Il Cilento ‘fuori di sé’

Il Cilento ‘fuori di sé’

Crisi e conflitti psicologici, sociali e culturali in un’emigrazione dal Sud Italia verso altri continenti (fine ‘800-‘900)

Domenico Ienna


Abstract. The suggested anthropological research - connected to individual/collective criticalities and conflicts which interested the migratory movement from Cilento (Salerno) towards other continents (end '800-'900) - is planning to investigate the umpteenth challenge to which was called a southern culture which was, in the course of the centuries, on the fringe of society, also exhausted from serious difficulties. The contribution makes use of the analysis of many letters, sent from migrants to Americas and Australia to relatives and friends of native villages, to act as an intermediary between country frustrations and suffered/inebriating transoceanic "disorientations".

Keywords. Cilento; Emigration; Crisis and conflicts; Americas; Australia

Journal. EtnoAntropologia, 3 (2) 2015

La Ricerca

Nelle lettere inviate tra il 1879 e il 2004 da emigrati cilentani in vari Paesi delle Americhe e in Australia a parenti e amici dei paesi d’origine - raccolte e introdotte nei contesti storico-sociali, politici ed economici di pertinenza da Domenico Chieffallo [2005][1] - il presente contributo [2] cerca di rilevare crisi e conflitti patiti dai protagonisti negli ambiti culturali interessati.

L’analisi ha riguardato missive provenienti dai Paesi citati perché in grado, questi, con maggiore credibilità d’illustrare – in quanto situati in altri Continenti - il complesso e sofferto lavorio culturale richiesto dall’emigrazione a comunità e individui coinvolti [3].

Se in generale ogni narrazione di “storia di vita” finisce inevitabilmente per comportare “la definizione del sé” del protagonista, nel caso specifico tale elaborazione - come opportunamente sostenuto da Massariello Merzagora-Dal Maso [© 2006, 7-8] -

può essere particolarmente complessa perché egli [l’immigrato] deve, in un certo senso, prendere posizione rispetto ad una doppia identità, quella che precede e quella che segue la “rottura” costituitadalla migrazione. Per l’immigrato, l’appartenenza ad una comunità è necessariamente negoziata e comporta l’adesione o il distanziamento dal sistema di valori sociali, culturali e morali radicati nella storia di quella civiltà.

Proprio riguardo a tale tipo di documentazione (anche se di produzione orale e non scritta come quella qui esaminata; ma tale differenziazione può divenire probante in fase d’analisi più avanzata), così sono riassumibili tre orientamenti disciplinari di studio possibili, tra cui ovviamente quello antropologico da noi utilizzato:

In psicologia[…]la storia di ognuno è valutata a partire dal presupposto che ciascun essere umano segue determinate tappe di sviluppo, e la narrazione può contribuire a situare l’individuo lungo tale percorso[…]Negli studi di carattere antropologico, invece, le storie di vita[…]corrispondono in genere a una narrazione non incentrata sul sé[…]ma piuttosto sugli ambiti familiari, le usanze, le credenze di ordine collettivo. In una prospettiva sociologica, infine, la raccolta delle storie può contribuire a individuare tendenze, comportamenti e gruppi sociali [Massariello Merzagora-Dal Maso © 2006, 7-nota 2].

Nel nostro caso, c’è comunque il rammarico di non avere a disposizione pure i contesti che avrebbero reso più comprensibili i materiali raccolti, cioè le missive collegate di percorso inverso di provenienza dalla madre Patria: contributi di Cilento “in sé” alla proiezione dell’altro – ormai e forse per sempre – “fuori di sé”.

L’Analisi

Abbiamo provveduto a numerare i documenti esaminati dal n. 1 e al n. 128, secondo la presentazione temporale progressiva contenuta nel volume di Chieffallo. Tale numerazione - non presente nell’opera consultata - è stata attribuita ai materiali per facilitare, nel contributo, l’identificazione delle date d’invio dall’estero degli stessi (vedi il § 3).

Tipologia: lettere dall’Estero al Cilento

«ho cercato di arrangiarmi alla meglio, perché usare la penna è come fare un lavoro forzato, poi con la mia avanzata età di 65 anni i pensieri belli per scrivere già si sono addormentati[…]Perciò voglio chiedere scusa di tutto il mio sgarbato» [n. 122].

Questo stralcio suggestivo ci introduce all’ambito formale delle “storie di vita” d’emigranti cilentani, dove la comunicazione scritta - effettuata per la maggior parte da persone ad essa poco aduse per il basso livello d’istruzione posseduto [4] - viene a costituire ovviamente un’ulteriore difficoltà d’espressione di eventi esistenziali già per se stessi difficili da raccontare: tali appaiono in effetti i lunghi viaggi intercontinentali, effettuati via mare in modo traumatico. Così un emigrato in California ci informa al riguardo

«Sono nato a Gioi…Nel ’63 tutta la mia famiglia si trasferì in America e fummo fra gli ultimi ad emigrare in una nave anziché in aereo» [n. 121].

A tali difficoltà dovute alla scarsa dimestichezza con la scrittura e all’indubbia complessità degli eventi affrontati, va aggiunta pure la poca duttilità dello strumento linguistico a disposizione, cioè un dialetto (quello cilentano di fine ‘800, soprattutto) che - dimensionato su ristrette realtà di tipo rurale - rendeva problematico partecipare anche agli stessi paesani (perfino oralmente!) gli scenari ambientali e culturali del Paese d’accoglienza.

Pure se condizionato da tali contesti impegnativi - a cui vanno aggiunte le difficoltà ‘esterne’ di guerre

«dato che l’Italia, dice, che si mena in guerra tra un momento all’altro, hanno fermati tutti i vapori e per conseguenza le lettere non vengono» [n. 43],

censure

«io volesse dire certe cose ma non e ora ancora io te voglio dire che le tue lettera ancora sono censurate dal governo italiano» [n. 54],

e lunghi viaggi per mare

«Rispondo alla tua lettera che portava la data del 14 Gennaio e la sono ricevuta dopo un mese come vedi le lettere cinpicano molto tempo» [n. 41] -

lo strumento lettera è riuscito a svolgere comunque il suo compito dal punto di vista sia comunicativo sia affettivo/culturale, riuscendo a interrompere a volte silenzi dilatati in tempi addirittura astronomici:

«sono rimasta contenta, di avere le tue notizie dopo 26 anni di Brasile» [n. 29].

Suscettibili di specifica analisi al fine d’individuare confitti e crisi latenti/manifesti possono essere anche le missive riguardanti i numerosissimi “pacchi” di merci più disparate inviati in Patria ma (ovviamente in misura minore) anche dal Cilento durante tutto l’arco migratorio esaminato. A tale riguardo, vedi Ienna [2014].

Forme espressive

All’utilizzo nelle lettere di varie espressioni identificative dello scrivente o del suo gruppo di riferimento (“io”, “tu” generico, “si”, “uno”/”qualcuno”, “noi” in relazione a “loro”) – portatrici indubbiamente di senso dal punto di vista psico-linguistico - siamo qui interessati soprattutto antropologicamente, al fine d’evidenziare la partecipazione dell’emigrato alle culture della sua esistenza: quelle d’origine e d’accoglienza nonché quella sincretistica, generata dai loro incontri, scontri e mediazioni.

A tale riguardo limitiamo qui l’esame all’uso del noi, in quanto appunto

«configura l’idea dell’inclusione dell’’io’ in una collettività ampia” ; “Il tipo di referenza può limitarsi ad una semplice pluralità a partire da due o più persone nella quale l’”io” è incluso[…]oppure costruire un’opposizione con gli altri» [Massariello Merzagora-Dal Maso © 2006, 43 e 47].

Tale pronome può riguardare dunque la cultura d’origine

«Mi dispiace dire ma i più feroci gangsters sono quelli venuti dalla nostra Italia[…]Questo ha creato una mala nomea a noi espatriati onesti e lavoratori che, se sei italiano ti guardano storto e con sospetto» [n. 32];

«Quando gli Italiani andiede in guerra, noi qui [italiani emigrati], eramo molto maltratati; nessuno poteva fare uno negozio, non si poteva vendere ò comprare nulla» [n. 68],

oppure

«esprimere anche l’appartenenza dell' "io" alla nuova collettività nella quale l’immigrato si trova inserito, e alla quale egli guarda in termini ora di confronto ora di assimilazione» [Massariello Merzagora-Dal Maso © 2006, 44]

«Il Presidente Truman e ordinato che tutti noi americani dobbiamo mangiare di meno perché la America debbe dare a mangiare le Nazioni del Europa, e già ano comenciato a fare il pane nero» [n. 54],

«[Uruguay] Il 25 novembre abbiamo fatto lezione del Presidente, fu una vittoria della demograzia» [n. 109].

