La vita è altrove? L'autunno mediterraneo dei pensionati italiani in Tunisia, tra conflitti e crisi

La vita è altrove? L'autunno mediterraneo dei pensionati italiani in Tunisia, tra conflitti e crisi

Laura Faranda


Abstract

This text summarizes an ethnographic research started recently in Tunisia, aimed at the recognition of a migratory phenomenon that concerns the Italian retirees. Such exodus involves some questions: is it just a phenomenon which refers to the crisis without precedent of the Italian welfare system? Can we bring this new flow to the dissatisfaction of people who no longer recognize the world in which they lived and who lost their freedom of action and dignity of membership? Can we apply also in this case the canonical meaning of migrant as “atopos”, “displaced”, hybrid, which exists only for defect in the community of origin and for excess in that of reception? With the first data collected, we will attempt to outline some provisional answers and to bring out the anthropological sense of the phenomenon.

Keywords

Tunisia, migration, italian retirees.

Nell'ambito di un progetto di ricerca più ampio sulla comunità italiana in Tunisia che dal 2012 ha dato vita a un accordo di collaborazione scientifica tra l'Università “La Sapienza” di Roma e le Università “Manouba” e “Neuf Avril” di Tunisi, ho compiuto nell'agosto 2014 un primo sopralluogo finalizzato alla messa a fuoco di un fenomeno emergente: l'esodo su questa sponda del Mediterraneo di pensionati italiani alla ricerca di un tenore di vita più accettabile.

Di tale realtà la stampa e i media europei hanno parlato diffusamente negli ultimi anni, indicando le mete preferenziali (dall'Est-Europa al Sud-America, al Maghreb) di un movimento migratorio imprevisto, irrituale e di proporzioni crescenti. Nei sondaggi mediatici la Tunisia rientra al momento tra le 10 mete migliori: con un costo della vita sensibilmente più modesto, a meno di due ore di volo dall'Italia, con un sistema di trattamento fiscale decisamente agevolato, con un clima mite e mediterraneo appare – e spesso viene promossa – come un'inattesa e incoraggiante terra promessa.

Ma il fenomeno dei pensionati in fuga non è solo italiano: la stampa francese, ad esempio, parla di un esodo costante che negli ultimi anni ha visto di più di un milione di pensionati trasferirsi in Portogallo, vero e proprio paradiso per gli esoneri d'imposta nel trattamento fiscale riservato alle pensioni; ma anche verso il Marocco e la Tunisia, dove al trattamento fiscale agevolato si aggiunge un costo della vita estremamente vantaggioso e che dal 2007-2008 sono diventati mete abituali di un espatrio dei retraités che in Francia sta diventando endemico[1].

Anche oltreoceano, del resto, l'esodo verso un Sud-America affollato di pensionati USA è consolidato da anni: in Messico e a Panama, ad esempio, è stata registrata già a partire dal censimento del 2000 una crescita consistente della popolazione, riconducibile proprio al movimento dei pensionati neo-residenti[2]. Nonostante la diffusione del fenomeno, la letteratura sociologica e antropologica sull'argomento appare ancora frammentata e sporadica[3].

Tornando in Italia, mentre i nostri pensionati – vittime designate della crisi senza precedenti del sistema di welfare italiano – fantasticano nuove “primavere” mediterranee, i tunisini che hanno trascorso in Italia 20 o più anni di migrazione rientrano in patria o per mancanza di lavoro o per godere della loro meritata (e non sempre scontata) pensione.

Sia gli italiani che i tunisini in quiescenza (in virtù di una convenzione siglata tra i due paesi nel 1984 ed entrata in vigore il 1° giugno del 1987), godono di un trattamento fiscale agevolato, a condizione di prendere la residenza e garantire una permanenza in Tunisia di almeno sei mesi l'anno. Il reddito netto della loro pensione sarà da quel momento rideterminato in base alla legge finanziaria n. 85 del 25 dicembre 2006, che prevede per i pensionati stranieri una quota di reddito non imponibile pari all'80%, imponendo la tassazione solo sul rimanente 20% con un'aliquota che a seconda del reddito varia dal 15% al 35% (quando si è ai limiti della fascia superiore, oltre i 50.000 dinari tunisini) e il cui tasso medio è del 20%. A titolo di esempio, su una pensione lorda di 1000 euro mensili, il sistema fiscale tunisino ne trattiene 40 e il pensionato ne riscuote 960, contro i 770 che avrebbe percepito con il prelievo fiscale vigente in Italia[4].

Al di là dei vantaggi economici, c'è qualcosa che rende la sponda tunisina più familiare agli italiani? È attendibile l'attualità (o la rigenerazione) di un legame che nasce da lontano?

Sebbene sia stata espunta da una memoria storica troppo selettiva, e quindi rimossa come meta di emigrazione italiana, va ricordato infatti che la Tunisia ha rappresentato fin dalla fine dell'Ottocento un luogo di approdo costante nelle prime ondate migratorie soprattutto del sud d'Italia, quasi pari per numero a quello americano [Pendola 2007]. Nel 1905 gli italiani ufficialmente residenti in Tunisia erano 90.000; nell'anno dell'indipendenza, il 1956, se ne contavano 66.500. Esodi e contro-esodi su un tratto di mare di 160 km che ha visto Sicilia e Tunisia condividere stagioni ben più remote della storia del Mediterraneo, hanno conosciuto dopo l'indipendenza e a seguito delle espulsioni una battuta d'arresto irrevocabile: ridotti a 10.000 a dieci anni dal processo di “tunisificazione” del nuovo stato, fino a due anni fa si contavano circa 6.000 italiani, di cui almeno un migliaio vantava una discendenza migratoria storicamente significativa.

