L’immagine come arma

L’immagine come arma

Il ruolo delle fotografie nella protesta di Euromaidan

Tamara Mykhaylyak


Abstract.  The Euormaidan’s photos are known all around the world; this event has been described through a myriad of photos and videos. Throughout the exploration and analysis of the major Russian and Ukrainian journals’ websites, online TVs, social networks and blogs, we have gathered a large amount of visual documents. Intentionally we focused on the images produced by the protesters and the journalists that supported the protest. We decided to divide the analyzed photos into four categories: conflict, pain, memory and symbols. These categories reveal specific investments made on the photos, roles and functions bestowed to them with the purpose of bolster and strengthen the Euromaidan’s themes.

Keywords.  Euromaidan; photography; propaganda; mass media; symbols

Journal. EtnoAntropologia, 3 (2) 2015

L’immagine viene prima delle parole. Le fotografie di Euromaidan hanno fatto il giro del mondo; questo evento è stato raccontato attraverso un’infinità di foto e video che hanno avuto una enorme capacita di documentare da un lato l’accaduto, e di evocare dall’altro i sentimenti ed emozioni. Come sempre l'uso di un’immagine riflette il messaggio a cui si vuole ancorarla. Basta pubblicare una fotografia sulla prima pagina di un quotidiano aggiungendo la scritta «Un tragico avvenimento» oppure «Giustizia è fatta» e lo stesso fatto di cronaca apparirà in modo differente. Nella guerra mediatica russo-ucraina i giornalisti russi delle reti centrali hanno distorto le informazioni e smerciato bugie come se fossero verità, andando avidamente in cerca di qualsiasi informazione potesse screditare gli eventi ucraini. Descrivendo i manifestanti come “radicali”ed “estremisti” e hanno ripetuto incessantemente che tutti gli attacchi violenti erano loro attribuibili, supportando tali affermazioni con immagini fotografiche accuratamente selezionate ed tagliate a loro piacimento.

Euromaidan: l’origine e il corso degli eventi

Andando all’ordine degli eventi va ricordato che la protesta di Euromaidan in Ucraina ebbe inizio in seguito alla mancata firma da parte del Presidente Viktor Yanukovich dell’accordo di associazione con l’Unione Europea. Ciò scatenò la reazione di una parte della popolazione che il 21 Novembre 2013 si è riversata nelle strade di Kiev contestando la decisione del governo. Fu una protesta pacifista, come dimostrano anche numerose immagini dove sono immortalate migliaia di persone con le bandiere ucraine e dell’UE. Su tali immagini si vede la gente che ha i volti disegnati con simboli riferibili ad Ucraina e UE, stelle, tridenti e colori delle bandiere ed è ritratta mentre urla slogan antigovernativi o canta l’inno nazionale.

Fig. 1. I manifestanti raccolgono i sampietrini per la costruzione delle barricate, Kiev, Febbraio 2014, foto di Ilya Varlmov

Giorno dopo giorno la quantità dei manifestanti aumentava raggiungendo, secondo i leader dell’opposizione, le 500 mila presenze nella capitale ucraina. Si chiedevano le dimissioni di Yanukovich ed il ritorno alle elezioni. La protesta ebbe luogo principalmente a Maidan Nezalezhnosti (Piazza Indipendenza) che in seguito divenne simbolo della manifestazione (foto 1). Il governo schierò prontamente le forze speciali di polizia Berkut per contrastare l’avanzata dei manifestanti, che costruirono le barricate in strada ed occuparono i palazzi governativi per difendersi.

Nel tempo i motivi della protesta si sono fatti più circostanziati e ficcanti: si manifestava contro la mancanza di uno stato di diritto, la violazione dei diritti umani, la corruzione e la violenza da parte della polizia. Le proteste in piazza Maidan, sono state sostanzialmente pacifiche durante i primi due mesi, fino a quando il 19 gennaio sono morte le prime persone negli scontri con la polizia. Il dissenso nei confronti del governo, invece di estinguersi, è dilagato in altre città del paese, principalmente nella parte centrale ed occidentale dell’Ucraina e in alcune di queste sono stati occupati gli edifici istituzionali.

Fig. 2. I feriti vengono trasportati in ospedale, Febbraio 2014, foto di Ilya Varlamov

I momenti più drammatici di questa rivolta hanno coinciso con gli eventi svoltisi a Kiev tra il 18 e il 20 febbraio, quando a causa dei scontri, si suppone siano decedute 25 persone mentre più di 200 siano rimaste ferite (foto 2). Nei giorni successivi gli scontri si sono fatti ancora più violenti e le parti in “guerra” hanno iniziato ad usare oltre le molotov, i lacrimogeni e le pietre, anche le armi da fuoco (foto 3 e 4). La conta finale dei morti fu di 128 tra manifestanti e forze di polizia e tra 2700/3000 i feriti, di cui numerosi giornalisti[1].

