Noi contro tutti

Noi contro tutti

La solidarietà aggressiva nella web communitas No Lombroso

Maria Teresa Milicia


Abstract.  In November 2009 the renewed display of the Museum “Cesare Lombroso” opened to visitors in Turin. A “No Lombroso” cartel of Neo-bourbon and other Southern political associations moved to protest against the Museum. They went to demand the repatriation of the brigand’s Villella skull for burial in his birthplace Motta Santa Lucia (CZ). In September 2012, I entered the No Lombroso Facebook group to conduct my online participant observation. The involvement in the day-to-day Facebook interactions highlights the performative construction of the aggressive solidarity into the web communitas.

Keywords. Repatriation movement; Online ethnography; Facebook; Lombroso Museum; Antisemitism

Journal. EtnoAntropologia, 3 (2) 2015

Introduzione

Nel settembre del 2012 ho creato un account su Facebook per ampliare il campo della ricerca etnografica, già in corso da un anno, sul movimento di protesta contro il nuovo allestimento del Museo di Antropologia Criminale «Cesare Lombroso», inaugurato a Torino il 27 novembre 2009. Il mio progetto iniziale era partito da Motta Santa Lucia in Calabria, il paese natale di Giuseppe Villella, il cui cranio esposto al Museo è oggetto della richiesta di repatriation da parte dello stesso Comune, con l’intervento del Comitato tecnico scientifico “No Lombroso”. Non avevo previsto una “osservazione partecipante” nell’ambiente virtuale dei social media. Nella fase esplorativa della ricerca, il web mi aveva dischiuso un immenso archivio di notizie: dalla documentazione indispensabile per ricostruire la cronologia della mobilitazione contro il museo alle narrative sull’identità di Giuseppe Villella, riprodotte in numerose varianti nella comunità discorsiva impegnata a immaginare il riscatto morale e politico del Sud Italia. Addentrandomi nel multiverso comunicativo del web ho capito che facebook aveva giocato un ruolo trainante nell’aggregazione del movimento di protesta contro il Museo, soprattutto nella prima fase della mobilitazione, sfociata nel corteo dell’8 maggio 2010 a Torino [Montaldo 2012a] [Montaldo 2012b] [Milicia 2014a] [Milicia 2014b]. Come tutti i social media, facebook amplifica la velocità di condivisione delle informazioni, annulla le distanze fisiche fra gli utenti creando legami di solidarietà fra “sconosciuti” che si incontrano e, all’occorrenza, possono agire come soggetto politico collettivo [Cody 2011, 38-39] [Juris 2012, 266].

L’affermazione della mass self-communication (comunicazione individuale di massa) – in cui sono gli individui a generare, selezionare e indirizzare ad altri individui nuovi contenuti che hanno su internet una potenziale diffusione di massa – fornisce mezzi inediti alla mobilitazione sociale e alle politiche insurrezionali [Castells 2007, 239] [Castells 2005, 4-21]. Più difficile mantenere viva nel tempo la mobilitazione, contrastando la tendenza disgregante insita nella struttura stessa di movimenti costituiti più da una «folla di individui» che da reti politiche organizzate [Juris 2012, 272].

Nel caso specifico della mobilitazione No Lombroso, dopo il corteo a Torino nel 2010, il movimento non è riuscito più a raggiungere una consistenza numerica per manifestare al di fuori dello spazio virtuale.[1] Nei giorni successivi alla manifestazione di piazza, Domenico Iannantuoni, già fondatore a Milano dell’ADSIC (Associazione culturale “Due Sicilie”) nel 2002 e del Partito per il Sud nel 2004, e Amedeo Colacino, sindaco di Motta Santa Lucia, costituiscono il Comitato tecnico scientifico “No Lombroso”. L’atto di autonominarsi “tecnico scientifico” intende oscurare la matrice politica della mobilitazione, avviata dai neoborbonici e dalla variegata costellazione dei partiti neomeridionalisti, proprio per dare risalto all’impegno disinteressato del Comitato.[2]