Ma il numero degli italiani, che sembrava destinato a una naturale e irreversibile decrescita, da qualche anno è in rialzo: secondo Mustapha Laouini, sindacalista e direttore della sede del Patronato INCA CGIL a Tunisi, oggi

«gli italiani sono più di sette-ottomila, compresa la comunità storica. I nuovi saranno all'incirca due-tremila […] Ma non sempre gli italiani certificano la loro residenza in Tunisia iscrivendosi all'AIRE [Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero]: su 3.500 iscritti ce ne sono almeno altri tre-quattromila che non lo sono ma che vivono in Tunisia. Non si iscrivono perché hanno ancora un'attività in Italia, perché hanno una società offshore... […]. Alcuni italiani, che lavorano qui con piccole attività (ad esempio le gelaterie), lavorano per tre mesi, poi lasciano temporaneamente la Tunisia, per tornare subito dopo aver ottenuto il nuovo permesso di soggiorno. In sintesi, dopo la rivoluzione io penso che siamo arrivati a circa 7.500 italiani.[5]»

Di questi italiani Laouini – che si è rivelato un informatore prezioso e generoso – segue personalmente le pratiche relative ai pensionati neo-residenti. Con alcuni di loro ha stabilito nel tempo anche rapporti di amicizia, tra uno sfogo, una lamentela o una richiesta di assistenza accompagnata da narrazioni personali molto intense. Una vicinanza rafforzata anche dalla sua storia personale e professionale, che lo ha visto a sua volta migrante in Italia (dalla Sicilia a Modena) a partire dalla fine degli anni '80, quindi delegato sindacale impegnato nell'assistenza ai lavoratori stranieri; e in ragione di questa sua esperienza, dal 2008 responsabile della sede tunisina del Patronato INCA (la terza sede aperta in Africa, dopo il Senegal e il Marocco). Proprio a Tunisi, fin dagli anni di Ben Ali, Laouini si è battuto, non senza rischi, per la difesa del suo ruolo di tutela sindacale dei lavoratori rimpatriati:

Ho approfittato del mandato di un paese democratico, l'Italia, per poter fare un servizio democratico nel mio paese d'origine.

E con lo stesso spirito di condivisione democratica dei servizi, negli ultimi due anni ha realizzato un ponte progettuale tra CGIL e sindacati tunisini, che ha portato all'apertura di un servizio di tutela rivolto agli italiani neo-residenti. Le poche note etnografiche che sono riuscita a raccogliere sulle attività del Patronato INCA mi legittimano a sottolinearne l'efficacia istituzionale e politica. Ho visto l'ufficio costantemente affollato da italiani e tunisini in attesa di un orientamento concreto e competente. Io stessa ho atteso pazientemente il mio turno di ricevimento, nelle mattinate assolate di agosto, apprezzando l'imparzialità e lo scrupolo professionale con cui Laouini e le sue collaboratrici gestivano il proprio lavoro.

“Traghettatore” di vite in transito e a sua volta “sospeso tra due rive”, Laouini assiste oggi con la stessa dedizione professionale tunisini rimpatriati e italiani pensionati. Con un servizio gratuito e infaticabile di assistenza e di orientamento, tenta anzitutto di sottrarre i pensionati allo sfruttamento (spesso cinico e impietoso) delle agenzie private che incoraggiano, promuovono e guidano il loro trasferimento, affiancandoli nell'espletamento delle pratiche con costi di assistenza che si aggirano attorno ai 1200 Euro.

Li vanno a prendere all'aeroporto, li sistemano negli alberghi con i quali hanno già preso accordi, li seguono da vicino in tutte le pratiche necessarie. Il giorno dopo sono già assieme in banca per aprire il conto corrente. Se è necessario prestano dei soldi (fino a 3000 o 5000 euro), soprattutto se il pensionato non dispone della cifra da depositare in banca per dimostrare di poter affrontare economicamente un primo soggiorno di sei mesi (un passaggio obbligato previsto dal governo tunisino). E che nessuno mi dica che se prestano mille euro ne ricevono mille... A dirla breve, organizzano una forma di assistenza che intimidisce l'italiano, gli dà la sensazione di non poter fare niente senza il loro sostegno. Pensaci bene: non somiglia a una nuova forma di “caporalato”? Io ho conosciuto bene questo fenomeno e funziona così: recluti gli operai, se non hanno un lavoro glielo procuri, poi lo paghi tu alla maniera e al prezzo che vuoi.

Anche dall'ambasciata italiana arriva la segnalazione di una preoccupante prelazione assistenziale da parte delle agenzie private, alle quali del resto i pensionati si affidano volontariamente, proprio confidando su una protezione a tutto campo. Così, la responsabile dell'ufficio di assistenza sociale riferisce in merito che

ce n'è uno che viene qui spesso, e accompagna le persone a iscriversi all'AIRE. Non so quanto chiedano, ma la mia attitudine personale è sempre di dissuadere i pensionati dal rivolgersi a figure intermediarie, anche perché il mio ruolo dovrebbe essere quello di chi offre il servizio. Ad esempio io ricevo moltissime e-mail di italiani che sondano tramite ambasciata la possibilità di un trasferimento; e cerco di dare sempre informazioni accurate e oggettive. A volte si parla lungamente per telefono. Ma comunque di intermediari ce n'è più di uno. [...] Spesso sono loro comunque, se non sono autosufficienti, a scegliere di affidarsi a un'agenzia che li solleva da ogni problema logistico, guidandoli “passo passo”. Ecco, vede ce n'è uno che mi ha lasciato anche il suo biglietto da visita[6].

Nel corso di un colloquio con l'amministratore di un sito web espressamente dedicato al progetto di espatrio in Tunisia[7], ho avuto conferma del fatto che la rete rappresenta un polo di richiamo non indifferente. Sui 1000 contatti di pensionati registrati nell'arco di sei mesi (febbraio-luglio 2014), l'80% delle persone interessate ha già programmato un viaggio di perlustrazione o sta preparando la documentazione per l'espatrio. L'età media dei pensionati che contattano il sito è di circa 65-70 anni, i single sono più numerosi dei coniugati, che a loro volta emigrano per evadere da seri problemi familiari (separazioni, rapporti conflittuali con i figli), ma che spesso scelgono la meta tunisina anche per aiutare con i risparmi ipotizzati dal trasferimento i figli in serie difficoltà economiche. Il 15% degli utenti è rappresentato da investitori potenziali, da piccoli o medi imprenditori che hanno capitali da mettere in rendita e che stanno considerando la possibilità di delocalizzazione totale o parziale.

Proprio in merito agli imprenditori che delocalizzano i loro investimenti, Moustapha Laouini ha richiamato con efficacia la coazione a ripetersi di una storia che ha visto in passato gli italiani possidenti nelle regioni più fertili della costa tunisina, poi espropriati all'indomani dall'indipendenza e oggi riabilitati “da padroni” nella gestione di una produzione agricola locale altrimenti sofferente:

Dopo sessant'anni, ecco che sono tornati gli italiani! Ma oggi fanno i “padroni” in maniera diversa. Ai proprietari dicono: «la terra è tua, coltiva i pomodori, io li compro a un prezzo che decido io e poi li vendo in Italia come prodotti biologici.» E nella stagione dei pomodori o dei carciofi danno lavoro a circa mille e cinquecento donne – perché sono soprattutto le donne a lavorare come stagionali – senza una paga adeguata, né contributi. Ultimamente hanno cambiato strategia, perché prima compravano il prodotto fresco e provvedevano alla lavorazione e all'essiccazione di pomodori e carciofi in Italia: ora hanno insegnato ai tunisini il loro sistema di essiccazione e li fanno lavorare direttamente qui.