Tappe di storia migratoria

Partenze

Mancanza di lavoro e fame - dovute a numerosi motivi d’ordine politico, economico e sociale dei quali non è compito di questo contributo entrare nel merito - sono le motivazioni che hanno spinto fuori della Patria i Cilentani

«una cosa[…]che io non me lo scorderò mai[…]fu una malissima annata il 1931 e il ’32, tutto il paese ci morivamo di fame, specialmente noi» [n. 108],

«Se la patria tua e il tuo paese non ti sanno dare un pezzo di pane duraturo purtroppo te lo devi sfornare all’estero» [n. 84],

«Non devi stare triste perché ho abbandonato Cannalonga per venire qui in Australia, lo sai al paese oramai non avevo più lavoro che la gente è andata via e nessuno vuole più servirsi del fabbro» [n. 81].

Il primo viaggio verso un altro Continente si pone come Grande Prova iniziatica per conquistare una nuova esistenza, con nuove sensazioni, nuove difficoltà e nuove conoscenze ovviamente correlate

«quanno o padreterno sencemette o face veramente buono[…]un viagio de navigazione che ncera da morire col anima de fora[…]e li criaturi poveri criaturi animinnocenti cu luocchi da fora» [n. 1];

un drammatico spartiacque esistenziale tra due “notti” come sottolinea liricamente il titolo del volume di Chieffallo, e come confermano le raccomandazioni pratiche inviate a coloro che si accingono a compiere il grande passo: consigli utili, volendo, non solo per il lungo viaggio in nave verso il Sudamerica, ma pure per quello più lungo e periglioso nel mare dell’esistenza

compra il necessario per il viaggio, perché devi sapere che è lungo e pieno di insidie. Devi essere prudente e sappi che qualsiasi cosa urgente ti occorre non la troverai sulla nave, perciò parti fornito delle tue necessità[…]In caso di tempesta non perdere la calma, bada sempre di stare nella stiva e mantenerti saldamente agli appigli; per evitare di essere scaraventato via [n. 9].

E’ doloroso partire per non più tornare, ma anche solo veder ripartire come ricordato con struggimento nei brani qui riportati

Trentanove anni fa partii per l’America del Nord. Sembra ieri. Era buio, piuttosto freddo. Tonino pronto con la sua auto. Papà un po’ a parte dal resto piangeva silenziosamente; io e lui non ci saremo visti mai più su questa terra. Dopo trentanove anni ancora rimane l’illusione che papà è tuttora lì ad aspettare il mio ritorno [n. 117].

«Nel vedere la stessa nave che mi portò qui, mentre partiva, pensando che veniva all’Italia ci diventavo scemo, anzi, dopo la partenza, rimasi come un rimbambito, non perché era partito lo zio, ma nel vedere la partenza di quella nave» [n. 78].

Terra promessa o sogno infranto?

Molte sono le missive che comunicano una soddisfazione di tipo proprio “culturale”, in quanto esprimono quel tipo d’emozione che sempre accompagna - in grandi cicli mitici o in piccoli episodi di folklore - conquiste individuali con ricadute dirette o indirette, però, su tutta la comunità d’appartenenza. L’emigrato sembra acquistare allora proprio la figura d’un “Eroe Culturale”, per via delle rimesse - evidentemente non solo economiche - che trasmette alla sua famiglia e al paese d’origine grazie al suo osare migratorio temporaneo oppure definitivo.

Ve ricordate quanno dicietti Anie’ vota pacena ca stu riscurso nun me piace? E so partito e nun me so pentito. Non avite a creere che o paese a sciorta mea sarria potuta cagnare. Chi tene povera a nascenza more disperato. Pirciò so partito, pecché e creature mea non anno a essere migrande comma o patre [n. 17].

Ma volte, anche se a fatica attivato, il sogno migratorio può comunque spegnersi, a causa di mutamenti che vanno a interessare le condizioni politiche, sociali ed economiche del Paese ospitante

«in america [Stati Uniti] ci sono le unione degli operai, e una persona che non apartiene al’unione non puo lavorare, i padroni sono obligati a prendere solo gli onionisti» [n. 41],

«per comprare un pezzo di sapone o mezzo chilo di zucchero si deve stare a linea quasi 3 o 4 ore. L’America [Stati Uniti] si è guastata e la colpa di queste cose troppo sciopero dei lavoranti» [n. 63],

«qui c’è stata una rivoluzione molto feroce e ci sono stati molti morti, più di cento e migliaia di feriti[…]Ci sono stati anche due o tre morti Italiani e varie decine di feriti. In Caracas, dove la lotta è stata più accesa, sono stati distrutti più di cento negozi Italiani» [n. 87],

Nella America latina ci è rivolta e crimini, specie in Argentina, non se pote vivere tranquilli per una miseria spaventosa[…].Io[…]pensai di lavorare fino a 84 anni e ricevo un salario migliore, ma se continua questa vita anche io debbo andare in una casa di ritrovo ai molti vecchi che sono internati con provedimento del Governo [n. 10] ,

«[Brasile] Nel 1924, nel 30 ed 32, abbiamo avuto la rivolta che abbiamo dovuto fugire; in questa occasione, abbiamo passato anche la fame; abbiamo dovuto fugire dalle nostre case e andare dentro a uno bosco, dormire per terra come cani» [n. 68] ,

«Io ero deciso venire, ma come io tengo pensione, il governo non la manda in Italia. Altra più grande disgrazia che ai la moneta de Uruguay non tiene valore, solo interno. Questa, è la desgrazia di tanti sacrifici rimasto miseria» [n. 101].

Eppure, in molti, pure rimane la voglia e la capacità di non mollare, con la speranza di raggiungere forse un giorno l’intento desiderato:

Sono quasi due anni di sacrifici e facendo un resoconto mi sembra che invece di andare avanti siamo ritornati allo stesso posto. Ma, non per questo, mi avvilisco[…]Se due anni non sono stati sufficienti per migliorare, ne starò, se è possibile, cinque o anche dieci, però un giorno, con l’aiuto di Dio, devo raggiungere il mio intento [n. 80].

Spesso il sogno, però, non può neppure cominciare per insufficienti motivazioni o inadeguate caratteristiche personali e ambientali, che non mancano d’essere opportunamente evidenziate - da emigrati d’esperienza - a coloro che s’accingono a fare questo passo decisivo

«non fare sciocchezze a voler venire in Brasile, ti conosco bene da parente e medico, non resisteresti ai morsi tarlatori del rimpianto» [n. 13],

mi dici di avere determinato venire in Brasile con tutta la famiglia, per me non ti consiglio, sei vecchio, cosa vieni a fare, qui bisogna lavorare, per ciò statti dove ti trovi, piuttosto manda un figlio se vedi che ha buona idea di lavorare[…]Anche oggi in Brasile si sta male tutto carissimo a prezzi che non si può vivere [n. 25].

Ritorni e non ritorni

Chissà se è vero che la nostalgia dell’emigrato può placarsi in qualche modo anche con un solo ritorno nel paese d’origine

[Venezuela] Forse è il peso della lontananza che già incomincia a farsi sentire, poiché a differenza dell’anno scorso, quest’anno mi fa pensare molto di più a questa bella festa! Mi vorrei trovare almeno per questo giorno ad Eredita, non solo per stare in vostra compagnia, ma quanto per trascorrere un’allegra giornata in mezzo alla confusione[…]e nada mas [n. 79].

Ma l’esperienza migratoria può configurarsi in molti casi veramente a termine, con il ritorno definitivo in patria prima solo agognato, poi sempre più pensato e progettato

Sento che l’avventura di Antonio Carbone sta per finire, addio all’Australia, ai lavori nel deserto, alle gallerie, alle costruzioni delle dighe. Addio alla bella vita negli alberghi di lusso[…]C’è per tutto questo un po’ di rimpianto perché bene o male è stata questa la mia vita piena d’avventure in una terra che prima non sapevo nemmeno esistesse. Ma più grande di quel rimpianto è la gioia di tornare al mio paese, piccolo, senza possibilità di lavoro, senza divertimenti, ma che è sempre il mio paese che in tanti anni di vita all’estero non ho mai dimenticato [n. 114].