La nuova leadership si sostituisce al precedente coordinamento della protesta, accentrando le risorse e mettendo a punto nuove strategie. A partire dall’allestimento del sito www.nolombroso.org che raccoglie le prime adesioni fra i partecipanti alla manifestazione e apre uno spazio privilegiato per i testimonial, primi fra tutti i giornalisti Lino Patruno e Pino Aprile. Con la creazione della pagina facebook il gruppo No Lombroso conquista visibilità nello spazio dei social. La leadership del comitato ha costruito in questi anni un network No Lombroso, implementato dall’attivismo nello «spazio dei flussi» sul web e dall’attivismo nello «spazio dei luoghi» [Castells 2000, 454]. L’azione combinata nelle due dimensioni ha permesso di spostare l’investimento del Comitato sull’azione giuridica per la restituzione del cranio di Villella, sulla ricerca di adesioni istituzionali contro il Museo e sull’obiettivo politico di radicamento territoriale in Calabria. L’attività di propaganda del Comitato continua a sfruttare la capacità propria dell’ambiente virtuale di creare “l’illusione contagiosa della moltitudine” che è una delle forme in cui si manifesta il potere autoritario del populismo mediatico [Saccà 2014, 90-91].

D’altra parte, le interazioni orizzontali nella mass self-communication dei social media producono con una velocità inedita una realtà relazionale in continua espansione che diviene l’habitat performativo potenziato di produzione delle identità. La condivisione reiterata di rappresentazioni simboliche si struttura in forma rituale e istituisce i confini dentro i quali, nel caso specifico, si forgia il sentimento di appartenenza all’identità “meridionale”, costruita sulla finzione di continuità culturale con la storia e il territorio del Regno delle Due Sicilie.

Nei limiti di questo contributo, accennerò ad alcuni problemi di metodo che ho dovuto affrontare, del tutto nuovi rispetto alla ricerca tradizionale sul terreno fisico. Primo fra tutti la vertigine iniziale di muovermi in un universo digitale in continua espansione, denso di eventi simultanei che richiede lo sforzo cognitivo di visualizzare uno spazio invisibile. La qualità disincarnata dell’osservazione partecipante su facebook e l’assenza dell’interazione faccia a faccia si sono risolte nella partecipazione riflessiva all’esperienza di condivisione delle attività degli informatori [Markham 1998] [Hine 2000, 63-65]. Alcuni pionieri dell’osservazione partecipante nel mondo virtuale criticano, infatti, la definizione stessa di virtuale come opposto a reale [Boellstorff 2008, 33]. Il numero crescente di etnografie in ambienti virtuali (Second Life, facebook, you tube, twitter, blog, forum ecc.), con approcci e temi di ricerca transdisciplinari, ha già prodotto una letteratura che ridiscute la nozione stessa di fieldwork e i metodi classici di indagine qualitativa per adattarli alle nuove esigenze [Markham 1998] [Wilson, Peterson 2002] [Orgad 2005] [Burrell 2009] [Walker 2010] [Sumiala et al. 2012] [Hine 2008] [Boellstorff 2008] [Coleman 2010] [Miller 2010] Miller 2011; [Castells 2012] [Wilson, Gosling, Graham 2012] [Markham 2013] [Postill, 2013] [Postill 2014] [McCurdy, Uldam 2014] [Hutchinson 2014]. La proprietà delle tecnologie digitali di catturare con facilità il flusso incessante degli eventi nel fieldwork virtuale, testi, chat, video, immagini e relativi percorsi di condivisione, attira nella trappola di archiviare una mole immensa di dati che rende difficile tracciare i confini del campo. È l’errore più comune, dettato non solo dal disagio iniziale di dover sopperire alla “perdita” della presenza fisica ma anche da una sorta di abbaglio (quantitativo) di essere immersi nell’effervescenza di un flusso incessante di produzioni culturali [Boellstorff et al. 2012, 85] [Markam 2013, 440]. Senza sminuire l’interesse dei materiali archiviati, il focus della ricerca si rivela nel corso del graduale processo di “incorporazione” nelle pratiche quotidiane degli amici su facebook (fbamici). Non un difetto quanto piuttosto un eccesso di partecipazione è stata la sfida faticosa che ho dovuto affrontare nelle ore trascorse davanti allo schermo del computer.

