Il pacco-dono in ambito migratorio. Scambio di beni tra Cilento e fuori continente (dalla fine del secolo XIX)

Il pacco-dono in ambito migratorio. Scambio di beni tra Cilento e fuori continente (dalla fine del secolo XIX)

Domenico Ienna


Abstract

Anthropological analysis of the gift wraps, which were sent towards and from Cilento (central-southern part of Salerno province) villages, in the field of emigration towards Americas and Australia,starting from the end of nineteenth century.

Keywords

Cilento; Emigration; Gift wrap; Americas; Australia

«L’ultimo pacco che ricordo arrivò una dozzina di anni fa […]

il postino […] annunciò […] “C’è un pacco dall’America!”»

[De Marco 1990, 7].

«L’ultimo pacco che ricordo arrivò una dozzina di anni fa […]

il postino […] annunciò […] “C’è un pacco dall’America!”»

[De Marco 1990, 7].

La ricerca

Il presente contributo riguarda l’analisi antropologica dei pacchi-dono inviati nei e dai paesi del Cilento[1], nell’ambito dell’emigrazione verso le Americhe e l’Australia a partire da fine ‘800.

Fanno luce su motivazioni e significati di questo tipo di imballaggi - contenenti beni di varia tipologia – alcune missive scambiate[2] al riguardo tra emigrati e parenti/amici rimasti in patria: testimonianze in grado d’evocare peculiarità sia della cultura d’origine, sia di quella sincretistica in formazione nelle terre promesse di volta in volta raggiunte.

Frustrazioni paesane meridionali e sofferti/ubriacanti spaesamenti transoceanici sono i contesti socio-esistenziali tra cui viaggiano i doni esaminati: luoghi d’origine e mete d’accoglienza migratoria, separati da grande distanza fisica e pure culturale.

Nella maggior parte dolorose le testimonianze migratorie (pure da parte di coloro che, comunque, fecero fortuna)

«a terra che scarpiso [su cui cammino] nun è la stessa terra mia, o cielo che me cumboglia nun e o stesso cielo mio e pure o ppane nun e o ppane che ma nutrito. Sulo i sudori e laffanni so sempre e stessi, ca niente li pote fare cangiari alla povera gente» [Chieffallo 2005, 61-62],

recuperate poi doverosamente anche alla documentazione storica

[…] la dolorosa storia dei vinti […] che non giunsero nella terra promessa, che seppellirono i loro sogni nel mare […] come tomba, che morirono senza aiuti medici o di fame […] che, per sopravvivere a una realtà insopportabile si erano rifugiati, in un ultimo asilo, nel mondo della pazzia […] che furono ingannati da profittatori di ogni genere [Costa-De Boni 1987, 45].

Sarebbe auspicabile, a integrazione della ricerca, procedere in futuro alla comparazione tra scambio tradizionale di beni/servizi nei paesi d’origine e quello di beni in ambito, appunto, migratorio; per rilevare possibili metadinamiche del dono attive nella cultura cilentana sia in sé, sia fuori di sé.

La comunicazione in ambito migratorio

Dalle lettere …

Nella maggior parte delle missive esaminate, i problemi rilevati riguardano la scarsa dimestichezza intrattenuta con la scrittura da parte degli emigrati e dei loro interlocutori per il basso livello d’istruzione posseduto

«pochi […] sapevano appena leggere e stentatamente scrivere» [Chieffallo 2005, 39],

«io vallese [di Vallo della Lucania] parlare con te con la bocca perche io non mi so spiegare con la penna bene, a dirte le cose che io voglio» [Chieffallo 2005, 107],

«ho cercato di arrangiarmi alla meglio, perché usare la penna è come fare un lavoro forzato, poi con la mia avanzata età […] Perciò voglio chiedere scusa di tutto il mio sgarbato» [Chieffallo 2005, 149] ,

e poi la difficoltà di raccontare eventi esistenziali complessi (viaggi intercontinentali per mare, nuove culture in nuovi ambienti), a causa sia della passata abitudine degli emigrati d’allontanarsi raramente, e a corto raggio, dal proprio paese, sia della scarsa duttilità dello strumento linguistico a disposizione (il dialetto cilentano - di fine ‘800/inizi ‘900 soprattutto - dimensionato su ristrette realtà di tipo rurale). Così

«Avveniva […] che a volte i cilentani all’estero neppure nella loro lingua dialettale riuscissero a definire aspetti d’una realtà in precedenza mai conosciuta» [Chieffallo 2005, 40].