Tra volontà e realizzazione del sogno, si sa, tanti sono comunque gli ostacoli, potenzialmente tutti superabili tranne uno

Vorrei vedere i miei figli sistemati prima di terminare la mia “passeggiata terrena”, che mi ha visto un giorno lasciare la mia adorata terra cilentana[…]Nascere in una terra per poi morire e riposare per sempre in un’altra che non è la tua è destino triste e perverso, ma che comunque dobbiamo accettare perché chi è nato per lavorare non sa mai dove lo porteranno i suoi passi [n. 106].

I luoghi dell’emigrazione

Non solo riguardo al primo viaggio migratorio, nelle “storie di vita’” esaminate trovano posto anche esperienze di dispersione nello spazio e nel tempo, coordinate che appaiono evidentemente dilatate rispetto a quelle quotidianamente vissute in piccole comunità con rapporti di piazza e di vicolo; spaesamenti da affrontare sia in grandi città sia presso cantieri in zone desertiche

«Con il treno si passa pianure che non finiscono mai e non si vedono paesi o case o persone, solo cielo e terre che non finiscono mai» [n. 81],

«hai detto che da Cannalonga sono partiti tantissimi[…]Se qualcuno è venuto in Australia non è possibile rintracciarlo perché questo paese è immenso e sconfinato» [n. 86].

Nuovi paesaggi, ovviamente nuove esperienze

[Australia] solo noi e niente più, tranne gli animali selvaggi che si avvicinano al campo per cercare cibo. Per centinaia di chilometri è terra quasi bruciata, con pochissima vegetazione e gli alberi tutti secchi e senza foglie. La notte poi ti metti paura perché c’è solo silenzio e si sentono solo le voci degli animali che certe volte ti fanno rabbrividire [n. 82] ,

spesso in contrasto con gli scenari della terra d’origine

mi hai parlato della primavera cilentana[…]ti sono immensamente grato perché mi hai fatto sentire i profumi della nostra campagna, vedere il verde della collina, ascoltare il silenzio che avvolge l’adorato paese[…]Ora vuoi che ti parli della nostra primavera qui nell’Iowa? E chi l’ha mai vista! O freddo, o vento, o pioggia, o lampi e tuoni [n. 120]

anche per l’opposta stagionalità caratteristica dell’emisfero australe, che le vicende agricole della lontanissima Laureana C. rendono ancora più “da altro mondo”

«fammi sapere come ve la passate, se san Martino è sotto progresso[…]noi stiamo in primavera, un giorno calore altro giorno freddo [Montevideo, 11 novembre]» [n. 94].

A proposito di temperature, non mancano certo all’emigrato cilentano esperienze di grande freddo (pure mitizzate)

[Stati Uniti, Iowa] non avevo mai prima d’ora avuto a che fare con un freddo cane come quello di questa passata invernata[…]i 40 e persino i 60 gradi centigradi sotto lo zero[…]al principio di febbraio un periodo di ben 176 ore continue di 50 c. sotto lo zero: gli orsi polari si sono ritirati nei loro covi; invece la gente è andata a lavorare come al solito [n. 118]

e pure di grande caldo

In questo posto sperduto e lontano dalle città non esistono fontane e non esistono sorgenti e nemmeno fiumi, così l’acqua da bere arriva con i camion che trasportano grossi contenitori pieni di acqua caldissima e schifosa perché appena sollevati i coperchi si forma uno strato rossastro composto da migliaia di piccolissimi vermiciattoli che sono attirati dall’acqua. Così per poter bere dobbiamo usare dei fazzoletti sulla bocca e succhiamo quell’acqua schifosa mentre i vermiciattoli rossastri restano nella pezza dei fazzoletti [n. 84].

Comunque - anche in tali contesti - non possono non raffiorare ricordi delle dimore abitate nei paesi natìi, in cui oltre a interesse e bisogno s’avverte presente pure una pressante attenzione affettiva

Vi scrissi una lettera sono più di tre o quattro settimane e con anzia sono aspettata fino ad oggi e non ho ricevuto ancora niente, mi fa meraviglia caro Signore Sindaco[…]sono in pensiero, forse io vi do a voi molto disturbo[…]ma la verità vi dico che io ho scritto al mio cugino Pietro Tierno fu Luigi e lui non mi ha risposto più ne mi a mandato il strumento della mia casa, che io e mio fratello vogliamo fare la pregura se voi mi fate questo piacere[…]e avrei piacere di sapere[…]anche se avete andato a vedere la mia casa e proprietà chi ci abbita e chi ce l’ha in consegno [n. 72],

«Sento nostalgia pure per la mia casa che per quanto brutta, vecchia e tutta rappezzata, resta pur sempre la mia casa dove tutte le notti mi ritrovo col cuore» [n. 16] .

Concetti e dinamiche culturali dell’emigrazione

Abbiamo cercato d’esercitare l’analisi antropologica su alcuni aspetti – della vicende migratorie - imposti alla nostra attenzione dalla consistenza qualitativa/quantitativa con cui appaiono nei documenti esaminati.

Destino, Fortuna

Pure con l’orgoglio di farcela in circostanze difficili, all’emigrato occorre comunque costanza per perseguire i propri obiettivi: costanza che sembra interessare purtroppo, però, anche fatica e malasorte

«la mia sfortuna mivieni sembre apresso» [n. 33],

«Sulo i sudori e laffanni so sempe e stessi, ca nente li pote fare cangiari alla povera gente» [n. 2],

avvertite dunque non solo come individuali ma pure collettive, e in quest’ultimo caso parte addirittura dell’identità culturale della gente cilentana

«Peccato che noi cilentani il lavoro e la stima dobbiamo trovarli lontano dalla nostra terra» [n. 82].

Pessimismo di fondo rilevabile anche verso la fine della vita, quando sembra tornare in pareggio il computo delle gioie e dei dolori provati

«Così si va chiudendo la mia esistenza, con un destino, se pure in apparenza piacevole, inconchiuso, lasciando sempre la scia “dell’uocchi chiini e le mani vacanti”. Guardando dietro a quello che si mangiava le scorze di lupini, sono contento del mio stato, dopo tutto “chi si contenta gode”» [n. 74].

La religione

L’aspetto religioso è ben presente in tante “storie di vita”, e in particolare ovviamente in quelle dei tanti sacerdoti che – condividendo con i loro parrocchiani traumi e fatiche dell’emigrazione

«Quando il Volere Supremo spinsemi in queste desolate terre, con niun altro intendimento mi imbarcai se non seguire i miei diletti e derelitti figlioli» [n. 3],

cercano di indicare loro modi e finalità più giusti per condurre le nuove esistenze che si trovano insieme ad affrontare

«Lavoro, fede e preghiere spianeranno la strada per cacciare il demonio dello smarrimento e ritrovare in questa terra la pace e la floridezza di una nuova vita» [n. 3].

La devozione popolare è un patrimonio culturale che i cilentani non mancano certo di portare con sé nelle nuove esistenze. Se un’ansia piuttosto diffusa nel folklore è quella di non riuscire a mantenere un voto fatto durante una crisi del quotidiano, è facile comprendere allora l’angustia ancora maggiore patita in proposito dagli emigrati, così lontani dalla cultura e dai luoghi in cui – con precisione rituale - deve essere soddisfatto l’impegno intrapreso

dal mese de novembre non posso uscire più de casa sono stata molto amalata, in questo tempo solo 3 volte o potuto assistere la messa in chiesa. Ti prego un grande favore, prima della guerra del 1914 aveva fato un voto de rimetere 3,0 lire alla Madona delle Grazie, 10 alla M. di Pompei, 10 alla M. del Sacro Monte e 10 a S. Pantaleo, deve essere nel valore prima della guerra. Credo che con lafito della casa mi puoi pagare questo debito, che o paura de morire e non compiere questo voto [n. 73].

