare la stazione centrale a una grande piazza ottagonale, detta oggi della Borsa, dalla quale si sarebbero biforcate le arterie orientate verso il porto e via Toledo. Questa idea progettuale non si realizzò in maniera integrale e al Rettifilo rimase il ruolo di un'unica grande via di comunicazione fra il centro e la zona orientale con la responsabilità di aver completamente isolato le aree superiori diventando un diaframma scenografico di nuovi fabbricati che maschera ancora oggi una situazione edilizia rimasta inalterata.

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ISSN 2284-0176

 

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