Il costo dei figli. Le molteplici valenze dell’onere della famiglia nella bassa fecondità italiana

Il costo dei figli. Le molteplici valenze dell’onere della famiglia nella bassa fecondità italiana

Fulvia D’Aloisio


Abstract

Economic aspects are generally considered as important variables in explaining the Italian low fertility rate: the cost of children – either direct or opportunity costs – heavily influences reproductive choices. Furthermore, we have to take into account both the availability and the costs of family services, which consistently vary across the Italian regions. Literature on family in Italy has often highlighted the importance of kinship support networks, based on the spatial proximity of the family: such networks are effective both in integrating familiar economic resources and in coping with the deficiencies of welfare.

Based on an ethnographic research focused on the reproductive behaviours and structure of the family in two Italian cities, Bologna and Naples, this study compares two groups of families and aims at showing how important role of affective kinship resources and complementary financial contributions can be in providing support and services, to the effect of influencing the household economy. In Naples and in Bologna, which are very different cities as regards income, services availability and general urban organization, kinship solidarities take different shapes and values. Such solidarities consistently support families, women especially, in affording the several costs of children, which are distributed at different levels: not only and not necessarily do the economic aspects play in the foreground.

Keywords

Cost; low fertility; family; children; ethnography

La famiglia costituisce da sempre un’unità che fortemente mescola affetti ed affari, il luogo in cui le risorse economiche provenienti dal lavoro produttivo di uno o più componenti del nucleo familiare intersecano il lavoro riproduttivo e di cura e, nel loro delicato intreccio, concorrono alla sopravvivenza del nucleo familiare stesso, non senza creare asimmetrie e squilibri di potere _[Facchini 2008]. La condivisione di un bilancio costituisce dunque, oltre alla convivenza sotto lo stesso tetto e all’esistenza di rapporti di consanguineità, uno dei criteri fondativi della definizione di famiglia. Inoltre la condivisione del bilancio spesso travalica i confini della famiglia cosiddetta nucleare, estendendosi alla parentela non convivente, sia in senso orizzontale, nella stessa generazione familiare, sia in senso verticale, tra diverse generazioni, poiché è proprio nell’ambito della parentela che si articolano tutta una serie di scambi e di aiuti, sia in termini economici che in termini di cura.

Tra le questioni economiche cruciali del bilancio familiare rientra ovviamente il costo dei figli, uno degli elementi che entra a far parte, come hanno sottolineato demografi ed economisti, delle concause responsabili della attuale lowest low fertility italiana. Il costo dei figli, secondo quanto evidenziato dai demografi, si compone di almeno due parti: vi è un costo diretto, che corrisponde a quanto una famiglia deve "tirare fuori di tasca" per mantenere la prole; e vi è un costo opportunità, che corrisponde invece a quanto la famiglia non guadagna (e quindi perde), perché vincolata nelle sue scelte lavorative dalla presenza di figli [De Santis, Righi 1997]. I due costi, che si sostanziano di dati elementari diversi, non vengono quasi mai stimati insieme. Complicata risulta pure la stima dei costi diretti, che generalmente viene basata su micro-dati quali i consumi delle famiglie, che si caratterizzano però per una forte variabilità, che sono spesso rilevati con modalità diverse nel corso del tempo e pertanto non sono perfettamente comparabili tra paesi diversi.

Gli economisti concordano sul fatto che il costo dei figli costituisce in realtà un oggetto sfuggente, fatto di tante piccole voci, solo in parte attribuibili a costi individuali (spese per abbigliamento, istruzione etc.), ma per una quota parte fatto invece di costi aggiuntivi condivisi all’interno della famiglia (come spese di acqua, energia, telefono etc). Generalmente, gli economisti concordano sul fatto che, in linea generale, i figli oggi costino più di un tempo (fino al 40% del bilancio di una coppia, stimano gli esperti, con un incremento negli anni 90: [De Santis, Righi 1997]: questo sia perché costano di più per ogni singolo anno passato in famiglia (in quanto meglio accuditi che non in passato), sia perché attualmente trascorrono un numero maggiore di anni in famiglia. Quest’ultimo aspetto è molto rilevante in Italia, dove la fuoriuscita dalla famiglia d’origine è particolarmente ritardata rispetto agli altri paesi europei [Facchini 2005; De Santis, Righi 1997; Buzzi, Cavalli, De Lillo 2007; De Santis 2009].