Fig. 3. Cocktail di Molotov uno dei simboli della protesta, Febbraio 2014, foto di Ilya Varlamov

Fig. 4. Falò con gli pneumatici un'altro simbolo della protesta, Febbraio 2014, foto di Ilya Varlamov

I mezzi di comunicazione di massa: tra notizia e propaganda

Mentre le proteste dilagavano in tutta l’Ucraina, i media digitali e i social network hanno sostenuto la rivolta. I giornalisti insieme agli studenti, sono stati la forza trainante per contrastare la decisione del governo di fermare l’integrazione europea dell’Ucraina. Sono passati al contrattacco combattendo contro il bombardamento di notizie distorte e manipolate che i media russi diffondevano su quanto succedeva a Kiev. In seguito alcune testate e canali televisivi ucraini diffusero sui loro siti Internet vari reportage dove svelavano le menzogne fatte circolare sui media russi. Tra le tante iniziative legate alla necessità di una corretta controinformazione citiamo il caso della trasmissione Distalo del canale televisivo ucraino ISTV, che ha dedicato un intera puntata da titolo «La guerra dell’informazione: chi e come racconta le bugie su Ucraina» finalizzata a contraddire le notizie manipolate e diffuse dal governo russo. I direttori dei maggiori media group ucraini hanno anche sottoscritto un appello ai loro colleghi russi esigendo di raccontare i fatti di cronaca in Ucraina più aderenti alla realtà[2]. Molti giornalisti ucraini temevano che i media russi possano influenzare l’opinione pubblica occidentale.

Il disagio per l’obbligo calato dall’alto di manipolare le informazioni contagia progressivamente anche giornalisti “allineati”, appartenenti a stampa e televisioni governative. È il caso di Roman Malko, operatore televisivo appartenente alla Direzione politicizzata del Primo Canale della TV Nazionale, il canale noto per le divulgazioni delle notizie distorte e falsate riguardanti la protesta. Sulla propria pagina di Facebook Malko denuncia in una lettera ai suoi superiori che gli avevano assegnato il compito di fotografare i senzatetto tra i manifestanti, allo scopo di far vedere al resto del paese che a Kiev non ci sono persone che difendono la propria libertà, ma solo i poveri clochard che si sono appropriati del centro della capitale[3]. Secondo i dati del quotidiano Ukrainska Pravda pubblicati il 12 dicembre 2013 si sono dimessi quattro giornalisti dal Primo Canale Nazionale, perché contrari al modo in cui venivano divulgate le notizie in Ucraina. Anche alcuni giornalisti russi denunciavano la pressione dei propri direttori, che imponevano loro di sminuire la vastità della protesta nei reportage da essi realizzati. Il canale russo Rossia 1 durante il notiziario Vesti nedeli ha trasmesso ai telespettatori una cronologia distorta degli eventi a Kiev: certuni cruenti episodi accaduti il primo dicembre venivano sostanzialmente negati trasmettendo immagini di una situazione più calma relative al 30 novembre. In particolare era falso, come confermato da storici e ricercatori sociali che studiarono l’evento a caldo, che la protesta partita da Piazza Maidan fosse orchestrata da gruppi di estrema destra. Ciò nonostante, questa notizia emergeva continuamente nei media russi e occidentali; basta guardare per esempio la prima pagina di uno dei maggiori quotidiani russi Komsomolskaya Pravda del 21 febbraio 2014 che a caratteri di scatola scandisce «Appropriandosi dell’Ucraina, i banderovzy [4] puntano alla Russia». Al centro della pagina è stata inserita una foto che raffigura la minacciosa avanzata dei manifestanti in mezzo al caos ed al disordine urbano: alcune persone hanno il viso coperto, indossano caschi e giubbotti antiproiettile improvvisati. Tale fotografia accompagnata da un titolo così allarmante trasmette sgomento e preoccupazione, si vuole far credere che questa aggressiva protesta possa dilagare anche in Russia e che gli estremisti ucraini possano raggiungere Mosca (foto 5). Lo stesso quotidiano il giorno dopo pubblica un’altra falsa notizia che annuncia l’occupazione del Parlamento Ucraino da parte dei manifestanti. Senza dubbio la propaganda del Cremlino inizia a funzionare: prima di tutto la stampa e i canali televisivi federali selezionano accuratamente le notizie, che in un secondo momento sono sostenute da immagini e testi insufflati dal governo russo. I media non raccontavano la realtà, ma la creavano attraverso messaggi pensati per essere percepiti come reali da chi li riceveva, reiterando così una strategia tipica dei regimi totalitari; è ben noto come il principale ideologo del Terzo Reich, Joseph Goebbels, sostenesse: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità».

