Bricolage, spreco ed economia della festa

Bricolage, spreco ed economia della festa

Laura Bonato


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Abstract

The issue of ceremony can be analyzed in terms of “cultural bricolage”: it consists of using different pieces made free by shattering and recombining them in a broader conceptual arena. Ceremonies, in fact, involve both tradition, parts of different rituals, and collective representations. In doing this, they succeed in their aim: identify new meanings which fit perfectly with contemporary lifestyles. Cultural bricolage, however, can also be investigated in terms of game and fun: in this respect two particular ceremonies will be analyzed: the battle of the oranges, characterizing the Historical Carnival of Ivrea, and the Tomatina of Buñol. The common point between the two ceremonies is waste. As we will see, waste is functional to the success of the ceremonies themselves, as they feature an exaggerated use of food, respectively oranges and tomatoes which are thrown to the public during the “battles”, in a sort of ritualized aggression.

Keywords

festival; bricolage; waste; revitalization; food

L’impegno costruttivo e ricostruttivo che caratterizza i fenomeni di continuità, riproposta e reinvenzione della festa propone cerimonie molto composite che presentano strani connubi o, comunque, la compresenza, la giustapposizione di elementi relativamente eterogenei. Per valutare questa varietà, che impone a mio parere riflessioni sulla problematica della ritualità tradizionale e della riproposta, sulle modalità dell’invenzione, sui fenomeni di ibridazione fra cultura di massa e persistenza o recupero della tradizione, sull’esplicito intento degli organizzatori di veicolare un messaggio identitario, potrebbe essere utile ricorrere al modello del bricolage che Lévi-Strauss utilizza nell’analisi del modo di procedere del pensiero mitico, che egli definisce «una forma intellettuale di bricolage» [1964, 32].

La tecnica del bricolage, sul piano pratico, consiste nell’utilizzare con libertà pezzi resi liberi dalla frantumazione, ricombinandoli nel quadro di un sistema più ampio di analogie. La festa può essere analizzata in termini di bricolage perché «integra la tradizione, con i suoi linguaggi consolidati e i suoi miti profondi, e l’innovazione e la ricombinazione» [Bravo 1987, 20)], colleziona pezzi di altri riti o rappresentazioni collettive individuandone valenze libere per nuovi significati, che saranno adattati al contesto della vita e della cerimonialità comunitaria.

Il bricolage però è anche gioco e divertimento, è uso disinvolto di pezzi che in origine sono parti di macchine o attrezzi di lavoro: a Casteltermini (AG), dove si balla il Tataratà, le spade dei danzatori non sono altro che molle di saracinesca opportunamente sagomate; a Volvera (TO) un casco da motociclista è la base della maschera della capra del Carnevale; un altro personaggio carnevalesco, il lupo di Chianale (CN), indossa una maschera antigas, particolare introdotto nel secondo dopoguerra, a dimostrazione del fatto che il bricolage non attiene agli ultimi anni.

Ma come possiamo supporre che i promotori, gli organizzatori delle feste riconoscano e scelgano i pezzi scartati da collezionare e riutilizzare? Con quali comportamenti e simboli cerimoniali comunitari li confrontano per concepirne una più ricca e imprevista funzionalità? Si può ipotizzare che i promotori – i quali sappiamo essere per lo più coloro che sperimentano maggiormente la società complessa –, aiutati dalla loro esperienza pluralistica, acquisiscano il necessario distacco dai diversi modelli cerimoniali e riconoscano «in essi gli elementi ancora efficaci e riutilizzabili» [Bravo 1987, 19]. Non dobbiamo poi dimenticare che queste persone hanno quasi sempre passata esperienza o memoria, nella loro famiglia e comunità, di feste e cerimonie tradizionali.

La rifunzionalizzazione della festa si traduce a livello economico in termini di produzione e di consumo, di nuova creazione e di offerta sul mercato del turismo e del tempo libero. La festa è sempre occasione di mercato, costituisce un momento di incontro e scambio e uno dei suoi elementi strutturali è il consumo vistoso di beni materiali, soprattutto alimentari. Ma consumo non significa necessariamente assunzione.