Non è tanto l’entità dei costi dei figli che si intende indagare in questo scritto, problema di natura eminentemente economica, quanto piuttosto, attraverso la lente dell’antropologia, la loro mutevole percezione all’interno delle famiglie italiane: ovvero, ciò che in termini antropologici appare rilevante è piuttosto il modo in cui costi dei figli sono pensati e percepiti, valutati nella loro maggiore o minore incidenza, comparati con altri “costi” di diversa natura; questo implica anche che la nozione stessa venga estesa e declinata in costi materiali e immateriali, strettamente intrecciati e in grado di influenzarsi reciprocamente, andando a costituire un insieme complesso in grado di influenzare i comportamenti riproduttivi.

La percezione e la valutazione dei costi dei figli è inoltre diversificata sulla base di molteplici fattori (status, posizione del nucleo familiare, mobilità sociale realizzata o da realizzarsi come obiettivo pregnante), e può essere considerata a tutti gli effetti parte integrante di una più ampia cultura della fecondità [Kertzer 1995; 1997], anche questa diversamente declinabile a seconda della classe sociale, dello status, del momento storico.[1]

Di certo la percezione del costo dei figli si è profondamente trasformata nella storia recente, come è ben esemplificato dalla centralità che la discendenza e la prole numerosa rivestivano nell’Italia contadina fino alla seconda guerra mondiale: «Dove sono molte braccia è molto pane» recitava un proverbio popolare umbro [Papa 1985], che direttamente si richiamava alla centralità che nell’Italia contadina aveva la cooperazione intra-familiare nei lavori agricoli e pastorali;[2] o ancora: «Meglio ricchi di sangue che di denaro», recitava un altro detto calabrese, che si richiamava invece all’importanza della numerosa figliolanza non solo in termini economici ma soprattutto in termini simbolici, nella misura in cui memoria e sangue divenivano equivalenti nell’assolvere ad una stessa funzione, quella di sconfiggere la morte e tramandare il ricordo della famiglia [Lombardi Satriani, Meligrana 1982].

Il fatto che i figli si siano trasformati da risorsa in onere è parte della storia recente, della trasformazione dell’Italia contadina in un’economia urbano-industriale e terziaria. Il mutamento di segno di quello che possiamo definire dunque il valore dei figli è per certi versi riconducibile al più ampio quadro della teoria della cosiddetta seconda transizione demografica, che maggiormente rimarca le trasformazioni culturali nello spiegare l’attuale bassa fecondità [Van de Kaa 1987; Lesthaeghe 1995].

Tra le diverse letture che, a livello demografico, sono state date dell’abbassamento progressivo della fecondità, l’ipotesi del demografo Gian Piero Dalla Zuanna appare tra le più interessanti: per l’autore il declino della fecondità si spiega proprio a partire dal contrasto tra alta fecondità e mobilità sociale ascendente, sia essa intra-generazionale (dei genitori) o inter-generazionale (dei figli rispetto ai genitori), per cui il contenimento del numero dei figli costituirebbe una strategia per migliorare l’istruzione e le possibilità di ciascuno e al contempo mantenere o migliorare la posizione della famiglia nel suo complesso [Dalla Zuanna 2006]. Contenere i figli e concentrare su questi le risorse, economiche e non, diviene dunque parte di una strategia familiare di mobilità ascendente, un vero e proprio investimento per il futuro dei figli stessi.