La nostalgia

«Ma che vita è la mia senza o paese. Di giorno lavoro e nun penso, la sera me chiappa forte na malora che nu riesco a dormire. Allora penso o paese[…]e tante cose tutte belle e doce. Accussi me abbrazzo allo cuscino e mi pare di stare ancora la e m’addormo» [n. 15],

«In sta terra straniera guadagni e si felice, poi pensi e si scontento» [n. 15].

Come riportare in sintesi, meglio di così, il morso delle assenze e lo struggimento dei ricordi? Alla lunga la nostalgia non può non dispiegare la sua azione - comunque temibile sia nella sua forma alternante

«Ma come il tempo passa anche la nostalgia se ne va, poi riviene, poi se ne va di nuovo e così si tira avanti» [n. 79]

sia in quella continua

«quando uno sta all’altro capo del mondo il pensiero è come una ruota che gira gira gira e non si ferma mai e ti arrovella il cervello e non puoi fare niente per fermare quella maledetta ruota» [n. 83] -

che giorno dopo giorno può certo sgretolare. Quando poi certe reazioni assumono rilevanza collettiva, è un disagio culturale che emerge, dovuto a un’integrazione – per vari motivi contingenti - respinta, insufficiente oppure non concessa

«quando certe sere ci troviamo tutti paesani nessuno ha voglia di parlare e questo non è per la sola stanchezza del lavoro, ma perché ogni paesano vuole restare con i suoi pensieri perché parla con i genitori, con le moglie, con i figli rimasti al paese» [n. 83].

Chi ha maggiore consapevolezza si rende comunque conto che il paese lasciato alle spalle non può conservarsi, nella realtà, come quello virtuale: fermato, idealizzato e carezzato nella memoria

«Il paesano che stato a Vallo[…]mi racconta la vita di Vallo che non sono più i tempi di prima e non posso sentirlo, io non mi ci potrei più abituare» [n. 34] (dal punto di vista della lingua: vedi [n. 51] ).

Silenzi e assenze

Quando un familiare già da tempo assente dall’orizzonte visibile - perché rimasto nel paese d’origine - scompare poi del tutto dall’avventura terrena, non è difficile credere che l’emigrato possa letteralmente rimanere senza parole di fronte a tale dolorosa miscela di lontananze spazio-temporale ed esistenziale:

Vengo arrispondere con dolore nella perdita del nostro caro patre, e me dovete scusa che io non vi ho risposto subito, nella prima lettera e nemmeno alla seconda che il dolore e il dispiacere me è renditoimbossibile di viscrivere, che il mio cuore mi è restato oscuro della perdita del nostro caro patre [n. 39].

E’ ben noto, infatti, che dei tanti rilevati e motivati (?) silenzi

«Come vedi, cara moglie, sono stato sempre impegnato e se non ti ho scritto troppo spesso non vuol dire che tu e le ragazze non siete state più nei miei pensieri» [n. 88] ,

molti sono intrisi d’amara delusione e doloroso disincanto per le vicende vissute

«La prima volta dopo ben lungo tempo ti scrivo la presente, non perché son dimenticato dei miei, ma il non dare nuove soddisfacenti pareva a me triste e a voi doloroso. Ecco il perché della mia taciturnità» [n. 12].

Non c’è dubbio comunque che i fatti più taciuti nelle lettere sono i legami sentimentali allacciati all’estero, con conseguente creazione in quelle terre di nuove famiglie, e di molte “vedove bianche” invece nei paesi d’origine. Non è difficile ipotizzare che tale motivo sia entrato nel dramma emblematico - articolato in più decenni - di Mauro Giuliano di Eredita, di cui appunto le pressanti richieste alla moglie (1906), le impressioni del cugino (1913), il silenzio dell’interessato (1932) e le scuse infine dello stesso (1946) costituiscono pietre miliari di sofferte esistenze

Cara moglie ancora non capisco la tua ostinazione a non volermi raggiungere in America[…]grande dolore per la perdita della nostra bambina[…]Me la sogno tutte le notti e non sorride[…]Sarà perché non è contenta nel saperci divisi[…]Per ogni caso t’informo che ieri appunto sono arrivati qui le mogli ed i figli di alcuni amici con i quali lavoro assieme sul cantiere. Vedessi come sono felici di ritrovarsi tutti insieme. Io invidio la loro felicità. E pensare che felici potremmo esserlo pure noi. Basterebbe solo che tu lo volessi [n. 19] ,

In assenza di tuo marito, sempre in giro per lavoro[…]scrivo io per lui[…]perché ho avuto la sensazione che tra voi due le cose non vanno più per il verso giusto[…]mio cugino lo scopro ogni giorno sempre più triste, nonostante il lavoro gli vada proprio bene[…]non parliamo molto durante le poche volte che c’incontriamo. Ma è bastato quel poco per farmi capire che quello che gli manca sei proprio tu. Ora abita in una bella casa[…]fra quelle mura, ho notato che vi è solo tanta tristezza” [n. 20],

Mi chiedi notizie di Mauro tuo marito, ma sono veramente addolorato di non potertene dare. Da quando ci siamo divisi col lavoro, si è trasferito in un altro Stato senza lasciare indirizzo. Ti sembrerà strano, ma l’America è grande, molto grande e non è facile rintracciare una persona senza indirizzo. Per la verità sono anni, parecchi, che non lo vedo neppure io [n. 31],

Non so se ho ancora il diritto di chiamarti moglie dopo tutto il male che ho fatto[…]vorrei poter riparare a tutti i torti che hai subito da me[…]Sono passati tanti anni[…]nonostante tutto sei stata sempre nei miei pensieri[…]Ho tanta voglia di conoscere mio figlio e i miei nipoti[…]almeno questo non me lo puoi negare [n. 53].

Il lavoro

Le lettere – esplicitamente o implicitamente - sono tutte piene di lavoro: di ricerca di lavoro come spinta a emigrare, di lavoro come conoscenze da acquisire, di lavoro come fatica e come legame, ma di lavoro pure come soddisfazione per guadagno, considerazione e stima acquisiti. Basti qui leggere allora con commozione e rispetto solo una citazione emblematica, per ricordare i sudori fisici, psicologici e culturali con cui migliaia di cilentani hanno contribuito a rendere produttive tante terre così diverse e così lontane

[Australia] tagliare la canna da zucchero è faticosissimo e anche molto pericoloso[…]pensa che ogni tagliatore deve tagliare al giorno e riempire tre carri di quattro tonnellate di canne[…]in mezzo alle canne si annidano varie specie di serpenti velenosi, specie il taipo che se ti morde muori in pochi minuti con atroci dolori. Ci sono poi topi giganteschi che ti azzannano e ti lasciano paralizzato fino a provocare la morte dopo qualche ora. Quando il taglio è iniziato non puoi fermare il lavoro e in caso di tempesta devi continuare sotto la pioggia e per sorreggerti devi bere liquori forti per asciugarti le ossa [n. 86].

Non manca, comunque, anche uno sguardo sul lavoro degli “altri”, soprattutto se il loro comportamento appare in contrasto con una molto praticata, anche se in modo forzoso, frugalità contadina

«Gli americani [Stati Uniti] portano troppo lusso e spendono tutto quello che si guadagna. Poi quando finisce il lavoro non ge niente per spendere. Poi vadeno alla povertà, quelli che guadagnano molte moneta qui sono quelli vanno contro la legge» [n. 54],

«[Stati Uniti]se hai la buona salute e sei in grado di lavorare, tutto va bene: basta solo la buona volontà. Se invece non sei in grado di lavorare, hai voglia di crepare, non trovi un cane che ti guardi » [n. 107].

Il dopo-lavoro

Non c’è molto spazio nelle lettere per trattare di svago, divertimento e tempo libero del dopo-lavoro. Altro che piacere, perfino il fumare, per Salvatore Vecchio, è sintomo di nostalgia, disagio esistenziale

«Saluto Salvatore e tanto lo ringrazio della pipa che mi mandò, io fumo dalla mattina alla mezzanotte per dimenticarmi perché penso molto» [n. 102].