… ai “pacchi”

E proprio a tali missive scambiate tra partiti e non partiti - oltre a varie fonti di supporto (letteratura antropologica, periodici locali, ecc.) - la ricerca fa riferimento per illustrare strutture, motivazioni e significati dell’altra possibilità comunicativa (oltre che funzionale) a disposizione degli emigrati, cioè gli imballaggi-dono contenenti beni di varia tipologia. Descrizioni che – pur non potendo sostituire ovviamente tale documentazione sui generis – rivelano comunque gli scenari individuali e collettivi alla base di questo tipo di spedizioni.

Tale percorso – dettato da evidenti necessità di ricerca – risulta comunque pure metodologicamente valido per la coerenza formale e funzionale che caratterizza le categorie di documenti interessati.

Infatti, se dal punto di vista formale le storie di vita

«descrizione che ogni parlante/scrivente fa dell’esperienza migratoria vissuta e […] percepita come momento fondamentale della propria storia» [Massariello Merzagora - Dal Maso, copyr. 2006 , 7]

rappresentano - sotto forma di racconti/lettere –

«il luogo nel quale gli immigrati costruiscono la loro identità» [Massariello Merzagora-Dal Maso, copyr. 2006, 8],

anche i pacchi contribuiscono materialmente a tale definizione, secondo il coinvolgimento motivazionale riversato in essa da mittenti e riceventi.

Similmente dal punto di vista funzionale lettere e pacchi (per l’uso difficile/impossibile del telefono nei contesti citati) hanno permesso il dialogo a distanza, presupponendo essi per definizione due attori con tre funzioni comunicative: lo scrittore/donatore, e il lettore/beneficiato che si fa poi anche autore di risposta: interpreti di quel dare, ricevere, ricambiare che riassume in modo conciso la dinamica del dono.

Se i pacchi sono stati abbastanza in grado di superare – per modalità diverse di comunicazione - le citate difficoltà del dialogo epistolare, difficilmente hanno potuto aggirare però specifici ostacoli alla loro circolazione: tempi lunghi per tutti i trasporti via mare [3]

«Rispondo alla tua lettera […] ricevuta dopo un mese come vedi le lettere cinpicano molto tempo» [Chieffallo 2005, 87],

guerra

« dato che l’Italia, dice, che si mena in guerra tra un momento all’altro, hanno fermati tutti i vapori » [Chieffallo 2005, 88],

«Per ora con questi guai della guerra sui mari, è tanto difficile di mandare pacchi, non sono sicuri se arriva a destinazione, la navigazione italiana e limitata, non appena si calma la bufera vedrò di mandarti qualche pacco» [Chieffallo 2005, 87] ,

«se le cose stavano normale che i pacchi potevano viaggiare come prima io non vi facevo mancare il caffè» [Chieffallo 2005, 90] ,

censura

«io volesse parlare con te con il labro e non con lettere così posso spiegare meglio […] anche io volesse dire certe cose ma non e ora […] le tue lettera ancora sono censurate dal governo italiano» [Chieffallo 2005, 97],

difficoltà politico-economiche locali

«[New York…] ci sono famiglie che muoiono di fame, e per la disperazione si uccidono col gas […] tutta l’intera famiglia per non sofrire […] se vedesse quande tragedie » [Chieffallo 2005, 87] ,

«qui c’è stata una rivoluzione molto feroce e ci sono stati molti morti, più di cento e migliaia di feriti […] anche due o tre morti Italiani e varie decine di feriti. In Caracas, dove la lotta è stata più accesa, sono stati distrutti più di cento negozi Italiani» [Chieffallo 2005, 122] ,

e a volte purtroppo anche naufragi

«Nel 1895 durante la notte del 16 e 17 novembre […] catastrofe nelle acque […al largo di Gibilterra], per cui circa 50 individui [anche di Vallo della Lucania…] emigranti a bordo del Solferino vi lasciavano miseramente la vita»[Chieffallo 1994, 127] ,

«Fra i bagagli recuperati sulla spiaggia di Beni Amer in seguito all’investimento […] trovasi una valigia nella quale vennero rinvenute alcune carte dirette […] al Brasile» [Chieffallo 1994, 126] .