Possiamo dunque ipotizzare che costi materiali e costi immateriali, questi ultimi riconducibili ad un livello eminentemente simbolico, si combinano dunque in una complessiva, specifica percezione dei figli, nel giudizio formulato sull’opportunità o meno di averne, su quanti o quando averne. La possibilità poi di condividere costi ed oneri, di usufruire di supporti, di bilanciare in vari modi gli impegni conseguenti al fare famiglia, costituisce valutazione importante circa la scelta di avere figli, come diverse ricerche sul tema hanno già evidenziato [Micheli 2006; D’Aloisio 2007]. In questo scritto si intende dunque analizzare, attraverso i dati etnografici di una più vasta ricerca sulla bassa fecondità in Italia, non tanto l’entità dei costi materiali, ma la loro percezione e rappresentazione, al contempo estendendo la nozioni di costi immateriali a valutazioni di più ampio raggio che riguardano gli investimenti temporali e affettivi, le rinunce, il complesso dell’orizzonte di vita entro cui i figli sono collocati e concorrono pertanto a condividere e/o confliggere con altri ambiti di interessi, quali innanzitutto il lavoro, il tempo libero, il tempo per la coppia e la valorizzazione del legame di coppia, insomma il complesso patchwork di ambiti esistenziali, molteplici e non sempre convergenti, entro cui il progetto riproduttivo sembra sempre più collocarsi. Diviene dunque necessario concentrarsi in particolar modo sugli aiuti parentali, com’è noto centrali nella situazione italiana, dove il patto tra le generazioni (nonni/genitori), per usare la felice espressione di Naldini e Saraceno, costituisce un dato tipico e un supporto essenziale [Naldini, Saraceno 2011]. Le forme di aiuto della generazione ascendente, nelle interviste della ricerca ELFI cui qui si fa riferimento, risultano diversamente articolate nelle due città indagate, una del Nord (Bologna) e l’altra del Sud (Napoli), consentendoci di ricavare alcuni spunti di riflessione non solo sul ruolo che essi esercitano nell’orientare le scelte riproduttive, ma anche di sottolineare la vischiosità che il “costo” dei figli riveste, traducendosi nei fatti in una miriade di rinunce e perdite individuabili soprattutto, e si può dire ancora una volta, nelle esistenze delle donne intervistate.[3]

Le solidarietà generazionali. Supporti e scambi in sostegno della vita familiare.

E’ noto che in tutti i paesi sviluppati sono soprattutto i costi di opportunità ad incidere sul calo della fecondità [Billari, Dalla Zuanna 2008]: in sintesi, in seguito all’aumento dell’istruzione femminile è aumentato il salario potenziale che le donne possono ottenere lavorando; all’aumentare del salario potenziale aumenta anche il costo di opportunità, che corrisponde al salario cui la donna rinuncia quando sceglie di non lavorare per curare i figli. Negli anni 70 il calo demografico si è legato quindi anche all’incremento del lavoro femminile. Tuttavia, come rilevano gli economisti, alla lunga la partecipazione delle donne al mercato del lavoro diviene invece favorevole ad una fecondità più elevata, essendo un reddito più alto fattore che agisce da incoraggiamento sui comportamenti riproduttivi.

Risultato di questo è che, laddove la conciliazione tra lavoro e famiglia è più difficile come nel Sud Italia, la fecondità tende negli ultimi anni ad essere più bassa (nel 2006, per la prima volta la fecondità è più bassa al Sud: 1,33 figli per donna al Sud e nelle isole, contro l’1,38 a Nord) [Billari, Dalla Zuanna 2008, 85], mentre l’effetto reddito tende a sostenere la fecondità nelle zone più ricche e con maggiore partecipazione delle donne al lavoro: l’aumento del reddito della famiglia diviene quindi un importante fattore incentivante (grazie anche ad una maggiore capacità di fronteggiare i costi diretti). Attualmente dunque, si fanno più figli nelle zone del paese dove le donne lavorano di più.

