“Perimetri” di sistema

“Perimetri” di sistema

Riflessioni e critiche sul mondo dell’asilo in Italia

Maria Concetta Segneri

Rosaria Gatta


Abstract.  Authors describe, through a multidisciplinary model, the needs of applicants/beneficiaries of international protection. Particularly, how their health narratives are correlated with the lack of suitability of the Italian asylum system. From experience at NIHMP mental health clinic since 2011, they used the ethnography method to highlight the connection between the issues observed in Italian forced migration policy and the experiences of suffering, violence, alienation, and helplessness lived by both patients and health workers.

Keywords.  Forced migration; international protection; ethnography; clinical psychology; multidisciplinary approach

Journal. EtnoAntropologia, 3 (2) 2015

L’Istituto Nazionale Migrazione Povertà (INMP) è stato fondato alla fine del 2007 come sperimentazione gestionale per volontà del Ministero della Salute con l’obiettivo di studiare nuovi modelli di intervento sanitari. Nel 2012 è stato stabilizzato a seguito dei buoni risultati riportati dall’approccio multidisciplinare sperimentato, cui hanno partecipato la biomedicina, la psicologia, la mediazione culturale, le scienze infermieristiche e l’antropologia. Questo intervento esporrà i risultati raggiunti dalla collaborazione dell’antropologia e della psicologia nel lavoro quotidiano svolto con persone richiedenti/titolari di protezione interazionali.

Gli incontri clinico-antropologici con persone emigrate forzatamente mettono in luce fin troppo spesso le contraddizioni di un sistema politico, giuridico e sociale che offre il miraggio di una “protezione” che non protegge [Beneduce 2008]. L’esperienza riportata evidenzia quanto il migrante forzato sia confinato e facilmente confinabile in una esistenza collocabile ai margini delle società [Van Aken 2005, Agier 2008], nelle zone d’ombra e di frontiera delle società di arrivo [Bourgois, Schonberg 2011, Ravenda 2011], sperimentando difficoltà nell’immaginare un possibile accesso alla cittadinanza attiva e, ancor prima, ad una piena esistenza [Pinelli 2013].