Certo, per un emigrato, la sensazione di diversità culturale può risultare forte anche nell’ambito del divertimento. Ecco a confronto, in lucida analisi, due modi di fruizione dello svago di cui un cilentano ha avuto diretta esperienza: quello foklorico del borgo prignanese ormai alle spalle e quello metropolitano dell’America statunitense

C’è una cosa alla quale ho sempre pensato, il sano divertimento che ci potevamo concedere al paese nelle ore libere. Era uno svago semplice, spontaneo, bastava qualche semplice idea e si trascorreva un’ora di sana e salutare allegria. Ci bastava l’aia, qualche improvvisato giocattolo e magari qualcuno a cui fare qualche scherzo, per essere felici; questo era il Cilento dei miei giorni, questo è il Cilento che mi porto dentro. Oggi[…]è tutto diverso, specie in questa terra americana dove tutto gira velocemente e non c’è tempo per dare sollievo allo spirito con la spontaneità e la semplicità dovuta. […]gli americani sono gente di buon cuore e di provata generosità, ma sono così presi dal business che non trovano il tempo di dedicarsi ad altro. Pure il divertimento è una forma di business[…]e finisce col fallire lo scopo di rilasciare la tensione [n. 107].

La lingua

Così Massariello Merzagora-Dal Maso [© 2006, 7] inquadrano bene il problema della lingua per chi lascia la terra d’origine

Il migrante passa non solo ad un altrove geografico ma spesso anche ad un altrove culturale e sociale, che lo pone di fronte alla necessità di una ridefinizione di sé su tutti i piani dell’esistenza, a partire da quello professionale e sociale fino a quello più intimo, familiare o strettamente individuale. Il segno più evidente di tale nuova ricollocazione di sé nel mondo è l’assunzione di un nuovo codice linguistico a fianco (talvolta in sostituzione) di quello nativo […la nuova lingua] non solo è un nuovo mezzo di comunicazione, indispensabile per l’assolvimento dei più basilari bisogni comunicativi, ma anche una nuova struttura interpretativa della realtà e si carica di valori psicologici.

Comunque una total immersion di decenni nel nuovo Paese - soprattutto se con scarse possibilità di esercitare la lingua nativa - può procurare ovviamente all’emigrato anche una

«sensazione di perdita linguistica e di confusione del repertorio precedente» [Massariello Merzagora-Dal Maso © 2006, 25].

Tale problema non manca d’essere evidenziato, nelle missive, sia riguardo alla stesura delle stesse (in italiano dialettale con intrusioni più o meno grandi in lingua straniera)

«Buona Pasqua a tutti di tua family» [n. 67],

«La tua mamma Maria està bene?» [n. 68] ,

io vallese parlare con te con la bocca perche io non mi so spiegare con la penna bene, a dirte le cose che io voglio sopra queste cose io te le voglio dire in inglese che le traslate: do you know that your family and Vallo means every thing in the world to me, and nothing else matters, my only happiness is when i send you a package and when i reiceve your letters [n. 67],

sia alla temuta non agevole comunicazione verbale (per variazioni avvenute nel vernacolo stesso o per la maggiore diffusione dell’italiano) in occasione del ritorno, temporaneo o definitivo, del cilentano nel suo paese

«in italia addesso tutti gli italiano parlano la vera lingua, si io vengo a vallo forse mi metto vergogna a parlare il dialetto come si parlava 40 anni fa» [n. 51].

L’alimentazione

L’impatto con la nuova esperienza migratoria non può non interessare significativamente anche il quotidiano rapporto con l’alimentazione. Quando l’”offerta” relativa – già nel corso del viaggio migratorio e poi durante la permanenza nel nuovo Paese - sembra porsi come adeguata e gradevole, essa contribuisce a irradiare tranquillità e sicurezza sull’ambito esistenziale interessato.

Sempre graditissimi, ovviamente, i prodotti enogastronomici tradizionali inviati da parenti e amici del paese, saporiti antidoti – anche se temporanei - a spaesamenti di mondi e di culture subiti

“ricevetti li tortanetti che fra uno io e uno Nicola erano molto buoni” [n. 34].

Se cibi tradizionali arrivano dal Cilento, prodotti esotici vanno invece nei paesi d’origine, come sfizi da albero della Cuccagna tra cui spicca, ovviamente, il caffè. Non per nulla precauzioni e raccomandazioni particolari vengono messe in atto per garantire il suo arrivo effettivo

ti ho spedito il pacco con il caffè e zucchero, non fa come il passato che ti vendesti il caffè, per pagare il dazio[…]unito vi mando il vaglia di lire 75, così potete pagare il dazio, non fate adesso che vi vendete il caffè lo stesso per fare soldi, poi mi dite un’altra volta che rimanete col desiderio del caffè [n. 42].

Integrazione, ponte tra culture

Di molte usanze e costumi viene a conoscenza l’emigrante nella sua avventura migratoria, che possono procurargli sentimenti di stima

«[Stati Uniti] Questo è il popolo americano, mentre pare che ci sono a volte fratture o abissi che separano i diversi gruppi etnici e razziali, quando si viene al compito assegnato, non si trovano scuse né sotterfugi: ognuno assume la propria responsabilità e fa il suo dovere” [n. 118],

oppure di sconcerto/indignazione sul piano “morale’ (vedi [n. 27] ) ma anche politico

«Il terzo mondo sta pieni di rivolta, anche i sargidoti sono divisi in partiti conservatore e stremista, una vergogna umana» [n. 95].

Ma i cilentani sono capaci di fare integrazione in qualche modo rassicurante – pur nel comprensibile spaesamento ambientale e culturale vissuto nell’emigrazione - grazie perfino all’esperienza della fatica, e dei grevi odori tipici della campagna. Il riappropriamento della prima avviene attraverso la consapevolezza che la sua natura è ovunque sempre la stessa; dei secondi invece, mediante la riproposta dei termini da cui sono identificati nella cultura d’origine

«a terra che scarpiso nun è la stessa terra mia, o cielo che me cumboglia nun e o stesso cielo mio e pure o ppane nun e o ppane che ma nutrito. Solo i sudori e laffanni so sempre e stessi, ca niente li pote fare cangiari alla povera gente» [n. 2],

«Nell’aria adesso si diffonde l’odore (o fetore) pungente del letame sparso per i campi dai Farmers in preparazione della prossima semina. In massima parte si tratta ‘re merda re puorci’, e la puzza ti fa gridare ‘ratime nu maccaturo’ per coprire il naso».

Integrazione significa però non solo acquisizione di diritti, ma anche di doveri, come purtroppo quello di andare in guerra per il nuovo Paese di cui è stata acquisita la nazionalità

«Mio figlio Luigi ieri ha compiuto 20 anni e l’anno venturo deve andare anche lui a fare il Soldato» [n. 47],

«questa maledetta guerra[…]Anche a me mi ha rovinato ancora abbiamo il primo figlio Pietro nella Cina, in Giappone, la quale stava per prendere la laurea da Ingegnere mecanico e fu chiamato» [n. 56].

Integrazione come ponte fra culture – infine - è pure capacità, o esigenza, di creare una via di comunicazione e convergenza d’interessi tra la cultura d’origine e quella d’accoglienza. Eloquente in proposito questo sincretismo d’attenzioni, capace di passaggi da Cilento a fuori continente e ancora alla madre Patria [1966]

fammi sapere come ve la passate, se s. Martino è sotto progresso. Le Americhe sono totalmente finite, sono tutte dittature militari, ci è una grande miseria e poco lavoro. Sono ricchi però sono poveri per male governo, siamo dolente del disastro che Italia ha avuto nel nord, secondo la radio sono circa 6 milioni di abitanti che sono sofferto grande conseguenza del male tempo con pioggia di continuamente, i giornali portano fotografie che fa dolore [n. 94].

Proprio l’integrazione decisamente riuscita nella nuova società può causare purtroppo, però, pure l’accettazione di diffusi pregiudizi di razza: rilevati comunque nelle lettere d’un solo emigrato, e forse in parte/del tutto fuori del suo orizzonte culturale prima dell’evento migratorio

Adesso gli inglesi vogliono un prestito di 4 Belleoni da la Stati Uniti, il popolo e contro a questo prestito. ancora non si sape, io spero di no, noi sappiamo il lavoro che fa il UNRRA nel Europa, quelli che sono alla testa[…]la maggiore parte sono tutti ebrei, quella razza senza nazione, spero che fanno le cose eguale [n. 54],

tante soldati americani che sono ritornate qui dal italia parlano male delle donne di italia decono le donne si la facivano sempre con gli soldate americane neri, e no con li bianchi[…]voi sapete che qui en America stiamo separate neri e bianchi ed e vergogna si una donna parla con un nero. Nel sud degli stati unite, il nero è sempre separato negli scuole, restorante, cafe. Non possono cammanare nel marcia piede. A noi qui nge despeace a sentire queste cose. Perche le donne italiane erano migliore una volta [n. 49] (vedi anche [n. 67]).