Ciononostante, in Italia come nel resto dei paesi mediterranei, la divisione del lavoro familiare registra poche trasformazioni nel corso del tempo, e la doppia presenza conserva una forte asimmetria a sfavore delle donne [ISTAT 2007]. Qualche debole segnale di cambiamento si evidenzia nel caso in cui entrambi i partner sono occupati ed hanno un elevato livello di istruzione, ma l’ISTAT si esprime con cautela in proposito, parlando di “timidi segnali affatto sufficienti ad indicare un cambiamento di rotta significativo” [ISTAT 2008: 10]. L’Osservatorio nazionale sulla famiglia rileva nella problematica della conciliazione lavoro/famiglia «il cruccio della nostra società, in quanto è il fattore che risulta più determinante nel rendere difficile fare famiglia e portarla avanti» [Donati, Prandini 2008, 9]. Più in generale, Saraceno osserva che mentre il gap di genere nell’occupazione si è ridotto, soprattutto nelle coorti più giovani, per l’Italia permane l’adesione a quel modello mediterraneo caratterizzato da bassi tassi di occupazione femminile, pochi servizi ed una prevalente tipologia occupazionale full time, che comporta che i partner trovino forme e risorse per fronteggiare la cura o che, viceversa, si attestino su una più tradizionale divisione del lavoro [Naldini, Saraceno 2011, 43 e segg.].

A questo proposito, un fattore rilevante ed incisivo nella situazione italiana, in parte condiviso dai paesi dell’area mediterranea, in parte specifico del caso italiano, è l’importanza dei legami parentali, in particolare generazionali, al di là della famiglia cosiddetta nucleare. Reher annovera i paesi dell’Europa centro-meridionale nella categoria dei paesi cosiddetti “a famiglia forte”, contrapponendoli a quelli dell’Europa settentrionale e atlantica, caratterizzati da un modello di famiglia “debole” [Reher 1998]: con famiglia forte l’autore intende la persistenza di famiglie multi-generazionali, caratterizzata dall’assunzione di una serie di doveri reciproci tra le generazioni e, attualmente, anche dalla capacità di fornire ai giovani il massimo dell’accudimento e il massimo dell’autonomia.

Nel caso italiano l’ISTAT conferma questa tendenza, essendo l’Italia il paese con una spiccata vicinanza residenziale tra famiglie di fratelli e sorelle e anche tra genitori e figli [ISTAT, 2007].[4] Nonostante quindi il processo di nuclearizzazione delle famiglie italiane sia stato progressivo e inarrestabile, ciò non ha significato l’isolamento del nucleo familiare dalla rete di relazioni parentali;[5] è notorio infatti come questi legami siano forti e fattivi nel caso italiano, radicati nella storia sin dall’età moderna, e ancora oggi vicinanza residenziale e scambi di aiuto risultano saldamente intrecciati [Barbagli, Castiglioni, Dalla Zuanna 2003; Fazio, Lombardi 2006; Micheli 2006, ISTAT 2006]. [6]

Le Indagini multiscopo e diverse ricerche condotte in Emilia Romagna, Veneto e nel Sud testimoniano l’esistenza di una fitta rete di scambi di risorse e di aiuti tra parenti, molto significativi sia dal punto di vista della vita affettiva, sia per la qualità complessiva della vita: una modalità che è stata definita come intimità a distanza [Balbo, May e Micheli 1990; ISTAT 2006; Micheli 2006]. Soprattutto la coorte delle “nonne”, le donne che alla fine degli 90 avevano 60 anni, una coorte numerosa e in buona salute, già con un numero ridotto di figli rispetto alle loro madri, si contraddistingue per aiuti a figli e nuore occupate nel mercato del lavoro [Saraceno 2003]. Dati più recenti provengono anche dalla ricerca condotta da Oppo e Perra, da cui emerge che gli aiuti da parte dei genitori ai figli non conviventi riguardano in prevalenza il sostegno per l’acquisto di un’abitazione e il lavoro domestico e di cura, rivolto in prevalenza a figli che hanno a loro volta bambini piccoli [Oppo, Perra 2008].[7] Anche l’ISTAT conferma il ruolo centrale dei nonni nell’accudimento dei figli [ISTAT 2008].[8]

Alla lente dell’antropologia spetta dunque, di fronte a questo, un lavoro di connessione tra globale e locale, tra micro e macro, ovvero il tentativo di analizzare e comprendere come certe caratteristiche dell’assetto demografico e socio-economico italiano siano concretamente penetrate nella vita quotidiana delle famiglie italiane, plasmando ruoli tra le generazioni, ruoli di genere tra i coniugi, più in generale traducendo in nuovi e diversi orizzonti di valori, stili di vita, scelte relative alla famiglia, le caratteristiche del “sistema famiglia-lavoro” sinteticamente delineate [Naldini, Saraceno 2011].[9]

Aiuti parentali a Napoli e a Bologna. Alcune ipotesi sui molteplici costi della riproduzione.