Nonostante gli impedimenti citati, gli strumenti lettera e pacco sono comunque riusciti a svolgere i loro compiti - con valenze certo diverse a seconda dei periodi considerati – sia quelli specifici (informativo o di sostegno materiale), sia quello relazionale comune

«Quando uno di noi riceve una lettera allora il silenzio scompare perché tutti domandano se sono novità al paese, chi è sposato, chi è morto, chi è partito» [Chieffallo 2005, 118-119] ,

«Finisco perché ho da scrivere a circa venti persone ancora» [Chieffallo 2005, 109] ,

«sai che la tua famiglia e Vallo significa tutto al mondo per me e niente altro ha importanza, ma la mia sola felicità è quando io mando a te un pacco e quando io ricevo le tue lettere» [Chieffallo 2005, 107-108 ( trad. dall’inglese)] ,

«Tutte le italiani qui en America fanno il più possibile per aiutare italia, tutte mandano pacchi lo ufficio postale de New York tiene molto lavoro per spedire questi pacchi» [Chieffallo 2005, 91].

Lettere e pacchi-dono, insomma, rispondendo a più esigenze finiscono anche per tenere cuciti i rapporti, proprio come le feste tradizionali suggestivamente citate da Leenhardt:

«simili al movimento dell’ago che serve a unire le parti della copertura di paglia per farne un solo tetto, una sola parola»[4].

I contenuti dei “pacchi”

Il contenuto “invisibile”

Contenuto invisibile d’ogni pacco è proprio ciò che lo forma, il complesso cioè dei fattori che ne determinano il funzionamento culturale specifico: come le caratteristiche dei terminali di scambio (persone e culture), la storia dei loro rapporti, le motivazioni (esistenziali e migratorie) e cosmologie relative.

I terminali del dono

Le persone

Mentre

Stato, mercato e scienza […] quella che [A.] Caillé chiama la socialità secondaria, in cui le relazioni si sviluppano tra funzioni…» [Aime 2009, XXIV-XXXV] «mette in relazione individui che non si conoscono, lo scambio di doni contribuisce alla creazione di una socialità primaria » [Aime 2009, XXVIII] ,

proprio quella qui esaminata: essa infatti

«necessita invece di una personalizzazione dei rapporti, che va costruita nel tempo» [Aime 2009, XXV] ,

trattandosi

«di una socialità che fa riferimento a un noi ben determinato, che ripropone rapporti face to face»[Aime 2009, XXVIII] .

In proposito

«[A.] Caillé propone un terzo paradigma [delle scienze sociali] o paradigma del dono […] e se fosse proprio il dono l’elemento attraverso il quale gli uomini creano la loro società? Il dono diventa in questo caso promotore di relazioni» [Aime 2009, XII-XIII];

«capacità che beni e servizi, se donati, hanno di creare e riprodurre relazioni sociali […] valore di legame in quanto […] il legame diventa più importante del bene stesso» [Aime 2009, XIII].

Il dono scambiato con la madrepatria opera però - nello specifico ambito migratorio - più che come promotore di relazioni, piuttosto come rinvigorimento di quelle tese alla conservazione (almeno in parte) degli affetti e della cultura d’origine.

Il riferimento di Aime

[Il donare] rientra in quella che [A.R.] Hochschild chiama “economia della gratitudine”: uno stato di debito reciproco […] Tale sistema è tutt’altro che altruistico: appare tale solo se letto con una lente utilitaristica. Il guadagno…esiste, ma va cercato in un ap-pagamento che non è oggettivamente quantificabile. Occorre infatti tenere conto delle diverse percezioni degli attori: ci sono casi in cui ognuno crede di avere ricevuto più di quanto ha donato [Aime 2009, XXII]

trova preciso riscontro in questi brani epistolari:

«la mia sola felicità è quando io mando a te un pacco e quando io ricevo le tue lettere» [Chieffallo 2005, 107 (trad. dall’inglese)] ,

«adesso qui si fa la Compania per fare la raccolta degli panni vecchie per tutta Europa […] per me io le mando solo a Vallo il mio caro Paese» [Chieffallo 2005, 97].