Le conseguenze del trasloco etnografico online hanno impresso una direzione del tutto inattesa alla mia ricerca. L’assenza dei numerosi utenti di Motta Santa Lucia nel gruppo facebook No Lombroso, escluso ovviamente il sindaco e alcuni dei suoi più stretti collaboratori, mi ha confermato quello che già sapevo sulla disaffezione locale alla protesta [Milicia 2014b, 279]. Mi è apparso chiaro, inoltre, che l’agency delocalizzata del movimento non permetteva ai diversi aderenti di percepire le strategie di censura esercitate dagli imprenditori della rappresentanza simbolica [Bourdieu 1988] del “luogo di memoria del brigante”. In questa situazione particolare l’ingresso online ha spostato la localizzazione del mio terreno di ricerca nello spazio esistente fra la rappresentazione mediatica di Motta Santa Lucia che rivendicherebbe il possesso del cranio di Villella e la rappresentazione dissonante che emerge dalle pratiche riflessive locali sull’intera vicenda. La mia presenza su facebook ha indebolito il confine sorvegliato fra i due mondi: si è venuta a creare una zona di contatto dove le strategie di affermazione della leadership No Lombroso – che contano sull’appropriazione del capitale simbolico del “paese del brigante” per vincere la guerra contro il Museo – sono diventate osservabili. L’incontro etnografico virtuale si è dispiegato di conseguenza in un luogo marginale, segnato dall’impossibilità di interagire nelle conversazioni senza entrare in conflitto con la leadership e dal dilemma etico di non poter dichiarare la mia distanza ideologica ai partecipanti del gruppo facebook. Dilemma che è diventato un vero tormento quando, pur di continuare la ricerca, ho dovuto scegliere la partecipazione passiva alla condivisione di contenuti razzisti e antisemiti circolanti fra i miei fbamici.

Con la pubblicazione il 26 marzo 2014 di Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso,si è chiusa la ricerca online e sono ritornata con i piedi per terra. Ho perso molti fbamici ma in compenso il posizionamento sul terreno si è rafforzato e la prospettiva critica dell’indagine etnografica sui processi di patrimonializzazione del brigante Villella appare inequivocabile. L’attacco di Iannantuoni contro la mia persona, minaccioso fino al punto da spingere il sindaco a cancellare la presentazione del libro prevista a Motta Santa Lucia [Novelli 2014] [Montaldo 2014], ha reso evidente l’importanza strategica del “paese del brigante”. Grazie anche all’appoggio di influenti testimonial che sostengono l’azione di propaganda del Comitato in Calabria,[3] la sorveglianza mediatica oscura le notizie sul dissenso interno al paese, evitando così di intaccare la credibilità della mitopoiesi sul patriota e/o martire innocente Giuseppe Villella.

Il sacrario degli eroi di guerra nel web

Il visitatore che accede per la prima volta al sito www.nolombroso.org è accolto in uno spazio comunicativo edificato sulla forza illocutoria dell’enunciato di presentazione del museo Lombroso: « Quello lombrosiano è un museo osceno, inumano, razzista...la negazione di Dio». Il visitatore è chiamato a legittimare l’atto di istituzione del nuovo museo “Lombroso-NoLombroso” aperto nelle sale virtuali del sito online. La magia tecnologica consente di ottenere la repatriation digitale dei resti umani esposti nel museo torinese. L’ossario “osceno” viene rinominato reinscrivendo le immagini dei resti umani nella storia della guerra di conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dei piemontesi. «Guarda lo scempio» è l’invito che apre il link interno dove scorrono le immagini della collezione craniologica del Museo: i crani anonimi esposti nelle vetrine diventano così «i teschi di soldati e insorgenti meridionali». Una foto del 1975 che Giorgio Colombo pubblicò per documentare lo stato di abbandono del Museo [Colombo 2000², 76] si attualizza, con una nuova didascalia, nell’immagine emblematica della «fossa comune» degli insorgenti meridionali: «Teschi di insorgenti in mucchio». La definizione di fossa comune evoca non solo il massacro occultato, ma denuncia la “degradazione” dei resti degli eroi «mescolati con quelli di criminali e malati di mente». La strategia di manipolazione simbolica produce la visione condivisa di un sacrario degli eroi di guerra trasformato in un comune ossario e profanato dall’esposizione al pubblico.

Poco importa se alcune immagini, come quelle dei «cervelli di insorgenti e/o malfattori», non fanno parte dell’allestimento attuale. Quello che conta è guidare il visitatore in fondo al raccapricciante percorso, dove si compie l’effetto performativo della repatriation digitale:

Un crimine contro il Sud Italia (1861-1880).