Ma questo tipo di italiani non passano per niente da noi. Noi abbiamo il 95% di utenza rappresentata da italiani in pensione.

Anche sulle diverse categorie di pensionati elencate da Laouini varrebbe la pena di soffermarsi incidentalmente, per segnalare una minoranza certo non consistente ma significativamente in crescita di “pensionati d'oro” o di grandi evasori fiscali costretti alla fuga:

Ci sono poi altri italiani che scelgono di vivere in Tunisia perché hanno una pensione da signori e vengono qui per “valorizzare” i loro redditi; poi non si fermano qui, vanno in giro per il mondo: del resto è un diritto consentito dalla legge... Poi ne ho visti altri che sono scappati per problemi fiscali in Italia, non ce l'hanno fatta, hanno venduto tutte le loro proprietà e quando hanno finito tutto sono scappati. […] Ho visto un pensionato parlamentare che di pensioni ne ha trasferite tre o quattro: mi son detto «”cazzo” – scusa l'espressione – io ho vissuto vent'anni in Italia, ho pagato le tasse fino all'ultimo centesimo e adesso sto pagando anche in Tunisia: ma questi signori vivono fregando il prossimo per tutta la vita? anche alle mie spalle hai vissuto in Italia, da signore, con stipendi di 6-8000 euro; e oggi che con la crisi dovresti dare qualche cosa ai poveri, che ti hanno mantenuto, oggi scappi dall'Italia?» Ho visto anche alti funzionari, dirigenti dell'INPS, pensionati delle forze dell'ordine, carabinieri, guardie di finanza... però io, sinceramente e personalmente il mio appoggio incondizionato lo do solo a quelli che hanno le pensioni minime. A loro rispondo al telefono anche alle 10 di sera, molti di loro sono ormai miei amici. Gli altri ce la fanno da soli...

Dislocati prevalentemente sulla costa nord, dopo una prima opzione per Hammamet i pensionati con i redditi più modesti si sono orientati soprattutto su cittadine costiere meno turistiche e più economiche come Sousse, Bizerta, Kelibia, Mahdia, o infine Hahouaria,

dove c'è il mare più bello dell'Africa, dove la vita scorre lenta, il suo costo è molto inferiore rispetto ad Hammamet, la gente è molto accogliente. Si sono inseriti bene, tanto è vero che spesso li sento dire: «non voglio sapere se ci sono altri italiani, non me ne frega niente, ora sono in Tunisia e voglio vivere da tunisino.»

L'amarezza per la prospettiva di vita alle soglie dell'indigenza che li ha visti costretti lasciare l'Italia; il sentimento di “abbandono” da parte degli Enti di previdenza, in particolare dell'INPS, che non esercita alcun controllo sulla Citibank, il colosso americano al quale da febbraio 2012 ha dato in appalto la gestione delle loro pensioni; la presa d'atto di una difficoltà di contatto con l'ambasciata italiana, che ha un orario di ricevimento al pubblico talora incompatibile con chi è decentrato e vive distante da Tunisi; i ritardi, le sospensioni indebite del pagamento della pensione e le difficoltà di contatto telefonico con le sedi italiane, sono tutti problemi che ho raccolto direttamente nei colloqui condotti con alcuni pensionati di Hammamet.

Uno dei problemi burocratici più farraginosi riguarda ad esempio la produzione annuale di un modulo di certificazione di esistenza in vita che viene inoltrato esclusivamente dalla banca, deve essere autenticato da un ufficio consolare ed inviato esclusivamente a mezzo posta ordinaria alla sede centrale della Citibank. Ma in alcuni villaggi costieri gli indirizzi sono approssimativi, non c'è numero civico e pertanto la posta rischia di non essere recapitata. E se il certificato di esistenza in vita non arriva in tempo utile la Citibank sospende immediatamente la pensione: una modalità che rende inaffidabile un servizio nato come strumento di transazione internazionale e che diventa monopolio autarchico di gestione dei capitali importati, spesso con grave danno economico per gli utenti. Secondo quanto precisa in merito Moustapha Laouini,

i pensionati italiani ci rimettono spesso, anche perché di norma la Citibank sarebbe obbligata ad aprire sportelli in varie parti del mondo e le spese bancarie dovrebbero essere a carico dell'INPS, non del pensionato. Qui a Tunisi c'è solo un'agenzia in centro e non paga le pensioni. Normalmente dovrebbe aprire sportelli ad Hammamet o a Sousse che permettano di andare a riscuotere la pensione direttamente alla Citibank, con 1 euro o 2 al massimo di tassazione; ma qui pagano 20-25 euro di tasse bancarie, perché le agenzie tunisine per il trasferimento prevedono una somma alta.

In realtà la Citibank non ha rispettato l'accordo stipulato quando ha vinto l'appalto, e l'INPS non si è mai curato di tutelare i pensionati, rivendicando il rispetto degli accordi contrattuali. Esemplare, a questo proposito, il caso di una signora che da sei mesi subisce la sospensiva indebita del proprio assegno, per un disguido della Citibank nella ricezione del suo certificato di esistenza in vita. Sia lei che il compagno vivono grazie a una modesta pensione di reversibilità: lei, esodata, dovrà attendere il 2017 per aspirare alla pensione, mentre lui ha iniziato il conto alla rovescia del suo sessantaseiesimo compleanno, che gli consentirà di percepire una sia pur esigua pensione di anzianità.