Nelle dettagliate istruzioni che spesso accompagnano gli imballaggi si avverte un’ansia quasi testamentaria di distribuire senza errori piccoli beni, chiarendo degli stessi pure la provenienza e non di rado il costo (anche se quest’ultimo non sembra certo esaurire il valore complessivo del dono, dal punto di vista di chi spedisce e di chi riceve). Qui il dono si pone evidentemente come avamposto affettivo del donatore, opportunamente allocato presso chi – nei desideri di questi - deve rimanere ad esso opportunamente legato; in pratica l’imposizione dell’immagine del donatore nella memoria del beneficiato individuale o collettivo.

Oggi stesso ti ho spedito un pacco […] ci sono dei seguenti oggetti, una coperta – 4 tovaglie – 1 lenzuolo – 6 coscina – 6 pannolini – 2 camice – 1 pezzo di seta – 5 metri di robba – 4 vestiti per bambini – 3 crovatte – 4 veste […] 1 paio di scarpe, questo è tutto per conto tuo non appena lo ricevi scrivimi subito […] per sapere se arriva esatto, nella lista che ho fatto alla posta io non ho dichiarati tutti gli oggetti solo che pochi, per non farti pagare di più nella risposta mi farai sapere anche quanto paghi nel ricevere il pacco [Chieffallo 1994, 374],

«spedii diretto a te un pacco di kg. 20 con vari pacchetti che certamente tu consegnerai ad ogni persona a cui sono diretti […] un vestito per Pasquale, però i calzoni sono da fare, un paio di scarpette usate, un vestito da bambina non so se è usato o sia uno scampolo» [Chieffallo 2005, 109].

I documenti seguenti illustrano invece l’ambiguità del dono, e in particolare anche le caratteristiche del

«dono generalizzato […] Il donatore non offre qualcosa di veramente suo […] un oggetto che rappresenti […] il rapporto […con] il destinatario […] offre [invece] del danaro, suo […] ma non suo in quanto segnato da un rapporto affettivo unico» [Aime 2009, XVII] .

Qui il protagonista - attivo terminale d’attività filantropiche per la madrepatria – si mostra comunque non scevro da umano compiacimento per i rapporti intrattenuti, a questo scopo, con personalità di responsabilità e prestigio:

[…] alcune settimane orsono feci istanza alla grande organizzazione per aiuti all’Italia, la così chiamata American Relief for Italy, la quale trovasi a capo l’onorevole giudice Juvenal Marchisio, egli fece istanza per via gerarchica in Italia, per il nostro povero Comune, dato che lui personalmente conosce che io di mia tasca ho speso oltre un milione di lire» [Chieffallo 2005, 104] ,

[…] fortunatamente […] ebbi una cordiale parlatina con l’amico onorevole Giudice Marchisio […] Con sorriso disse: Ralph, farò del tutto prima per te e poi per i tuoi così descritti paesani del tuo comune natio […] Mi congratulò per la nomina a cavaliere e […] mi promise di farmi conoscere il Sig. De Gasperi che si aspetta con molto interesse [Chieffallo 2005, 105].

A proposito ancora del dono generalizzato, il documento che segue evidenzia come – anche se l’elargizione (in questo caso di prodotti, non di denaro) non prevede certezza di restituzione [Aime 2009, XVII], non per questo manca di suscitare comunque interesse il buon esito dell’iniziativa:

Oggi stesso ho spedito per mezzo posta quattro pacchi di 2 libra ciascuno [ …] Quale mio dono personale alla popolazione dei nostri due paesi [San Mauro La Bruca e San Nazario], con preghiera di volerle distribuire alle persone più bisognose […] Sarei molto lieto se mi potessero dare i nomi delle persone che riceveranno questi pochi articoli. Come vedono ho cercato di dividere la roba fra i quattro pacchi, perché in caso se ne perdesse uno non si perdesse ogni cosa […] tutto insieme […] un valore di oltre cinquanta mila lire (50.000). Questa spesa è di mia propria tasca e dato che io sono stipendiato non un milionario […] son molto lieto se so che arriva tutto bene [Chieffallo 2005, 98-99].