Attraverso l’etnografia e le interviste effettuate a Napoli e a Bologna nell’ambito della ricerca ELFI, in due gruppi di famiglie omogenee dal punto di vista degli indicatori socio-demografici e residenti in quartieri analoghi sotto il profilo della geografia sociale urbana (selezionate con campionamento a valanga), emergono elementi interessanti che consentono alcune riflessioni sul rapporto tra supporto parentale e percezione del peso, del senso e dell’opportunità di avere dei figli, in particolare per le donne. Sotto il profilo delle reti di assistenza familiare, soprattutto quelle generazionali, esse sono risultate più attive ed efficaci a Napoli che non a Bologna, dove una serie di fattori quali la maggiore distanza residenziale, la maggiore occupazione delle madri/nonne, di conseguenza la loro minore disponibilità rendono spesso la richiesta di assistenza più un’aspirazione di cui si riconosce la rilevanza, che non una pratica agita e presente nella vita delle coppie. Nel caso delle coppie del campione napoletano, la vicinanza residenziale alla famiglia di origine è invece un elemento centrale, che ha condizionato fortemente le scelte delle coppie ed entra dunque nell’organizzazione della vita dopo il matrimonio (o in qualche caso anche dopo la convivenza): la scelta andare a vivere vicino ai genitori dell’uno o dell’altro partner ricorre infatti in maniera pressoché una costante e costituisce un riferimento forte in funzione della procreazione.

Nel caso napoletano, tra le generazioni esiste dunque un fitto scambio di assistenza, che va dall’accudimento del/dei bambini (ove sono due), all’aiuto nelle commissioni e nelle faccende domestiche, al supporto nei tempi della famiglia (accompagnare/prelevare i bambini da scuola e così via); in qualche caso anche la consumazione di un pasto serale nella casa genitoriale diviene sostegno in termini di tempo e di energie. A Bologna, per le suddette ragioni, gli aiuti sono meno frequenti nel tempo e dunque più limitati, si limitano spesso a visite occasionali della madre/dei genitori, mentre in alcuni giorni della settimana (e solo in alcuni) si può lasciare loro il bambino. Importante notare che talvolta la madre interviene quale aiuto integrativo rispetto a servizi esterni, nido o baby-sitter, o anche come supervisione della baby-sitter stessa (a Napoli in qualche caso troviamo una compresenza).[10] A Bologna, quando le condizioni anche residenziali rendono impossibile l’aiuto dei genitori, è presente e un forte rammarico, tra cui spicca la valutazione degli elevati costi che i servizi esterni richiedono: c’è dunque consapevolezza diffusa del legame tra i costi diretti dei figli e la loro possibile riduzione attraverso le reti parentali di assistenza.

Per quanto riguarda i costi cosiddetti di opportunità, e più ancora la valutazione in merito alla conciliazione della cura con il lavoro delle donne, è possibile vedere come le energie richieste per questo incidano sulla rappresentazione della maternità e sulla valutazione dei “costi” più ampiamente attribuibili al ruolo materno.

A questo proposito è però necessaria una riflessione ulteriore: se l’idea che i figli materialmente costano costituisce un luogo comune ormai scontato, viceversa riferirsi a “costi” d’altra natura nella vita delle donne fa in buona misura ancora scandalo. Questo per una serie di motivi, tra cui da un lato il fatto che la maternità è vista come un costrutto forte, quasi un dato “naturale”, se non più inevitabile comunque desiderabile per la maggior parte delle donne; dall’altro, val la pena ricordarlo, non solo la cultura cattolica, ma più in generale lo stereotipo dell’amore materno incondizionato e “gratuito” ha profonde radici nella cultura italiana, come ha efficacemente illustrato Marina D’Amelia, già a partire dall’Italia post-unitaria e liberale [D’Amelia 2005]. Tutto questo rende ancora difficile nel senso comune parlare di costi dei figli al di là di quelli direttamente monetizzabili (diretti e di opportunità), e allargare quindi il discorso alle possibili ricadute negative e alle penalizzazioni che più ampiamente possono incidere sull’esistenza delle donne (o eventualmente delle coppie).