Prendiamo ad esempio la battaglia delle arance, il momento più spettacolare del Carnevale di Ivrea, che dal 1808 rievoca la leggendaria ribellione del popolo contro il feudatario e il preteso jus primae noctis [1]. La battaglia, che anche quest’anno ha attirato più di 20.000 spettatori, si combatte il pomeriggio dell’ultima domenica di Carnevale, del lunedì e del martedì grasso: impegna 9 squadre di aranceri a piedi – che rappresentano il popolo in rivolta – i quali combattono contro oltre 400 aranceri – gli scherani del tiranno – suddivisi sui 45 carri trainati da pariglie e da tiri a quattro. I carri si muovono da una piazza all’altra del centro storico – il cui accesso viene inibito fin dal mattino alle automobili – e nelle vie principali e la battaglia ha luogo in ognuno dei territori assegnati alle squadre degli aranceri a piedi, ognuna delle quali si distingue per il diverso colore della divisa. I tiratori sui carri sono 8-10, tra cui anche signore e signorine; per proteggere il viso indossano una maschera a rete metallica, simile a quella usata dagli schermitori ma molto più robusta, completata da una spessa imbottitura intorno alla testa; la divisa comprende inoltre un’ampia casacca imbottita per proteggere braccia e torace. Ogni anno sono infatti centinaia i contusi e i feriti che devono ricorrere alle cure dei medici dell’ospedale: nell’edizione 2013 sono stati 213 i feriti; ma spesso una ferita, un occhio nero, qualche livido vengono esibiti con orgoglio nei giorni successivi alla battaglia, per partecipare alla quale si pagano 100 Euro. Considerando che le squadre di aranceri a piedi sono 9 e i carri da getto 45, le persone che ogni anno sono impegnate in questo evento sono circa 5.000, ognuna delle quali, durante i tre giorni di scontri, lancia un quintale di arance; di conseguenza sono circa 5.000 i quintali di arance usati per la festa.

Nonostante siano state compiute approfondite ricerche da vari studiosi e cultori di storia locale, non si hanno notizie certe circa le origini della battaglia delle arance. Sembra che nel Medioevo, nel giorno dell’Assunta, i signori di Ivrea regalassero una pignatta di fagioli alle famiglie più povere che spesso, però, in segno di spregio verso il feudatario, gettavano per le strade. Proprio in ricordo di questo gesto i fagioli avrebbero costituito all’inizio i proiettili della battaglia, per essere poi sostituiti, a partire da metà Ottocento, con le arance, con le quali la contesa assunse in breve il carattere di vero e proprio scontro, invano represso dalle autorità e, giocoforza, poi accettato e regolamentato [Talentino 2008]. Alcuni studiosi ritengono che la battaglia sia n ata come getto più o meno gentile, di sicuro elitario, ad imitazione di una moda che si stava diffondendo nelle più importanti capitali europee del divertimento e praticata nei primi carnevali di Nizza, sulla Costa Azzurra: durante le sfilate si lanciavano confetti di zucchero, caramelle e dolci di vario tipo (Gianotti, Quaccia, 1986). L’evolversi dal getto a battaglia è testimoniato nel 1851 in un dettagliato articolo comparso su “L’Eco della Dora Baltea”[2]:

dalle case piovono sui passeggianti […] sono pochi i confetti tenendone in gran parte luogo ceci, fagioli, ed altri simili legumi, non che fiori, e in troppa quantità gli aranci. Dissimo in troppa quantità giacché […] frequentemente il loro contatto colle persone a cui vengono diretti costituisce tutt’altro che un complimento o una galanteria [riportato in Gianotti, Quaccia 1986, 66].

Nel 1893 il Programma delle feste stilato dagli organizzatori proponeva «il corso delle vetture con svariate maschere e getto di aranci, confetti e fiori»[3], esplicitando l’ufficialità della battaglia, anche se una cronaca successiva sottolineava che «il getto degli aranci […] pareva una sassaiola, con relative conseguenze dolorose: ci furono molti feriti, e non lievemente»[4]. Fu negli anni Venti del Novecento che l’autorità municipale regolamentò la battaglia, ormai riconosciuta come una componente costante del Carnevale, e che ha assunto la struttura attuale nel secondo dopoguerra: con la formazione delle squadre diventò più ordinata e furono istituite le “zone franche” dov’era vietato lanciare le arance. S eguendo regole ben precise, oggi lo scontro non coinvolge più l’intera popolazione come succedeva in passato ma c’è una netta separazione tra partecipanti e spettatori, che si posizionano ai lati delle piazze per assistere il più vicino possibile alla battaglia. Per evitare di essere colpiti dalle arance, un ’ordinanza del Generale[5] obbliga gli spettatori ad indossare il berretto frigio rosso[6] , che esprime al contempo la propria sentita partecipazione alla manifestazione : r ealizzato in maglina di lana, è di fattura morbida e ricorda una calza; in passato lo si portava con la punta piegata in avanti. Viene guardato con disprezzo chi non lo indossa ma lo esibisce piegato sulla spalla; sono invece tollerati coloro che – in particolare i turisti – scelgono copricapo diversi purché siano di colore rosso [Rollandin 1995]. Il berretto frigio rosso viene dato agli spettatori al momento dell’acquisto del biglietto d’entrata, che quest’anno costava 5 Euro.