Fig. 5. Prima pagina del quotidiano russo Komsomolskaya Pravda, 21 Febbraio 2014

In questo conflitto al tempo, stesso drammaticamente reale e mediatico, un ruolo importante viene assunto da alcuni simboli su cui si sono coagulate le identità dei contendenti. La bandiera è innanzi tutto l’inevitabile simbolo della coesione e dell'appartenenza ad una nazione. Tra marzo e aprile del 2014 nell’Ucraina dell’Est si è scatenata la cosiddetta “guerra delle bandiere”[5]: tra i gonfaloni in strada, sventolavano i colori di Russia ed Ucraina. I manifestanti filorussi e nazionalisti durante le proteste sostituivano le bandiere ucraine sugli edifici pubblici istituzionali con le bandiere russe e viceversa. Le fotografie raffiguranti tali azioni venivano adoperate dai mezzi di comunicazione di massa secondo la loro appartenenza politica. Utilizzo così netto e spaccato dei simboli nazionali di entrambi i paesi non poteva fare altro che indurre la popolazione a decidere da che parte stare e con chi schierarsi. L’effetto di tutto ciò è stato disastroso: dalla “guerra delle bandiere” si è passati purtroppo alla guerra vera e propria che è scoppiata nell’est del paese provocando migliaia di vittime tra militari e civili. Le bandiere sono state sostituite con i fucili e i manifestanti hanno ceduto il posto ai militari e ai carri armati.

In questo nostro lavoro attraverso i siti web dei maggiori quotidiani russi e ucraini, dei social network, di TV online e blog, è stata reperita una copiosa messe di documenti visivi. Ci si è volutamente concentrati sulle immagini prodotte dai manifestanti e giornalisti che hanno sostenuto la protesta. Tutte le fotografie analizzate, scattate non soltanto con le macchine fotografiche, ma anche con i smartphone abbiamo sino ad ora ritenuto di poter dividere in quattro principali ambiti. Tali ambiti rivelano gli specifici investimenti fatti sulla foto, ruoli e funzioni ad essa attribuita nel sostenere alimentare e sedimentare i topoi di Euromaidan.

CONFLITTO. A questo gruppo, decisamente il più numeroso, appartengono tutte le fotografie che raffigurano le proteste in piazza; alcune immagini sono scattate dall’alto per poter dimostrare la grandiosità dell’evento, altre invece, immortalano le persone con le bandiere che scandiscono slogan oppure cantano. I momenti di tensione tra i manifestanti e la polizia sono stigmatizzati dalle foto che ritraggono i preti con i crocifissi e le donne inginocchiate tra le due fila di oppositori. Ci sono gli scatti che ritraggono i momenti di scontro e pestaggio delle forze dell’ordine, i partecipanti che lanciano molotov, i cecchini che sparano, le aggressioni ai giornalisti, i medici e i volontari che trasportano i feriti. I primi piani dei visi hanno espressioni di rabbia e odio, alcuni volti sono coperti dai passamontagna. Il fuoco, il fumo, le barricate e i sampietrini sparsi ovunque fanno da cornice. Appartengono a questo gruppo anche le foto che denunciano le violenze subite: le facce insanguinate e tumefatte, i segni dei pestaggi sui corpi.

DOLORE. Rientrano in questa categoria le immagini che raffigurano i morti coperti dai teli bianchi insanguinati o dalle bandiere giallo-azzurre. Molti immagini crudeli di corpi straziati e cadaveri pubblicati in un primo momento in rete sono stati oscurati dagli amministratori dei social network.Numerose sono le fotografie che ritraggono i funerali dei manifestanti uccisi. Grazie ai primi piani delle persone che vi parteciparono si possono notare differenze di genere nell’esprimere la sofferenza. Molte donne piangono mentre gli uomini tendono a nascondere le proprie emozioni: i loro volti sono tesi e gli sguardi appaiono inespressivi, impenetrabili.

MEMORIA. In seguito ai tragici eventi tra Novembre 2013 e Febbraio 2014 a Kiev sono morte più di cento persone ed in rete è stato creato un sito dove è descritta la vita di ognuno di loro. Potremmo definirlo come una sorta di sacrario on line. Numerose sono le immagini che raffigurano tutte le vittime in un unico poster gigante. Come testimoniano molte fotografie tali vittime, definite letteralmente eroi nazionali, sono state ricordate ed onorate con migliaia di fiori e candele in Piazza Indipendenza a Kiev.