Il femminismo ha sicuramente contributo alla de-naturalizzazione della maternità, come pure a farne un processo deliberato e auto-consapevole, e non vi è dubbio che tali evoluzioni siano alla base delle “scelte” riproduttive dell’attuale regime di bassa fecondità [D’Aloisio 2007]. Dal contesto del femminismo è fuoriuscita dunque la possibilità stessa di indagare a più ampio raggio i costi della maternità: un esempio è la ricerca longitudinale di Patrizia Romito, condotta in Friuli Venezia Giulia su un campione di 800 madri, che ha investigato i costi in diversi ambiti della vita delle donne, quali la relazione di coppia, la salute fisica e mentale, la vita professionale [Romito 1994]: la ricerca ha riscontrato, per il campione in Friuli, molti abbandoni del lavoro più o meno forzati, indotti dalle difficoltà nell’accudimento, quando non determinati dal datore di lavoro. Anche alcune ricerche inglesi hanno similmente dimostrato una consistente mobilità professionale discendente per le donne che riprendono a lavorare fuori casa dopo la maternità [Perry 1990; McRae 1993].

Nelle interviste di Napoli e di Bologna emerge con chiarezza il tema della difficoltà professionali, dei ritardi e delle perdite in termini di carriera: seppure difficilmente tematizzati come “costi”, esiste una lucida consapevolezza di come il primo periodo della maternità abbia rappresentato spesso una battuta d’arresto; è il caso di Sara, 39 anni di Bologna, chirurgo-otorino, che ha dovuto lasciare la sala operatoria al momento della nascita di sua figlia perché, come il primario le lascia intendere, in quelle fase la sua disponibilità non è giudicata adeguata alle turnazioni e alle fatiche della chirurgia. Sara tornerà in sala operatoria solo 6 anni più tardi, con la consapevolezza che ciò che ha perso, in termini di esperienza, competenze, evoluzione della sua carriera, difficilmente potrà essere recuperato. Non a caso, alla domanda circa l’eventualità di avere un secondo figlio, Sara è molto dubbiosa e rifugge l’idea, consapevole che un ulteriore rallentamento alla sua professione potrebbe esserle fatale. Invale a questo proposito l’idea che i costi dei figli (per certi versi riconducibili a quelli di opportunità ma sicuramente non circoscrivibili ad essi), riguardano molto da vicino l’autorealizzazione e sono cumulativi, ovvero crescono in maniera proporzionale da un figlio a due, e sul secondo figlio subentra, anche a seguito dell’esperienza sperimentata col primo, una valutazione costi/benefici che, nelle interviste bolognesi, non va a favore di una seconda gravidanza.

Le interviste napoletane presentano invece significative differenze: qui, dove il lavoro delle donne è più spesso precario, con contratti a tempo determinato, o in altri casi già al di sotto del titolo di studio e delle aspirazioni delle donne, la distanza dal lavoro per la maternità è per certi versi giudicata meno grave, l’aspirazione al secondo figlio è presente e più diffusa, l’idea della cumulazione dei costi e dei sacrifici nel passaggio dal primo al secondo figlio sfuma, lasciando più spazio a una valutazione del tipo “dove c’è un figlio ce ne stanno anche due”: vale la pena ricordare che il campione delle madri di Napoli è anche quello dove la vicinanza residenziale tra le generazioni è maggiore, dove la rete degli aiuti è presente ed efficace. Se il desiderio del secondo figlio, espresso in molti casi con chiarezza, si traduca poi in realtà è altra questione; del resto già la Seconda Indagine sulla fecondità in Italia [De Sandre, Ongaro, Rettorali, Salvini 1997] rilevava un forte scarto tra aspirazione all’aver figli e sua realizzazione. Di certo però la maternità a Sud sembra configurata, nelle nostre interviste, come meno “onerosa”, il che potrebbe concordare con il lungo permanere (fino al 2006) di una fecondità più alta a Sud che non a Nord, quasi a testimonianza di una disponibilità maggiore alla riproduzione proprio laddove le donne lavorano meno e, per così dire, hanno meno da perdere.