La loro storia mi è stata resa in un bar di Hammamet, una delle città costiere di approdo, dove li ho incontrati assieme a un'altra coppia di italiani[8]: l'hanno sintetizzata con grande pudore e dignità e con l'esplicita richiesta di omettere nomi e dati che rendessero riconoscibile la loro identità. Entrambi originari di una regione del Sud, hanno già vissuto nell'infanzia una prima esperienza di migrazione verso il Nord-Italia: lui è emigrato con la famiglia verso i dieci anni, quando il padre ha deciso di trasferirsi in una città lombarda. Lì è cresciuto, si è sposato e ha avviato una piccola attività artigianale che recentemente ha ceduto ai suoi figli. Dopo la morte della moglie ha conosciuto l'attuale compagna, che a sua volta si era trasferita per lavoro da una città all'altra della stessa provincia lombarda e che come lui era emigrata da bambina, partendo dalla stessa regione del sud. Non si dilungano molto sulla loro relazione, ma dichiarano di aver deciso assieme di trasferirsi in Tunisia dopo aver verificato il livello di indigenza che li attendeva in Italia, certamente fino al riconoscimento della pensione, ma a conti fatti anche dopo. Entrambi hanno figli dai loro precedenti matrimoni e i figli di entrambi non hanno opposto resistenza a questa scelta, anche perché a loro volta impegnati a fatica nel sostentamento delle rispettive famiglie. Oggi vivono in una casa spaziosa e soleggiata situata nel centro storico della cittadina tunisina, affittata al costo del tutto sopportabile di 450 Dinari tunisini (199 Euro circa). Godono del trattamento sanitario pubblico, ma si rivolgono più volentieri a strutture private, efficienti e dotate di medici competenti, a loro dire tutti formati in Francia. Entrambi cattolici, confermano un'ampia libertà di culto: in una piccola chiesa si celebra messa ogni sabato e domenica. La messa è in lingua francese, ma le letture si fanno nella lingua di chi si presta a condurle, quindi molto spesso in italiano. Non negano alcuni segnali di intolleranza da parte di fronde integraliste, ma in sintesi dichiarano che gli islamici tunisini sono tolleranti e rispettosi nei confronti delle altre confessioni religiose. Nei due anni di permanenza tunisina non hanno imparato il francese, tanto meno l'arabo; non hanno fatto molte amicizie, né stretto alleanze con altri italiani. Quanto alle relazioni con i tunisini, rimarcano l'importanza della solidarietà di un vicinato pronto a sostenere chi si ammala e a garantire presenza reciproca nel bisogno. Sia loro che la coppia di amici presenti raccontano diversi episodi, per lo più legati a condizioni temporanee di malattia, in cui i vicini hanno costituito una sorta di staffetta di sostegno e di presa in carico molto apprezzate.

La testimonianza che ho appena richiamato è esemplificativa di una situazione che con un buon grado di cautela potremmo provare a generalizzare: c'è, da parte dei pensionati, una esplicita resistenza ad aggregarsi o a promuovere iniziative che favoriscano la visibilità di una “comunità italiana”. C'è grande disagio a riconoscere o connettere la propria esperienza con un fenomeno di natura migratoria. Si insiste su esperienze precedenti di vacanze consumate da improponibili turisti abituali prima di trasferirsi, quasi che la scelta risiedere in Tunisia sia stata il naturale prolungamento di una vacanza già vissuta. Si omettono eventuali preoccupazioni connesse con l'instabilità politica della Tunisia, si minimizza l'incertezza per il futuro del paese. Ma soprattutto c'è uno strano pudore a raccontarsi, a evocare il proprio passato in Italia, c'è una sorta di svalorizzazione della scelta operata, come se si trattasse di una migrazione anomala, se non denegata, senza eroismi, senza progetti di ritorno, senza nulla di narrabile. Sul diritto al ricordo di un paese d'origine prevale l'amarezza di un'Italia che ha tradito e che non merita neppure la memoria di una lapide. Né è casuale che molti italiani dichiarino di voler completare nel paese ospite la parabola di un'esistenza a regime “minimo”, di voler essere sepolti in Tunisia, di non voler più tornare in Italia neppure come salme.

Racconti sincopati, memorie volutamente secretate, lo spazio della narrazione che si socchiude appena, che affiora da una porta emotiva di servizio e che tradisce il mutismo smarrito di uno strappo esistenziale non ancora sufficientemente elaborato.

Il tutto in palese contraddizione con le biografie in miniatura che crescono nei social network o nella stampa nazionale con ritmi esponenziali. Eccone due esempi:

A.M., 66 anni, ex infermiere, si è rifatto una vita in Tunisia […] «Da quando sono qui ho guadagnato quindici anni. Non ho mai preso un raffreddore, e ho smesso di prendere le pastiglie per gastrite, mal di testa e pressione, non ne ho più bisogno. Ho scelto questo Stato perché ci abitavano già degli amici. Alla fine del mese in Italia non mi rimaneva più niente: 400 euro per un monolocale da 30 metri quadri, poi le bollette e le spese per la macchina, […] Qui vivo con poco più di 400 euro al mese e faccio una vita da re: ho la donna delle pulizie, otto telefoni cellulari (il prezzo è di circa 20 euro l’uno), una tv, faccio shopping e vado al ristorante almeno due volte alla settimana. Un pasto mi costa circa cinque euro”.» (Il fatto quotidiano, 11 maggio 2014).

Diego impugna la stecca, si protende sul biliardo, punta la pallina bianca, sta per colpirla, si ferma, si rialza, cambia posizione, sceglie un tiro più difficile e spettacolare, lascia partire il colpo: la biglia tocca una, due, tre, quattro, cinque sponde. Poi colpisce la seconda palla bianca, che finisce nel “castello” dei birilli. Ecco: arrivati a 60 anni con una normale pensione in tasca, la scelta di mollare tutto, prendere armi e bagagli e andare a vivere in riva al mare in Tunisia è un po’ come una partita di goriziana. Se colpisci la biglia in modo indiretto, se ti avventuri nella direzione più coraggiosa, allora i punti che ottieni valgono il doppio. Diego Piscitello è un ottimo giocatore di biliardo. Al gioco dimostra una naturale propensione al calcolo, e forse è proprio per questo che anche al tavolo verde della vita (dopo un’esistenza tranquilla) ha scelto una soluzione di logica “geometrica” […]» (Panorama.it - 11 maggio 2014)

Per quanti siti, pagine web, documentari abbia attraversato e visionato in questi ultimi mesi, non solo ho visto prevalere la cifra di un ottimismo di maniera, edulcorato e oleografico, ma quel che è certo è che nessuno (né i cronisti televisivi, né gli amministratori di siti e pagine social, né i pensionati in prima persona) ha avuto il coraggio di utilizzare a chiare lettere la parola migrazione. Il che ci autorizza a chiederci se siamo o meno di fronte a una diaspora migratoria irrituale, a una mobilità transnazionale non ancora codificabile; e se uno sguardo antropologico al fenomeno non sia necessario, quanto meno per restituirlo a uno scenario di senso meno approssimativo, se è vero che nell'Italia paese di esodo la storia della migrazione non aveva ancora registrato movimenti che coinvolgessero la categoria anagrafica degli anziani, non più produttivi.