...soldati e contadini dello sconfitto esercito delle Due Sicilie, catturati, seviziati e decapitati per gli studi insani del pazzoide Cesare Lombroso elevato, solo in Italia, a rango di scienziato... i resti di valorosi soldati meridionali, tacciati di brigantaggio, sono ancora oggi esposti come trofei. Nessun significato scientifico è attribuibile a questa oscena mostra...

La rappresentazione del Museo nel sito No Lombroso riclassifica gli oggetti della collezione per rendere riconoscibile l’identità nemica di Lombroso, carnefice direttamente responsabile dei crimini contro il Sud Italia. Come in un racconto dell’orrore, lo scienziato «pazzoide» diviene il mandante delle stragi dei piemontesi per rifornirsi di cadaveri. Il Museo, evidentemente inaugurato dai discendenti dei conquistatori, è complice di un criminale di guerra. La contestazione del significato scientifico della «oscena mostra» pretende di rivelare l’intento museografico di esibire la validità scientifica attuale delle tesi di Lombroso, disattivando così le categorie storiche che inquadrano l’allestimento. Entrando nello spazio «firma la petizione» – la foto del cranio di Giuseppe Villella invita: «Io non posso più firmare! Fallo tu per me» – ancora una volta enunciazioni che attestano la volontà attuale del Museo di celebrare i crimini del nemico:

...Lombroso pretese di dimostrare l’inferiorità genetica delle popolazioni del Sud Italia ... le teorie di Lombroso sono fondative dello sterminio degli ebrei e dei rom... puoi trovare i soldati del Regno delle Due Sicilie esposti come orribili trofei...

Quando il visitatore decide di firmare a sostegno della battaglia contro il Museo, per la restituzione del cranio di Villella ai parenti in lutto, per la degna sepoltura delle «residue martoriate spoglie», per «la rimozione delle sue teorie dai libri di testo e di ogni commemorazione odonomastica e museale a nome “Cesare Lombroso”», ha già in mente l’equazione Lombroso-Mengele, il famigerato scienziato nazista. Lo dimostrano alcuni fra i tanti commenti dei firmatari:

Il museo “degli orrori” lombrosiano è sputo sul meridione, è paragonabile al fatto che venisse istituito un museo dedicato a Josef Mengele con dentro le saponette fatte con il grasso degli ebrei.

Tanto vale tenere aperto un museo con i resti degli ebrei no??? No Lombroso, no violenza, no alla falsa storia !

E' il segno ancora tangibile di un tentato sterminio! Preferirei che fosse trasformato in "Sacrario", in memoria dei caduti duosiciliani di quella orribile stagione della Storia di questo paese !

Equazione paradossale che stride con l’origine ebraica di Lombroso. In realtà, come vedremo più avanti, l’apparente contraddizione ebreo-carnefice si ricompone nella riattivazione, interna alla comunità discorsiva della protesta, dei dispositivi retorici dell’antisemitismo e dell’antimassonismo diffusi dalla pubblicistica ostile al nazionalismo liberale del Risorgimento nella seconda metà dell’Ottocento [Schreiber 2005, 132; Bonavita 2005, 363-364]. La famigerata rivista «La Difesa della Razza», fondata nel 1938 per propagandare l’applicazione delle Leggi razziali, innesterà il razzismo scientifico sull’ideologia paranoide del «complotto giudaico-massonico della plutocrazia» per dominare il mondo, di cui gli “ebrei” Lombroso, Marx e Freud sono gli esponenti più rappresentativi [Milicia 2011, 141-142].[4]

Il paradigma del genocidio e l’epopea della conquista

L’individuazione destorificata di Lombroso e il suo museo, agente nemico del Sud Italia, mette in campo le risorse simboliche del conflitto permanente che alimentano il processo di produzione identitaria. Il sito No Lombroso è di fatto il luogo della lotta per far esistere [Bourdieu 1988, 115] il razzismo genocidario del Museo: dal riconoscimento del razzismo dipende il riconoscimento della vittima. L’atto di istituzione del “museo razzista” sancisce l’esistenza dell’identità vittimaria dei meridionali e autorizza la leadership a rappresentarla nella sfera pubblica [Giglioli 2014].