Gli elementi di riflessione messi a disposizione dall’indagine etnografica non ci consentono nessi causali certi, né conclusioni definitive, ma più che altro spunti suscettibili di ulteriori approfondimenti.

I “costi” dei figli tematizzati nelle interviste, sottoposti ad una prima analisi di natura antropologica, si rivelano una componente complessa ed eterogenea delle scelte di fecondità e della vita delle famiglie: soprattutto, possiamo dire che non si tratta di costi sempre monetizzabili, come l’economia insegna, nei termini di costi diretti e di opportunità. Su questi costi, in una situazione generale di welfare carente, incidono molto le reti di supporto generazionale, secondo una situazione diffusa e nota nel caso italiano. Le reti generazionali e i supporti che esse veicolano possono assumere valenza diversa a seconda dei contesti entro cui sono collocati, dei parametri (cioè dei sistemi di valori) entro cui sono valutati; tra questi spicca la conciliazione, per cui la rinuncia al lavoro per una donna può essere concepita come molto onerosa se parliamo di carriere professionali lunghe nel loro consolidamento ma soddisfacenti nei risultati, viceversa possono profilarsi come costi minori, tollerabili, se le donne sono collocate in posizioni professionali precarie, subalterne e frustranti. In questo caso, una maternità dove c’è meno da perdere in termini professionali sembrerebbe far pendere la bilancia dal lato della famiglia e della scelta dei figli, tenendo conto che le condizioni del mercato del lavoro a sud, maggiormente restrittive e frustranti, hanno già agito nel determinare una partecipazione al lavoro minore, più difficile e incerta nei risultati.

Accanto a ciò, altri diversi costi, tutt’altro che leggibili in termini economici, costellano la vita delle madri, in termini di autorealizzazione, di vita di relazione, di autoaffermazione lavorativa, di rappresentazione e di stima di sé; proprio a proposito della varietà ed eterogeneità di questi costi l’approccio antropologico si rivela in grado di fornire un utile contributo interpretativo.

Anche l’attenzione crescente alla vita di coppia, all’autorealizzazione con e attraverso il partner, alla tutela di una dimensione diadica, nelle coppie della bassa fecondità, sembra porsi come suscettibile di essere erosa dalla presenza dei figli e dall’assunzione dei ruoli genitoriali [D’Aloisio 2007]: su questa nuova contraddizione, che a volta sembra risolversi proprio nella scelta del figlio unico, vale forse la pena concentrare ulteriormente l’indagine, nella consapevolezza che i consumi, il tempo libero, la vita sociale esterna alle mura domestiche sono tutte dimensioni presenti, la cui rilevanza è chiaramente tematizzata dalle coppie sia nord che a sud, accanto alla consapevolezza che una prospettiva del tipo “meno figli più coppia” sembra porsi come una possibile soluzione, praticabile e praticata all’insegna di un’idea di famiglia che rifugge sempre più la collocazione esclusiva nel ruolo genitoriale e, dunque, anche la centralità ineludibile della discendenza quale perno della famiglia stessa. Del resto, questa ipotesi può essere in parte suffragata dai dati recenti forniti dall’ISTAT, il quale rileva un sensibile aumento delle coppie senza figli, come pure delle convivenze more uxorio, nonché un progressivo spostamento in avanti di tutte le tappe della vita: tra queste spicca quella della genitorialità, tanto da indurre l’ISTAT a constatare che «diminuisce il ruolo di genitori tra i giovani adulti» [Istat 2012: 69]. E’ soprattutto rispetto a questa nuova, diversa concezione, nuova rispetto alla centralità dell’atto riproduttivo quale sintesi obbligata e tappa inevitabile, che i figli sembrano porsi come scelta sempre più onerosa, delineandosi talvolta come una sorta di costo esistenziale, che emerge nei discorsi delle donne, anche se non esplicitamente annoverato come costo: insomma, si tratta di un onere da valutare, bilanciare, programmare, un costo che comporta delle perdite e che, sebbene molte coppie siano disposte ad assumerselo e ad assolverlo, richiede però sempre crescenti valutazioni aprioristiche, aggiustamenti, compromessi, che inevitabilmente si incuneano nella direzione di un contenimento della discendenza.

