Crisi identitaria e speculazione panarabista nella Tunisia post-rivoluzionaria: che ne facciamo della tunisianità e della lingua tunisina?

Crisi identitaria e speculazione panarabista nella Tunisia post-rivoluzionaria: che ne facciamo della tunisianità e della lingua tunisina?

Alfonso Campisi


Abstract

This text speaks about two very important problems existing in Tunisia, after revolution: identity and language. The problem about Tunisian identity is very present in Tunisia, because the article 38 of constitution speaks about Arabic-Muslim identity, but that, it is not correspond to the reality, because we have to talk about a specific identity character of the country. “Tunisianity”, it’s the right answer to the article 38.

Second important question is the language. Always the article 38 of the constitution voted by the Islamic party at that time at the power, says that the national language is Arabic. Even that not correspond to the linguistic reality of the country, because classical Arabic is not spoken in Tunisia. People speaks Tunisian Arabic. So the text analyses the dangers of the article 38 about the real Tunisian identity and Tunisian language.

Keywords

Tunisia, identity, language, dialect, pan-Arabism, Tunisian Islamic political party.

La Tunisia post-rivoluzionaria ha finalmente redatto e adottato la Costituzione secondo dei principi democratici. Tuttavia alcuni articoli – come l’art. 38, relativo all’identità arabo-musulmana e alla generalizzazione della lingua araba – sono stati acerrimamente criticati e legittimano alcuni quesiti: perché la necessità di un articolo che vuole affermare l'identità arabo-musulmana tra le giovani generazioni in Tunisia? Forse perché gli ex deputati (a maggioranza islamista ennadha) temevano che quest’identità potesse attenuarsi nelle generazioni a venire, nonostante il carattere arabo-musulmano del paese abbia resistito per centinaia di anni, senza alcun intervento legislativo?

Riporto qui di seguito il dettato dell'articolo 38, che dichiara: «L'état veille aussi à enraciner l'identité arabo-musulmane et l’appartenance nationale dans les jeunes générations et à ancrer, à soutenir et à généraliser l’utilisation de la langue arabe, ainsi que l’ouverture sur les langues étrangères et les civilisations humaines et à diffuser la culture des droits de l’Homme»[1].

In nome di una presunta identità arabo-musulmana e nel segno di un incoraggiamento all'uso della lingua araba, l'art. 38 conferma in realtà la tendenza al confinamento e a una chiusura sempre maggiore verso l’esterno; esso inoltre mina le basi stesse della Repubblica, attentandone uno degli elementi fondamentali: la scuola e l'educazione laica e repubblicana. Come si potrebbe imporre tale apprendimento a un giovane tunisino di confessione ebraica o cattolica? E cosa si intende per “identità arabo-musulmana” in un paese come la Tunisia, paese di cultura millenaria, influenzato in passato dalla cultura amaziġ (riconducibile alle popolazioni nomadi autoctone), non meno che da quella cartaginese, romana, ottomana, francese, italiana, maltese?

Il noto giurista Iyadh Ben Achour ha evidenziato, nel momento in cui la legge venne votata, il pericolo che può rappresentare questo articolo (approvato da ben 141 deputati islamisti su un totale di 217), specie a confronto con le grandi democrazie in cui l'istruzione nelle è protetta e laica: in esso i rappresentanti eletti dell'Assemblée Nationale Constituante hanno enfatizzato un’identità inesistente, un falso arabismo, come se ci trovassimo sotto la minaccia imminente di una crociata che miri a sradicare l’identità tunisina e la religione musulmana.

Oggi il popolo tunisino attraversa una profonda crisi di identità: ha smarrito il sentimento di appartenenza a un territorio, come anche a una lingua, a una civiltà composita e articolata, ma non si identifica con un panarabismo di matrice politica che pretende di considerare la religione islamica come l'elemento originario e rappresentativo dell’identità nazionale.

Come si può nel 2015 accettare il rifiuto all’apertura alla modernità e al progresso? Questi argomenti, “angosciosi” per la politica dell’estrema destra islamista, sono in contrasto con la Tunisia e con la storia del popolo tunisino.

In questo breve intervento mi limiterò a lasciare intuire il rifiuto alla modernità e al progresso sotteso a questo articolo della Costituzione, che denega le stratigrafie identitarie di un popolo storicamente ostile a ogni forma di oltranzismo culturale, linguistico e religioso, aperto verso tutti i popoli, lingue e culture del bacino del Mediterraneo. Accennerò inoltre al grande e attuale dibattito linguistico, che si è riacceso nella stagione post-rivoluzionaria, ma che continua a non essere adeguatamente affrontato dalle diverse componenti politiche, anche quando rischia di minare l’identità stessa del popolo tunisino.