È vero che a emigrare dall'Italia, tra metà Ottocento e inizio Novecento, verso mete d'Oltreoceano o a sud del Mediterraneo, in quella prima stagione di diaspora che il sociologo algerino Abdelmalek Sayad ha definito con efficacia esemplare la “prima età” dell'emigrazione, erano prevalentemente soggetti adulti, con famiglie numerose, con un'esperienza maturata nel mondo agro-pastorale, in quello contadino o in quello alieutico [Sayad 2002, 45-55]. “Buoni lavoratori” in casa e fuori casa, per terra e per mare, erano implicitamente prescelti e delegati dalla comunità d'origine secondo criteri dell'eccellenza; erano eroi autoctoni in missione, destinati a imprimere altrove un nuovo calco identitario (le Little Italy americane, le “ombre”canadesi dei paesi calabresi, le Piccole Sicilie tunisine) a garanzia di un'emigrazione “ordinata” che rigenerava memorie, sistemi di vita, legami sociali del paese natale. Partito adulto e spesso rientrato anziano, una volta rimpatriato l'emigrato diventava oggetto di una reintegrazione rigorosa di segno quasi tribale, vigilata e suffragata dalla comunità per assicurare la perpetuazione di un ordine che nessun distacco temporaneo avrebbe potuto alterare.

Diversamente dalla prima età, l'emigrazione che Sayad classifica di “seconda età” [Sayad 2002, 55-80] – e che in Italia si è consumata dal secondo dopoguerra fino agli anni Sessanta del XX secolo – muoveva da un paese ormai “decontadinizzato”, in via di irreversibile mutazione economica e sociale, oltre che segnato dalla miseria e dalla vulnerabilità post-bellica; un paese nel quale i movimenti migratori interni erano già attivi: e mentre a Nord il triangolo industriale assorbiva nelle fabbriche l'esodo dei primi operai meridionali, a Sud il processo di spopolamento delle campagne appariva ormai senza ritorno; così come senza ritorno era il processo ineludibile di rottura con la comunità contadina da parte dei giovani, rassegnati all'avventura migratoria dopo aver rinunciato alla fantasia di un mondo rurale autosufficiente e garantito dall'autorità degli anziani.

Anche la terza età che completa le “generazioni” migranti studiate da Sayad [Sayad 2002, 80-87] non ha nulla a che vedere con la metafora anagrafica e si riferisce invece alla condizione che vive chi emigra approdando in un paese che già contempla una comunità formata e permanente di connazionali. Il trauma dell'esperienza migratoria si stempera così già al suo arrivo, non appena si attiva la rete di rapporti di solidarietà dei compaesani. Del paese lasciato affiora un “doppio” che nel nuovo mondo ha custodito silenziosamente nomi, genealogie, valori sociali, sistemi di alleanze, codici etici; ma che al tempo stesso ha consumato una trasformazione morfologica inevitabile per compensare gli squilibri già presenti nella stagione fondativa (ad esempio l'eccedenza di adulti rispetto ai bambini, di uomini rispetto alle donne, di celibi rispetto ai coniugati).

Tornando ai nostri pensionati, la domanda di fondo che ci sollecitano le categorie di Sayad è se anzitutto il loro esodo si possa inscrivere nell'esperienza di migrazione tout court; e se sì, in quale delle tre età è possibile collocarla? E se poi è vero che la migrazione è un fatto sociale totale «in cui sono coinvolte tutte le sfere dell'essere umano e delle sue interazioni con l'universo economico, sociale, politico, culturale e religioso in cui vive, e quindi anche le sue rappresentazioni del mondo» [Palidda 2002, XII], in che misura questo nuovo flusso è riconducibile all'insoddisfazione radicale di chi non si riconosce più con il mondo nel quale ha vissuto, perché quel mondo non gli offre più libertà di azione e dignità di appartenenza? E ancora: si può riconoscere in questo tentativo di emancipazione dal disagio sociale un carattere in qualche modo “sovversivo”? E vale anche in questo caso l'accezione ormai canonica, inaugurata da Sayad, del migrante come atopos, “spostato”, ibrido?

Né cittadino né straniero, né dalla parte dello Stesso né dalla parte dell'Altro, l'immigrato esiste solo per difetto nella comunità di origine e per eccesso nella società ricevente, generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento [Palidda, 2002 XII]

Al momento appare prematuro avanzare risposte affidabili: a una prima impressione, tuttavia, la morfologia del fenomeno rende verosimile la sua inclusione in una pur irrituale diaspora migratoria. Né avrebbe senso indulgere agli eufemismi retorici di chi si ostina a classificarlo come “vacanza a lungo termine” di improvvisati e tardivi “turisti per caso”. Le categorie formulate da Sayad esigono tuttavia in questo caso una flessibilità di sguardo, orientandoci a percepire i pensionati in una collocazione ben più ambigua e sfuggente: non certo gli eroi della “prima età”, sia perché non rappresentano più una forza-lavoro operativa, sia perché non sembra programmato il loro rientro. Tanto meno i fruitori di una “terza età”, se è vero che la comunità italo-tunisina storica non viene cercata dai nuovi arrivati, è spesso ignorata come ancora di approdo (nel senso che se ne ignora del tutto la presenza) e a sua volta tende a ignorare il fenomeno, conchiusa com'è nella complessità delle proprie trame identitarie. Appena più vicini, forse, agli esodati di “seconda età”, ma solo perché la crisi senza precedenti del paese d'origine ne avvicina i destini e ne pregiudica le fantasie di ritorno. Quanto alla natura sovversiva di questo esodo di nuova portata, c'è il sospetto che essa venga del tutto neutralizzata anzitutto dalle menzogne mediatiche e dai silenzi politici. E se infine proviamo a interrogarci sullo status sociale dei nuovi residenti nel paese di arrivo, direi che non tanto la loro a-topicità quanto la loro a-tipicitàcontraddice anzitutto il principio di “gerarchizzazione sociale” più evidente nella dinamica migratoria, quello in base al quale gli ultimi arrivati sono collocati nel rango più basso della scala sociale [Palidda 2011].

Diversamente dai retraités tunisini, che al rientro dall'Italia hanno scoperto che spesso i titolari delle imprese italiane non avevano versato i contributi pensionistici corrispondenti agli anni effettivi di lavoro, i pensionati italiani consumano nell'esodo tunisino un'automatica ascesa sociale, almeno agli occhi della comunità di accoglienza. E mentre l'INPS rigetta le istanze di pensione dei tunisini e nega loro la restituzione dei contributi versati, i pensionati italiani esorcizzano il trauma di una partenza tardiva vedendo ampiamente rivalutato e defiscalizzato il loro reddito.