La richiesta può configurarsi, a volte, quasi come una pretesa di dono:

Mia carissima sorella […] ho scritto altre tre lettere […] e non ho avuto nessuna risposta, ora cerco di scriverti in americano perché […] mio figlio […] scrive americano […] gentile pensiero […] hai avuto per me nell’inviarmi il pacco […] hai detto nella tua lettera che mi spediresti qualcosa d’altro […] se puoi […] a piacere tuo […]

Cara zia […] sono il figlio di tua sorella che scrive americano. Grazie mille per le scarpe che mi hai mandato, ora vorrei un altro paia di scarpe gialle misura 8, ma non usate, se puoi. E vorrei un pantalone corto e nient’altro per il momento [Chieffallo, 1994, 380].

Tra i modi in cui l’emigrante poi emigrato cerca di tornare appunto protagonista attivo della propria vita, ricopre una notevole importanza il recupero - prima o poi – di eventuale documentazione smarrita o mai posseduta che lo riguarda: operazione a volte difficoltosa per classi sociali meno abituate all’uso e custodia di questi preziosi frammenti d’identità personale e dei rapporti intrattenuti con la società di riferimento:

“Se vorreste farmi il favore mandarmi la mia fede di nascita, per sapere il mese e il giorno che io nacque” [Chieffallo 2005, 85],

[…] ora che devono dare la penzione e un premio a quelli che sono stati prigionieri, non mi è stato riconosciuto il grato di caporalmaggiore […] Io scrisse al Ministero della guerra ed ebbi la risposta […] che io non risulto […] A me piacesse tanto se voi troverai quel piccolo certificato […] dovete vedere dove nostra madre teneva tutte quelle fotografie dentro quella piccola cassetta […] so che ci sono stati assai movimenti nella vostra casa […] ma certe volte un miracolo succede […] probabile lo trovate dopo che io sono morto [Chieffallo 2005, 143].

Le culture
Il Vecchio mondo

Per l’emigrato il paese d’origine rappresenta il vecchio mondo o la nostalgia, luogo di ritorno virtuale (solo del pensiero, supportato da lettere e pacchi) oppure effettivo (ogni tanto o alla fine dell’esperienza migratoria).

Maurice Godelier […] pur condividendo la critica di Lévi Strauss a Mauss [contro la supposta “anima” degli oggetti donati che, secondo quest’ultimo, li legherebbe al donatore; Aime 2009, XIV] , non crede al primato del simbolo {scambio […] prima di tutto […] simbolico […] presente nella mente di tutti gli uomini, poi diventa reale};

per lui infatti,

«contrariamente a quanto afferma Lévi Strauss, i meccanismi non sono mentali, ma sociologici. La forza che spinge le cose a circolare […] non sta nelle cose stesse, ma nel proprietario» [Aime 2009, XV] .

Per quanto riguarda lo specifico ambito migratorio però tale forza - più che nel proprietario/donatore – sembra risiedere proprio nel ricordo nostalgico, da cui esso viene investito nei momenti in cui fa esperienza della partecipazione a culture diverse.

Per comunità eminentemente rurali come quelle cilentane (non più così, però, già negli ultimi decenni del secolo scorso), il calendario delle attività di campagna ha rappresentato la spina dorsale, insieme alle feste patronali, della vita dei paesi, con ovvie ricadute sul contenuto delle lettere e dei pacchi scambiati:

«mi dovete fare sapere le cose come vanno quanto della famiglia, quanto dei campi, mi fai sapere quanto grano aviti fatto questo anno e quanta fichi, mi fai sapere tutte queste belle cose» [Chieffallo 2005, 71] ,

«ora fratello mio fai tutto il possibile mandarmi una onza di seme da bachi di seta dentro una cuvelpa in un piccolo sacchigno di mosellino finissimo, per posta» [Chieffallo 2005, 75] .