Su imitazione della battaglia delle arance nel 1984 a Chiaverano, un comune di poco più di 2.000 abitanti vicino ad Ivrea, è nata la battaglia dei tomini[7], che nel 2013 ha però subito una battuta d’arresto motivata dalla difficile situazione economica che sta attraversando il nostro Paese. Non ci sono qui origini storiche da ricercare, si deve solo sottolineare il desiderio di evasione di un gruppo di amici nel periodo di Carnevale. Qui il carro da getto è uno solo, è trainato da un trattore e ospita 6 lanciatori; le tre squadre a piedi sono composte da 22 tominieri ciascuna. Il getto del tomino non produce contusioni o traumi: l’unico inconveniente è dato dalla natura appiccicosa del formaggio che, se colpisce un occhio, deve tempestivamente essere rimosso perché impedisce di vedere; è consigliato mettere del cotone negli orecchi per evitare che il tomino vi finisca dentro e si cerchi poi – inutilmente – di rimuoverlo rischiando di spingerlo verso il condotto uditivo [Talentino 2008].

Lo spreco alimentare vistoso è l’elemento fondante di un altro food fight, uno degli eventi più conosciuti in Spagna dopo la Corrida: la Tomatina , la battaglia dei pomodori, ormai un classico del turismo valenciano che ogni anno, da 67 anni, ha luogo l’ultimo mercoledì di agosto a Buñol, piccolo centro vicino a Valencia. A mezzogiorno i camion con i pomodori arrivano nella piazza principale trasportando persone che lanciano i frutti da sopra: da sotto risponde la folla sulle ali con altri pomodori. Non ci sono squadre né vincitori. Nell’ultima edizione, quella del 2012, c’è stata una “salsa” di 40.000 intervenuti in canottiera e pantaloncini corti; e chi non ha partecipato aveva comunque la possibilità assistere alla gara on line sui siti www.elperiodico.com e www.spainonline.com.

È vero che il pomodoro ha proprietà disinfettanti, con il suo acido pulisce la pelle e la disinfetta da tutte le impurità, ma è consigliato agli spettatori – tutti bersagli leciti – di proteggere gli occhi con degli occhiali o, meglio, con una maschera da sub. I partecipanti devono seguire alcune regole: schiacciare i pomodori con le mani prima di lanciarli, non portare e lanciare bottiglie ed oggetti pericolosi, non arrampicarsi su portoni e finestre. La battaglia, il cui inizio e fine vengono annunciati da uno sparo – e al suono del secondo sparo tutto deve fermarsi istantaneamente –, dura un’ora e nelle successive due i pompieri con i tubi lavano gli avventori, la piazza, le case; alla pulizia collaborano comunque tutti i partecipanti.

Per gli abitanti di Buñol la festa inizia la sera precedente la Tomatina, il martedì, con balli e canti che durano tutta la notte. La mattina del mercoledì coloro che intendono partecipare alla battaglia molto prima di mezzogiorno si ritrovano nella piazza, dove il Comune distribuisce panini. La Tomatina non può però iniziare prima della “presa del prosciutto”: al centro della piazza viene innalzato un alto palo insaponato sulla cui sommità viene collocato un prosciutto; chiunque può cimentarsi nella scalata per aggiudicarsi il premio.

La Tomatina si è “consumata” per la prima volta l’ultimo mercoledì di agosto del 1945, quando alcuni ragazzi che si stavano azzuffando raccolsero dei pomodori in un campo e iniziarono a lanciarseli addosso l’un l’altro. L’intervento delle forze dell’ordine pose fine allo scontro. Un anno dopo, sempre l’ultimo mercoledì di agosto, i giovani del paese si riunirono nella piazza principale portando con sé dei pomodori e iniziarono la battaglia, che terminò con l’arrivo della polizia. Così si continuò per qualche anno poi, all’inizio degli anni Cinquanta, la giunta comunale di Buñol proibì la celebrazione di quella che stava già diventando una tradizione e i trasgressori furono incarcerati: questo fatto provocò una rivolta del popolo e le autorità furono costrette a permettere lo svolgimento della battaglia [http://www.latomatina.es].