Potremmo ben dire che il lavoro di decostruzione della “scienza dell'immigrazione” preannunciato da Sayad all'inizio del XXI secolo si va precisando nei nuovi scenari post-moderni, nei paesaggi e nelle nuove frontiere del post-capitalismo; e ci incoraggia ad approcci interpretativi inediti, a un travaglio teorico e metodologico per il quale sarà quanto mai prezioso lo sforzo congiunto di storici, antropologi, etnografi per una probabile revisione del fenomeno migratorio come “fatto politico totale”.

Con estrema cautela proveremo intanto a riprendere alcuni elementi significativi emersi dal sopralluogo effettuato nel 2014, nonché dal lavoro sul campo condotto negli ultimi due anni e fino a tempi recentissimi da laureandi e dottorandi che hanno potuto fruire dei fondi di mobilità Erasmus-mundus messi a disposizione dal mio Ateneo[9].

Un primo dato da richiamare è la labilità delle stime relative alla presenza di pensionati in Tunisia: se è vero infatti che quanti vogliano fruire dei benefici fiscali cui si è fatto cenno sono obbligati a iscriversi all'AIRE, è vero anche che, in analogia con le scelte degli imprenditori evocati più sopra da Laouini, che delocalizzano solo parzialmente le proprie attività di impresa, molti pensionati decidono di risiedere in Tunisia di tre mesi in tre mesi, con regolarità di alternanza, avvalendosi dei permessi di soggiorno turistici ed evitando così di rinunciare alla residenza italiana. Il vantaggio economico è in questo caso più contenuto, ma l'autopercezione di un esodo provvisorio rende più sopportabile la scelta, rafforzandone il carattere estemporaneo, il che rende più difficile la loro visibilità, la tracciabilità o l'individuazione di precise coordinate geografiche di origine e di mobilità. [Gianturco, Zaccai 2004, 14].

Si può altresì concordare sul fatto che la prima fase di radicamento in Tunisia non sembrerebbe comportare nei pensionati cedimenti nostalgici, ma piuttosto un rancore generico nei confronti dell'Italia, del suo regime fiscale e dei suoi rappresentanti politici; e si potrebbe anche ipotizzare che un simile risentimento finisca per facilitare il processo di appaesamento e la motivazione politica della scelta. Sulla valenza politica della migrazione è ancora Sayad a ricordarci che

emigrare costituisce oggettivamente (cioè all'insaputa di tutte le parti in causa e indipendentemente dalla loro volontà) un atto che senza dubbio è fondamentalmente politico, anche se il mascherarlo e il negarlo appartengono alla natura stessa del fenomeno migratorio» [Sayad 2002, 123].

Mascheramenti o menzogne collettive che nel caso dei nostri pensionati sembrerebbero dar luogo a una sorta di re-invenzione della mobilità transnazionale, trasformando l'approdo in Tunisia in una forma di esilio o di autoesilio (certamente indifferente e in nulla convergente con l'esodo politico dei carbonari o degli antifascisti italiani che approdarono a Tunisi tra la prima metà dell'800 e quella del '900) segnato da un esplicito sentimento di rifiuto verso l'Italia, che si traduce spesso in termini di resistenza contro-egemonica o di protesta politica [Riccio 2004, 120]. Né è casuale – stando a quanto mi è stato riportato da diversi informatori italiani e tunisini – che la tomba di Bettino Craxi conservi a tutt'oggi per i pensionati residenti ad Hammamet una sorta di luogo di culto dove perpetrare il risentimento politico e il boicottaggio nei confronti di uno Stato italiano che ha tradito il legame fiduciario garantito da un welfare oggi non più affidabile. Significative, in questo senso, appaiono le testimonianze raccolte da un giovane laureando che ha incontrato due nuovi “auto-esiliati” stabilitisi recentemente ad Hammamet, uno dei quali, citando l'articolo 590 del codice penale, minacciava di sporgere denuncia contro lo Stato italiano per istigazione al suicidio. Dopo aver proposto allo studente una visita al cimitero cristiano, dinanzi alla tomba di Craxi entrambi hanno recitato con enfasi l'epitaffio inciso sulla lapide, «la mia libertà equivale alla mia vita», che hanno fatto proprio trascrivendo sul quaderno riservato ai visitatori della tomba un'espressione del tutto coincidente: «auto-esiliati, la nostra libertà è la nostra vita».

Prima di lasciare il cimitero, uno dei due italiani ha raccolto informazioni utili sulle procedure da adottare per garantirsi una sepoltura accanto alla tomba di Craxi, pianificando così, a poco più di due settimane dall'arrivo in Tunisia, un progetto di tumulazione accanto a una figura politica percepita come vittima dei torti subiti da una patria matrigna.[10]

L'esempio appena richiamato ci conferma peraltro che non sempre è la difficoltà economica a incoraggiare l'esodo e l'abbandono dell'Italia, quanto piuttosto la reazione a un misconoscimento dei diritti – formalmente sanciti dal contratto di lavoro – a un'età pensionabile assistita e garantita. Il che ci autorizza ad accostare, pur con la dovuta cautela, le forme di contrattazione economica connesse con il sistema pensionistico alle attese ereciproche iscritte nella nozione antropologica di dono [Mauss, 1965; Godelier 1996]: cosicché, nel segno di un accordo che sancisce tra contraenti l'implicita regola del “dare-ricevere-ricambiare”, l'inaffidabilità di uno Stato che tradisce l'attesa redistribuzione di beni acquisiti negli anni attraverso i contributi pensionistici, rischia di pregiudicare ogni presupposto fiduciario da parte del cittadino.

A questo ordine di cose mi sembra si possa ascrivere anche la decisione, spesso enfatizzata dai pensionati, di un esodo che si consuma in tempi brevi, senza temporeggiamenti né accurate riflessioni. Si abbandona l'Italia anzitutto perché viene meno quel presupposto di equilibrio intergenerazionale di sostegno e assistenza: dalle testimonianze raccolte emerge come ad esempio l'impossibilità di aiutare un figlio in difficoltà pregiudichi drammaticamente la relazione dei pensionati con il nucleo familiare di appartenenza, nonché il loro sistema di autorappresentazione nella sfera domestica. Ma si abbandona l'Italia anche per emanciparsi da vincoli e contenziosi familiari talora insostenibili: non pochi sono i pensionati che approdano in Tunisia dopo aver reciso legami coniugali infelici, stanchi degli aggravi economici imposti per legge e spesso inconciliabili con il loro modesto introito. Cosicché, uno dei primi elementi che emerge nelle narrazioni legate al nuovo stile di vita riguarda l'elenco dei vantaggi materiali immediati che ne sono derivati: il basso costo del pesce fresco o la possibilità di accedere nei mercati locali a cibi prelibati e proibitivi in Italia; la consuetudine ritrovata del parrucchiere una volta a settimana; l'accesso a un servizio sanitario privato ma del tutto accessibile economicamente, accurato e dispensato da medici di cui si sottolinea quasi sempre la formazione in università francesi.