Le problematiche sollevate dall’articolo 38 sono infatti strettamente inerenti alla negazione dell’identità, della mediterraneità, della lingua e della cultura. Tanto più oggi che il popolo tunisino attraversa consciamente (e/o inconsciamente) una stagione di grande vulnerabilità e una rischiosa crisi identitaria connessa con il sentimento di non-appartenenza ad un paese, ad una lingua, ad una civiltà, ma anche con la coazione forzata entro un insieme di paesi di lingua araba, di culture e civiltà diverse e di religione musulmana.

Questo significa che non abbiamo fatto nessun passo in avanti dagli anni ’30 del Novecento, quando venne fondato in Arabia Saudita da Hussein Ben Ali il "panarabismo", quel movimento politico, culturale e ideologico che mirava a riunire e unificare i popoli arabi, difendendone l’identità e i valori arabo-musulmani e incoraggiandoli a realizzare, dall’Asia all’Africa, un’unica nazione ispirata a un'unica linea politica. Gli ex-deputati dell’ANC hanno votato un articolo che riprende fedelmente il principio fondamentale del panarabismo, ovvero quello di considerare la religione musulmana come l’elemento ancestrale dell’identità del popolo tunisino, e per ciò stesso denegare drasticamente l’altro elemento al quale esso pur appartiene da millenni: il Mediterraneo.

L’articolo 38 è stato volutamente svuotato della mediterraneità, perché il concetto di mediterraneità secondo le visioni islamiste fa riferimento solo ed esclusivamente alla riva nord del mare nostrum, a un “Occidente” riconducibile a quell’insieme di paesi europei percepiti come “altri”, in un “altrove” storico tanto più lontano quanto più estraneo a radici e matrici islamiche.

Ma i deputati islamisti dell’ANC ci riportano indietro nel tempo anche sottolineando l’idea di un Mediterraneo visto solo ed esclusivamente come il mare della preponderanza culturale europea; una “mediterraneità” propinata da storici, geografi, romanzieri del XIX secolo quali André Siegfried, Paul Valéry, Lawrence Durrell ed altri, fino all’epoca della decolonizzazione.

Gli islamisti di ennahda insieme agli altri due partiti della coalizione di allora (CPR e Ettakatol), hanno così non solo ignorato millenni di storia pregressa rispetto all’occupazione musulmana (Roma e Cartagine, a titolo di mera citazione); hanno altresì ignorato 400 milioni di persone e un futuro comune fatto di libertà, di diritti e di democrazia. Hanno sottovalutato, inoltre, il carattere mistico del Mediterraneo in quanto mare comune alle tre religioni monoteiste, come sottolinea Fernand Braudel, che nel memorabile La Mediterranée evoca una storia di relazioni, rivalità e conflitti tra forme diverse di civilizzazione, ricordandoci come la vita di ogni singola cultura sia possibile solo se è possibile esportarla al di là delle frontiere di appartenenza, cosicché una cultura che non esporta uomini, modi di pensare e di vivere, è impensabile [Braudel 1999].

Come ho già accennato, non è possibile inoltre affrontare il problema identitario senza parlare della complessa problematica linguistica presente oggi in Tunisia.

Il paesaggio linguistico tunisino è formato da quattro lingue: la prima è la vernacolare maggioritaria – la lingua locale comunemente parlata dalla maggioranza – a torto designata come “arabo colloquiale”, definito anche derija; la seconda è la lingua araba, la lingua "nazionale" e ufficiale; la terza è la lingua francese, la lingua della scienza e della tecnologia, della cultura e della comunicazione internazionale; e infine la quarta è la lingua vernacolare minoritaria, tradizionalmente indicata con il termine generico di "berbero" (con evidente connotazione dispregiativa) o Tamaziġ (o Amaziġ), quasi del tutto scomparsa in Tunisia, ma molto presente in Algeria e in Marocco. Secondo l’ultimo Congresso Mondiale Amaziġ (ONG), gli Amaziġ rappresentano infatti tra il 5 e il 10% della popolazione totale della Tunisia e sono concentrati principalmente nel Sud (Djerba, Matmata, Tataouine, Medenine, Kébili, Tozeur). Altri gruppi permangono anche sulla costa del Mediterraneo, ad ovest lungo il confine con l'Algeria (monti di Tebessa, Kef, Siliana) e nella regione di Gafsa.

Per comprendere meglio il problema linguistico in Tunisia dobbiamo risalire ai tentativi di arabizzazione che la Tunisia ha subito nel corso dei secoli.