Ma da dove viene l’autorità di rinchiudere l’istituzione museale nel cerchio magico dell’accusa di apologia del razzismo e dello sterminio degli insorgenti del Regno delle Due Sicilie? Su cosa si fonda il potere dei leader di far aderire alle categorie di percezione che rendono oggettivo il manifestarsi insieme del carnefice Lombroso e della vittima meridionale?

Le pratiche quotidiane individuali di selezione, manipolazione e socializzazione dei materiali simbolici circolanti nei flussi globali della comunicazione costruiscono l’habitat culturale del network della protesta. Per comprendere meglio quali sono le materie prime dell’attuale bricolage narrativo sull’identità vittimaria del Sud, bisogna volgere un rapido sguardo all’operazione di marketing editoriale concertata in occasione dei 150 dell’Unità d’Italia. La ricorrenza è caduta nella congiuntura di crisi economica globale che, nel fragile sistema italiano, ha prodotto una disgregazione profonda delle istituzioni politiche e culturali. Nello scenario dominato dall’ascesa del populismo mediatico – conseguenza dell’interazione fra nuove tecnologie e crisi di legittimità politica generalizzata – si è aperto lo spazio per l’affermazione di una classe di nuovi «intermediari culturali» composta in larga parte da giornalisti-scrittori o scrittori-giornalisti [Bourdieu 1983, 333] che si sono assunti il ruolo autorevole di divulgare la controstoria dell’Unità d’Italia.[5] In questo contesto si situa il redditizio investimento di una parte cospicua dell’editoria italiana. Terroni di Pino Aprile, pubblicato nel marzo 2010 dalla casa editrice Piemme del gruppo Mondadori, è il caso esemplare che mi limito a considerare, sia perché l’autore ha un coinvolgimento diretto con il Comitato, sia per l’enorme successo del libro che ha contribuito a dare forza di verità all’atto di istituzione del razzismo genocidario del museo Lombroso. Lo scrittore-giornalista divulga fin dall’incipit della narrazione lo scenario retorico del genocidio dei meridionali nella guerra di conquista dei piemontesi:

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. [Aprile 2010]

L’analogia piemontesi-nazisti e Lombroso-Mengele è consequenziale. La coincidenza dell’uscita di Terroni con la mobilitazione contro il Museo stabilisce una relazione di reciproca convenienza fra lo scrittore e i leader del Comitato. Diventare testimonial conferisce autorità alla protesta e rappresenta per lo scrittore un investimento pubblicitario. Il successo di Terroni rilancia il film di Pasquale Squitieri E li chiamarono briganti, passato sotto silenzio nel 1999: a febbraio del 2011 esce l’edizione multimediale di Terroni per iPad, con foto, interviste e spezzoni tratti dal film. Squitieri sceglie di raccontare la lotta dei briganti contro l’invasione dei piemontesi nello stile spettacolare del genere spaghetti western, omaggio dichiarato a Sergio Leone [Marmo 2011]. La potenza visuale del linguaggio cinematografico, con l’orrore degli stupri e dei massacri compiuti dai piemontesi, inaugura l’epopea della «conquista del Sud». In un’intervista per il lancio della versione multimediale del libro, Aprile sintetizza i motivi retorici reiterati in un numero incalcolabile di interventi pubblici:

Da adolescente fremi d’indignazione per gli indiani sterminati sul Sand Creek e da grande scopri che i fratelli d’Italia nel Meridione fecero di peggio. La mitologia risorgimentale cominciò a vacillare quando lessi La conquista del Sud di Carlo Alianello. Vi si narrava la storia di una donna violentata e lasciata morire da 18 bersaglieri, che già le avevano ammazzato il marito. Il figlioletto che assistette alla scena, divenuto adolescente, si vantava d’aver ucciso per vendetta 18 soldati di re Vittorio Emanuele a Custoza. Poi il massacro di Pontelandolfo e Casalduni, 5.000 abitanti il primo, 3.000 il secondo, due delle decine di paesi distrutti, con libertà di stupro e di saccheggio lasciata dal Cialdini ai suoi soldati, fucilazioni di massa, torture, le abitazioni date alle fiamme con la gente all’interno. E le migliaia di meridionali squagliati nella calce viva a Fenestrelle, una fortezza-lager a una settantina di chilometri da Torino, a 1.200 metri di quota, battuta da venti gelidi, dove la vita media degli internati non superava i tre mesi. Per garantire ulteriore tormento ai prigionieri, erano state divelte le finestre dei dormitori. Viva l’Italia![6]