Il lavoro congiunto tra psicologia e antropologia all’interno di una struttura di sanità pubblica ha permesso di osservare e riflettere sulla natura dei disagi riferiti dalle persone da un doppio punto di vista: quello istituzionale partecipe delle logiche del sistema che producono e riproducono le cause del disagio [Beneduce 2005, Quaranta 2006a, Wacquant 2006], quello etico-professionale consapevole dell’invischiamento in queste logiche ma relativizzante e critico nell’applicazione dei propri strumenti conoscitivi [Fassin, D’Halluin 2005, Ong 2005, Pizza 2005, Quaranta 2006b, Quesadaa et al 2011, Colucci et al 2013]. Secondo tale ottica, si è rivelato estremamente esplicativo nel lavoro svolto con e per le persone richiedenti/titolari di protezione internazionale, l’enorme dilatazione del tempo necessario agli operatori per l’individuazione di quelle strategie che sul territorio romano avrebbero permesso alle persone seguite il superamento di quegli ostacoli burocratici, procedurali, normativi, ecc. incontrati tipicamente nello spazio giuridico dove essi si collocavano [Pellecchia, Zanotelli 2010]. Alcuni esempi di quanto si espone possono essere: l’individuazione di un indirizzo legale fittizio per la richiesta di asilo; l’attribuzione di una nuova tessera sanitaria dopo un periodo di irregolarità amministrativa; l’ottenimento di un permesso di soggiorno per ricorrente (al diniego ricevuto dalla Commissione Territoriale); l’iscrizione all’ufficio di collocamento previo riconoscimento delle esenzioni al ticket; l’utilizzo delle certificazioni cliniche nell’attribuzione di un alloggio; nella posticipazione dell’uscita dal centro di accoglienza; nell’inserimento in un’attività formativa; nel riconoscimento del diritto di asilo; nel ricongiungimento alla propria prole, ecc. Altro elemento rilevante è stato il constatare che alla base del disagio psicologico riferito (spesso ascrivibile ad un disturbo algico non altrimenti definito) si collocavano episodi di impotenza legati a ingiustizie, prevaricazioni, subalternità, ecc. che erano stati vissuti ripetutamente dalla persona a partire dalla migrazione forzata [Taliani, Vacchiano, 2006, Olsen et al 2007, Beneduce 2010, Sironi 2010,Liedl et al 2011]. Queste persone, narrando i loro vissuti di sofferenza, delineavano un’esistenza pregna di stati emotivi contrastanti con cui cercavano di dare una riposta al senso del continuo esercizio spregiudicato del potere e della violenza che avevano vissuto/vivevano. Quest’ultima, dalle loro narrazioni, sembrava caratterizzare ogni sorta di relazione e di scambio umano, tanto nel proprio paese, che in quelli attraversati e, non ultimo, in quello di accoglienza, l’Italia. In realtà, il disagio psicologico emergeva verosimilmente in maniera dirompente proprio in Italia, dove, al termine di lunghi viaggi che avevano minato profondamente la soggettività dell’individuo, egli desiderava di potersi riprogettare, mentre, invece, si trovava nuovamente costretto a difendersi da nuovi dispositivi di controllo, di confinamento, di prevaricazione e di violenza [Malkki 1995, 1996, Foucault 1996, Agamben 2005, Dei 2005, Héritier 2005, Arendt 2008, Zizek 2009]. Alcuni esempi di quanto si espone possono essere: uno stato d’ansia peggiorato a causa del mancato riconoscimento dell’asilo nella causa di ricorso (al diniego) per assenza di approfondimenti (non normati) delle motivazioni alla base della migrazione forzata; l’aggressività e la rabbia nel relazionarsi per via delle incomprensioni, dei pregiudizi e delle errate interpretazioni cui la persona riferiva essere stata sottoposta nelle comunicazioni, nelle azioni e nelle decisioni degli operatori dei centri, degli assistenti sociali, delle forze dell’ordine non formati nell’interazione multiculturale e nella lettura della diversità culturale; uno stato depressivo innescato dalla conclusione dello stage formativo, previsto nel progetto di integrazione precostituito, che concludendosi non prevedeva la spendibilità sul territorio dell’attività lavorativa appresa.

Il processo conflittuale di esclusione nell’inclusione vissuto da numerosi richiedenti asilo pare confinare le persone in un perenne “stato di eccezione” [Agamben 2005] e di frontiera. In tal senso, può essere utile avvalersi della nozione più ampia di “regime di frontiera” usata da Berg e Ehin. Essa inserisce il senso del confine non solamente nella delimitazione spaziale e geografica di un territorio ma anche (e ancor prima) nel riverbero politico, collettivo e soggettivo [Berg, Ehin 2006]. Se assumiamo tale senso del costrutto “confine”, il concetto di “frontiera” si delocalizzerebbe metaforicamente divenendo complesso, multiforme e agente a più livelli nell’influenzare le relazioni sociali e il vivere quotidiano. Vacchiano definisce il concetto di “frontiera” come un insieme di pratiche quotidiane che agiscono invisibilmente tra gli attori operanti nel mondo dell’asilo (operatori, richiedenti asilo, membri istituzionali, ecc.) e si trasmetterebbero attraverso gli scambi e le negoziazioni fra ognuno di questi singoli elementi [Vacchiano 2011]. Fin troppo spesso le storie di vita dei richiedenti asilo mostrano i segni evidenti di tale processo disintegrante. E’ come se nelle zone d’ombra, di frontiera e di eccezione delle società di arrivo le persone si dissolvessero, scomparissero nelle maglie di un sistema che include e nel contempo esclude generando confusione e smarrimento [Dal Lago 2004].

Tale operazione distanziante diviene fonte di assoggettamento e violenza per i richiedenti asilo, nello specifico la costruzione delle frontiere e dell’invisibilità è alimentata da un regime burocratico respingente piuttosto che accogliente [Pinelli 2013]. L’assenza di politiche organiche ed efficienti di accoglienza [Centro Studi e Ricerche IDOS 2013] sommate alle difficoltà che costellano le vite dei richiedenti asilo nei paesi di arrivo, creano uno stato di impotenza appresa che inibisce lo sguardo del rifugiato verso il proprio futuro [Agier 2008]. In questo “campo visivo ridotto” diviene più difficile costruire una propria individualità, indipendenza e intenzionalità [Taliani, Vacchiano 2006].