Un‘affermazione contenuta nel secondo brano - fatta propria dall’estensore della lettera con l’impiego del “noi” – fa supporre che perlomeno il pregiudizio nei confronti dei negri sia frutto d’un acritico “assorbimento” della cultura locale.

Se il cilentano trova all’estero un diffuso atteggiamento democratico (al contrario del rispetto da “cappello in mano” dovuto ai notabili nei paesi d’origine), neppure questo lo libera però da quell’aria da “straniero” che sembra portarsi dietro

«[Stati Uniti] non dimenticare che un emigrato, anche se acquista la cittadinanza ed è trattato in modo mai sognato in altre nazioni, resta sempre un immigrato, uno venuto da fuori» [n. 107].

Tra i modi infine in cui l’”emigrante” poi “emigrato” - attivandosi per l’integrazione - cerca di tornare appunto “protagonista” della propria vita, ricopre notevole importanza il recupero della documentazione che lo riguarda: operazione difficoltosa per classi sociali meno abituate all’uso e custodia di questi preziosi frammenti d’identità personale, e dei rapporti dell’individuo con storia e cultura di riferimento.

«Se vorreste farmi il favore mandarmi la mia fede di nascita, per sapere il mese e il giorno che io nacque» [n. 37].

Attori collettivi e individuali dell’emigrazione

La comunità d’origine

Il legame con la cultura e i paesi d’origine è testimoniato dalla forte attenzione che gli emigrati di prima generazione manifestano nei confronti di necessità delle comunità relative, sia fornendo direttamente beni di prima necessità (cibo, medicine, vestiti), sia finanziando opere che contribuiscono a mantenere una forte identità comunitaria (luoghi di culto, cimiteri, monumenti ai caduti, ecc.).

“Abbiamo formato qui un comitato di 4 cittadini Vallese[…]per raccogliere moneta solo da quelli del nostro comune[…]I soldi saranno spediti prima di S. Pantaleo e vogliamo che il giorno[…]sarà fatta distribuzione ai bisognosi» [n. 58];

Un senso di responsabilità che sembra estendersi, dal lato materiale e “civico”, anche a quello morale, con l’aggiunta (però rara) di odiosi pregiudizi:

una donna de Vallo a detto a certe paesani qui che a Vallo della Lucania molte raggaze erano sperdute dal Paese e l’anno trovate negli altri paesi che facevano la mala vita con le uomeni neri della America, e vero queste cose che e detto quella pazza? Io non lo credo perche tu me lo fossi detto [n. 67] (vedi anche [n. 49]).

Ansie, preoccupazioni e coinvolgimento per la madre Patria non possono non interessare poi anche la sfera politica, come sintetizza bene questa missiva “comiziale” d’un emigrante che si fa carico altresì di difendere l’onorabilità del Paese d’accoglienza

Non ho parole per dirvi quanto disappunto ci procurino le notizie sconfortanti che giungono dall’Italia. Esse dipingono parecchie regioni d’Italia alla mercè dei Comunisti, i quali provocano scioperi come arma corrente della giornata allo scopo di ritardare o di compromettere irreparabilmente la rinascita lavorativa e industriale della nazione[…]Se essi spargono calunnie sull’America, ristabilite immediatamente la verità[…]L’America[…]continua a mandarvi aiuti, mentre la Russia ed i Comunisti traditori ostacolano ogni vostro progresso. Noi qui facciamo del tutto per aiutarvi, ma voi in Italia dovete aiutarvi da voi stessi [n. 70].

Gli emigrati volgono comunque la loro solidarietà pure verso le loro stesse comunità di Cilentani all’estero, con la creazione d’apposite istituzioni che s’ispirano a un legame tanto forte quanto spesso ormai indiretto e virtuale con la terra d’origine

Dal 1920 al 1935 circa è esistita la ‘Gioi Cilento Mutual Society’[…]un’organizzazione che aiutava i compaesani che si trovavano in difficoltà finanziarie[…]Oggi abbiamo S.O.G.N.A. la ‘Società Organizzata per Gioiesi in Nord America[…]pubblicherà una News Letter periodica che ci permetterà di comunicare tra noi [n. 121]

Per paesi come quelli cilentani, le ricorrenze calendariali agricole e festive rappresentano la vera spina dorsale della vita collettiva, da cui non può prescindere il pensiero dell’emigrato

«mi dovete fare sapere le cose come vanno quanto della famiglia, quanto dei campi, mi fai sapere quanto grano aviti fatto questo anno e quanta fichi, mi fai sapere tutte queste belle cose»[n. 14],

« io me sono alegrato molte nel sentire della bella festa del nostro Protettore S. Pantaleo, e io sempre prego al nostro iddio che me fare venire a Vallo per partecipare un'altra volta questa bella festa che io me ricordo come un sogno, l’ultima festa che o vista fu nel 1905 a sentire la musica da sopra il Porticato alla sera» [n. 52].

La famiglia d’origine

«il paradiso sta nella famiglia, la felicità e la concordia, questo è il paradiso» [n. 93]

sostiene Salvatore Vecchio, riassumendo così tanti messaggi di nostalgia inviati al nipote. Continuare a ricevere infatti informazioni sui singoli componenti del proprio nucleo familiare allargato anche alla parentela spirituale del “comparatico”, e agli amici, significa partecipare ancora della loro vita, e allungare la propria

«quando uno lascia il paese, i genitori, i fratelli, gli amici per costruirsi una esistenza meno tribolata all’estero, si porta dentro per sempre le voci amiche del suo passato che, al momento opportuno, si fanno sentire per aiutarti» [n. 106].

Nelle lettere parentali, l’importanza del rapporto che lega il mittente al destinatario viene in genere fortemente ribadito nei saluti di coda, resi molto circostanziati e capillari proprio dall’ansia di non dimenticare un nome, una relazione, un affetto collegato, come in quest’eccezionale abbraccio virtuale che conclude - come fuoco d’artificio - una missiva spedita a Vallo della Lucania:

mi salutati alla sorella Vigenza e famiglia come la saluta mia moglia e bacia i nipoti come la salutano i cugini mi salutati amici e parendi e tutti quelli che domandano di me vi salutiamo e baciamo il vostro figlio, come lo salutano i cugini come vi saluta mia moglie, ed io vi saluto e sono il vostro fratello [n. 39].

La nostalgia dei parenti porta a cercare - in ricordi accorati - volti sbiaditi da mancate convivenze

«Cara moglie…Se non fosse per il lavoro che, per fortuna ce n’è tanto e pagato alquanto bene, tornerei persino a nuoto a Eredita, per abbracciarvi tutti[…]Stento a fatica a ricomporre il tuo viso nella memoria. Cerco di immaginare pure quello della nostra Angela» [n. 16],

oppure tracce del loro quotidiano fissate in qualche modo su foto ([n. 43]), oggetti o addirittura genealogie

«Tempo fa ti scrissi chiedendoti di darmi una lista della data di nascita e di morte di papà, nonno Tore, nonna Marianna, nonna Carmela, nonno Florigi. Mi piacerebbe tanto avere l’albero genealogico dei Pandullo quanto più alto possibile» [n. 115].

Obiettivo primario di molti certo è il ricongiungimento del nucleo familiare, per la comprensibile difficoltà d’ancorare esistenze in terra straniera senza il conforto delle persone care

«Sin da quando misi piede sul suolo che oggi mi accoglie ho pensato che qui dovevo riunire tutta la famiglia» [n. 9],

«Io sento forte la nostalgia della mia famiglia. Fino a quando ho lavorato in zone desertiche il pensiero non mi è mai venuto, ma se riesco ad essere assunto a Sidney comincio a pensare che forse potete venire voi in Australia così la famiglia si ricompone qui» [n. 90].