Il Nuovo Mondo

In molte missive e pacchi è avvertibile comunque una soddisfazione di tipo culturale, simile a quella presente in grandi cicli mitici o piccoli episodi di folklore: quel tipo d’emozione che accompagna conquiste individuali con ricadute dirette o indirette su tutta la comunità relativa. L’emigrato sembra infatti acquisire proprio la figura d’un eroe culturalea causa delle rimesse (non solo) finanziarie che trasmette alla sua famiglia ed al paese d’origine grazie al suo osare migratorio, temporaneo oppure definitivo.

«Porterò i dollari che sono più belli delle nostre lire italiane e che valgono anche di più» [Chieffallo 2005, 73] .

L’impatto spesso traumatico ma anche risolutivo con la nuova esperienza migratoria non può non interessare significativamente però anche il quotidiano rapporto con l’alimentazione. In quest’ambito rimangono sempre graditi, ovviamente, i prodotti enogastronomici tradizionali inviati da amici e parenti, concreti e saporiti riassaggi della cultura d’origine. Un riaccesso di questo tipo alla cilentanità è ben evidenziata, nel brano che segue, dall’uso appunto “culturale” del pronome “noi”:

«[in Brasile…] noi […] quasi ogni sera andiamo a visitare a Giuseppe Puglia […] il quale ci dà sempre a bere vino nostrale che lo fa venire da fuori» [Chieffallo 2005, 65] .

Se con i pacchi cibi tradizionali arrivano dal Cilento, prodotti esotici in senso inverso raggiungono invece i paesi d’origine, come sfizi da albero della Cuccagna tra cui spicca, ovviamente, il caffè. Non per nulla precauzioni e raccomandazioni particolari vengono messe in atto per garantire il suo arrivo effettivo al destinatario:

[…] ti ho spedito il pacco con il caffè e zucchero, non fa come il passato che ti vendesti il caffè, per pagare il dazio […] unito vi mando il vaglia di lire 75, così potete pagare il dazio, non fate adesso che vi vendete il caffè lo stesso per fare soldi, poi mi dite un’altra volta che rimanete col desiderio del caffè, io ve lo ho mandato per uso di famiglia [Chieffallo 2005, 88],

«ho spedito […] 4 libre di caffè abbrustolito e macinato, 2 libre di zucchero […] un po’ di tabacchi americani per far si che il Comitato abbia almeno da fumare inclusa l’Amministrazione» [Chieffallo 2005, 98-99] .

«Voi vi lagnate che non ve la passate tanto bene la vita, che state senza caffè, ma bisogna fare alla meglio, se le cose stavano normale che i pacchi potevano viaggiare come prima io non vi facevo mancare il caffè» [Chieffallo 2005, 90] .

Il contenuto “visibile”

I “pacchi” compagni di viaggio

Il primo viaggio verso un altro Continente si pone come grande prova iniziatica per conquistare una nuova esistenza, tra sensazioni, difficoltà e conoscenze ovviamente correlate; un drammaticospartiacque esistenziale tra due notti (difficoltà paesane che spingono ad andare verso l’ignoto) [Chieffallo 2005] che trova conferma anche nelle raccomandazioni pratiche inviate a coloro che si accingono a compiere il grande passo:

«compra il necessario per il viaggio, perché devi sapere che è lungo e pieno di insidie. Devi essere prudente e sappi che qualsiasi cosa urgente ti occorre non la troverai sulla nave, perciò parti fornito delle tue necessità» [Chieffallo 2005, 68] .

La stessa collocazione dei bagagli in viaggio è poi un ulteriore problema:

«L’Emigrante […] vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano […] A viaggio compiuto […] è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente» [Rosati 1976].

Comunque nel 1888 – pochi giorni dopo l’enciclica papale sull’emigrazione[5] - la prima legge al riguardo[6] viene a disciplinare anche il contratto di partenza, specificando pure la

«quantità di bagaglio che l’emigrante potrà portare» [Chieffallo 1994, 92-93] .

Pacco di grande considerazione per il cilentano emigrante è il materasso, quasi dono a sé stesso durante il viaggio di trasferimento:

«[a Caracas] Finché non ho trovato lavoro alloggiavo in una baracca insieme ad altri paesani. La baracca era sfornita di tutto e ci siamo dovuti costruire anche i letti […] Io il materazzo lo avevo portato con me da Eredita quando sono partito» [Chieffallo 1994, 236],

«se potete portate il materasso di lana, lo scucite e lo mettete dentro un sacco, vi portate pure la coperta di lana» [Chieffallo 2005, 76] .