L’esperienza clinica dimostra quanto sempre più spesso il corredo sintomatologico che la persona avverte e riferisce nella maggior parte dei casi non trovi evidenze organiche. Tale malattia “senza traccia” sfugge al rigore della diagnosi clinico-medica e si colloca in una dimensione di dolore e di malattia che sembra voler assolvere altre funzionalità [Malkki 1996, Sayad 2002, Ong 2005, Beneduce 2005, Sironi 2010, Colucci et al 2013]. Si riporta di seguito un esempio tratto dal lavoro congiunto di analisi e di riflessione sul disagio riferito da una persona incontra nel 2013.

Jack è un uomo di 22 anni proveniente dal Camerun che ha ottenuto lo status di rifugiato e che seguiva un percorso di sostegno psicologico perché il pensiero del fratello gemello disperso in Libia a volte gli procurava sogni che lo spaventavano, lo innervosivano, lo facevano sentire in pericolo. Il lavoro psico-antropologico cerca di capire la natura del pericolo che Jack riferisce di provare, indagando il rapporto fraterno e il significato socio-culturale che hanno le nascite gemellari nel suo contesto di provenienza. Inoltre, negli incontri si indaga anche il rapporto che Jack ha con gli operatori sociali del centro che al momento lo ospita: hanno contattato il clinico perché sono seriamente preoccupati dallo stato psicologico del loro utente. Egli risulterebbe poco collaborativo, introverso e assai schivo nel narrarsi. Jack teme che stia succedendo qualcosa a livello spirituale, che gli viene comunicato mediante i sogni, perché dal suo arrivo in Italia non si sottopone ad una pratica rituale che consuetudinariamente bloccava il potere riconosciuto ai gemelli di vedere mediante il terzo occhio gli eventi che sono accaduti o che accadranno e che hanno un potere negativo sulle persone. Jack non voleva cercare una soluzione che fosse risolutiva per il disagio riferito, al contrario, avrebbe voluto ricevere suggerimenti su come contenere quei timori, poiché non sempre egli aveva quei sogni; allo stato attuale, infatti, avrebbe voluto concentrarsi sulla sua ricerca di lavoro, per poi avere le risorse per affrontare questa ipotesi di contatto spirituale insieme alla sua famiglia e agli operatori locali camerunensi.

I miei problemi sono perché sogno mio fratello. Nel sogno siamo assieme, poi mi sveglio ed è tutto diverso. […] Quando sono nato, essendo gemello, mia madre ha fatto una pratica tradizionale per bloccare la capacità dei gemelli di vedere quello che gli altri non possono vedere. Questo blocco mi ha liberato! Sarei stato in pericolo costante! Mi avrebbero cercato per uccidermi perché potevo rivelare quanto di cattivo potevano fare le persone agli altri. Si tratta della chiusura del terzo occhio. […] Se non sono lì, non posso farlo. Non so dove è mio fratello. Da quando sono qui non lo facciamo. […] Vorrei sapere il significato dei sogni che faccio su mio fratello, se lo sogno perché non ho rinnovato la pratica tradizionale, se continuo a pensarlo per lo stesso motivo. Per i sogni in Camerun si va dal Marabutto, qui non voglio andare da nessuno per ora, devo capire cosa fare con la mia famiglia.[1]

Il lavoro congiunto ha permesso a Jack di trovare uno spazio di narrazione che gli riconoscesse l’autorevolezza di scegliere cosa fosse meglio per se stesso. Nella relazione con gli operatori del centro, come in altri contesti, questo non era stato possibile: esigenze di controllo e spersonalizzazione delle procedure richiedevano agli utenti comportamenti omologanti al di fuori dei quali si diventava “devianti” [Foucault 1996].