Certo, molte possono essere le difficoltà per realizzare questi progetti: resistenza della controparte ad affrontare un distacco culturale che non sembra alla portata di tutti; perplessità sui nuovi scenari relazionali che potrebbero venire a crearsi in un ricongiungimento tardivo, realizzato dopo l’instaurazione di abitudini personali e collettive

Mia carissima moglie[…]Io vi parlo prima che venite da me e vi raccomando di molte parole, si le capite senza che io mi spiego voi li dovete capire, si al caso voi non capite queste parole meglio che non venite da me, perché io sono 6 anni che sto lontano da voi e sono stato sempre contento e felice con i miei amici e non ho avuto mai a che dire con nessuno fino a questo momento, se poi volete fare di vostra testa io vi schiaffo un calcio e vi mando via, che se volete fare di vostra testa vi dovete stare dove vi trovate, e basta[…]vi abbraccio di vero cuore e mi dico per sempre tuo marito [n. 22];

oppure problemi nei rapporti di lavoro

Ho ricevuto la vostra lettera dove dite di venire subito e lasciare per sempre l’Australia[…]Se non si aggiusta questa faccenda non mi danno la pensione, cioè due paghe non me le possono dare[…]e così devo aspettare che si conclude la pratica dell’incidente[…]Pertanto non posso rientrare adesso, altrimenti perdo tutte e due le cose [n. 113].

Quando nelle nuove terre si realizza una buona integrazione d’interi ambiti familiari, i risultati sono fecondi anche dal punto di vista dell’identificazione col nuovo ambito culturale. Questa può finire per creare, però, pure contrastanti progetti di vita in seno alle famiglie emigrate, come chiaramente evidenziato in questa missiva

chiedete che noi figli rientriamo a Sessa perché voi, dopo la morte di vostra madre, siete rimasto solo al mondo. Vi devo ricordare che stavamo tutti assieme a Montevideo e che foste voi ad abbandonarci in un paese straniero, noi e la mamma, perché voleste tornare in Italia per vivere con vostra madre[…]Noi certamente non possiamo più tornare al paese, perché siamo cresciuti in questa terra che per noi non è più terra straniera[…]Non che non mi addolora la vostra solitudine[…]Il Consolato italiano ci ha avvertito che avete richiesto l’intervento del Consolato, tramite il Podestà di Sessa, perché ci convincesse a fare rientro all’Italia. Cacciatevi tale idea, perché pure l’agente del Consolato ha capito che ognuno di noi ha costruito la sua vita in Montevideo [n. 36].

Non possono mancare purtroppo, poi, anche espressioni di particolare preoccupazione, per momenti difficili attraversati da familiari per vicende personali/collettive

«Mi dite che mio fratello e sta carcerato e questo mi fa molta rabbia che ora e vecchio e non tiene esperienza. Come pure mi dite che mia sorella e sta a servire con mia nipote questo mi da molta pena perché vorrebbe tenere denaro per non farla fare questa vita schiava» [n. 40],

«è vero quello che scrivete? I fratelli sono lontani dai pericoli della guerra? Lo crederò quando vedrò i loro caratteri» [n. 44],

oppure di tensione per questioni sorte in ambito parentale

La casa e l’orto sta nel catasto, il valore che prima aveva io sono disposto di riconosciere tutto agli eredi per mia parte non voglio neppure una lira, però gli eredi devono conosciere quello che a me mi attocca, non fa bisogno documento, ci precisa la morale e la dignità[…]ero un uomo di morale per tutti di famiglia perciò non pensai fare documenti, io credeva che erano tutti come a me [n. 97].

Donne e uomini protagonisti: da individui a persone, a tipi

Quali i protagonisti dell’emigrazione? Tra le tante figure che emergono dalla lettura delle missive, alcune finiscono per giganteggiare grazie al carisma dimostrato, alla particolarità degli argomenti trattati e degli eventi vissuti, ma indubbiamente anche al numero di missive che le riguardano, dato questo che favorisce ovviamente un più completo e articolato dispiegamento del racconto di vita relativo.

Su tutti i protagonisti sembrano emergere comunque - con un’evidenza narrativa diremmo quasi “tridimensionale” - soprattutto le forti personalità del fabbro Antonio Carbone di Cannalonga e del “nonno” Salvatore Vecchio di Laureana Cilento.

Pazienti, essi vengono ad indossare i panni di tipi fondamentali dell’esperienza migratoria: il Carbone quello dell’homo faber sui (nella fattispecie, mai definizione fu più appropriata visto il mestiere “eroicamente” esercitato dallo stesso)

i sacrifici sono immensi e non tutti li sopportano, anzitutto il posto deserto dove lavoriamo che ci sembra di essere sperduti nel mondo[…]il caldo insopportabile che ti brucia la pelle e il lavoro di posa dei binari si svolge all’aperto sotto il sole micidiale[…]A questo aggiungi che io lavoro alla forgia per 10 e anche 12 ore al giorno, vicino al fuoco e ai ferri sempre arroventati [n. 82],

il Vecchio incarna bene invece la figura del “Padron ‘Ntoni” verghiano, patriarca generoso e tronco fecondo che si fa carico della vita di tutti i rami e le fronde che procedono da esso. Di quest’ultimo è possibile seguire infatti la progressiva assunzione del ruolo di “nonno” inteso non solo in sensoparentale, ma anche d’autorevole mediatore critico tra le culture d’origine e d’accoglienza. Tra un’intelligente attenzione al sociale e una rassegnata convinzione nel destino personale il suo lamento, mai solo autocommiserativo, non scivola passivo sulle cose, ma le interroga secondo un’originale dinamica di pessimismo operativo come traspare da questi brani tratti dalle sue lettere ai parenti

Io so bene che necessito nel famiglia, però per voi mi sacrifico passando le più triste torture nella mia vita disgraziata. Io dovevo essere presente verso di voi, perché vi ripeto se tuo nonno se rimpatria sarà per voi un disastro. Per me sono già vecchio, non fa niente che ultimi giorni finiscono male, però mi voglio dimenticare tutto le miei sacrifici che passato e sto passando [n. 93];

Non c’è più pace e tranquillità, tutto questo la colpa la tiene il Nord America, il dollaro aumenta 32 mila volte, è un disastro si spera solo in una rivoluzione[…]se le cose i presentano male conviene rimpatriare i Italia perché si sta meglio[…]nel sud America in tutte le parti ce Dittatura militare, i popoli vogliono la democrazia e protestano perché il militare non pote governare [n. 103].

Tra gli altri “scrittori” di missive, meritano comunque una menzione speciale Mauro Giuliano di Eredita, di cui abbiamo seguito il dramma dell’insoddisfatto desiderio di ricongiungere la propria famiglia (vedi § 2.5.4) e - nonostante annoveri poche citazioni – anche la “figura” non marginale di Domenico Pizzolante

Mi è stato di grande aiuto Domenico Pizzolante che appena sono sbarcato dalla nave[…]mi ha mandato a prendere e mi ha pure pagato il viaggio per il treno che mi ha portato a Paragata a casa sua dove abbracci e commozione nel riabbracciare un paesano e un amico. Lui mi ha accompagnato a Waitalla dove ha parlato con l’ingegnere di una grande Impresa mineraria e di fonderia che ha bisogno di fabbri [n. 81].

La rilevanza di questa figura risiede nel fatto che la sua azione non costituisce solo espressione di generosità ed amicizia individuali, ma è segno pure d’una spontanea ed efficiente rete di solidarietà “paesana” - con forte connotazione dunque “culturale” – in grado d’accogliere, instradare, sostenere l’emigrato nei momenti difficili dell’impatto e dell’integrazione nel nuovo Paese. E questo può significare pure condivisione di scelte

il lavoro alla fonderia per la costruzione della ferrovia era troppo pesante e le condizioni di ambiente insopportabili come avviene nelle zone desertiche. Così assieme a Mario Scelza, Domenico Pizzolante e Carmine Troncone abbiamo deciso di lasciare il lavoro e di andare nel nord dell’Australia dove cercano lavoratori per il taglio della canna da zucchero [n. 86].

Ecco un altro esempio a conferma della forte rete di solidarietà “paesana” attiva tra gli emigrati

«a santos siamo giunti la vigilia di natale e non ti dico la tristezza nel baciare il nuovo suolo che deve diventare la mia nuova patria. Ti scrivo dalla casa dell’amico Peppe Funicelli, nostro paesano che mi ospita fino a quando troverò una sistemazione» [n. 5].