Si abbandona l'Italia in coppia o da soli, uomini o donne con una incidenza simile. Non infrequente è il caso di coppie miste, prevalentemente con mogli italiane e mariti tunisini che decidono di “rientrare” in Tunisia alla fine di una stagione produttiva. Se nel caso di uomini soli spesso, come si è detto, è la fuga da contenziosi familiari a originare la scelta, nel caso di donne sole (che a mio avviso, per il suo tratto inedito meriterebbe un’etnografia specifica) si tratta di scelte che non sempre incontrano l’approvazione della famiglia di origine e che spesso vengono guardate da amici e parenti con la preoccupazione di chi ne percepisce le potenzialità dissonanti e teme i rischi di un rapporto asimmetrico con la comunità ospitante.

In questo primo sopralluogo etnografico non è stato possibile indagare puntualmente il livello di socializzazione, le strategie organizzative, le retoriche comunitarie perseguite dai neo-residenti nel contesto tunisino: quel che è apparso evidente è che non esiste comunque un’orbita unitaria di riferimento né una “densità di rete” pianificata. E se è vero che il Patronato INCA rappresenta un punto di snodo logistico significativo, non meno vero è che il flusso di presenze che passa dalla sede del sindacato è apparso poco motivato alla ricerca di spazi aggregativi e autorappresentativi a livello identitario. Scarsi la fiducia o l’interesse per le iniziative promosse da istituzioni come l’Ambasciata, l’Istituto Italiano di Cultura, l’Istituto Dante Alighieri; del tutto frammentata e casuale la relazione con connazionali, corregionali o compaesani nel contesto urbano di Tunisi; un po’ più condivisa in contesti come Hammamet, dove ho personalmente attestato la volontà virtuale, ma non ancora messa in pratica, di dare vita a un’associazione di italiani con finalità aggregative. Ciò nonostante, mi è sembrata significativa l’enfasi retorica di una catena di richiamo ideale ispirata alla generica categoria di riferimento di una identità nazionale, di una “italianità” che spesso si prolunga nella cifra autoreferenziale di un noi, da contrapporre in termini spesso svalutativi alla categoria degli altri autoctoni. E se pure i tunisini vengono apprezzati per le informazioni accordate nella fase pre-migratoria o per il rispetto di una solidarietà di vicinato attiva nei contesti metropolitani di Tunisi come in quelli urbani di Hammamet, le reti sociali attive sembrano privilegiare i connazionali che sono stati raggiunti in Tunisia, ma soprattutto quelli che sono rimasti in Italia, con i quali si comunica prevalentemente sul web. Io stessa ho avuto modo di verificare l’intensità di scambi su un social network come facebook, diventando “amica” di alcuni pensionati incontrati in Tunisia e seguendone l’intensa rete di relazione – dai post quasi quotidiani agli scambi di auguri, di notizie, di foto e di promesse di incontro – con amici e parenti residenti in Italia.

Se è vero che la mancata conoscenza della lingua francese e dell’arabo-tunisino non facilita le relazioni dei nostri pensionati con gli ospiti tunisini, non meno vero è che – salvo rare eccezioni, che vedono solitamente le donne molto più disponibili a uno scambio interculturale – le resistenze e le demarcazioni dei confini culturali costituiscono spesso una cautela relazionale pregiudiziale. Cautela che rinvia alle considerazioni di Fredrik Barth in merito ai “confini etnici” che definiscono un gruppo sociale e che si traducono in prescrizioni, regole, interazioni identitarie affidate a “categorie discrete” ma non di meno efficaci sul piano operativo [Barth 1969, 15]; cautele che alimentano i dispositivi interpersonali finalizzati a una nuova modalità di “presenza” (nella piena accezione demartiniana) nell’orizzonte culturale di approdo. In questa prospettiva l’orientamento dei pensionati nei confronti degli autoctoni oscilla da una generica propensione a stringere legami con quanti fra i tunisini conoscono la lingua italiana, hanno avuto precedenti migratori in Italia, si prestano con generosità a facilitare il loro inserimento in un ambiente misto, fino a un atteggiamento di esplicito disprezzo (sovente alimentato da pregiudizi riconducibili a un immaginario vetero-coloniale che lascia sgomenti) e di svalutazione dei tunisini, che si traduce nella rigenerazione di stereotipi inquietanti, secondo una rappresentazione collettiva tanto inaffidabile quanto affidata a esotismi e “orientalismi” di maniera [Said 1991]. Falsi, bugiardi, imbroglioni, rozzi e “primitivi”; interessati, incompetenti e inaffidabili sul lavoro, poco inclini allo scambio civile, gli autoctoni legittimano – in rapporto all’identità etnica e alle relazioni diadiche – un uso enfatico del termine civilee della nozione di civiltà, che Amalia Signorelli analizzava a proposito dei migranti italiani già negli anni ‘80 del secolo scorso [Signorelli 1986, 46], per poi rigenerarne lo scenario retorico di senso in scritti più recenti [Signorelli 2006, 27; Miranda, Signorelli 2011].

Pur non essendo dispensatori di forza lavoro, i nostri pensionati ci sono apparsi ben consapevoli dei dispositivi compensativi attivati dal trasferimento in Tunisia della loro pensione, da una importazione di capitale che come abbiamo detto li colloca in una posizione privilegiata nella gerarchia sociale. Le asimmetrie che ne conseguono aprono nuovi dispositivi di ridefinizione identitaria e dovrebbero incoraggiarci a rivedere lo statuto, le stereotipie, le vulnerabilità e le topografiepolitiche, etiche ed estetiche connesse con nuovi modelli migratori e nuovi processi di mobilità transnazionale [Musarò, Parmigiani 2014]. Incoraggiandoci, al tempo stesso, a ripensare la migrazione come

l’esempio più marcato di quel continuo processo – contraddittorio – di variazione della rappresentazione della realtà, di se stessi e degli altri, proprio perché si tratta di un fenomeno particolarmente soggetto a molteplici interazioni in frames disparati [Palidda 2002, XI-XII].