Vorremmo trovargli uno stabilizzatore dell’umore per questi up e down che osserviamo. Vorremmo non dover sostenere ancora questi comportamenti psicologici. Va bene che continua i suoi colloqui psicologici qui, ma risolveteci questo problema! […] Quando sta male non ce lo comunica. E’ autonomo quando sta bene e quanto sta male. […] Non ti svegliavi, non volevi uscire dal centro, non cercavi lavoro tutti i giorni. Ora ci hai chiesto un periodo di vacanza, te lo diamo, ti teniamo il posto, ma poi appena torni devi trovare lavoro! […] Se ci raccontava delle difficoltà che aveva, potevamo aiutarlo: bisogna stare bene quanto si cerca lavoro, bisogna essere positivi! […] Come fai a stare bene? Ti serve il sostegno psicologico? Ok, però non in emergenza, quando ti trovi al limite della sopportazione. […] E’ qualcosa che va lavorato![2]

La collaborazione dell’etnografia alla clinica psicologica ha permesso di cogliere il perimetro di un sistema di accoglienza che lascia poco spazio all’espressione della soggettività a chi ha superato la migrazione forzata e cerca di riprogettarsi a partire dall’Italia [Dal Lago 1998]. In aggiunta alle tante difficoltà che queste persone vivono nel lasso temporale assai dilatato che le porterà alla regolarizzazione amministrativa o al riconoscimento effettivo del loro diritto di cittadinanza, sembra che esse siano costrette a vivere una condizione sociale di esposizione costante a forme di depauperamento, di delegittimazione, di spersonalizzazione e di disumanizzazione [Dal Lago 2004, Arendt 2008, Sironi 2010 ]. Sembra che siano obbligate a vivere in uno stato di allerta continuo e di sopravvivenza alle tante forze performanti, valutanti, dominanti che prendono piede nelle loro vite. Politiche, normative, pratiche, protocolli, ecc. sono le braccia di queste forze agenti; hanno tanti volti, che fungono da capi espiatori e da vittime stesse della non sostanzialità della normativa-procedura, ma non hanno responsabilità, sono meri esecutori il cui errore umano non è contemplato. Pertanto, sia l’agente che l’esito dell’applicazione acquistano una natura “spettrale” [Fanon 2006, 2007], perché rimangono impuniti quanto producono ingiustizie. In questi perimetri di sistema smascherati dalle testimonianze dei richiedenti/riconosciuti di protezione internazionale si ritrovano anche le condizioni di sfruttamento salariale dei dipendenti pubblici, di deprofessionalizzazione, di mancata formazione, di sovrannumero delle persone accolte nei centri, dell’eccessiva burocratizzazione delle procedure, dello scollamento fra le inadempienze del territorio romano e la normativa, ecc. Ciò non giustifica le diffuse forme di prevaricazione e di ingiustizia esercitate su queste persone dalle istituzioni pubbliche che spesso esse riferiscono, bensì è parte della “spettralità” cui si accennava. Ascoltare simili narrazioni pone il lavoro psico-antropologico nella doppia condizione di rendere manifeste le logiche manipolative sottostanti le dinamiche in atto per supportare l’agency delle persone richiedenti/titolari di protezione internazionale, e al contempo, trovare linguaggi e strategie di negoziazione con gli stessi attori che producono simili dinamiche. In questo gioco di forze è impossibile venir meno ad un impegno etico e politico che miri al superamento delle esperienze di sofferenza vissute da queste persone [Dei 2005, Quaranta 2006b], impegno che è sollecitato costantemente da quel senso di impunità spettrale dell’ingiustizia subita che non trova sollievo [Fanon 2006, 2007, Malkki 1995].

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[1] Appunti etnografici del 25/09/2013 tratti dall’archivio 2013 di Maria Concetta Segneri. Il periodo riportato è parte di una narrazione trascritta dalla lingua francese, parlata dalla persona, alla lingua italiana, con la collaborazione della mediatrice transculturale L. Salé (provenienza Francia e Algeria).

[2] Appunti etnografici del 21/02/2014 tratti dall’archivio 2014 di Maria Concetta Segneri. Il periodo riportato è parte di una narrazione trascritta nella lingua italiana; il soggetto che parla è italiano.

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