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[1] La cultura della fecondità non costituisce, nell’opinione di Kertzer, una categoria residuale da utilizzare per spiegare tutto quanto nelle categorie economico-sociali non riesce ad entrare. Egli intende per cultura della fecondità l’insieme delle norme e dei valori, dei significati e dei simboli che concernono la fecondità, diversamente agiti e declinati dai soggetti sociali, lontano dunque da una concezione reificata della cultura oggi non più proponibile.

[2] C. Papa fa riferimento alle famiglie mezzadrili umbre a cavallo tra Ottocento e Novecento, dove la progenie numerosa consentiva un’equa distribuzione nella famiglia del pesante carico di lavoro connesso all’allevamento dei bovini e al ciclo agrario (grano e vite).

[3] I dati di campo cui si fa riferimento sono stati raccolti nell’ambito della Ricerca ELFI (Explaining Low Fertility in Italy), coordinata da David Kertzer (Brown University, Providence, USA) e Marzio Barbagli (Istituto di Ricerca Carlo Cattaneo, Bologna).

[4] Stando alle rilevazioni ISTAT, al 2003, il 58,1% degli italiani hanno un fratello/sorella nello stesso comune, il 55,3 % vedono il fratello/sorella più vicino almeno una volta a settimana. Nella distribuzione di questi contatti lungo la penisola, si nota poi un incremento da Nord a Sud, stimando per 100 persone della stessa zona, una frequenza di contatti di una o più volte a settimana per il 34,3% in Piemonte, per il 41%in Campania, il 44,9% della Puglia.

[5] I primi dati risalgono al censimento del 1951; Nel 1991 il 61,7% di tutte le famiglie italiane è costituito dalla coppia con i figli [Sarceno 2003].

[6] Anche quando i figli hanno formato una nuova famiglia, la famiglia di origine resta un punto di riferimento, spesso rafforzato dalla prossimità residenziale. Le persone che hanno la madre che vive nello stesso caseggiato sono il 5,5%; l’11,9% ha la madre che abita entro un chilometro e l’11,2% nel resto del comune. Risiedere nello stesso comune della madre o del padre è più diffuso nelle Isole (33,4% e 30%) e nei comuni al centro delle aree metropolitane (33,2% e 33,9%) [ISTAT 2007].

[7] Il campione della ricerca, effettuata nel 2004, ha coinvolto 2500 coppie (con o senza figli) residenti in Comuni con almeno 10.000 abitanti; la finalità più ampia della ricerca [Facchini 2008] è stata quella di analizzare il modo in cui le coppie organizzano la produzione delle risorse, di reddito e di cura, necessarie alla quotidianità, e al contempo i processi decisionali sottostanti all’allocazione di tali risorse.

[8] Nel 2008 in Italia sono 6 milioni e 83 mila i bambini tra 0 e 13 anni che vengono abitualmente affidati ad un adulto quando non sono con i genitori o a scuola, pari al 77,9% del totale. Il ricorso a figure di supporto nella cura dei bambini è tanto più evidente quanto minore è l’età: il 77,5% dei bambini fino a 2 anni è abitualmente accudito da qualche adulto, mentre tale percentuale scende al 68,8% per i bambini di 11-13 anni [ISTAT 2008].

[9] Con l’espressione di sistema famiglia-lavoro Saraceno intende indicare la stretta interdipendenza tra l’organizzazione del lavoro remunerato e l’organizzazione della famiglia, che specifico riferimento all’organizzazione e alla distribuzione del tempo tra componenti della famiglia e in particolare tra uomini e donne, mariti e mogli.

[10] Questa osservazione è in linea con quanto rilevato da Oppo e Perra [2008], le quali sottolineano come la maggior parte degli aiuti che le famiglie espletano sono rivolti a figli non conviventi con bambini piccoli.

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ISSN 2284-0176

 

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