Se il contesto di questa missiva sembra alludere a bisogni estremamente pratici, in realtà l’esigenza appare molto più complessa, relativa a un bene dal valore evidentemente non solo materiale, ma pure affettivo/culturale.

I “pacchi” verso il Cilento

I pacchi dall’estero – durante il primo flusso migratorio soprattutto statunitensi - a livello familiare o nelle spedizioni istituzionali di sostegno ai comuni d’origine contengono essenzialmente generi di prima necessità (cibo, vestiti, medicine) con particolare attenzione ai bambini, e poi oggetti utili nel quotidiano con qualche piccola concessione, a volte, al superfluo:

«Mi dispiace nel sentire che vi sono molte bambini nudi a vallo, luneca cosa che io posso fare […] che quando si apreno le poste per li pacchi, deve andare a tutti gli paesani che si trovano a Mount Vernon, per vedere a fare un raccolta di panni per aiutarle» [Chieffallo 2005, 94],

«il freddo qui è terribile abbiamo 4 piede di neve, spero che a Vallo non fa troppo freddo perché come si dice qui ci manga il carbone e tutti sappiamo che nge manca anche le vestite calde. Tutte le italiani qui in America fanno il più possibile per aiutare italia, tutte mandano pacchi» [Chieffallo 2005, 91] ,

Oggi stesso ho spedito per mezzo posta quattro pacchi di 2 libra ciascuno [ …] Quale mio dono personale alla popolazione dei nostri due paesi [San Mauro La Bruca e San Nazario], con preghiera di volerle distribuire alle persone più bisognose […] 20 scatole di vitamine di 90 pillole ciascuno […] 5 boatte di una libra ciascuna di un preparato speciale di lattecinii […] 8 scatole di crema di latte […] 8 scatole di una libra ciascuno di cacao dolcito […] 26 scatole di Tea […] 1000 fascette sanitarie, dal nome Mecurocrome […] 4 libre di caffè abbrustolito e macinato, 2 libre di zucchero […] un po’ di tabacchi americani per far si che il Comitato abbia almeno da fumare inclusa l’Amministrazione» [Chieffallo 2005, 98-99],

«vi mandai due paia di chianelli [pianelle…] vi voleva mandare le scarpe, si come voi non ne fate uso» [Chieffallo 2005, 80] ,

«Emilio mi chiede le setole non passerà tempo e te manterò pure i coltelli» [Chieffallo 2005, 83] ,

«me scrisse il figlio di Gino e mantò a chiedero le motante di lana, io però non o potuto»[Chieffallo 2005, 83] .

Infine, anche se rare, non mancano poi spedizioni per esigenze di tipo culturale:

«adesso si pote mandare li giornali io te mando il Progresso italo-americano quello di ogni domenica» [Chieffallo 2005, 91] .

3.2.3 I “pacchi” dal Cilento

Altri pacchi – più modesti forse di contenuto ma non di significato culturale – viaggiano invece in direzione opposta, dal Cilento verso l’estero; come risulta da missive di richiesta o di ricevimento, costituiscono documenti d’un Cilento in sé che partecipa all’identificazione d’un Cilento fuori di sé attraverso la valorizzazione – tra l’altro –

d’oggetti, sapori

«ricevetti li tortanetti che fra uno io e uno Nicola erano molto buoni»[Chieffallo 2005, 82] ,

immagini di famiglie e luoghi d’origine:

«mandatemi quella fotografia dove voi siete con me e Melina […] che io la voglio far fare di nuovo e un po’ più grande» [Chieffallo 2005, 89] ,

«Non potete immaginare quanta emozione ho avuto quando ho ricevuto la busta con la bellissima foto panoramica del nostro paese natio, Gioi» [Chieffallo 2005, 149] .

3.2.3.1 ‘Pacchi’ vivi

«Una delle forme di dono - e di scambio - è il matrimonio. Il Lévi Strauss ha messo in grande risalto il valore essenziale di scambio del matrimonio» [Bernardi 1987, 346] .