La Tomatina è indubbiamente uno spettacolo divertente, tanto da ispirare eventi simili, come ad esempio la battaglia all’interno del Tomato Festival di Pittston, Pennsylvania: con 5 dollari si acquista il diritto a partecipare allo scontro e ad avere delle protezioni per gli occhi (l’incasso viene poi devoluto in beneficenza). L’ultima edizione, la 29esima, nell’agosto del 2012[8], ha richiamato oltre 15.000 persone [http://www.pittstontomatofestival.com].

Ogni anno a Buñol vengono consumate oltre 100 tonnellate di pomodori maturi; a Chiaverano 2 tonnellate di tomini. Ad Ivrea, come ho già segnalato, ogni anno vengono lanciate 500 tonnellate di arance. Lanciate o piuttosto sprecate?

In realtà lo spreco – almeno per Ivrea e Chiaverano – è apparente, nel senso che si può trasformare in risorsa. Grazie alla raccolta differenziata, le circa 25.000 cassette di legno che contengono le arance vengono riciclate e il 70% delle 500 tonnellate di arance recuperato. La poltiglia che inonda le piazze e le vie della città dopo la battaglia diventa fertilizzante, utilizzato poi nelle campagne e nei vivai per migliorare la struttura del suolo. Le arance recuperate vengono infatti miscelate con altro materiale organico per poi passare al processo di maturazione accelerata che dura circa un mese. I mucchi di miscela organica, chiamati andine, vengono depositati in locali coperti dove sono controllati e passano alla maturazione lenta. Dopo circa due mesi si procede con la raffinazione del composto organico ([Società Canavesana Servizi 2009]. Da notare comunque che le arance usate per la battaglia sono prive di valore commerciale perché sono quelle scartate dal prodotto da vendere sul mercato.

Per quanto riguarda i tomini da getto, vengono prodotti a partire dal latte dal quale già sono stati ricavati burro, panna e formaggio, quel latte chiamato “lattata” che diventa alimento dei cuccioli di maiale. I tomini da getto, quindi, non sono commestibili; non è ovviamente possibile riciclarli perché una volta lanciati restano incollati ai vestiti dei tominieri. Non si hanno invece informazioni relative all’eventuale riciclaggio della poltiglia di pomodoro risultante dalle battaglie di Buñol e di Pittston: ritengo comunque questi eventi stessi una risorsa, infatti si può supporre che il dispendio sia ammortizzato dalle entrate derivate dalla presenza dei turisti, che sicuramente superano le spese sostenute per l’organizzazione della festa.

Lo spreco è dunque funzionale alla festa stessa, è indubbiamente una delle sue componenti simboliche più importanti, se consideriamo sempre valido l’assunto secondo il quale la festa si definisce per la sospensione delle attività lavorative a favore dell’eccesso, della trasgressione. E se la festa è rottura della quotidianità, come la si può compiere se non trasgredendo, facendo ciò che normalmente non si può fare? «La festa è un eccesso permesso, anzi offerto, l’infrazione solenne di un divieto […] l’eccesso è nella natura stessa della festa; l’umore festoso è provocato dalla libertà di fare ciò che altrimenti è proibito» [Freud 1975, 144]. Come sostiene Giallombardo,

nella festa […] la comunità […] si celebra […] per quello che è, o per la percezione che ha di se stessa. Ne consegue […] che la trasgressività della festa non è fine a se stessa, ma è funzionale al reinserimento nella realtà dell’esistente, con le sue norme e gerarchie [1990, 14].

Bataille [1949] affermava che la festa consente la soddisfazione di un bisogno smisurato di ostentazione e di spreco: la trasgressione festiva soddisfaceva a suo parere questo bisogno incontenibile che le società primitive, diversamente da quelle attuali, sapevano appagare rinunciando a quell’economia del risparmio e dell’accumulo in cui gli antichi individuavano la "parte maledetta", perché «il sentimento di una maledizione è legato all’accumulo della ricchezza che, non consumata nel godimento, poi ritroviamo a fondamento della repressione del potere». Clastres [1980] ribadiva che l’abitudine allo spreco risultava ampiamente istituzionalizzata negli eventi festivi presso le civiltà primitive. Consideriamo ad esempio il Carnevale, che in ogni epoca è stato «inteso come rituale di liberazione, scatenamento degli appetiti di cibo, sesso, violenza. Ma […] appetiti non solo e non tanto in forma rituale, quanto in forma eccessiva» [Sanga 1982, 5]. Lo spreco non è dunque una dimensione prerogativa della nostra società definita “dei consumi”: è però indubbio che la contemporaneità la potenzia, la amplifica, in virtù anche del contesto in cui le “feste dello spreco” hanno luogo, che è lo spazio urbano, e dei fruitori esterni alla comunità, ovvero i turisti. L’eccezionale disponibilità di generi alimentari, e il loro uso e consumo collettivo inappropriato, l’esibizione e lo spreco sembrano alludere all’esibizione del benessere socio-economico caratteristico della nostra società: come già notava Toschi [1955], lo spreco è metafora dell’abbondanza. E poi le feste tendono sempre più ad universalizzarsi, vengono organizzate con il supporto delle più recenti tecnologie della comunicazione e non sono prive di condizionamenti provenienti dai media: sempre più spesso, infatti, per richiamare l’attenzione e l’interesse del pubblico per la propria cultura, conquistando al tempo stesso una propria appartenenza e visibilità locale, le comunità imitano elementi già collaudati con successo in altre cerimonie.