Bisogna tener presente, in altri termini, che l’arabizzazione in Tunisia è iniziata nell’VIII secolo con l’occupazione arabo-musulmana, e che ben presto gli effetti nefasti sono stati segnalati da studiosi arabi come Ibnu Jinni, autore di Al-Khassaïs (I particolarismi) [Suleiman 2003]. Infatti, da più di 1500 anni, nonostante tutti gli sforzi di arabizzazione, nessun popolo arabo è riuscito mai a parlare l'arabo cosiddetto classico o letterario (i giornali, la televisione e libri.) Mentre ogni paese arabo ha un proprio linguaggio, chiamato "arabo colloquiale."

L’arabo letterario rimane l’appannaggio esclusivo delle persone istruite. Un cittadino che ha un livello di istruzione di base non potrà mai capire, né leggere o scrivere l’arabo letterario, poco importa quello che la Costituzione ne dica. L’indipendenza post-coloniale dei paesi del Maghreb, invece di esaltare l’emancipazione delle lingue native, tra cui la lingua derja, non ha fatto altro che incoraggiare l’arabizzazione selvaggia, non strutturata e non programmata.

Questo arabo moderno non è mai riuscito a diventare la lingua madre di nessuno e questo lo si può notare quotidianamente nell’amministrazione e negli scritti ufficiali, dove l’arabo classico o letterario si impone. L’arabo colloquiale o tunisino, ritorna invece “al galoppo” nell’oralità informale e quotidiana, come calco di un sistema di espressività linguistica spontanea e condivisa.

Dal punto di vista geografico la situazione della lingua araba può apparire fondamentalmente diversa da quella delle altre principali lingue internazionali. La sua area di copertura geografica è limitata a due continenti vicini, l’Africa e l’Asia, e il suo carattere diglossico - diglossia è per una comunità il fatto di parlare due lingue, una nazionale, l'altra per uso veicolare o ufficiale - potrebbe nuocere alla sua espansione. L’arabo classico non è riuscito ancora a modernizzarsi del tutto e l’inter-dipendenza dalle lingue come l’inglese o il francese resta molto elevata. Il rifiuto della modernizzazione della lingua araba classica però, non è per niente casuale, ma è legato alla “sacralità” che questa lingua incarna in seno alla comunità musulmana, in quanto lingua del Corano e quindi lingua fissa, stabile e non atta ad essere modificata e modernizzata.

Di fatto, le lingue comunemente parlate nel Maghreb sono riconducibili alla lingua derja, molto vicine le une alle altre ma ben diverse dall’arabo classico.

Questo insieme di lingue popolari è stato chiamato “maghrebia” dai linguisti arabi del Medio Oriente. Il termine è stato utilizzato anche da linguisti come Charles Ferguson (1921-1998) e William Marçais (1872-1956): quest'ultimo, arabista, non parlerà mai di dialetto nei suoi studi, ma di lingua maghrebina. Il “Maghribi” è dunque la grande famiglia occidentale dell’arabo detto a torto “dialettale”: per fare un esempio, i programmi televisivi in Maghribi sono i più seguiti dal pubblico maghrebino, rispetto ad altri programmi simili in arabo letterario. È un peccato che la letteratura derija scritta, piuttosto comune in epoca coloniale, sia stata abbandonata dopo l'indipendenza. E tuttavia in tempi recenti si sta realizzando un ritorno graduale alle lingue regionali, anche nella forma scritta. Ad esempio in Marocco ci sono alcune aree in cui il derja comincia ad apparire in forma scritta nel campo teatrale, in particolare nelle commedie composte da Yussufa e Tayeb Saddiqi. Inoltre mi piace ricordare la creazione del primo giornale scritto esclusivamente in derja, il settimanale “Akhba¯r¯d Bla-na” (Notizie dal nostro paese), con proverbi, detti, racconti, indovinelli.

Attualmente, un gruppo di linguisti del Maghreb sta cercando di incoraggiare l'affermazione della lingua Maghribi come linguaggio specifico a questa regione africana. Un progetto denominato appunto “Projet Maghribi” mobilita esperti da tutto il Maghreb e soprattutto dall’Algeria, interessando una fascia geografica che comprende 6 paesi: Mauritania, Sahara occidentale, Marocco, Algeria, Tunisia e Libia. Per i linguisti che lo sostengono è fondamentale stabilire un mezzo di comunicazione comune a tutta l'area; una comunicazione che è già concretamente in uso ma che si vorrebbe far diventare una necessità, un tratto identitario per la sovranità culturale e politica dei popoli del Maghreb.

Ora gli islamisti del primo paese arabo democratico, con l'art. 38 della Costituzione hanno rigettato completamente i principi fondamentali identitari, culturali e linguistici della Tunisia.