Il successo del filone antirisorgimentale induce alla conversione legittimista cantautori più o meno noti che rivisitano il repertorio musicale degli anni Settanta alla luce della vera storia del Sud. Per i contro-festeggiamenti dei 150 anni, la questione meridionale – ormai segno iconico della menzogna che ha occultato gli splendori della Borbonia felix – diviene La Questione Meridionale, album di Eugenio Bennato che canta la memoria dell’antica prosperità del popolo duosiciliano. Anche Bennato è testimonial No Lombroso. La sua canzone Brigante se more è stata rivendicata come inno dei nuovi briganti, a patto di restaurarne le strofe “autentiche”: «nuie cumbattimmo po’ rre burbone» invece che «nun ce ne fotte du rre Burbone». Se il brigante anarchico degli anni Settanta moriva per la libertà bestemmiando, l’autentico brigante legittimista odierno muore pregando.[7] E allora anche Albano, cantante simbolo del genere musicale nazional-popolare, può diventare “brigante” inneggiando alla gloria del passato.[8]

Noi contro tutti

Ho aperto il mio profilo facebook senza neanche pensare per un attimo alla possibilità di scegliere un’identità di copertura [Comber 2011]. Ho cominciato a chiedere l’amicizia selezionando i profili fra gli aderenti al gruppo aperto No Lombroso, compresi il sindaco e il presidente del Comitato che conoscevo già di persona. A questo passaggio è seguito il concatenarsi reciproco di risposte e richieste di amicizia. Ogni nuovo fbamico ha la propria rete di amici che possono entrare in contatto fra di loro ma anche mantenere sfere di attività separate. Era la prima volta che entravo in una rete social e ho dovuto prendere dimestichezza con il mezzo prima di fare delle scelte di metodo per stabilire delle relazioni utili alla ricerca. Ho deciso di selezionare un numero limitato di fbamici per seguirli nelle loro attività quotidiane. Il primo criterio di selezione si è basato sulla corrispondenza dell’identità del profilo facebook alla reale identità anagrafica, verificata in modo indiretto nelle conversazioni in chat. Grazie alle impostazioni disponibili, ho inserito i profili selezionati fra gli amici più stretti e ho impostato la ricezione delle notifiche sul mio indirizzo di posta elettronica. Ho così ottenuto un monitoraggio costante dell’attività dei miei fbamici e, allo stesso tempo, ho creato un prezioso archivio dei contenuti postati, in ordine cronologico. Nel gruppo dei fbamici stretti, c’è stata un’ulteriore selezione spontanea, dovuta all’assiduità di alcuni di loro nel postare e condividere contenuti su facebook. Con il passaggio allo smartphone ho vissuto l’esperienza di essere connessa tutto il giorno con persone fisicamente distanti, nella maggior parte dei casi mai incontrate,[9] in una relazione continua di “intimità immaginata”. L’incessante lavoro simbolico dei fbamici trasforma lo spazio di socializzazione nel luogo proprio della web communitas dove ogni giorno si rinnovano le pratiche di istituzione della memoria collettiva. Tutta la giornata è scandita dalla condivisione di performance narrative, visuali e musicali circolanti nei mediascapes postmeridionalisti: citazioni testuali, riproduzione delle sequenze più cruente del film di Squitieri, spesso accostate alle immagini sacralizzate del museo Lombroso. La riattualizzazione dei massacri nella guerra di “conquista del Sud” suscita sentimenti di dolore, di disperazione, di rabbia che, in qualche caso, si esprimono con il linguaggio dell’odio. Ogni nuovo post accresce l’investimento emotivo nella mobilitazione permanente di “noi contro tutti” i nemici del Sud, favorendo la creazione di forme di solidarietà aggressiva.

Nell’intimità della web communitas si dispiegano tutte le potenzialità performative del «paradigma del genocidio». L’instaurarsi di una relazione mimetica con gli ebrei alimenta la competizione per l’accesso alle risorse simboliche dello status di vittima che fanno emergere interessanti (e inquietanti) analogie con le retoriche politiche di diversi gruppi etnicizzati su scala globale. La richiesta di riconoscimento del proprio genocidio incontra le correnti negazioniste che vanno dall’attenuazione dell’unicità dell’Olocausto fino alla negazione totale che ribalta la posizione storica degli ebrei-vittime “privilegiate”[Amselle 2001, 201]. Presente fin dai primi giorni della mobilitazione su facebook [Milicia 2014b, 272-274], l’idea che il riallestimento del museo Lombroso sia stato voluto dal «vertice giudaico-massonico piemontese» si rafforza ibridandosi con le nuove retoriche dell’antisemitismo nella comunicazione globale.