Se nella storia dell’emigrazione molti dei flussi relativi hanno presentato, e ancora presentano, una circolazione purtroppo di veri e propri uomini-pacchi, qui l’attenzione va però, nello specifico, alle tante spose-dono fatte arrivare dal Cilento nei luoghi d’emigrazione per unirsi con persone praticamente sconosciute.

L’emigrazione in Australia all’origine fu tipicamente maschile […] molti […] sarebbero rientrati se non fosse esplosa […] la prassi dei matrimoni per procura […così] si erano sposate […] cilentane con […] emigrati in Brasile […] Argentina […] Stati Uniti. Ma […] casi sporadici e mai […] fenomeno di massa. Cosa che invece avvenne per l’Australia […] a volte […] ci si sposava […] subito dopo lo sbarco, in una delle […] chiese […] nella zona del porto […da cui] l’appellativo di “spose delle banchine” [Chieffallo 1994, 332].

Di tali donne - interpreti del ruolo di oggetto-moglie in ottemperanza evidentemente al detto “moglie e buoi dei paesi tuoi” - preventivamente informatori fidati fornivano con diligenza, all’aspirante marito, dati personali fisici e morali, corredati ovviamente da una foto:

[…] parliamo […] della signorina e oriunda di Vallo […] mi manderai a dire la sua esatta età […] o parlato con quelli che fanno l’atti di richiamo […] mi ha detto che la posso mandare a prendere, ma deve venire a quota e sposarla qui. A te ti raccomando di accertarti che stia bene in saluta, e mi manderai a dire il suo peso, e altezza [Chieffallo 2005, 100].

Comunque – anche di fronte a documenti del genere, non sembra definibile sempre come del tutto passivo l’iter delle spose-dono; le donne in questione sembrano infatti possedere non comuni capacità di autogestione e controllo psicologico per poter effettuare un passo di tale gravità esistenziale/culturale:

[…] un’altra lavorante […] che aveva due fratelli emigrati in Argentina […] confidò […] che […] lamentandosi per la solitudine e la nostalgia […] avrebbero voluto sposare delle paesane […] Enrichetta […] Sapeva che la sua vita ad Agropoli era sprecata […] inviò una sua fotografia ad uno dei fratelli, che si affrettò a farle pervenire la sua […] I due, senza conoscersi personalmente, decisero di sposarsi e il matrimonio fu celebrato per procura […] La sposa […] sapeva di non poter partire subito. Doveva mettersi in quota per poter raggiungere il marito […] Dopo circa sei mesi […] s’imbarcò a Napoli […] per Buenos Aires. Non era passato molto tempo che Filomena, l’altra […] sorella, ricevette una lettera da Enrichetta. Le mandava la fotografia del fratello del marito e la invitava a seguire il suo esempio. Così anche Filomena, che […] aveva sedici anni, partì alla volta dell’Argentina [Chieffallo 1994, 224].

Riferimenti bibliografici

Aimé M. 2009, Da Mauss al MAUSS, in Mauss 2009, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Torino: Einaudi, XXIV-XXXV.

Bernardi B. 1987, Uomo, cultura società. Introduzione agli studi etno-antropologici. Antropologia culturale e sociale, Milano: Angeli (IX ed.)

Chieffallo D. 1994, Cilento oltre oceano. L’emigrazione cilentana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Acciaroli: Centro di Promozione culturale per il Cilento.

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[1] Cilento: parte centro-meridionale della provincia di Salerno.

[2] Da valutare contenuti e forme di scrittura, nelle lettere consultate, a seconda delle datazioni relative (fine XIX - inizi XXI sec.).

[3] «Sono nato a Gioi […] Nel ’63 tutta la mia famiglia si trasferì in America e fummo fra gli ultimi ad emigrare in una nave anziché in aereo» [Chieffallo 2005, 147].

[4] Da M. Leenhardt, La fête du Pilou en Nouvelle-Calédonie, [Mauss 2009, 33-34].

[5] « La stessa prima traversata degli emigranti è piena di pericoli e di sofferenze» (papa Leone XIII, enciclica “Quam aerumnosa”, 10.12.1888).

[6] Con modifiche rispetto al progetto di Crispi, 30.12.1888.

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