Lo spreco è godimento dei sensi, è consumo euforico derivante – forse – dalla tensione trasgressiva implicita nella ritualità: accompagna l’aggressività canalizzata nella ritualità. Ma analizzare le battaglie in termini di aggressività sublimata in comportamenti ritualizzati e quindi gestita culturalmente mi sembra banale e anche scontato. Proviamo invece a pensare che questo tipo di evento favorisce la ripresa della dimensione ludica della vita e, più in particolare, riafferma la socialità: si consideri ad esempio il momento in cui i partecipanti si ripartiscono i “proiettili”, oppure quando concordano strategie di attacco o di difesa. E perché non pensare alla battaglia come ad un’esperienza sensoriale? È contemporaneamente un’esperienza uditiva, tattile, olfattiva e visiva: in quest’ottica «vedere e toccare, ascoltare e odorare “arrivano” alla coscienza, vengono “vissuti”» [Plessner 2008, 15].

Le battaglie esaltano la fisicità: in esse acquisisce infatti piena centralità il corpo dei sensi, che

non è passivo, inerte, attaccato a una mente vitale quale vero agente della cultura, ma “corpo cosciente” […] È un corpo sovversivo, che si realizza nel produrre sintomi ribelli e “caotici” […] Alla luce di ciò acquisiscono nuova importanza gli sviluppi che sono presenti e in corso anche nella ricerche attuali dell’antropologia, che fanno dei sensi lo strumento primario della conoscenza delle culture [Fiorani 2006, 45].

Potrebbe risultare proficuo indagare la dimensione corporea degli eventi qui citati, esaminare in maniera specifica le diverse modalità sensoriali e le prestazioni culturali ad esse legate, facendo chiarezza sui vari modi in cui facciamo esperienza del mondo.

Reference List

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http://www.bunyol.es

http://www.elperiodico.com

http://www.latomatina.es

http://www.pittstontomatofestival.com

http://www.spainonline.com



[1] Non escludendo di fatto episodi o tentativi di abuso del signore sulle popolane, gli studiosi concordano nell’affermare che lo jus primae noctis, il diritto del feudatario di giacere con ogni sposa la sua prima notte di nozze, non sia mai stato praticato: lo considerano piuttosto la volgarizzazione dello jus maritagli, diffuso sotto forma di tasse [Bordone 1997].

[2] L’articolo comparve su «L’Eco della Dora Baltea » , III, 9.

[3] Il programma del Carnevale era riportato su L’Albo della pubblicità del 1893.

[4] L’articolo comparve su «Il Canavesano», X, 7, 1893.

[5] Il Generale del Carnevale, che assume l’incarico ogni anno il 6 gennaio, è a capo del gruppo di controllo dell’ordine durante la manifestazione, della quale presiede tutti i momenti.

[6] Ricordiamo che i n Francia, durante la rivoluzione, il berretto frigio era simbolo di libertà e venne presto considerato rappresentativo di tutte le rivolte. Sembra però che in Piemonte avesse assunto questo valore molto tempo prima: gli abitanti di Bosso lo portarono dalla fine del XIV secolo per cinquecento anni in ricordo della vittoria sugli sgherri dei feudatari Giovanni e Margherita Montalenghe che li opprimevano [Ferrarese 2007].

[7] Specialità casearia di Chiaverano, il tomino è un formaggio grasso di forma cilindrica prodotto con latte fresco e caglio , a pasta cruda e compatta, con una breve stagionatura di 5-10 giorni.

[8] Il prossimo Tomato Festival è in programma dal 15 al 18 agosto 2013 e la battaglia si svolgerà sabato 17 agosto con inizio alle 13.30.

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