La lotta per il riconoscimento del genocidio dei “meridionali” si esprime nel cuore della web communitas, nella tensione iniziatica mai risolta per accedere allo status di vittima. Nella ripetizione ossessiva di una memoria del passato che non può essere pubblicamente condivisa, le vittime “altre” assumono il ruolo di catalizzatori del rancore e dell’invidia. In questo senso, la condivisione del repertorio razzista circolante nel web assume anche la valenza di una compensazione simbolica al mancato riconoscimento del diritto di occupare una posizione vittimaria privilegiata. Qualche esempio, fra i tanti eventi incorporati nelle attività quotidiane dei miei fbamici durante la ricerca, spiega meglio quanto ho tentato di argomentare. L’elezione di papa Francesco nel 2013 è stata salutata con grande entusiasmo. Appena una settimana dopo, il Papa ha «lavato i piedi a una musulmana!» nel carcere minorile di Casal del Marmo: da quel momento è calato un silenzio ostile. Qualche mese dopo, ho avuto l’occasione di assistere, via web, alla commozione per la visita del Papa a Lampedusa in ricordo delle vittime dei naufragi mentre in contemporanea ricevevo i video e le foto dei miei fbamici in lacrime per lo «sterminio» dei soldati borbonici a Fenestrelle.[10] Sempre nello stesso anno fortunato, Cécile Kyenge è stata nominata ministro dell’integrazione. Gesto simbolico che ha prodotto, in effetti, l’integrazione di tutte le ideologie razziste nella pratica dell’insulto. Per non parlare del web survey ossessivo di qualcuno sempre a caccia di notizie sui siti xenofobi.[11]

Circondati dagli antichi nemici piemontesi a Nord e dai nuovi nemici a Sud – «stiamo subendo un’invasione che loro chiamano emigrazione...non li rimpatriano e non hai visto le pubblicità con i bambini meticci?» – nel cuore incontaminato della web communitas si possono sognare certezze e confini.

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[1] Il tema delle lotte di concorrenza fra le forze politiche neo-meridionaliste negli ultimi anni non può essere qui affrontato, ma segnalo che la conflittualità interna ha avuto un peso notevole negli sviluppi della protesta contro il Museo.

[2] Si rimanda ai lavori già pubblicati per una ricostruzione più dettagliata [Montaldo 2012a, 2012b, 2014; Milicia, 2014a, 2014b].

[3] http://www.giornalisticalabria.it/2012/08/10/ufficio-stampa-consiglio-regionale-e-pitaro-il-nuovo-capo/.

[4] Alcuni passaggi dei proclami della mobilitazione su facebook contro il museo Lombroso sembrano copiati da «La Difesa della Razza». Sono sicura che la stragrande maggioranza degli aderenti alla protesta ignori del tutto la non casuale coincidenza.

[5] Non è possibile in questa sede argomentare l’approccio di Bourdieu applicato all’analisi della produzione culturale postmeridionalista che si situa in una zona intermedia fra il revisionismo “ortodosso” del circuito accademico e il revisionismo “eterodosso” dei dilettanti.

[6] http://www.ilgiornale.it/news/l-unit-d-italia-150-anni-gronda-sangue-dei-terroni.html.

[7] https://www.facebook.com/notes/briganti/linno-delsud/454239364623.

[8] Bennato, https://www.youtube.com/watch?v=wasQwL4eSpU; Albano, Gloria gloria, parole di Pino Aprile e musica di Mimmo Cavallo, https://www.youtube.com/watch?v=5DteiDIuylA.

[9] Solo in un caso ho incontrato offline uno dei fbamici più stretti, su suo invito. L’incontro aveva lo scopo di sondare la mia disponibilità a militare in un partito neomeridionalista.

[10] Su Fenestrelle [Barbero 2012].

[11] Per esempio: http://tuttiicriminidegliimmigrati.com/tag/facebook/.

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