Fatta eccezione per le coppie miste, in cui l’esodo coincide con il rientro in un nucleo familiare e sociale già sperimentato nel corso degli anni, ho l’impressione che la grammatica relazionale tra pensionati italiani e residenti tunisini sia fortemente connotata da un’asimmetria che ne pregiudica la reciprocità e che spesso alimenta negli italiani la produzione di una retorica identitaria egemonica, accolta peraltro dai tunisini come l’esito di un processo immaginativo coerente con gli scenari post- e neo-coloniali di un Nord-del-mondo. È in questa prospettiva che questi insoliti attori sociali sembrerebbero riabilitare, infine, l’identità di appartenenza rinnegata, ridisegnando le mappature simboliche di uno Stato-nazione che li rappresenta, non solo per le sue potenzialità egemoniche sul piano economico ma anche per la cultura e la storia millenaria di un “Bel paese” che viene riabilitato come strumento creativo di esclusione dell’altro, che autorizza a uno sfoggio retorico di scienze, arti e lettere (spesso mai frequentate), nonché a uno svilimento sconcertante della cultura di approdo[11]. Uno Stato-istituzione speculare al bisogno di ridisegnarsi all’interno di una “comunità immaginata”, di un’appartenenza comunitaria dalla quale riaffiora quella nozione di etnicità che Appadurai ha ripensato – proprio nel segno di una dialettica tra conflitti e crisi – come «forza globale, che scivola regolarmente entro e attraverso le fratture tra stati e confini» [Appadurai 2001, 62].

Riferimenti Bibliografici

Appadurai A. 2001, Modernità in polvere, Roma: Meltemi.

Barth F. (ed.) 1969, Ethnic Groups and Boundaries, Boston-Massachussetts: Little Brown.

Bourdieu P., Wacquant L. 2000, The Organic Ethnologist of Algerian Migration, «Ethnography», 1-2: 182-197 .

Dal Lago A. 1998, Nonpersone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano: Feltrinelli.

Gianturco G., Zaccai C. 2004, Italiani in Tunisia, Milano: Guerini Scientifica.

Godelier, M. 1996, L’énigme du don, Paris: Fayard.

Mauss M. 1965, Saggio sul dono, in Id. Teoria generale della magia e altri saggi, Torino: Einaudi: 115-297 (ed. or. Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés primitives, in «Année Sociologique», 1, 1923-1924).

Miranda A., Signorelli A. (a cura di) 2011, Pensare e ripensare le migrazioni, Palermo: Sellerio

Musarò P., Parmigiani P. 2014, Media e migrazioni: Etica, estetica e politica del discorso umanitario, Milano: Angeli.

Palidda S. 2002, Introduzione all’edizione italiana di A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano: Cortina.

Palidda S. 2011, Migrations critiques. Repenser les migrations comme mobilités humaines en Europe, Paris: Karthala.

Pendola M. 2007, Gli italiani di Tunisia, Foligno: Editoriale Umbra.

Riccio B. 2004, Migrazioni transnazionali: il declino dello Stato nazionale?, in M. Callari Galli (a cura di) 2004, Nomadismi contemporanei, Bologna: Guaraldi Universitaria, 117-146.

Said E.W. 1991, Orientalismo, Torino: Bollati Boringhieri (ed. or. 1978 Orientalism, London: Penguin Books)

Sayad A. 2002, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano: Cortina (ed. or. 1999, La double absence, Paris: Édition du Seuil).

Signorelli A. 1986, Identità etnica e cultura di massa dei lavoratori migranti, in A. Di Carlo, S. Di Carlo (a cura di) 1986, I luoghi dell’identità. Dinamiche culturali nell’esperienza di emigrazione, Milano: Angeli, 44-60.

--- 2006, Migrazioni e incontri etnografici, Palermo: Sellerio.



[1] Cfr. Plus d'un million de retraités français forment la communauté des seniors expatriés: http://blog.seniorenforme.com/de-plus-en-plus-de-seniors-francais-vivent-a-letranger-formons-la-communaute-des-seniors-expatries/

[2] America's Emigrants: U.S. Retirement Migration to Mexico and Panama by D. Dixon, J. Murray and J. Gelatt: http://www.migrationpolicy.org/article/americas-emigrants-us-retirement-migration-mexico-and-panama.

[3] Gli stessi riferimenti bibliografici richiamati in questa sede evocano solo raramente e trasversalmente le recenti inversioni di tendenza e le nuove mete di mobilità transnazionale verso i paesi a Sud del mondo.

[4] Va segnalato che questo trattamento economico agevolato, solo in Tunisia vale anche per tutti i pensionati statali (Inps, ex Inpdap), mentre non è consentito nelle convenzioni bilaterali siglate con altri paesi esteri, europei ed extraeuropei, dove lo Stato italiano oltre alla detrazione Irpef sulle pensioni degli statali trattiene anche le imposte regionali e comunali.

[5] Qui e oltre, gli incisi relativi alla testimonianza di Laouini fanno riferimento all'intervista da me realizzata a a Tunisi, il 29 agosto 2014.

[6] Intervista a Elisabetta Gizzi - Ambasciata d'Italia a Tunisi 28 agosto 2014.

[7] Roberto Eibenstein, responsabile del sito web www.liveintunisia.org.

[8] Intervista a G. e C., Hammamet, 21 agosto 2014

[9] Si tratta di un'iniziativa inscritta nei programmi di internazionalizzazione dell'Università “La Sapienza” che dal 2012 ha consentito soggiorni trimestrali in Tunisia ai dottorandi Salvatore Speziale e Carmelo Russo e ai laureandi Beatrice Arcella e Giovanni Cordova, nonché un finanziamento di mobilità per lo scambio tra docenti.

[10] Mutuo l'informazione dalla testimonianza raccolta dal laureando magistrale in Discipline etnoantropologiche Giovanni Cordova nel corso del suo soggiorno in Tunisia, finalizzato a una tesi di laurea sulla mobilità transnazionale di imprenditori e pensionati italiani; un sopralluogo che ha dato vita a una ricca etnografia, i cui risultati saranno forse editi dopo la discussione della tesi.

[11] Queste mie considerazioni trovano un solido sostegno etnografico nelle testimonianze raccolte dallo studente Giovanni Cordova, nel corso della sua ricerca in Tunisia.

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