SIMBOLI. Il simbolo che viene associato ad un evento permette alla nostra mente di ricordarlo meglio. Molte immagini possono essere considerate simboli di questa lotta: la bandiera ucraina, il pianoforte dipinto di giallo e azzurro sul quale si sono esibiti alcuni musicisti per una protesta pacifica, il fuoco e il fumo nero dei pneumatici bruciati, i cocktail di molotov, l’albero di Natale rimasto in Piazza Indipendenza fino al mese di agosto.

Un’immagine continua a rimanere impressa nella mente indelebilmente nel tempo, assumendo un ruolo fondamentale nella definizione degli scenari contemporanei, nella formazione di nuovi orientamenti ideologici e sociali. Le narrazioni visive influenzano l’opinione pubblica, costruiscono il consenso o il dissenso grazie al loro indubbio potere persuasivo. Oggi la circolazione delle immagini e lo statuto di veridicità di ciò che viene da esse mostrato assumono un ruolo decisivo nello stabilire equilibri, disuguaglianze, esclusioni e inclusioni. In questo modo la fotografia diviene un arma a doppio taglio, da un lato essa rappresenta uno specchio degli eventi, ci trasporta immediatamente sul luogo dei fatti, ma dall’altro lato esiste una regia oscura che la manipola attraverso l’utilizzo della parola scritta, alterando la realtà e trasformando le vittime in assassini (foto 6).

Fig. 6. Sfruttando i colori delle bandiere nazionali blu e giallo per l’Ucraina e bianco blu e rosso per la Russia, l’operatore televisivo stringendo artatamente su un particolare restituisce l’impressione che un ucraino stia per pugnalare un russo e non l’opposto.

Ciò detto per quanto più specificamente attiene alle immagini da noi considerate sono possibili ulteriori e specifiche riflessioni che qui di seguito sintetizziamo.

A nostro modo di vedere le foto inerenti il conflitto e quelle che esplicitano il dolore dei manifestanti e della popolazione hanno assunto il compito innanzitutto di didascalizzare gli eventi, alimentando e giustificando poi le ragioni della protesta.

Le foto da noi riunite nelle sezioni della memoria e dei simboli rispondono invece alla necessità di perpetuare e stigmatizzare nel tempo i valori e principi della lotta.

Si noterà come la dimensione intrinsecamente denotativa delle foto si caricherà di un compito fortemente validante in rapporto alla sua capacità di esplicitare “oggettivamente” la tangibile, inconfutabile drammaticità dei fatti. Su tale efficace, ragguardevole pondus denotativo si articola infatti il reticolo delle significazioni validanti le ragioni della protesta.

Se poi si riflette sui veicoli utilizzate per la diffusione delle foto, in particolar modo il ricorso costante alla rete, ben si comprende la necessità dei manifestanti di esportare le loro ragioni al di fuori dei confini nazionali: la foto si fa viatico delle ragioni delle proteste che cercano un appoggio ed una consacrazione a livello internazionale.

Riferimenti bibliografici

Argentieri M.1998, Il cinema in guerra, Roma: Editori Riuniti

Degrelle L. 1979, Lettera al Papa sulla truffa di Auschwitz, Monfalcone: Ed. Sentinella d' Italia

Freund G. 1976, Fotografia e società, Torino: Einaudi

Gilardi A. 1976, Storia sociale della fotografia, Milano: Feltrinelli

Levi Strauss D. 2007, Politica della fotografia, Milano: Postmedia

Lugon O. 2008, Lo stile documentario in fotografia, Milano: Electa

Uliano L., Bizziccari M. 1981, Informazione negata, Bari: Dedalo

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<http://www.vesti.ru>



[1] Dati del Ministero della Sanità dell’Ucraina; tuttavia secondo i dati dell’organizzazione dei medici-volontari di Euromaidan il numero delle vittime è di circa 780 persone. [http://www.theinsider.ua/politics/5346cab150141]. Vi sono inoltre numerosi manifestanti ed attivisti che risultano scomparsi [http://lvivska.com/news/2014/06/19/31208].

[2] Lettera pubblicata in data 03/03/2014 sul sito dell’Unione Nazionale dei Giornalisti Ucraini [http://nsju.org]

[3] Nel articolo dal titolo «Il primo continua a perdere i giornalisti» pubblicato l’11 Dicembre 2013 sul sito del Bureau del giornalismo investigativo ucraino Kiev.Svidomo è stata pubblicata una versione completa di tale lettera [http://www.svidomo.org/defend_article/22584]

[4] Banderovzy – estremisti nazionalisti, è un termine usato soprattutto per indicare le persone di lingua ucraina dell'Ucraina occidentale.

[5] «La guerra delle Bandiere all’Est dell’Ucraina», articolo pubblicato il 03/03/2014 sul quotidiano Korespondent [http://ua.korrespondent.net/world/worldabus/3313979]

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