Certo Carbone, Vecchio, Giuliano, Pizzolante costituiscono “tipi” che - riprodotti tante volte con gradienti d’intensità diversi nella carne di tanti emigrati - non possono non alimentare un’analisi specificamente antropologica votata - come da etimologia e definizione - all’Uomo/”Anthropos”, facitore di culture.

La donna delle/nelle lettere

Non c’è dubbio che le donne emigrate - come autrici ma anche come destinatarie [5] - rimangono decisamente in ombra nelle lettere, tranne situazioni d’emergenza

gerto hai saputo al mio marito 11 luglio del 1933 mi è morto e morto di subito e me rimasto in mezzo alla strada, tutti i suoi soldi ce lanno sui fratelli initalia. Io volevo venire initalia ma poi openzato […]che mio marito era cittadino americano e orisestito, arimanere costì così riuscito avere 65 dolari al mese [n. 33].

Difficoltà ancora maggiori da esse incontrate nella scrittura, con delega della comunicazione agli uomini in contrasto con le funzioni di mediazione, e tessitura di rapporti, che la figura femminile ha sempre proficuamente esercitato nelle culture di tradizione?

Comunque - anche al di là dell’Oceano - alcune figure femminili riemergono prepotentemente dal passato a sottolineare acuti bisogni presenti

«Penso sempre a quella vecchierella della nonna sempre indaffarata col viso liscio e rosea a chera età[…]E mamma che non se lamentava mai e diceva sempre la providenza ci aiuterà[…]Mo me mancano, me mancano tanto, senza me sento come na pecora fuori gregge” [n. 10].

Con quali compgne costruire allora le nuove esistenze? Nelle missive non mancano accenni alle donne dei Paesi d’accoglienza, non esenti comunque da pregiudizi di tipo morale

«[Brasile] qui[…]la vergogna non esiste più, basta dirti che le donne vanno quasi nude come gli indiani con una cammisa senza braccie e da sopra le ginocchia, non solo le giovani ma anche le accasate» [n. 27].

Per Luigi Lepre – che scrive integralmente in inglese - è davvero impossibile (come nel caso dei buoi del proverbio) trovare la donna ideale al di fuori della propria cultura. Così smorza infatti gli entusiasmi d’un giovane prignanese molto intraprendente in proposito

Mio caro amico, proprio oggi ho ricevuto la tua lettera e sono stato molto felice quando ho visto la prima parola scritta in inglese dalle tue mani[…]Ma è meglio se continui ad andare a scuola e cercare di imparare un po’ meglio, perché quando vieni in America, inizi ad uscire con le ragazze e non vai più a scuola. Quello che mi dici, di trovare una ragazza per te, è impossibile perché le ragazze qui sono tutte diverse dalle ragazze italiane [traduzione dall’inglese] [n. 71].

La complessa tematica delle cilentane recapitate come “oggetti-moglie”, con limitata conoscenza, nei nuovi Paesi

Riguardo a quella signora[…]io non sapevo niente di quesse dicerie, sul suo conto, altrimenti mai avrei pensato a farla mia moglie[…]Riguardo all’altra signorina in cui tu mi dice essere brava onesta, economa, così e la donna che io vado in cerca, la prima cosa per me e l’onestà e che ciarrà un passato serio, ma non ti sembra[…]che cè molta differenza d’età, a me mi abbisognasse una donna sulla cinquantina, ma se tu vedi che a Vallo non cè un elemento buono di questa età e lei cià piacere, si chiudono gli occhi, e come viene ce la prenderemo[…]ho Parlato con quelli che fanno l’atti di richiamo[…]mi ha detto che la posso mandare a prendere, ma deve venire a quota e sposarla qui. A te ti raccomando di accertarti che stia bene in saluta, e mi manderai a dire il suo peso, e altezza [n. 57]

merita poi un esame approfondito per la grande determinazione e coraggio dimostrata da tali “pacchi vivi” nelle vicende migratorie [Ienna 2014].

Date di spedizione delle lettere esaminate e di quelle citate

1879: [n. 1],

1880: [n. 2], 1884: [n. 3], 1887: [n. 4-5], 1888: [n. 6-8], 1889: [n. 9],

1890: [n. 10], 1892: [n. 11-12], 1893: [n. 13], 1899: [n. 14-15],

1903: [n. 16-18], 1906: [n. 19],

1913: [n. 20], 1919: [n. 21-23],

1921: [n. 24], 1923: [n. 25-26], 1924: [n. 27-28], 1929: [n. 29],

1930: n.30, 1932: [n. 31], 1933: n.32, 1934: [n. 33-34], 1935: [n. 35-36], 1936: [n. 37], 1937: [n. 38], 1939: [n. 39-40],

1940: [n. 41-44], 1941: [n. 45-47], 1945: [n. 48-52], 1946: [n. 53-64], 1947: [n. 65-68], 1948: [n. 69-71], 1949: [n. 72],

1950: [n. 73-74], 1951: [n. 75-76], 1954: [n. 77], 1955: [n. 78-79], 1956: [n. 80-85], 1957: [n. 86], 1958: [n. 87],

1961: [n. 88-90], 1962: [n. 91], 1963: [n. 92], 1966: [n. 93-94], 1967: [n. 95],

1971: [n. 96-97], 1972: [n. 98], 1975: [n. 99-100], 1978: [n. 101], 1979: [n. 102-104],

1980: [n. 105], 1981: [n. 106-107], 1984: [n. 108-109], 1985: [n. 110], 1986: [n. 111-112], 1989: [n. 113-114], [n. 116];

1995: [n. 115], [n. 117], 1996: [n. 118-120],

2001: [n. 121-124], 2002: [n. 125], 2003: [n. 126], 2004: [n. 127-128].

(Le località cilentane meta di tali missive, o nei cui archivi d’istituzioni civili/religiose sono state rintracciate le stesse, sono Agropoli, Campora, Cannalonga, Castellabate, Celle di Bulgheria, Ceraso, Eredita, Fornelli C., Gioi, Giungano, Laureana C., Omignano, Perdifumo, Pisciotta, Policastro, Prignano C., Sessa C., S. Mauro la Bruca, Valle dell’Angelo e Vallo della Lucania.

Riferimenti bibliografici

Chieffallo D. 2005, Venimos de la noche y hacia la noche vamos: Lettere di emigrati cilentani, Acciaroli: Centro di Promozione culturale per il Cilento.

Ienna D. 2014, Il pacco-dono in ambito migratorio. Scambio di beni tra Cilento e fuori continente (dalla fine del secolo XIX). «Etnoantropologia» - Rivista annuale dell’A.I.S.E.A., 30 (4). [Atti del XII Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche Il colore dei soldi. Culture, scambi, mercati; Roma 21-23 Ottobre 2009].

--2007, Il Cilento ‘fuori di sé’: Analisi antropologica dei documenti riportati nell’opera di Domenico Chieffallo ‘Venimos de la noche y hacia la noche vamos. Lettere di emigrati cilentani’ «Annali Storici di Principato Citra», V (2/II) : 39-84.

Massariello Merzagora G., Dal Maso S. © 2006, Le forme dell’Io: La referenza al sé nelle storie di vita di immigrati, Milano: Associazione culturale Mimesis.



[1] Tra le numerose combinazioni mittente-destinatario presenti, marito-moglie (questa destinataria, a volte, insieme ai figli), fratello-fratello, nonno-nipote e amico-amico le più frequentate.

[2] Focalizzazione di [Ienna 2007], prima e più generale indagine antropologica sui documenti indicati.

[3] Anche se di grande richiamo, gli Stati americani (Stati Uniti, Venezuela, Perù, Argentina, Brasile e Uruguay) e l’Australia non hanno comunque assorbito tutto il flusso migratorio che in vari periodi storici ha interessato la popolazione del Cilento, diretto infatti anche verso Paesi europei come Svizzera, Germania, ecc.

[4] «Nella maggior parte dei casi gli emigranti[…]dal Cilento, nell’epoca di riferimento [evidentemente agli inizi dell’esodo migratorio], erano analfabeti[…]pochi[…]sapevano appena leggere e stentatamente scrivere» [Chieffallo 2005, 39].

[5] La percentuale di lettere in cui compare una donna (sia come mittente sia come destinataria) rappresenta circa 1/3 del totale. Se si considera invece solo il numero delle scrittrici, la percentuale scende a 1/16!.

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ISSN 2284-0176

 

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