L’Assemblée Nationale Constituante in tal modo, non solo ha negato al popolo tunisino la tunisianità e la lingua tunisina, ma ha speculato sulla falsa idea, per altro obsoleta, del panarabismo, utilizzando un discorso populista caro alle fasce estremiste islamiste.

Tutto il paese e in particolare i giovani tunisini vivono una sorta di schizofrenia linguistica e culturale, con un livello bassissimo di conoscenza dell’arabo classico, con un livello ancora più basso di conoscenza della lingua francese. L’A.N.C., con l'art. 38 ha negato loro non soltanto di studiare e scrivere l’unica lingua che conoscono veramente bene, il derja tunisino; ma ha anche cancellato l’identità millenaria del paese con tutte le sue specificità culturali, sociali e antropologiche..

Queste brevi considerazioni mi inducono a concludere auspicando che presto in Tunisia si decida di affrontare i problemi qui solo accennati, che rinviano all'identità culturale e linguistica del paese; e che si definisca seriamente, non solo lo statuto del derdja tunisino e dell’arabo classico, quanto il posto da attribuire alla lingua francese, che a tutt'oggi gode in realtà di uno statuto di seconda lingua, sebbene non ufficializzato.

La situazione attuale è segnata dall’assenza di una cultura unitaria, con modelli sociali e culturali pericolosamente frantumati, a fronte della demagogia e della “nuova cultura” di un Islam politico che pretende di essere egemonico, dominante e monopartisan. Il “messaggio divino” è una lettura calcificata e totalmente sclerotizzata rispetto all’evoluzione del mondo e dell’umanità del XXI secolo. E per di più la Tunisia sembra manifestare il bisogno di figure politiche forti e accentratrici, per le quali l’esitazione e il dubbio non potranno più essere né ammessi, né tollerati.

La speranza che ci nutre – in una congerie politica segnata da conflitti e crisi, ma pur sempre in un giovane paese democratico quale la Tunisia – è che il nuovo governo possa tenere nel giusto conto questi argomenti, senza nessuna ipocrisia, né sentimenti di inferiorità o di superiorità; senza guardare esclusivamente alle derive di un passato coloniale, ma con uno sguardo lucido rivolto al futuro della nazione, se è vero che l’identità di un popolo non può essere contraffatta, né possono essere inficiati la dignità, il desiderio di autorappresentazione, i nuovi modelli di azione politica e di tensione etica che animano la collettività.

Riferimenti Bbibliografici

Amadasi Guzzo M.G. 2007, Carthage, Paris: PUF.

Braudel F. [1999], La Méditerranée. L'espace et l'histoire, Paris: Flammarion

Chater K. 2007, Le cheminement de l'idéal républicain à travers l'histoire, «La Presse de Tunisie» 25 juillet 2007.

Ghorbal S. 2014, Tunisie: le vote de la Constitution, mode d'emploi en 4 points, «Jeune Afrique», 9 janvier 2014.

Khadhar H. 1989, La Révolution française, le Pacte fondamental et la première Constitution tunisienne de 1861, «Revue du monde musulman et de la Méditerranée», 52, (52-53): 132-137.

Sebag P. 1991, Histoire des Juifs de Tunisie: des origines à nos jours, Paris: L'Harmattan.

Sallon H. 2014, Libertés, droits des femmes: les avancées de la Constitution tunisienne, «Le Monde», 27 janvier 2014.

Sulemain Y. 2003, The Arabic Language and National Identity: A Study in Ideology, Edimburg University Press: Eginburgh.

Riferimenti Sitografici

Constitution tunisienne du 26 avril 1861, digiteque MJP [http://mjp.univ-perp.fr/constit/tn1861.htm]

Décret-loi du 23 mars 2011 portant organisation provisoire des pouvoirs publics (Organisation mondiale de la propriété intellectuelle) [http://www.wipo.int/wipolex/fr/text.jsp?file_id=245405]

La Constitution adoptée, «Tunisie 14», 26 janvier 2014 [http://tunisie14.tn/article/detail/la-constitution-adoptee]

Préambule de la Constitution tunisienne de 1959 (Jurisite Tunisie) [http://www.jurisitetunisie.com/tunisie/codes/constitution/const1000p.htm]

Tunisie: la nouvelle Constitution entre en vigueur, «La Libre Belgique», 10 février 2014 [http://www.lalibre.be/actu/international/tunisie-la-nouvelle-constitution-entre-en-vigueur-52f937da3570c16bb1ca45b2]



[1] ART. 38: Lo stato garantisce inoltre l’affermazione dell’identità arabo-musulmana e il sentimento di appartenenza alla nazione nelle giovani generazioni, sostiene e generalizza l'uso della lingua araba,così come lo studio delle lingue, delle civiltà straniere e i diritti umani [corsivi miei]

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